Articoli marcati con tag ‘sindacato’

La mafia politica foggiana mandante dell’occupazione abusiva e violenta di alloggi popolari a Foggia

sabato, 16 giugno 2012

A Foggia, occupati abusivamente e violentemnete 16 alloggi popolari destinati a legittimi assegnatari.

Una comunità che accetti e subisca bovinamente ancora questa prassi violenta e mafiosa dell’occupazione di alloggi (il mandante è sempre certa politica mafiosa in questi casi) da destinare a famiglie bisognose ed il relativo silenzio istituzionale in cui cade questa notizia, fanno coprendere che:

A – nessuno mai metterà alla porta i mafiosi che hanno violato la legge occupando gli alloggi indebitamente;

B – questa città è omertosa e complice delle mafie in modo ormai irrecuperabile. Una comunità che accetti e si sottometta in silenzio a prassi sociali fondate sulla violenza e sulla sopraffazione, in ogni caso in violazione della legge, dell’etica e della morale, non può in nessun modo accedere al mondo civile e urbano.

Un degrado così abnorme e violento rispetto al disagio sociale di chi ha bisogno di aiuto ed ha le carte in regola per riceverlo,
fa pensare che non vi sia una via d’uscita democratica da questo stato di fatto a Foggia.

E se quegli alloggi venissero lasciati nelle indebite mani che li hanno occupati con l’uso della forza, allora il pensiero razionale arriva alla conclusione che non vi sia effettivamente alcuna via d’uscita da questo degrado e da questo disagio senza il ricorso alla sospensione del sistema democratico e ad una “cura sociale” offerta a base di olio di ricino e manganelli, oltre che di plotoni di esecuzione e di ghigliottine.

In considerazione di queste acontinue aberrazioni mafiose e violente, bene fa chi in Europa ritiene di disintegrare il centro-sud italiano dalla unione europea:

questi incivili ed i loro complici silenziosi ed omertosi non meritano di appartenervi.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Monti, la politica, il sindacato e lo sviluppo economico

venerdì, 30 dicembre 2011

Monti 30122011

La vergogna di questo paese è la sinistra sindacalista antagonista

giovedì, 3 marzo 2011

L’immaturità prima umana e poi politica della sinistra sindacalista ed antagonista italiana.

Questa è la vera vergogna di questo paese.

Nessuna idea, nessun progetto politico, solo, l’antiberlusconismo e l’anti-riformismo ammazzamafie leghista.

Cade anche l’ultimo baluardo del cattivo governo delle sinistre italiane:
la giunta comunale di Napoli guidata dall’ex ministro dell’interno Rosa Russo Jervolino, responsabile ed attore principale della squallida vicenda della monnezza napoletana sanata dal governo Berlusconi.

Immaturità ed irresponsabilità.

In questi due termini si racconta tutta la vita della sinistra sindacalista e antagonista italiana, maleducata, malformata, malguidata.

E’ la sconfitta di una visione distorta della realtà quella a cui stiamo assistendo in questi giorni.

E’ la sconfitta che la storia di questo paese sta infliggendo alla sinistra il vero leitmotiv da seguire, da comprendere, da indagare.

E’ il contrasto incredibile che oppone questa sinistra alla riforma della giustizia che lascia dubbi enormi su come si possa altrimenti offrire giustizia ai cittadini, laddove la giustizia è ferocemente criticata dalla maggioranza del paese.

Il dato veramente significativo sta proprio in questa battaglia della riforma della giustizia:

la sinistra si oppone ferocemente a questa riforma, ma pur comprendendo la urgente necessità di quella stessa riforma, non propone alternative valide, non offre una alternativa che sia giustificazione fondante e necessaria per una alternanza di governo, metodo introdotto dalle maggioranze di centro destra sostenute dalla ottima Lega Nord, e mai veramente compreso e incarnato dalle sinistre.

Quel che interpreta la sinistra italiana del significato di alternanza è criticare in modo oltremodo indecente una maggioranza di governo che invece trova sempre maggiori consensi nel paese.

Nessuna proposta alternativa.

Nessun leader capace di rinnovare ed evolvere questo errato modus operandi politico, questa aberrazione della politica stessa, questa incapace voglia di andare al potere per il potere e non per servire i cittadini, per operare in favore del popolo sovrano.

E questa incapacità il popolo la legge benissimo, offrendo alla coalizione di maggioranza di governo sempre nuovi consensi, sempre maggiore simpatia, sempre più voti e apprezzamenti per l’opera svolta.

Nella lettura della politica sindacale della sinistra italiana, ritroviamo alcuni nodi importanti da sciogliere:

1 – il collegamento stretto, diretto e tracciabile che certo sindacalismo italiano ha con la politica, facendo dei sindacati un luogo di potere occulto, talvolta, legato a doppio filo con partiti politici, piuttosto che con attività sindacali di supporto e di difesa autentica del lavoratore, sino al paradosso di una difesa di nicchie di potere interne al mondo del lavoro che nulla hanno a che fare con il sindacalismo e la difesa dei lavoratori, e che invece, testimoniano spesso riferimenti tracciabilissimi di azione politico-partitica.

E’ a questo abuso perpretato per decenni ed ancora purtroppo ben visibile che si deve la tristissima condizione in cui versa il mondo del lavoro italiano e l’assenza di una politica sindacale che tuteli i lavoratori che lavorano, piuttosto che quelli che fanno politica od altro all’interno e dall’interno delle aziende italiane, maturando un profilo di azione che si dimostra nei fatti un vero e proprio attacco alle attività ed agli obiettivi strategici aziendali, nascosto in quella “attività antisindacale” di contrasto all’azienda, che si rivendica spesso e volentieri in modo assolutamente pretestuoso, abusivo ed arrogante.

2 -la difesa di una contrattazione che appiattisce in tutti i sensi, che non rileva, valorizza e difende quelle differenze che esistono da sempre fra lavoratori ligi e volenterosi e lavoratori diversi da questi, sino al punto che il salario corrispettivo del lavoratore italiano, resta uguale in tutti i sensi, trasversalmente, orrizontalmente e verticalmente.
Insomma, per chi conosce bene il mondo del lavoro italiano, l’entità che definiamo “dei lavoratori furbi”, esiste realmente, così come esiste l’entità dei lavoratori collaborativi.

Ma entrambe le categorie vengono stipendiate in egual modo, senza valutare nemmeno altre differenze fondamentali come la differenza del costo della vita, per fare un esempio che salta subito agli occhi di tutti.

Se il paese viene spesso definito “delle due italie”, varrà pure la considerazione che differenti stili e costi della vita vengano corrisposti senza distinzione alcuna.

