Articoli marcati con tag ‘televisione’

Chi ha paura della Opinione Pubblica?

venerdì, 10 giugno 2011

« Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza.
Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via.
La sola divulgazione di per sé non è forse sufficiente, ma è l’unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri »

«Quale sarà la condizione della società e della politica di questa Repubblica di qui a settant’anni, quando saranno ancora vivi alcuni dei bambini che adesso vanno a scuola?
Sapremo salvaguardare il primato della Costituzione, l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e l’incorruttibilità della giustizia, oppure avremo un governo del denaro e dei disonesti?»

“Che ci piaccia o meno, ci siamo imbarcati in una rivoluzione del pensiero e dell’esistenza.

Il progresso dilaga a velocità sempre maggiore, superando di gran lunga nel giro di pochi decenni il cammino compiuto di precedenti secoli e millenni…

La stampa è l’unica a lavorare per il pubblico interesse.

“L’interesse di tutti è l’interesse di nessuno”, ma questo non vale per il giornalista: esso è suo per adozione.

Se non fosse per le sue attenzioni, quasi ogni riforma fallirebbe in partenza.

Egli ricorda ai funzionari il loro dovere. Denuncia piani segreti di ladrocinio.

Promuove ogni promettente progetto di sviluppo.
Avvicina tra loro le classi e le professioni, insegna loro ad agire di concerto sulla base del senso civico comune.

La nostra Repubblica e la sua stampa progrediranno o cadranno insieme.

Una stampa capace, animata da spirito civico, con un’intelligenza allenata a distinguere ciò che è giusto e ad avere il coraggio di realizzarlo, può preservare quella pubblica virtù senza la quale il governo del popolo non è che impostura e dileggio.

Una stampa cinica, mercenaria, demagogica e corrotta a lungo andare renderà il popolo tanto ignobile quanto lo è essa stessa.

Il potere di plasmare il futuro della Repubblica è nelle mani dei giornalisti delle future generazioni.”

“Un’opinione pubblica ben informata è la nostra corte suprema.
Perché a essa ci si può appellare contro le pubbliche ingiustizie, la corruzione, l’indifferenza popolare o gli orrori del governo”.

Joseph Pulitzer
Famoso giornalista ed editore.
A sua memoria e per sua volontà è stato istituito un premio, il Premio Pulitzer, il più importante nel campo giornalistico, assegnato per la prima volta nel 1917, secondo proprio le volontà lasciate dal giornalista stesso scomparso pochi anni prima.

Leggere questi scritti del primo novecento è una esperienza veramente incredibile.

La prima sensazione che si coglie, è quella di leggere il nostro presente, con una limpidezza eccezionale, quasi fossero scritti per noi:

i posteri.

Ma l’America non è l’Italia.

In America le pubblicazioni di due liberi giornalisti hanno provocato le dimissioni di un presidente americano, il più potente presidente del mondo intero.

In America, la Pubblica Opinione, sorretta da una libera informazione, controlla l’operato dei politici e dei governi.

In Italia, questa definizione non è applicabile, e per molti motivi:

taluni ben visibili, altri sommersi nella voluta confusione politica.

La politica sembra pensare solo a farsi una banca, farsi un giornale, farsi una televisione, al fine di sottomettere l’opnione pubblica ed asservire il popolo sovrano.

Non sembrano esistere più magnati e potentati economici disposti a finanziare battaglie civili che non abbiano un ritorno immediato, che non soddisfino, un interesse personale o di parte.

Almeno in Italia.

L’America, è un’altra cosa, questo lo abbiamo capito.

Ma l’America ha inventato ARPAnet, un sistema di comunicazione e di condivisione di informazioni pensato inzialmente per un uso militare, e divenuto invece e clamorosamente, il più grande progetto civile di libertà umana:

Internet.

E’ questo il mondo dove trovano rifugio le libertà negate, le pubbliche opinioni vessate, le infomazioni celate.

E’ questo il mondo da cui vi scrivo e dal quale voi leggete.

Un mondo virtuale, affermano taluni.

Ma non è più così, e da un bel pezzo.

Le rivolte popolari nei paesi in grave crisi di libertà, partono tutte dal web, così come le iniziative spontanee popolari che, anche in Italia, riuniscono cittadini qualunque a protestare in una piazza che non è più virtuale, ma reale.

Ai miei nuovi amici nel social network Facebook, uso sempre una frase di benvenuto, sempre la stessa:

welcome, to the real world
, tratta dal famoso film Matrix.

Perchè il loro ingresso nel mio mondo, connota un nuovo mondo, più reale di quello reale, più umano di quello umano, più libero di quello cosiddetto libero.

Ed è così che il virus benigno della libertà si espande, sempre sotto il cappello di iniziative socio-economiche americane come Facebook o Twitter.

Tutto oggi passa attraverso il libero mondo del web:

la televisione, la radio, i giornali, la politica, il mondo del lavoro.

E questo fatto, non piace al potere che vive di potere, non piace a sistemi di potere corporativi organizzati in caste che provvedono al mantenimento del potere ad escludendum del popolo, dei cittadini.

Ed è proprio come nel film Matrix, che si verifica come la realtà umana sia spesso parallela a quella quotidiana, ma non la medesima, ne la stessa.

Ed è proprio come in quel film che, “agenti” contrastino l’emersione di questo mondo popolare, l’innovazione del cambiamento, la voglia di libertà, di benessere e di felicità che proviene dai popoli invece sottomessi da ordinamenti statuali non più rispondenti alle esigenze della persona umana.

