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Il “difetto di fabbrica” del sindacalismo italiano

giovedì, 5 maggio 2011

La nostra firma il padrone non l’avrà mai, mai.

In queste parole è racchiusa l’arroganza tipica di certo modo di fare sindacalismo in Italia.

Arrogante e ignorante, certo sindacalismo ha puntato sempre tutto sull’antagonismo sfrenato, sulla delazione dei lavoratori probi e corretti, sulla diffamazione dei datori di lavoro.

Vedete un lavoratore che passa tutto il tempo in cui è pagato per lavorare a parlar male di colleghi, responsabili e datori di lavoro?

Non potete sbagliare, avete un classico esempio di fallimento sindacale italiano dinanzi ai vostri occhi.

Questa cosa non funziona, quest’altra non va, quel collega sbaglia, quell’altro non capisce nulla.

E così, avanti per tutto il giorno, a corrompere e corrodere un altro po il clima già teso nelle aziende italiane.

Parlano ed agiscono come se fossero loro “i padroni”.

Sono peggio di un cancro, sono il male peggiore che si possa riscontrare in un mondo del lavoro.

Il “difetto di fabbrica” del sindacalismo italiano sta in un errore di interpretazione grossolano, secondo il quale, applicando il metodo democratico sic et simpliciter al mondo del lavoro, in base alla regola democratica della rappresentatività sindacale, avere un consenso fatto di tessere equivale a governare una azienda, a condizionarne strategie e obiettivi, scelte e missioni.

Questa politica sindacale è figlia di quella filosofia dei movimenti di massa per cui il numero fa la forza, invece della ragione.

In base a questa regola male interpretata e peggio applicata, il sindacalismo italiano si è deviato in un movimento para-politico che fa della quantità, e non della qualità, l’unica ragion d’essere.

Ma il metodo della quantità non ha mai vinto una battaglia sindacale, come non ha mai tutelato veramente i lavoratori.

Feudi e corporazioni, questo sono divenuti i sindacati italiani, un potere deviato in un sistema di poteri deviati, abusati, snaturati e piegati a piccole logiche di bottega.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Questa politica sindacale ha prodotto una contrattazione collettiva legata alla quantità, alla massa, standardizzando il mondo dei lavoratori, schiacciandolo verso il basso.

Gli stipendi dei lavoratori italiani infatti, sono sotto ogni media europea e occidentale.

Questo è il risultato di una politica sindacale di quantità e non di qualità, questo è il risultato della politica delle tessere, figlia di quella politica delle tessere partitiche della Prima Repubblica, laddove non vinceva la ragione, bensì il numero delle tessere possedute.

Nessuna differenziazione dei corrispettivi in merito alle prestazioni, alla loro efficacia, al loro risultato finale.

Questo schiacciamento verso il basso mortifica i lavoratori e premia invece una filosofia dannosa, secondo la quale, che si produca bene o si produca male, lo stipendio alla fine di questa fiera dell’ignoranza, è uguale per tutti.

Niente di più sbagliato, niente di più dannoso per un mondo del lavoro che compete sulla qualità dei prodotti e dei servizi.

Il padrone è il male assoluto, i lavoratori non iscritti al sindacato sono dei servi del padrone.

In questa frase è racchiuso il piccolo e meschino mondo del sindacalismo italiano, che pur tenta, in qualche modo, di evolvere e di divenire adulto, frenato e schiacciato verso il basso da un retaggio culturale massificante e degenerante.

E quando la media espressa da una componente sociale così importante come il sindacato viene schiacciata verso il basso, emerge il peggio e non il meglio nel mondo del lavoro.

Questo fenomeno deprime e immobilizza ogni cosa, impedisce ogni flessibilità, ogni dialogo, ogni ragione.

E’ la fiera degli errori e degli orrori questa, una fiera che costa ai lavoratori italiani una solitudine incresciosa e ingiusta.

Le aziende produttive vanno via da un contesto simile, cercando altrove un mondo del lavoro più adulto e maturo, oltre ad una pressione fiscale minore ed una burocrazia più efficiente e meno corrotta.

Il difetto di fabbrica del sindacalismo italiano lo pagano tutti i lavoratori italiani, sebbene si scorgano momenti di differenziazione nell’agire sindacale, ancora però molto lontani dall’essere compresi e condivisi da una dirigenza sindacale selezionata con il metodo della quantità e non della qualità.