Nessuna attività sindacale si rileva invece nei confronti della piaga delle assenze dal lavoro per malattia o per infortunio, laddove appare chiaramente abnorme il ricorso a queste garanzie importanti di lavoratori che invece, ne hanno un reale ed urgente bisogno.

Il sindacato e la sinistra italiana sull’abuso che si fa di queste indennità e di queste conquiste del vero sindacalismo, non intervengono affatto, non propongono analisi, non offrono progetti risolutivi, non contrastano affatto.

Nasce un dubbio orribile di posizionamento del sindacato rispetto ai lavoratori che invece lavorano effettivamente.

Nasce un dubbio terribile della esistenza di riserve di potere contrattuale non autorizzato causate dalla omissione di intervento della sinistra sindacalista antagonista in questo tema, laddove si potrebbe ipotizzare che, l’arma dell’assenza dal lavoro per motivi di malattia o di infortunio (grande conquista di ogni paese civile nei confronti di chi necessita veramente di assentarsi dal lavoro a causa di motivi di salute), venga abusata in questi termini:

non mi dai l’aumento di stipendio che ti ho chiesto ingiustificatamente?
non mi dai il livello che chiedo e che, evidentemente non merito?
non mi dai i carichi di lavoro meno gravosi e faticosi?
Ebbene, io ti estorco tutto questo e ti ricatto mettendomi in stato di malattia, aggravando notevolmente la condizione dei lavoratori collaborativi, costretti per questi comportamenti abusivi, a sopperire alla forza lavoro che viene così a mancare in maniera assolutamente ingiustificata.

Dubbio atroce questa ipotesi, dubbio che, per chi lavora in Italia, si materializza spesso e volentieri in una realtà oppressiva e devastante.

Dimenticano questi professionisti dell’estorsione che, il progredire delle mansioni, dei livelli e dei gradi di responsabilità è cosa che attiene esclusivamente al merito e non alla mediocrità, fatti salvi ovviamente i cosidetti scatti di anzianità?

Il mondo del lavoro italiano soffre?

Le aziende fuggono sollecite delocalizzando all’estero siti produttivi importanti?

I “cervelli italiani” fuggono via senza fare ritorno?

Beh, questo atteggiamento della sinistra sindacalista antagonista italiana non è certamente secondario nelle cause che portano a queste fughe precipitose, comportamento alienato che valorizza in senso errato ogni segmento del mondo del lavoro, ogni indennità, ogni corrispettivo economico, ogni distribuzione dei carichi da lavoro.

Ma queste ipotesi non vengono raccolte, non vengono analizzate, non vengono contrastate da un sindacalismo atipico che offre maggiori spunti di azione politica e di carrierismo personale, piuttosto che di difesa e di tutela dei diritti dei lavoratori.

Tutto questo, rappresenta e raffigura una volontà omicida nei confronti di tutto il paese, nei confronti di tutti i lavoratori italiani, del mondo del lavoro italiano, del mondo produttivo italiano.

E’ uno schiacciamento verso il basso che sgancia sempre più il nostro sistema produttivo dalla competizione internazionale e rende tutto il paese meno ricco e forte.

Abbiamo bisogno di propulsione verso l’alto, non verso il basso.

Abbiamo estremo bisogno di capacità e volontà che altrimenti, questa politica partitica e sindacale italiana nega, punisce, opprime.

Un incapace è resta quel che è, qualunque sia la nicchia sociale ed economica che sia riuscito a raggiungere estorcendo al sistema del lavoro un benessere che non merita, che non ha conquistato, che non si è guadagnato.

Questa sinistra deve fare i conti con un paese che la rfiuta, le nega il consenso, la marginalizza sempre più.

Oppure dovrà perire difendendo stili di vita e modelli improduttivi che sono offensivi e dannosi per il paese.

Questa è la vera vergogna che subisce questo paese.

Questa è la vera oppressione che uccide il nostro futuro.

E se qualcuno attenta alla nostra vita, alla salvaguardia degli interessi delle nostre famiglie, al futuro dei nostri figli, ebbene, questo qualcuno deve prepararsi a subirne le conseguenze.

Chi rompe paga.

Ed i cocci sono i suoi.

Mi vergogno di questa condizione, ma come tutti, sono costretto nel vederla materializzarsi quotidianamente.

E come tanti, la combatto ogni giorno della mia vita, relegandola al suo ruolo di appendice senza alcun valore umano sufficiente di riferimento, al suo agire idiota ed autolesionista, alla sua inciviltà inaccettabile ed incondivisibile.

Non siete miei simili.

Questo è il più alto grado di offesa che un uomo civile possa offrire alla barbarie.

Questa è la peggiore delle punizioni che offro a questa inciviltà ignorante ed arrogante.

Voi, non siete miei simili.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il cambiamento e l’atmosfera astiosa

martedì, 11 gennaio 2011

Fra le numerose notizie che ogni giorno ci informano che il mondo sta rapidamente cambiando con processi e tempi che superano la tollerabilità di personalità immature, ignoranti, malformate, ineducate o solo maleducate, rileviamo una costante crescita di notizie in cui la violenta reazione di soggetti mentalmente instabili si evidenzia con sempre maggiore frequenza.

Si parte dalla famigerata conferenza stampa del presidente americano Bush, nella quale uno scalmanato bersaglia il presidente più potente del mondo con le sue scarpe, si passa dal film nel quale si incita ad uccidere il premier italiano alla riproduzione del duomo milanese lanciata da un individuo disturbato che sfigura lo stesso premier italiano e, si arriva sino ai nostri giorni nei quali, una deputata americana viene fatta segno di colpi di arma da fuoco.

La deputata, Gabrielle Giffords, aveva peraltro già denunciato il clima astioso che taluni avversari politici muovevano e fomentavano contro di lei, così come il premier italiano aveva anch’egli manifestato timori rispetto a gesti inconsulti che potessero provenire da quelle mani armate da attacchi politici di incredibile violenza verbale, attacchi che sfociavano in un vero e proprio incitamento alla violenza fisica, anche se non in modo espresso e/o diretto.

In taluni casi, purtroppo, il gesto violento di questi individui dalle personalità deboli e deficienti, viene addirittura immortalato come un “gesto eroico” da quegli stessi ambienti che lo hanno promosso e favorito, sino al paradosso incredibile di intitolare strade e piazze, od addirittura un’aula parlamentare, ad un soggetto come il Carlo Giuliani, reo di aver attentato alla integrità fisica ed alla vita stessa di un Carabiniere in servizio di ordine pubblico a mezzo di un estintore durante le violenze che seguirono il G8 di Genova.