Agenti che contrastano la libera divulgazione delle informazioni, che condizionano le riforme, che sottomettono il popolo sovrano all’impero di una conservazione restaurativa di privilegi ad uso esclusivo dei già potenti, di ricchezze a godimento esclusivo dei già ricchi.

Ed è la strana storia del nostro paese, scosso dai sussulti dello scandalo Tangentopoli, che fece emergere un mondo fatto di corruzione e di mafiosità impossibile, un sussulto popolare che apriva prospettive per un futuro diverso e migliore di quello.

L’indignazione popolare che sollevò il sapere che un mondo profondamente corrotto e mafioso aveva governato nel silenzio generalizzato dell’informazione ufficiale è immutata come immutata appare la volontà politica di non perseguire la corruzione.

Ed è ancora l’informazione che oggi, ci narra di una corruzione tutt’altro che sconfitta, a tutti i livelli.

Ed è ancora una indignazione popolare che emerge potente e urlante dal mondo del web, poichè ogni altra via è negata.

Ed è ancora questa informazione libera a tratti ed a comando che impedisce ogni riforma ed ogni controllo sul governo della politica.

Ed è questa “corte suprema” soppressa ed in gran parte pilotata ad impedire che l’opinione pubblica affermi il suo primato sul primato della politica, il suo primato sulla redistribuzione della ricchezza, il suo primato nel controllo sulla corruzione dilagante.

La politica italiana ha costruito un incredibile postribolo di poltrone del potere, di condizionamento pesante nelle selezioni nel mondo del lavoro, compreso quello del giornalismo, al solo fine di “corrompere” il più gran numero possibile di soggetti che oltraggino l’indignazione popolare relegandola al ruolo di “sfogatoio pubblico” invece di moto popolare propositivo.

La condivisione della corruzione parte dal basso, dalla selezione di ogni singolo posto di lavoro, di ogni singola poltrona o sediolina del potere.

E se Tangentopoli esiste ancora, indiscussa ed imbattuta, lo dobbiamo proprio all’assenza di una corte suprema che esprima l’inesprimibile malessere popolare, che controlli l’incontrollabile potere pubblico deviato od abusato.

Chiamatela come volete, chiamatelo Quarto Potere, chiamatela Corte Suprema, chiamatela mondo dell’informazione.

Io so come chiamarla:

il suo nome è libertà.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

La libertà di stampa in italia non esiste

mercoledì, 5 maggio 2010

Silvio Berlusconi:
«se c’è una cosa su cui in Italia, c’è la sicurezza di tutti, è che abbiamo fin troppa libertà di stampa. Credo che questo sia un fatto che non è discutibile».

Sulla libertà di stampa in Italia, Berlusconi rischia l’ennesima imbarazzante dichiarazione menzognera.

La libertà di stampa in Italia è infatti ridotta al lumicino dalla obbligatorietà della figura del direttore responsabile (figura voluta dal fascismo proprio per sottoporre al potere politico la libertà di stampa), condizione che viola apertamente l’articolo 21 della costituzione.

Inoltre è stato proprio berlusconi a restringere ancor più il numero delle persone “autorizzate” a fare informazione in Italia, prescrivendo per legge che l’iscrizione allordine dei giornalisti – che è la precondizione per assurgere alla figura di direttore responsabile – sia subordinata al possesso del titolo di laurea.

Considerando che l’Italia detiene anche il triste primato di minor presenza di laureati di TUTTI i paesi occidentali, civili e democratici, ne deriva una ancora maggior restrizione delle persone abilitate a fare informazione.

Insomma, in parole povere, è castrando l’informazione attiva che in Italia si è giunti alla morte della informazione passiva, indicando come attiva, quella di chi è ritenuto idoneo a DARE informazioni (stampa, radio, tv, etc) e indicando come passiva, quella di chi RICEVE informazioni (i cittadini qualunque, i cittadini X).

La libertà, caro presidente, non è una parola da sorseggiare a piacimento, ma la realizzazione completa di un grado di civiltà attualmente sconosciuto nel nostro paese.

Personalmente continuo a credere che Berlusconi sia l’unico politico in grado di guidare questo paese in questo momento, ma non credo più che lo stesso Berlusconi sia il difensore delle libertà in questo stesso paese.

E mi scuso se mi sono consentito questa libertà di parola, opinione ed espressione.

Mi consenta, caro Berlusconi, mi consenta di riportare il pensiero del ben più autorevole Giovanni Spadolini su questo argomento:

“Parliamoci chiaro, le nostre leggi sull’ordinamento della professione giornalistica per tanti aspetti si collegano alla struttura del fascismo a cominciare dalla figura del direttore responsabile (io l’ho ricoperta per quasi vent’anni) che non esiste in nessun’altra legislazione del mondo.
Una figura derivata da un ordinamento in cui i direttore responsabile era nominato da un partito politico autoritario e onnipotente, in contrapposizione all’editore e mantenuto con privilegi economici, ma senza il controllo politico della testata”.

Giovanni Spadolini. Citazione tratta dal libro “Come si diventa giornalista” – Piero Morganti – Ed.Einaudi

P.S.
Ringrazio pubblicamente l’America, la Patria delle libertà, per averci donato il meraviglioso e veramente libero mondo del web, proprio quel libero mondo cui i dittatori cinesi e iraniani, oltre che il premier italiano Silvio Berlusconi, vorrebbero volentieri mettere un bel bavaglio.