Come certa casta politica, certa casta sindacale deve scomparire per favorire uno sviluppo economico che nei fatti è possibile, visti i segnali positivi degli altri paesi europei, ma che incontra in Italia condizioni sfavorevoli che sono responsabili della stagnazione economica.

Bisogna rimuovere urgentemente queste condizioni sfavorevoli, se si vuole uscire dalla crisi.

Bisogna rimuovere il difetto di fabbrica del sindacalismo italiano se si vuole salvare l’imprenditoria italiana, l’economia italiana, lo sviluppo italiano.

Riuscirà una dirigenza sindacale di così basso profilo a superare se stessa, a staccarsi da quelle poltrone dei privilegi del mondo del lavoro che ne rappresentano il fine ultimo dell’agire sindacale, visti i risultati complessivi?

Questo non funziona, quel lavoratore è un servo, questa piattaforma non la affrontiamo, questo accordo non lo firmiamo.

Tutte negazioni, delazioni, diffamazioni.

Non sanno far altro che dire di no, non sanno essere altro che un limite aziendale inaccettabile.

Non sanno far altro che esprimere quel che sono:

un sindacalismo di massa che non conosce la ragione umana, l’intelletto, l’intelligenza.

E senza “cervello”, non si va da nessuna parte.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Fiat, Marchionne e la rivoluzione industriale italiana

venerdì, 9 luglio 2010

Il testo integrale della lettera di Marchionne ai dipendenti Fiat in Italia

“A tutte le persone del Gruppo Fiat in Italia

Scrivere una lettera e’ una di quelle cose che si fa raramente e solo con le persone alle quali si tiene veramente.
Se ho deciso di farlo e’ perche’ la cosa che mi sta piu’ a cuore in questo momento e’ potervi parlare apertamente, per condividere con voi alcuni pensieri e per fare chiarezza sulle tante voci che in questi ultimi mesi hanno visto voi e la Fiat al centro dell’attenzione.
Non e’ la Fiat a scrivere questa lettera, non e’ quell’entita’ astratta che chiamiamo “azienda” e non e’, come direbbe qualcuno, il “padrone”.
Vi sto scrivendo prima di tutto come persona, con quel bagaglio di esperienze che la vita mi ha portato a fare.
Sono nato in Italia ma, per ragioni familiari e per motivi di lavoro, ho vissuto all’estero la maggior parte dei miei anni e conosco bene la realta’ che sta al di fuori del nostro Paese.
Ed e’ questa conoscenza che sto cercando di mettere a disposizione della Fiat perche’ non resti isolata da quello che succede intorno.
Vi scrivo da uomo che ha creduto e crede ancora fortemente che abbiamo la possibilita’ di costruire insieme, in Italia, qualcosa di grande, di migliore e di duraturo.
Prendete questa lettera come il modo piu’ diretto e piu’ umano che conosco per dirvi come stanno realmente le cose.
Ci troviamo in una situazione molto delicata, in cui dobbiamo decidere il nostro futuro.
Si tratta di un futuro che riguarda noi tutti, come lavoratori e come persone, e che riguarda il nostro Paese, per il ruolo che vuole occupare a livello internazionale. Basta pensare a quanto e’ basso il livello degli investimenti stranieri in Italia, a quante imprese hanno chiuso negli ultimi anni e a quante altre hanno abbandonato il Paese per capire la gravita’ della situazione.

Non nascondiamoci dietro il paravento della crisi.

La crisi ha reso piu’ evidente e, purtroppo, per molte famiglie, anche piu’ drammatica la debolezza della struttura industriale italiana.

La cosa peggiore di un sistema industriale, quando non e’ in grado di competere, e’ che alla fine sono i lavoratori a pagarne direttamente - e senza colpa – le conseguenze.

Quello che noi abbiamo cercato di fare, e stiamo facendo, con il progetto “Fabbrica Italia” e’ invertire questa tendenza.
I contenuti del piano li conoscete bene e prevedono di concentrare nel Paese grandi investimenti, di aumentare il numero di veicoli prodotti in Italia e di far crescere le esportazioni. Ma il vero obiettivo del progetto e’ colmare il divario competitivo che ci separa dagli altri Paesi e portare la Fiat ad un livello di efficienza indispensabile per garantire all’Italia una grande industria dell’auto e a tutti i nostri lavoratori un futuro piu’ sicuro. Non ci sono alternative.
La Fiat e’ una multinazionale che opera sui mercati di tutto il mondo. Se vogliamo che anche in Italia cresca, rafforzi le proprie radici e possa creare nuove opportunita’ di lavoro dobbiamo accettare la sfida e imparare a confrontarci con il resto del mondo.