Cosicché si evidenzia che, in momenti di destabilizzazione mondiale dei criteri di subordinazione e di ordinamento, degli equilibri planetari e delle fisiologie globali, gli animi meno educati e vocati al cambiamento, proprio perché i più insicuri, si attivano sotto la sollecitazione degli eventi e delle “manovre di condizionamento ideologico” che si accompagnano sempre a mutamenti epocali, abusandone e tentando una lettura in chiave ideologica che porti acqua al proprio mulino di parte sindacale, politica, corporativa, etc.

Insomma, alla devastazione che sempre si accompagna ad ogni momento di crisi economica e sociale, dobbiamo aggiungere il danno beffardo di chi tenta di utilizzare il malumore popolare non al fine di supportare nuove ed originali proposte alternative politiche, ma quanto versare quanta più acredine e malumore possibile sul proprio avversario politico che, in quel momento storico, rappresenta il potere, la sua stabilità e la sua continuità di azione.

Sono infatti i simboli del potere politico, economico e religioso ad essere colpiti dal nuovo terrorismo internazionale, come nel caso delle Twin Towers, della Casa Bianca e del Pentagono dell’11 settembre 2001, ovvero come nell’attentato a Papa Giovanni Paolo II.

Ma vi è un “caso italiano” in questa casistica, un caso che si raffigura con una stella a cinque punte:
quella delle Brigate Rosse, frangia terroristica che ha segnato gli ultimi decenni di questo paese, ogniqualvolta questo paese ha tentato di voltare pagina verso una democrazia meno bloccata, massimalista e totalitaria in favore di una democrazia più liberale ed adeguata ai tempi moderni.

Il ritrovamento nella Torino della Fiat di stelle a cinque punte e di messaggi minacciosi nei confronti dell’AD Marchionne di Fiat, nel suo inedito ruolo di apripista di nuovi modelli di sviluppo industriale, di contrattazioni e di rapporti fra datore di lavoro, lavoratori e sindacati, riaprono profonde ed ancor fresche ferite nella storia di questo paese.

Infatti, ogniqualvolta si è tentato di aprire nuove strade di dialogo sociale fra corporazioni, strati sociali, imprese e lavoratori, famiglie ed aziende, destra politica moderata e sinistra politica moderata, è esplosa l’ignorante violenza brigatista.

La lista dei caduti sotto questa “violenza conservatrice” è ormai lunga, e va dal Moro al Ruffilli, dal D’antona al Biagi.

Ogni volta che si è tentato di riformare il mondo del lavoro donandogli maggiore libertà e flessibilità, i difensori di uno status quo impossibile da mantenere e che difende principalmente parassiti e fannulloni che infestano il mondo del lavoro italiano, sia pubblico che privato, si sono attivati ed hanno ucciso, nella convinzione che il terrore avrebbe indotto a non percorrere quelle strade di libertà e di benessere, comune e condiviso.

Ma non per questo quelle riforme non sono state realizzate, non per questo, quelle strade non sono state percorse sino in fondo.

Nonostante il riformismo ed i nuovi indirizzi di dialogo e di contrattazione fra le parti socio-economiche che formano il mondo del lavoro trovino sempre più la quadra di un assetto comune adeguato in risposta ai tempi moderni della “concorrenza selvaggia globale”, il terrorismo brigatista comunista tenta in ogni caso di impedire che il paese determini un assetto comunemente condiviso che faccia a meno dell’ideologia antistorica denominata “lotta di classe”.

Ed il nodo della novazione strutturale che consentirebbe alla economia italiana di competere con le grandi potenze economiche mondiali è proprio quello del mondo del lavoro e della sua eccessiva rigidità:

1 – l’eccessiva rigidità nella regolamentazione dei licenziamenti, specie in direzione di quei dipendenti che non ottemperano all’adempimento delle indicazioni strategiche aziendali;

2 – l’eccessiva rigidità nella regolamentazione dei negoziati e dei contratti giuridici.

Nel primo caso, urge spezzare il paradosso che garantisce e difende il parassitismo ed il fannullonismo piuttosto della disponibilità, della buona volontà e della operosità nel lavoro subordinato, lavoro che prevede fra l’altro, un unico corrispettivo uguale per tutti (altro retaggio comunista), sia per i dipendenti che lavorano operosamente sia per quelli fannulloni, demotivando i primi e rinforzando le fila dei secondi.

Nel secondo caso urge spezzare l’inutile rigidità della contrattualistica privata e pubblico-privata, incapace di garantire finanche nelle aule di un tribunale, il pieno adempimento degli obblighi delle parti coinvolte, e rendendo impossibile confermare, per esempio, una data certa della fine dei lavori appaltati da un ente pubblico, ovvero l’adempimento in generale delle obbligazioni contratte.

In tutti e due i casi su esposti, si evidenzia come nel caso del licenziamento di un lavoratore dipendente e come nel caso di un qualsiasi altro inadempimento contrattuale, la scelta di ricorrere in giudizio risulta parecchio mortificante in entrambe i casi, viste le lungaggini processuali italiane.

Si riflette se non sia più efficace un sistema fortemente liberale e liberistico nel quale, in assenza di un adempimento contrattuale qualunque (ma importante, sostanziale, che ingeneri insoddisfazione profonda nell’altra parte), vi sia l’immediata risoluzione del contratto stesso, sia che si tratti di contratti di lavoro che di altri contratti privatistici o contratti fra pubblico e privato, come nel caso di molti paesi occidentali e liberali a democrazia ed economia avanzata.

Le “ruggini” provocate da decenni di “ingiustizia contrattuale”, decenni di “prevaricazioni autorizzate e garantite” da parte di parassiti e fannulloni, decenni di democrazia bloccata frutto di una politica ingessata e parruccona, decenni di inesistenti ed artificiali conflitti di classe sociale, decenni di ipergarantismo buonista ed idiota, decenni di antagonismo a tutti i costi, ebbene, tutte queste ruggini ultradecennali portano oggi il loro frutto avvelenato:

un clima astioso all’interno del quale risulta difficile fare politica, fare impresa o semplicemente lavorare in contrattazione subordinata.

Risulta difficile, ovunque e non solo in Italia, ridurre quegli spazi di ipergarantismo sterile costruito sul boom economico degli anni ‘60.

Risulta difficile oggi licenziare un dipendente poco operoso sostituendolo con un giovane più preparato e volenteroso se non si modifica l’intera struttura all’interno della quale si muovono gli operatori del mondo del lavoro, coniugando nel miglior modo possibile i concetti di anzianità e di merito, di esperienza e di formazione.

Inoltre si evidenzia come oggi sia più gravoso il clima astioso creato ad arte dai conservatori di ogni genere e grado che il fannullonismo stesso.

E’ questo clima che uccide, moralmente e materialmente, più di ogni altra cosa al mondo.

E’ questa ruggine, è questa continua frizione che impedisce al nostro paese di decollare, oltre la presenza oppressiva delle mafie e la iperburocratizzazione ad ogni livello, e crea intralci sospettati di essere essi stessi il fondamento artificioso di ogni corruzione estorsiva.

Il clima astioso frena la produttività:

è una attività anti-aziendale, è una attività anti-sociale, e come tale, andrebbe punito e perseguito, in specie se si vuole sostenere il cambiamento in atto.

Altro che attività anti-sindacale….

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il Cambiamento non è Utopia, se è sorretto da forte condivisione territoriale

sabato, 1 gennaio 2011

Cambiare un modo di vivere, modificare stili di vita e prassi consolidate è cosa veramente difficile.

Specie nel mondo del lavoro, assistiamo a profondi cambiamenti strutturali nelle aziende industriali cui corrispondono profonde modifiche nei rapporti interni fra datori di lavoro e lavoratori.

Il sindacalismo italiano, arroccato su posizioni arcaiche di contrattazione massimalista, nazionalista e univoca, modifica il suo approccio nei confronti di quelle questioni che impediscono alle aziende italiane di essere competitive a livello globale.

Ovviamente non tutto il sindacalismo italiano cerca una via d’uscita da questa scomoda posizione:

esistono frange sindacali organizzate e di lavoratori più o meno organizzati che non vogliono questo cambiamento, che non desiderano “alcun” cambiamento del loro status quo.

Assumere un giovane appena formato dalla scuola o dalla università ed inserirlo in un mondo del lavoro in rapida evoluzione è cosa molto più facile del modificare prassi, carichi di lavoro consolidati e condivisi, come pure, reinserire in un sistema arcaico ed ormai putrefatto e stabilizzato di lavoro il metodo “meritrocratico” piuttosto che quello della “anzianità di servizio” è cosa che presenta momenti di difficoltà notevole.

Ma all’interno del mondo del lavoro attuale, coloro i quali dovrebbero adeguarsi velocemente ai nuovi ritmi di lavoro ed alle nuove regole di competizione e di strategia aziendale, rappresentano invece essi stessi il primo ostacolo allo stesso cambiamento.

Tale grave condizione di criticità, si rafforza allorquando si intersecano spettanze e competenze fra dipendenti pubblici e privati, messi l’un contro l’altro armati da una crisi che salva sempre e comunque il posto di lavoro pubblico a solo danno dei posti di lavoro privati, dimenticando che, è il settore della produzione di merci e di servizi privato che mantiene in vita tutti e due i sistemi e l’intera struttura produttiva del mondo del lavoro.

Se si aggiunge a tutto questo degrado la già difficile introduzione di nuove energie e nuove mentalità e nuovi meriti nel mondo del lavoro a causa della crisi economico-finanziaria che attanaglia le aziende, si può considerare come sia notevolmente difficile modificare la struttura del mondo del lavoro italiano, sdraiato da sempre su un insieme di privilegi e di sacche di parassitismo e di fannullonismo.

In questa crisi propria di un sistema-lavoro così malformato, maleducato e malcresciuto, il rischio che quelle poche energie che si propongano di cambiare prassi e metodi di lavoro, – restiduendo così efficenza al mondo della produzione di beni e dei servizi – vengano accolte da un organizzato “fronte di contrasto” che fa del mobbing e del frainteso diritto di anzianità un “metodo di lotta di classe”, comporta un rischio notevolmente alto di crash del sistema derivante da conflitto insanabile.

E se a questo crash del sistema-lavoro affianchiamo una differente visione della vita e del lavoro, derivante da un ben diverso stile di vita proposto da presenze territorialmente e mentalmente incompatibili, verifichiamo che, il richiamare mano d’opera da altre realtà territoriali rispetto a quella produttiva, procura solo ulteriori contrasti, verificabili sia nel mondo del lavoro che nella società ospitante stessa, sempre più intollerante a freni e lacciuoli incompresi e non condivisi.

Ed ecco che è all’interno del mondo produttivo privato che si confronta il vecchio modello di lavoro con il nuovo, sempre più avversato, sempre più contrastato.

Ma il male più grande del sistema delle garanzie sindacali italiane è l’intoccabilità del lavoratore giù assunto a tempo indeterminato, il quale trova in questa condizione di non possibile espulsione dal mondo del lavoro, un punto di forza potente e gravante sui nuovi modelli strategici aziendali e sull’afflusso di nuove energie professionali.

In buona sostanza, per modificare stili di vita e di approccio al lavoro e verificare disponibilità e compatibilità con una maggiore elasticità sia nei tempi che nei ritmi di produzione, occorrerebbe spaccare il fronte della conservazione di coloro i quali si dimostrano indisponibili ad ogni cambiamento che metta in discussione, non il loro diritto al lavoro, ma i loro privilegi inaccettabili maturati e tutelati in un mondo dle lavoro malato e malandato, concausa primaria della inefficenza del sistema produttivo italiano e della sua capacità concorrenziale con i sistemi produttivi emergenti nel mondo, sia sotto il profilo quantitativo che qualitativo.

Per assurdo, le aziende che volessero modificare gli assetti e gli equilibri interni al fine di garantire un maggior e miglior impegno nell’offerta di beni e di servizi richiesti dai propri clienti, incontrano grandi resistenze proprio in quella parte della forza lavoro della quale si tenta di salvare stipendio e futuro e che invece non sembra prestarsi a questa unica via di salvezza.

Non c’è da meravigliarsi se le aziende italiane siano orientate a delocalizzare i propri siti produttivi all’estero:

in questa misera condizione esse cercano di salvare il posto di lavoro anche a coloro i quali si frappongono violentemente ad un miglioramento ed un cambiamento delle prassi aziendali, allorquando, sarebbe molto più semplice liberarsi di questa forza lavoro maleducata e dissociata dai fini e dalle strategie aziendali per sostituirla con manodopera più fresca e volenterosa, maggiormente incline ad accettare strategie di elasticità nei carichi e nei tempi e che garantisca un futuro certo a se stessa ed alla propria azienda-datore di lavoro.

La politica dovrebbe dare risposte congrue e decise in tal senso al mondo del lavoro in profonda crisi, senza preoccuparsi del consenso perso in seguito a normalizzazioni che escludano quegli elementi di attrito e di rischio aziendale ulteriore come quelli sopra descritti.