Le regole della competizione internazionale non le abbiamo scelte noi e nessuno di noi ha la possibilita’ di cambiarle, anche se non ci piacciono.

L’unica cosa che possiamo scegliere e’ se stare dentro o fuori dal gioco.

Non c’e’ nulla di eccezionale nelle richieste che stanno alla base della realizzazione di “Fabbrica Italia”.
Abbiamo solo la necessita’ di garantire normali livelli di competitivita’ ai nostri stabilimenti, creare normali condizioni operative per aumentare il loro utilizzo, avere la certezza di rispondere in tempi normali ai cambiamenti della domanda di mercato.
Non c’e’ niente di straordinario nel voler aggiornare il sistema di gestione, per adeguarlo a quello che succede a livello mondiale.

Eccezionale semmai – per un’azienda – e’ la scelta di compiere questo sforzo in Italia, rinunciando ai vantaggi sicuri che altri Paesi potrebbero offrire.

Anche la proposta studiata per Pomigliano non ha nulla di rivoluzionario, se non l’idea di trasferire la produzione della futura Panda dalla Polonia in Italia.
L’accordo che abbiamo raggiunto ha l’unico obiettivo di assicurare alla fabbrica di funzionare al meglio, eliminando una serie interminabile di anomalie che per anni hanno impedito una regolare attivita’ lavorativa.
Proprio oggi abbiamo annunciato che, insieme alle organizzazioni sindacali che hanno condiviso con noi il progetto, metteremo in pratica questo accordo.
Insieme ci impegneremo perche’ si possa applicare pienamente, assicurando le migliori condizioni di governabilita’ dello stabilimento.
So che la maggior parte di voi ha compreso e ha apprezzato l’impegno che abbiamo deciso di prendere.
Credo, inoltre, che questo non sia il momento delle polemiche e non voglio certo alimentarle.
Ma di fronte alle accuse che sono state mosse e che hanno messo in dubbio la natura e la serieta’ del progetto “Fabbrica Italia”, sento il dovere di difenderlo.

Non abbiamo intenzione di toccare nessuno dei vostri diritti, non stiamo violando alcuna legge o tantomeno, come ho sentito dire, addirittura la Costituzione Italiana.

Non mi sembra neppure vero di essere costretto a chiarire una cosa del genere.

E’ una delle piu’ grandi assurdita’ che si possa sostenere.

Quello che stiamo facendo, semmai, e’ compiere ogni sforzo possibile per tutelare il lavoro, proprio quel lavoro su cui e’ fondata la Repubblica Italiana.

L’altra cosa che mi ha lasciato incredulo e’ la presunta contrapposizione tra azienda e lavoratori, tra “padroni” e operai, di cui ho sentito parlare spesso in questi mesi.

Chiunque si sia mai trovato a gestire un’organizzazione sa bene che la forza di quell’organizzazione non arriva da nessuna altra parte se non dalle persone che ci lavorano.

Voi lo avete dimostrato nel modo piu’ evidente, grazie al lavoro fatto in tutti questi anni, trasformando la Fiat, che nel 2004 era sull’orlo del fallimento, in un’azienda che si e’ guadagnata il rispetto e la stima sui principali mercati internazionali.

Quando, come adesso, si tratta di costruire insieme il futuro che vogliamo, non puo’ esistere nessuna logica di contrapposizione interna.

Questa e’ una sfida tra noi e il resto del mondo.

Ed e’ una sfida che o si vince tutti insieme oppure tutti insieme si perde.

Quello di cui ora c’e’ bisogno e’ un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere gli impegni, le responsabilita’ e i sacrifici in vista di un obiettivo che vada al di la’ della piccola visione personale.
Questo e’ il momento di lasciare da parte gli interessi particolari e di guardare al bene comune, al Paese che vogliamo lasciare in eredita’ alle prossime generazioni.
Questo e’ il momento di ritrovare una coesione sociale che ci permetta di dare spazio a chi ha il coraggio e la voglia di fare qualcosa di buono.
Sono convinto che anche voi, come me, vogliate per i nostri figli e per i nostri nipoti un futuro diverso e migliore.
Oggi e’ una di quelle occasioni che capitano una volta nella vita e che ci offre la possibilita’ di realizzare questa visione. Cerchiamo di non sprecarla.
Grazie per aver letto questa lunga riflessione e grazie a tutti quelli, tra voi, che vorranno mettere le loro qualita’ e la loro passione per fare la differenza.