Ed è in questo quadro che si muovono politiche avverse nel nostro paese:

– una politica conservatrice di prassi e di modelli di lavoro inutili e dannosi al paese, modelli che vengono invece tutelati e garantiti al solo fine di raccoglierne il facile consenso elettorale;

– una politica di progresso e di riformismo audace e determinato, capace di trascinare il paese fuori dalla crisi attuale e supportata da un consenso sempre più forte e sostenuto, che vede per la prima volta avanzare insieme datori di lavoro e lavoratori leali e corretti, contro tutto il male che abbiamo ereditato da un passato di fatto di privilegi e non di diritti.

E’ questa la battaglia epocale che si affaccia all’anno 2011 in questo paese.

E’ questa la battaglia che dobbiamo vincere senza alcun dubbio, ma avendo la certezza che non esistono regole certe che garantiscano nel mondo del lavoro coloro i quali tentano disperatamente di adeguare il modello produttivo italiano a quello dei paesi che si dimostrano maggiormente concorrenziali nel mondo.

Avendo la certezza che in ogni battaglia, esistono vinti e vincitori e che, in questa epocale battaglia, debbono perdere solo coloro che si oppongono al cambiamento, coloro i quali, mettono in dubbio il futuro di tutto e di tutti, al costo della conservazione di un modello di lavoro ricco di privilegi e di garanzie grandemente abusate e gravemente offese.

Il codice del diritto al lavoro va completamente riscritto, lasciando il maggior margine di manovra possibile alla contrattazione locale, differenziandola da condizioni territoriali diametralmente opposte e incompatibili, poichè è ben più che certo che nel Veneto, un mondo del lavoro ed uno “stile di vita” come quello napoletano, calabro o siciliano non possono e non potranno mai trovare spazio e vita.

Quando prenderanno coscienza di queste realtà e di queste incompatibilità le istituzioni italiane?

Quando si conprenderà che la territorialità e la compatibilità degli stili di vita sia fatto fondante di ogni aggregazione sociale e comunitaria, come di ogni propulsione industriale e di ogni mondo del lavoro?

Le incompatibilità frenano lo sviluppo.

E sono sempre meno tollerate.

Chi vuol intendere, intenda.

Chi non vuol intendere, si faccia da parte, poichè verrà certamente sconfitto dalla storia.

Come tanti altri prima di lui …..

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il potere sovrastrutturale e il Primato della Politica

domenica, 10 ottobre 2010

In questo paese, spesso si narra di leggende oniriche, di poteri occulti, di gruppi di (pre)potere più o meno visibili, di poteri trasversali o addirittura sovrastrutturali ai poteri statali ed istituzionali, ai poteri corporativi e sindacali, al primato della politica ed alla sovranità popolare.

Questa leggenda appare a noi comuni mortali, a noi cittadini qualunque, nelle pieghe delle lotte di potere, dei conflitti di interessi.

Nel caso che porto ad esempio, questo potere sovrastrutturale viene finalmente pronunciato, anche se non definito, non descritto.

Si tratta di uno stralcio che mi sono permesso di pubblicare che è tratto dalle intercettazioni alla base di indagini della magistratura nei confronti de Il Giornale, su possibili pressioni e presunti condizionamenti che un eventuale dossier (giornalistico?) in preparazione potrebbe avere sulla presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia.

Tali intercettazioni sono di pubblico dominio (purtroppo o per fortuna) e sono rintracciabili nel web, nel sito Youtube e nei siti web dei quotidiani italiani, oltre che richiamati in molti blog.

Intercettazioni interessantissime.

In particolare, dice cose molto interessanti Rinaldo Arpisella, portavoce di Emma Marcegaglia presidente di Confindustria, in una telefonata intercettata con Nicola Porro vice-direttore de Il Giornale.

Traggo uno stralcio molto interessante.

Rinaldo Arpisella:
“ma tu non sai che c…o c’è altro in giro dai, cioè, secondo me, davvero eh, scusami eh, ti parlo da amico, cioè è un’ottica corta, cioè ehhh, mh, eh, allora, il cerchio sovrastrutturale, va oltre me, va oltre Feltri, va oltre Berlusconi, va oltre … ci sono logiche che non riguardano il Fini, il Casini, il Buttiglione, questo e quell’altro, sono altri, miei cari”

Nicola Porro: “(comunicazione distrubata) devo dirti la verità, non capisco, non capisco”

Rinaldo Arpisella: “beh, secondo te, chi c’è dietro Fini?”

Nicola Porro: “Chi c’è dietro Fini? Tu lo sai? Io no”

Rinaldo Arpisella: “Son quelli che c’eran dietro la D’addario, dai, su”.

Domande intelligenti:

1 – esiste un potere sovrastrutturale che gravita sopra i poteri del governo del paese e del governo del sindacato degli industriali, la più potente organizzazione sindacale italiana?

2 – può questa sovrastruttura influire in modo determinante sui sistemi decisionali istituzionali e corporativi italiani, sopra i massimi sistemi di potere italiani?

3 – quali sono le logiche che muovono questa sovrastruttura?

4 – quali sono gli interessi che persegue questa sovrastruttura?

5 – quali poteri, quali gruppi, quali settori, quali persone coinvolge, influisce e determina questa sovrastruttura?

6 – quali sono le forze che compongono questa sovrastruttura?

Basta così.

Sarebbe già molto interessante dare delle risposte a queste domande.

Ultima notazione.

Questi poteri sembrano avere un comune denominatore, che sembrerebbe ridursi, seguendo le parole di Arpisella, ad un forte contrasto al governo italiano ed al suo premier Silvio Berlusconi.

Se è vero, come dice sempre Arpisella, che dietro la pirateria politica che da qualche mese mette in crisi il sistema politico-istituzionale, vi sarebbero gli stessi interessi che vi erano dietro lo scandalo della escort D’addario.

Entrambe le questioni, sono infatti avverse alla medesima persona:

Silvio Berlusconi.

Sarebbe interessante dare un nome ed un cognome a quegli “altri” che Arpisella cita.

Chi sono quegli altri?

Alle indagini della magistratura ed alle inchieste giornalistiche l’arduo compito di chiarire a noi cttadini qualunque, una verita giudiziaria ed una verità mediatica, che sia più vicina possibile alla verità reale.

Attendiamo che le risposte ale nostre domande si materializzino, attendiamo di sapere, chi ha un tale potere da poter sovrastare i massimi poteri democratici e rappresentativi nel nostro paese.

Poichè, l’esistenza di gruppi di potere e di pressione, non rappresenta certo una novità.

La novità, tutta italiana, è che tali lobby non siano pubbliche, che i loro interessi – non ideologici – non siano pubblici, che tali organizzzioni, tali gruppi, tali individui legati tra loro dal comune interesse di incidere sulle istituzioni legislative, non abbiano nel nostro paese la dignità che viene loro concessa in altri paesi europei ed occidentali, non abbiano soprattutto, la medesima trasparenza, la medesima tracciabilità.

Ben vengano le lobby, ma che siano emerse e pubbliche, che non agiscano all’ombra dei palazzi del potere.

Poichè, una tale condizione di clandestinità delle lobby nel nostro paese, potrebbe indurre ad azioni non condivisibili, visto che non se ne conosce nemmeno l’esistenza.

E che venga dunque l’alba per le lobby italiane, che il sole dissipi ombre e dubbi molesti, malizie e furbizie nascoste all’ombra del buio di un tunnel, che non sembra mai trovare una uscita, una fine.

Sia fatta la luce.

Fiat lux.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Faites vos jeux

martedì, 5 ottobre 2010

Le parti sociali, lo stato di diritto e il paese reale.

La leader degli industriali italiani, Emma Marcegaglia (un ottimo esempio di come nelle leadership le donne abbiano qualche carta in più da giocare rispetto a “certi uomini” contemporanei – i miei complimenti a Confindustria per la scelta -) riunisce le parti sociali in un tavolo di confronto fra imprese e sindacati per concordare «convergenze chiare su analisi, obiettivi e cose da fare».

La capacità di riunire attorno ad un tavolo sereno ed equilibrato datori di lavoro e rappresentanti dei lavoratori in un autunno caldo che sembra non dover mai finire, pretende però altrettanta capacità di ascolto e di sensibilità da parte della politica.

A tal proposito però la Marcegaglia precisa che l’iniziativa promossa dagli industriali ed abbracciata da ben 17 sigle di rappresentanza corporativa, «non è un tavolo politico», e che, anzi, rifiuta anche la definizione di «approccio corporativo» dell’iniziativa, e che, sottolinea ancora la Marcegaglia, «non nasce per criticare la politica. Non è un tavolo che si fa dettare l’agenda dalla politica ma non è neanche contro la politica».

Quanta intelligenza e sensibilità “politica” dietro queste dichiarazioni.

Peccato non avere allo sviluppo economico una Emma Marcegaglia.

Ma ecco gli obiettivi concordati in questo tavolo di quelle forze sociali «che sono le colonne portanti dell’economia del Paese»:

1 – «una riforma fiscale condivisa a invarianza di pressione fiscale, con una ricomposizione a favore dei lavoratori e delle imprese. Indicheremo dove aumentare la pressione fiscale se vogliamo diminuirla da altre parti»;

2 – semplificazione delle procedure burocratiche e degli assetti normativi in favore di uno snellimento dei vincoli che incidono sulle strategie e sugli obiettivi aziendali, riforma già avviata con l’abrogazione di ben 375.000 inutili provvedimenti, e con tagli ancora da attuare «alla burocrazia inutile» e «tagli alla spesa pubblica improduttiva»;

3 – una nuova metodologia di lavoro ed un nuovo approccio al dialogo fattivo fra le parti sociali, con la costituzione di tavoli tecnici dai tempi rapidi e proponendo insieme la «proroga degli ammortizzatori in deroga, la detassazione del salario di produttività e la garanzia di pensione per quei lavoratori in mobilità che rischiano di perdere l’aggancio alla finestra di accesso al pensionamento».

Bene, anzi benissimo: ottimo lavoro.
Ora però, resta da chiarire quale identità e quale forza avrà l’interlocutore privilegiato delle parti sociali nei prossimi e decisivi anni, e cioè, il governo.

Un governo c’è, come vi è pure una ampia maggioranza che lo sorregge.

Ma solo in apparenza.

Appena il governo accenna alla risoluzione di uno solo dei mille problemi che il paese vive con estremo malessere, ricompare una componente della maggioranza di governo che appare cieca e sorda dinanzi ad ogni decisione che voglia intraprendere il premier Berlusconi, pretendendo “la preventiva discussione” (in camera caritatis) di ogni singolo documento e di ogni singolo testo, come di ogni singolo aspetto delle riforme che intenda varare l’esecutivo.

Ed ecco sorgere il quesito prospettato dal sempre attento ministro dell’interno italiano:
“il problema è verificare se la maggioranza ha la possibilità di operare, altrimenti, come ho già detto, è meglio votare subito. Noi volevano votare subito, poi abbiamo appoggiato lealmente il governo. Vedremo nelle prossime settimane se ci saranno veramente le condizioni di continuare”.

Ci saranno le condizioni per consegnare al paese un governo forte che assicuri la realizzazione delle riforme in tempi stretti?

Oppure il paese rischia di dover subire una nuova discontinuità governativa causata dall’erosione del potere decisionale da parte delle minoranze che sostengono il governo a tutto scapito delle scelte sulla attuazione del programma della maggioranza?

“Sarebbe terrificante finire come il governo Prodi”, così termina la sua disamina il ministro dell’interno Roberto Maroni.

Bene, anzi male.

Siamo alle solite con il vecchio e brutto vizio del parlamentarismo italiano, siamo di fronte, ancora una volta, al ricatto che piccole minoranze impongono al paese, alle parti sociali, allo stato di diritto, alle famiglie e alle aziende italiane.

La politica dell’ago della bilancia, la piccola politica di bottega di piccole botteghe politiche arse dall’ambizione di governare senza averne il mandato, governare senza averne i numeri ed il consenso.

Personalmente, non riesco ad abituarmi a questo titanismo da nanismo politico, non mi abituerò mai a questo continuo ricatto che deve subire un paese in piena crisi socio-politico-economica da parte di una pirateria politica che non fa onore al nostro paese e ci squalifica al livello di paesi del terzo e del quarto mondo.

E questo pensiero viene fuori ben chiaro dalle dichiarazioni del ministro Maroni.

Siamo ad un punto di svolta:

o si continua a governare o si va tutti di fronte agli elettori, a farsi valutare per le proprie (ir)responsabilità politiche.

Sempre che nel mezzo del cammino per le elezioni, si insinui un altro vecchio e brutto vizio della politica italiana:
l’inciucio del cosidetto “governo tecnico”, termine generico che nasconde la pericolosa volontà di cambiare le regole del gioco poco prima del voto, al fine di proiettare migliori condizioni per la raccolta del consenso per se stessi o anche solo per negarle ad altri, anche e soprattutto se, “gli altri”, è quella maggioranza che sosteneva il governo dimissionario e che ha impedito alla minoranza nel governo di realizzare l’ennesimo infimo ricatto politico da piccole botteghe, chiare od oscure che siano.