Buon lavoro a tutti.
Sergio Marchionne”.

Delocalizzazione delle imprese

venerdì, 14 maggio 2010

Non sono un economista (e ne sono felice, come direbbe il ministro Tremonti) e men che meno mi occupo di sistemi finanziari, bancari o del mondo delle imprese e dei lavoratori.
Tento, in queste righe, un contributo alla comprensione di quei fattori di rischio che favoriscono la delocalizzazione delle aziende italiane all’estero.
Mi scuserete per questo se non sarò completo ed esaudiente nell’affrontare questo tema complesso ed articolato.

Analisi dei fattori di rischio
ed economia degli insediamenti produttivi

1.Il costo del lavoro in Italia

L’alto costo del lavoro, caratterizzato dal salario più basso della media europea per il lavoratore (con conseguente caduta di entusiasmo e di adesione alle scelte aziendali da parte dei dipendenti), rappresenta un onere eccessivo a carico delle aziende nel prelievo fiscale eccessivamente oneroso sia nel corrispettivo delle ore di lavoro ordinarie, che nella retribuzione delle ore di lavoro straordinarie, letteralmente tartassate, rese anti-economiche e in qualche modo punitive, in speciale riguardo al lavoratore volenteroso e disponibile che è costretto a lavorare per molte ore di lavoro straordinario per un aumento salariale inadeguato.
Il risultato è una rigidità strutturale che immobilizza la gestione delle risorse umane nelle imprese operanti sul territorio nazionale.

2.La pressione fiscale ed i servizi alle imprese e alle persone

L’eccessiva pressione fiscale cui non corrisponde una adeguata offerta di servizi in quantità e qualità alle imprese e alle persone (il lavoratore, come il datore di lavoro, sono anche cittadini fruitori di servizi pubblici utili alla migliore conduzione del lavoro), si oppone come una forte resistenza all’investimento produttivo aziendale, al suo sviluppo e alla sua stessa continuazione nel tempo.
Il prelievo fiscale diviene così motivo di forte condizionamento nella scelta della localizzazione di una impresa, sfavorendo nettamente la scelta della localizzazione in territorio italiano.

3.Il labirinto burocratico e la non corrispondenza infrastrutturale

La stratificazione, la molteplicità degli enti erogatori e la non omogeneità di detti servizi sul territorio sono un’altra freccia nell’arco delle aziende che tendono a delocalizzare.
Va inoltre osservato che, non esiste una diversificazione sostanziale quanti-qualitativa dei servizi offerti alle aziende misurata sulla tipicità produttiva e delle differenti realtà regionali dei territori.
Cosicché il medesimo sostegno offerto alla produzione ed alla commercializzazione del prodotto o del servizio offerto dalle aziende, non mostra significativi indirizzi nella considerazione che, un sistema produttivo come quello veneto sia totalmente asimmetrico con il sistema produttivo umbro o siciliano.
Ovvero si assiste ad aberrazioni maturate nel tempo in tema di sostegno alle regioni meno sviluppate che possono talvolta (non sempre e non tutte ovviamente) contare su un sistema infrastrutturale viario sovraadeguato ovvero sotto-adeguato (come nel caso del Veneto) alle esigenze dei comparti produttivi.
Funesta a tal proposito fu l’intenzione di favorire lo sviluppo nel sud con la costruzione di infrastrutture mastodontiche (le famose cattedrali nel deserto), inservibili per un sistema produttivo che non c’era e che non nasceva sol perché vi era una ramificazione viaria adatta ad un intenso traffico anche pesante.
Di contro, nel motore produttivo del Veneto, laddove insistono grandi ed importanti realtà industriali (Geox, Luxottica, Benetton, etc), si percorrono strade provinciali (penso alla Treviso-Belluno) a singola carreggiata e doppia corsia (piccola e stretta) che costringe in un budello il trasporto delle merci prodotte nel motore industriale italiano.

4.L’assenza di univocità negli interlocutori territoriali dell’azienda

L’inesistenza di un interlocutore unico o di univoca politica strategica nelle amministrazioni pubbliche con cui occorre relazionarsi al fine di insediare nel miglior modo possibile una nuova realtà produttiva in un determinato territorio, risulta essere un altro fattore sfavorevole all’insediamento.
L’instabilità politica accentua tale rischio e propone all’impresa un futuro condizionato dal continuo ricambio nei ruoli del governo amministrativo, sia locale che regionale e nazionale.