Già, poichè dietro tutta questa vicenda vi è il motivato sospetto che forti poteri occulti ancora presenti trasversalmente nelle istituzioni italiane vogliano conservare, mantenere e restaurare un forte potere di condizionamento delle istituzioni democratiche, potere che con riluttanza andrebbe al voto senza tentare di vincere la mano barando.

In questa ottica, la scelta più sensata e ragionevole, sarebbe proprio quella di restituire al popolo sovrano il ruolo di mazziere della democrazia, decretando con il voto, la sconfitta definitiva di un modo di “fare politica” che è da dimenticare.

Per sempre, per tutti, per un futuro vero ed una libertà autentica.

Faites vos jeux.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X.

Incongruenze nella solidarietà nazionale

sabato, 2 ottobre 2010

Sergio Marchionne, l’AD di Fiat, si sfoga dichiarando la solitudine nella quale vengono lasciate le aziende oggi in italia.

Sfogo utile a comprendere cosa accade nel sistema industriale italiano e nelle sue relazioni con la burocrazia e il governo del paese.

Marchionne lamenta un disperso senso delle istituzioni e punta il dito su coloro i quali alimentano in italia un clima di tensione che riduce il dialogo aziende-lavoratori e istituzioni-paese, al livello di un dialogo fra sordi.

In effetti, la migliore risposta che poteva dare la politica italiana alla scelta della Fiat di non delocalizzare all’estero i siti produttivi italiani (ca 50.000 posti di lavoro) non poteva e non doveva essere l’ennesima crisi politica avviata funestamente da Fini, bocchino & co.

Come pure i segnali che vengono da alcune sigle sindacali ed all’eco che fanno loro alcune istituzioni, non sono dei migliori e dei più auspicabili.

In sintesi, il marchionne-pensiero andrebbe riprodotto in uno slogan che la Lega lancia da qualche tempo, slogan non recepito da certi ambienti politico-istituzionali e da alcune sigle sindacali:
premiare le aziende italiane che non delocalizzano e percorrere strade alternative di contrattazione del lavoro, come quelle intraprese anni or sono in Germania e che oggi, rappresentano la forza del sistema produttivo tedesco e non la sua debolezza.

Certo, non come è stato fatto nel disgraziato passato di questo paese, con gli interventi a pioggia ed i finanziamenti gratuiti a certo mondo imprenditoriale:
questa strada va abbandonata e dimenticata, per sempre.

Ma altrettanto certamente, bisogna che la politica intervenga in favore di quelle aziende che restano a combattere per salvare produttività italiana, occupazione e identità aziendale italiana.

Ma cosa determina la delocalizzazione delle imprese italiane all’estero?

Certamente il costo del lavoro, che però corrisponde ai più bassi salari medi europei.

Di mezzo c’è la cuspide fiscale, cioè quello stato centralista che aumenta il costo del lavoro con strumenti di prelievo fiscale, di fiscalità nazionale e locale, di strumenti previdenziali ed eccesiva tolleranza verso il ricorso alla assenza dal lavoro per malattia che si sospetta sia solo il sintomo (ingiustificato ed ingiustificabile, sia ben chiaro) di un malessere che vive il mondo del lavoro.

Ciliegina sulla torta è certamente quel sindacalismo che cavalca questo malessere alimentando dissidi e contrasti fra datori di lavoro e lavoratori e certa burocrazia che nei suoi insopportabili tempi di attesa nella erogazione dei servizi come nella concessione delle licenze e delle autorizzazioni, potrebbe nascondere, in alcuni casi, interessi affatto pubblici.

Il costo dell’energia elettrica in Italia è più alto che in altri paesi europei, a causa della dipendenza energetica che soffre un paese povero di risorse energetiche come il nostro.

La fonte di energia nucleare, potrebbe risolvere questo gap, ma incontra l’ostracismo di parti politiche che sono da sempre state l’ombra di certo sindacalismo ostruzionista ed antagonista.

Il costo di una difficoltosa ed incolpevole politica governativa, che tenta disperatamente il superamento di quelle meline e di quelle crisi politiche che, in alcuni casi, potrebbero nascondere interessi affatto pubblici, governo che, nella frenetica attività decretativa, viene ingiustamente accusato di essere troppo decisionista, quando invece, tenta solo di dare risposte tempestive ai settori produttivi e di salvare un paese in piena crisi socio-economica.

In sintesi:
– eliminazione delle inutili propaggini burocratiche,
– produzione energetica abbondante ed a basso costo da fonte nucleare,
– aumento della capacità di intervento del governo nello sciogliemento di quei nodi che stringono un cappio letale al collo del mondo produttivo italiano,
– difesa dell’azione del governo dall’ostruzionismo antagonista a tutti i costi, attraverso la semplificazione all’accesso di quegli strumenti che aumentano la capacità di intervento tempestivo dell’esecutivo nel governo del paese.

Le grandi opere?

Le mega infrastrutture?

Per il momento, le metterei da parte, soprattutto guardando agli incredibili appettiti mostrati dalla cricca di turno nel compromettere le finalità e la efficacia dell’intervento pubblico, minato anche dalla capacità di intervento delle organizzazioni mafiose nel mondo degli appalti pubblici.

In specie, andrebbero evitate quelle grandi opere che potrebbero restare sul territorio come vere e proprie cattedrali nel deserto.

Va infatti ricordato a tutti che, le grandi opere sono un mezzo, sono uno strumento utile al rilancio delle attività produttive sane e competitive, ma che non si è mai visto una infrastruttura, per quanto grande possa essere, divenire essa stessa il fine ultimo e il volano di un rilancio socio-economico.

Abbandonare ogni futile quanto costosa speranza in questo senso, assumerebbe il senso di un notevole livello di crescita politica e civile, esso sì, propedeutico ad una vera ed autentica ripresa economica, poichè non è certamente una autostrada, un ponte o una superviabilità a produrre quella industrializzazione che necessita in alcune regioni italiane.

Le infrastrutture servono a potenziare un sistema produttivo, non a crearne uno, come ci insegnano gli interventi della Cassa del Mezzogiorno nel passato.