5.I partiti politici

L’eccessivo protagonismo di certa partitocrazia si impone come interlocutore di riferimento, aumentando ancor più la moltiplicazione dei soggetti che si interpongono fra il servizio erogato ed il suo fruitore ultimo, e questo, avviene con modalità invadenti ed arroganti in alcune parti del paese (sud), laddove il fenomeno manifesta condizioni di
insopportabile condizionamento delle scelte strategiche aziendali, dal rilascio delle autorizzazioni amministrative a quello della selezione del personale da assumere secondo criteri di qualità formativa e di merito, oltre che di esperienza e non piuttosto secondo criteri di vicinanza, affinità o parentela con potentati politici.

6.Le mafie, il pizzo e l’evasione fiscale

La presenza nel territorio italiano di organizzazioni criminali che condizionano fortemente la presenza e la sussistenza stessa di un comparto imprenditoriale vivo e vitale, attraverso l’imposizione di fattori coercitivi che definiamo di ulteriore tassazione, quali il pizzo e l’usura.
A tal proposito, sarebbe significativo uno studio che analizzi il rapporto che esiste fra evasione fiscale erariale e pagamento della tassazione all’anti stato mafioso denominata “pizzo”, poiché potrebbe emergere che laddove lo stato (come nel caso del sud del paese) abbia tollerato l’evasione fiscale in virtù di una crescita economica asfittica, si potrebbe
di contro riscontrare una forte imposizione estorsiva del pizzo, creando un nesso di reciprocità inversamente proporzionale fra evasione fiscale e imposizione del pizzo.
Una nota a parte merita il fenomeno dell’usura, che si giustifica con l’assenza di un sistema bancario e del credito sano e
contemporaneamente con la necessità delle organizzazioni mafiose di infiltrarsi nel sistema economico reale del paese, al fine di produrre una giustificazione “cartacea” dei redditi prodotti illecitamente e del riciclo di detti redditi attraverso il fenomeno tutto italiano delle imprese-lavatrice, addette appunto a “lavare” i redditi di provenienza illecita.
Non secondario è l’intento espansivo delle mafie che si caratterizza nella forte volontà di monopolizzare l’economia del paese.
Affatto di misura inferiore è ancora la valutazione che, se la prima azienda italiana per fatturato risulta essere statisticamente (fonte: Il Sole 24 Ore) l’organizzazione mafiosa denominata ‘ndrangheta, il fronte di attacco al comparto produttivo italiano diviene immediatamente visibile nelle sue molteplici forme, compreso il fatto che, la prima azienda
italiana, evade evidentemente in gran parte la contribuzione erariale, producendo un sicuro svantaggio per le imprese sane che debbono competere in tali condizioni sfavorevoli, dettate da una posizione dominante difficilmente attaccabile sotto il profilo meramente commerciale.

7.Il confronto con le organizzazioni sindacali dei lavoratori

L’impossibilità di una contrattazione soddisfacente fra datore di lavoro elavoratori nasce dalla già affrontata cuspide fiscale che si insinua nel dialogo lavoratori-imprese, reso ancor più difficile dalla impossibilità delle parti di muoversi in un terreno contrattuale libero, adeguato al differente costo della vita territoriale, e che offra ritorni interessanti per entrambe.
In mezzo c’è sempre lo stato, con una legislazione sul lavoro rigida ed inadeguata ai tempi, che apre il campo della lotta antagonista piuttosto che andare nel senso di un agonismo positivo e produttivo, corporativo in senso trasversale, aziendale, di squadra, di gruppo umano, economico, sociale e finanziario unito indissolubilmente in unico destino.
Di più, vi è che tale cuspide fiscale non è contrattabile, modificabile e/o sindacabile, nonostante conti, e non poco, sul costo finale della produzione aziendale:
la politica ancora una volta resta sorda ai richiami del comparto produttivo che domanda di diminuire la pressione fiscale subita.
Questa condizione frappone notevoli ostacoli al necessario dialogo fra parti entrambe interessate al futuro aziendale, sia pure per motivi diversi.