Molto più utili al rilancio socio-economico delle regioni depresse, sarebbero:
– la copertura totale della rete informatica e telematica capace, potente e veloce, ed a basso o nullo costo,
– l’eliminazione totale e definitiva delle organizzazioni mafiose,
. una nuova politica sindacale che veda nel datore di lavoro un soggetto fortemente cointeressato al benessere aziendale e dei lavoratori, e non un nemico da abbattere,
– una nuova classe politica e dirigente meridionale, ben formata, competente e sganciata da quelle logiche che sino ad oggi hanno impedito al sud di superare la questione meridionale,
– una giustizia tempestiva e più giusta, che dirima le questioni e le liti in tempi accettabili e con sentenze mirate al buon funzionamento del sistema produttivo, con la redazione di una giurisprudenza che sia vista come utile e snello strumento di arbitrato, piuttosto che subita come ulteriore impedimento di sviluppo e di coesione al sistema-lavoro.

Poche cose, ben fatte e fatte in fretta.

Il governo in alcuni casi è già molto attivo, incontrando forti resistenze in quelle corporazioni e in quelle parti politiche meno attente e sensibili al tema buon del governo del bene comune.

Ma il governo ha bisogno di essere maggiormente condiviso e suppportato nella realizzazione di quei cambiamenti e di quelle riforme che puntano alla responsabilizzazione a tutti i livelli nella gestione della cosa pubblica, piuttosto che essere rallentato e/o ostacolato nella sua azione.

Se questa nuova intesa comunitaria, se questo nuovo patto sociale non verrà frainteso, queste incongruenze nella solidità e nella solidarietà nazionale potranno essere superate, tutte insieme, comunitariamente.

Altrimenti, si salvi chi può.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Per fortuna che la Lega c’è

venerdì, 27 agosto 2010

In Italia si va al lavoro per lavorare o per dare ogni possibile impedimento alla produttività e contrastare sempre e comunque il datore di lavoro ed i colleghi che lavorano e producono di più?

In Italia si va allo stadio per assistere ad uno spettacolo agonisitico o per creare disordini pubblici, devastare e derubare proprietà pubbliche e/o private?

In Italia si fa politica per rispondere alle esigenze del popolo o per arricchirsi a scapito del bene comune?

In Italia si fa sindacato nel mondo del lavoro per salvaguardare l’occupazione o per fare politica e produrre scalate e carriere lavorative senza alcun merito?

Per fortuna che la Lega c’è.

Altrimenti questo paese non avrebbe più alcuna speranza di salvezza.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

La politica, fra giustizia e governo

domenica, 25 luglio 2010

Empasse nel governo italiano.

La rivolta dei traditori finiani nella alleanza partitica della PDL crea sempre maggiori disagi nel governo del paese.

Inizialmente indirizzate unicamente contro l’alleato leghista, le invettive e le aspre critiche degli ex alleantini confluiti nella pdl, sono recentemente indirizzate sui temi della questione morale e della giustizia.

Tali temi in Italia sono definibili come scottanti.

I sempre più numerosi scandali giudiziari che vedono coinvolti esponenti del governo nazionale e regionale aprono la strada a forti critiche interne alla pdl da parte dei finiani.

La notizia della riapertura delle indagini sulla stagione della strategia stragista della mafia sembra riportare alla luce gravi errori e depistaggi che avrebbero turbato le precedenti indagini, e aprono dubbi atroci sulla eventualità che vi sia stata una “trattativa” fra la mafia e lo stato italiano in quei tempi.

Queste notizie surriscaldano il clima politico più di quanto non faccia il surriscaldamento solare estivo, mettendo in panne la macchina esecutiva del governo, che subisce sempre più i veti incrociati dei politici finiani, ogni giorno più critici sugli episodi che vedono coinvolti esponenti della pdl in polemiche giudiziarie.

I temi della legalità tornano quindi al centro della discussione politica, mettendo in crisi la tenuta della maggioranza di governo e conseguentemente l’azione dell’esecutivo, proprio in un momento in cui, la prospettiva di un triennio senza competizioni elettorali, consentirebbe invece di procedere con relativa tranquillità nella realizzazione del programma di governo approvato dagli elettori e confermato nelle ultime tornate elettorali regionali e locali.

Qualche commentatore politico ha infatti visto in queste “beghe interne di partito” un movente avverso alla realizzazione delle riforme contenute nel programma, prime fra tutte, la inevitabile riforma fiscale contenuta nella riforma del federalismo fiscale, battaglia politica targara Lega Nord.

Altra questione fortemente contesa è rappresentata dal varo del decreto sulle intercettazioni, normativa che molti giudicano eccedente la giusta tutela della privacy dei cittadini ed eccessivamente garantista di una eccessiva tutela della casta politica, sempre più coinvolta in scandali su questioni morali e giudiziarie.

Il quadro, pur nella sua semplice evidenza, non offre garanzie sulla tenuta della maggioranza di governo, che vede capeggiare la rivolta dal presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini, cui più d’uno vorrebbe affidare un incarico ministeriale all’interno dell’esecutivo al fine di responsabilizzare maggiormente nella realizzazione del programma.

Il sistema politico italiano denuncia ancora gravi deficenze di tenuta della maggioranza di governo, causa primaria della ingovernabilità e della discontinuità dei governi sinora espressi.

La partitocrazia ed il correntismo tentano ancora di invadere il campo del riformismo e del buongoverno, causando con una manciata di parlamentari, la paralisi della macchina stato e del suo esecutivo.

Il passaggio fra vecchio e nuovo sistema è visibile anche in altri settori del paese, come quello industriale, laddove le sigle sindacali che si richiamano ad ideologie sconfitte dalla storia, puntano ancora a creare i presupposti per una contrapposizione pericolosa fra lavoratori e datori di lavoro, come nel caso dello stabilimento Fiat di pomigliano D’Arco, laddove il sindacato comunista della FIOM CGIL, sembra fare di tutto per ottenere la chiusura dell’impianto industriale e la delocalizzazione dello stesso all’estero.

La notazione interessante è che appare siano proprio gli eredi della peggiore contrapposizione ideologica della prima repubblica (la destra dei finiani e la sinistra dei sindacati) i fautori dell’insuccesso di questa seconda repubblica.

Indipendentemente dalle battaglie politiche e sindacali che abbiano deciso di abbracciare, tali forze politiche e sindacali tentano costantemente di smarcarsi da una politica unitaria del governo del paese e del mondo del lavoro, assumendo posizioni fortemente critiche rispetto ad ogni unità d’intenti, rispetto a quella politica unitaria cui invece famiglie ed aziende italiane, imprenditori e lavoratori dipendenti, affidano unicamente le proprie speranze di sopravvivenza.

E questo, è definibile come un “gioco pericoloso”.