8.Il merito, la inibizione dei comportamenti negligenti ed il premio di quelli favorevoli alla produzione

In questo quadro di divaricazione fittizia degli interessi reciproci fra le parti aziendali, vive il difficile contrasto ai comportamenti negligenti e l’impossibilità di premiare invece quelli favorevoli alla creazione del clima
più favorevole alla produzione.
Gli strumenti attualmente nelle mani degli imprenditori nella gestione delle risorse umane vengono gravemente condizionati da fattori esterni al ciclo produttivo, rendendo insicuro ed irto di ostacoli il procedere sempre e comunque verso il risultato finale di piena soddisfazione dei lavoratori.
Questi fattori sono riconducibili alla cultura attuale interessata a mantenere distanti gli interessi di ceti sociali differenti, sia pure in comunione di interessi legati all’azienda e che fa vedere la concordia fra il datore di lavoro e le maestranze più fedeli, come un tradimento della causa comune sindacale, di classe, di ceto.
Estremi che non si toccano, che non condividono, che non lavorano insieme, ma che sono invece obbligati a farlo.
Ecco un altro fattore sfavorevole alla scelta del terreno culturale italiano come territorio d’insediamento aziendale.

9.L’azienda e l’innovazione

L’innovazione in Italia è lasciata alla sola responsabilità aziendale, essendo inesistente o incompresa la strada che conduce a ricerca ed innovazione nella condivisione di intenti ed interessi fra comparto produttivo e ricerca universitaria.
E’ un dialogo fra sordi, molto spesso, aggravato dalle pregiudiziali sugli obiettivi economici non condivisi:
l’azienda deve innovarsi per sopravvivere, mentre il mondo universitario non riscontra differenze salariali fra un ricercatore universitario utile all’economia aziendale ed un altro che si limita a sostituire il barone di turno nella valutazione dei laureandi negli appelli d’esame.
Il mondo pubblico e quello privato devono trovare una strada comunemente percorribile, come talvolta capita alle università che hanno sede in territori ricchi di elementi privati produttivi, che sono stimoli costanti alla ricerca finalizzata e controllori interessati a valutare la spesa pubblica fatta con i tributi raccolti dall’erario.
Alcune università appaiono invece come delle infrastrutture slegate dai sistemi produttivi coabitanti:
vere e proprie cattedrali nel deserto.
E nonostante in talune aree (nel sud del paese) le produzioni agricole siano di grande interesse economico, in nessuna università appare il lampo di un genio di finalizzare gli studi e le ricerche universitarie specificamente per settori, come avviene peraltro in altri paesi europei.
Penso alla università del vino, in Francia, ma anche allo sviluppo di nuovi metodi di conservazione, distribuzione e commercializzazione dei prodotti agro-alimentari.
Auspicabile sarebbe la creazione di marchi di garanzia della qualità dei prodotti agro-alimentari da parte delle università, i cui prodotti così marchiati, sottoposti a continui controlli e indirizzati alla novazione, potrebbero creare una immensa ricchezza, duratura, produttiva, occupazionale, sociale e di benessere condiviso, oltre che un fattore di attrazione degli investimenti e degli insediamenti industriali affini alle vocazioni territoriali.

Considerazioni finali

Non mi sembra di dover aggiungere altro.

Se non che ogni singolo aumento del rischio nell’insediamento produttivo in Italia, viene moltiplicato (ancora!) nel caso si tratti di PMI, piccole e medie aziende ed imprese che non hanno un potere contrattuale sufficiente e non detengono una posizione dominante.

Anzi, dinanzi allo stato, all’anti stato, alle amministrazioni pubbliche e alla partitocrazia esse sono in condizioni di subordinazione assoluta, incapaci di alcuna difesa, inermi e, sostanzialmente, lasciate sole a combattere la battaglie
per quel futuro di sviluppo economico e sociale che tutti vogliono condividere, e nessuno partecipare.

Ora vi domando:
perché una azienda non dovrebbe delocalizzare la sua attività economica verso paesi che offrono migliori condizioni rispetto a quelle sopra elencate?

E se le aziende italiane continuano a delocalizzare all’estero le loro attività, chi contribuirà fiscalmente a tenere in piedi quello che appare uno stato di fatto e di diritto con molti, troppi problemi irrisolti, problemi che contribuiscono ad accrescere i fattori di rischio all’insediamento aziendale e imprenditoriale in Italia?

Non è forse il Federalismo Fiscale, l’unica proposta politica in grado di dare delle risposte anche a questa gravissima fuga, oltre che di cervelli, anche di aziende, di imprenditori e di investimenti dall’Italia?

E allora, cosa aspettiamo, che vadano via proprio tutti?

Federalismo Fiscale subito.