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Il terrone non piace a nessuno

domenica, 1 maggio 2016

Questa è una analisi fenomenologica del terrone e del suo essere sgradevole e respinto dalla società italiana.

Dopo decenni di dita puntate dal nord del paese sui modelli, gli stili di vita ed i comportamenti dei terroni, la conseguente nascita, crescita e affermazione della Lega Nord, assistiamo inermi e indifferenti alla implosione del sud Italia, proprio a causa dei comportamenti dei terroni.

La cronaca propone decine di casi quotidiani di vite spezzate, mortificate, piegate al caos che non a caso regna nel sud Italia.

Furbizie suicide, orgoglio ingiustificato, illegalità diffuse e condivise, organizzazioni mafiose, criminalità comune, corruzione morale e materiale, truffe, frodi e quanto più di peggio l’umanità possa immaginare alberga in Terronia.

Troppo poche, emarginate e/o esiliate, quelle energie umane diverse e differenti da questa cattiva umanità.

Non emergono, soffocano, non si difendono, si adeguano, si adattano peggiorando l’insieme, il risultato finale.

La situazione è ingestibile, ingovernabile, almeno nel rispetto delle libertà democratiche collettive e individuali, nel rispetto del diritto oggettivo e del diritto soggettivo.

Pare tutto perduto, pare abbiano vinto i terroni.

L’unico fatto nuovo è rappresentato dalle dichiarazioni di Roberto Saviano, scrittore di Gomorra e Guru dell’antimafia di sinistra.

Egli afferma che è meglio lasciar invadere il sud dagli immigrati clandestini, la cui invasione è vista come punto di rottura della intera condizione meridionale, unico e ultimo.

Saviano non lo dice, ma appare chiaro che indichi come migliore la qualità umana dell’immigrato clandestino rispetto a quella del terrone.

Così vediamo coincidere visioni opposte, contrapposte, avverse e alternative su una unica visione:

Terronia esiste, ed è irrecuperabile.

La destra e la sinistra unite e simmetriche, per una volta, puntano il dito contro i terroni, rei di degradare l’Italia e l’Europa in un abisso senza fondo, verso un suicidio collettivo.

Fine dell’analisi.

Gustavo Gesualdo

Maroni, Saviano, il cancro Mafia e le metastasi

giovedì, 17 ottobre 2013

Il caso dello scioglimento del primo comune lombardo per mafia (Sedriano) conferma che la Palma nasce a sud e va a nord.

Aveva ragione Maroni, non Saviano:

il gruppo di ‘ndranghetisti che hanno originato l’allarme che ha portato allo scioglimento del comune lombardo erano calabresi trapiantati in Lombardia.

Il cancro è la calabria, le metastasi sono i calabresi.

Quale sarebbe il male lombardo?

Non aver impedito a calabresi, siciliani e campani l’ingresso in Lombardia e in tutto il nord?

Non aver realizzato la scissione del nord da questo schifo di sud?

Non aver eretto un muro che separasse l’Italia in due:

una Italia povera, viziosa e mafiosa ed una Italia ricca virtuosa e libera dalle mafie?

La mafia al nord non esiste:

l’hanno portata lì i meridionali.

Da questo Sud non sono fuggite solo le migliori intenzioni.

Senzadubbiamente.

Gustavo Gesualdo

Intervista ad un soldato: la disfatta italiana

lunedì, 12 marzo 2012

Chi è lei?

Sono un soldato, faccio parte di un esercito a leva obbligatoria, un esercito un po’ anomalo a dire invero.

E’ un esercito di fuggitivi.

Non ha comandanti, non ha ufficiali o sottufficiali.

Non vi sono gradi in questo esercito perché non servono:

questo esercito non fa guerre, ma fugge.

E’ l’esercito che in soli due anni ha mosso l’equivalente di due grandi città di 350.000 abitanti dal sud al nord per cercare fortuna, libertà e futuro.

Ma da cosa fuggite?

Dalla povertà, sia materiale che morale.

Anche se, nel mio caso, è stata quella morale a far scattare la molla.

Dopotutto, il pane quotidiano l’ho sempre guadagnato a Foggia, anche se il mio lavorare mi ha portato all’età di 44 anni ad avere solo pochi anni di contribuzione pensionistica, tanto pochi da poter essere contati sulle dita di una sola mano.

Ma come, anche lei è un fannullone, anche lei ha lavorato così poco?

Magari, magari:

non conosco nella mia esperienza personale, lavoratori maggiormente produttivi del sottoscritto, sia nel sud che nel nord del paese.

E’ che l’unico lavoro che ho trovato è sempre stato quello in nero, con buona pace degli organi di controllo, di giustizia e di ispezione sul lavoro.

Da dove viene il soldato Gesualdo?

Viene da Foggia, la città dalla quale tutti fuggono, per un motivo o per un altro.

Ma perché fuggono, da cosa fuggono, da chi fuggono?

Si fugge dalla povertà di partecipazione, dall’omertà, dai posti di lavoro negati, da quelli pagati, da quelli in uso esclusivo ai gruppi di (pre)potere, si fugge dalla sanità pubblica che funziona male e da quella privata convenzionata che costa troppo.

Si fugge dall’ignoranza, dalla prepotenza, dalla violenza, dalla stupidità.

Parole pesanti, qualunquiste: come si può pensare che una comunità sia così devastata, e chi, o cosa l’avrebbe ridotta in questo stato?

Ha presente un allevamento di bovini?

Ma cosa c’entra …

C’entra, c’entra.

In un allevamento di bovini, si selezionano i capi che producono più latte, quelli che forniscono maggiori quantità di carne.

Un toro non si accoppia più con una pluralità di vacche, producendo così una varietà infinita di vitelli, ma si inseminano le vacche solo con spermatozoi selezionati, che tendono a dare un risultato, sempre lo stesso.

E’ una selezione innaturale.

Sì, sì, va bene: ma cosa c’entra con Foggia?

Ebbene, dalla sua nascita Foggia ha subito una selezione simile, innaturale, immorale, oserei dire.

Pensi al fatto che ogni nuova generazione ha dovuto confrontarsi con una mentalità dura, conservatrice, illiberale, non orientata a svilupparsi e a guardare al futuro.

E allora?

Allora i giovani più volenterosi, quelli più intraprendenti, quelli che avevano un sogno nel cassetto e la voglia di realizzarlo, sono fuggiti, andati via.

E questo, per generazioni e generazioni, provocando una selezione innaturale che ha visto le migliori menti, le migliori braccia e le migliori gambe, fuggire da Foggia.

Da cui l’adagio popolare: “Fuggi da Foggia, non per Foggia ma per i foggiani” …

Già.

Perché, Lei come pensa si sia selezionata, al contrario, la comunità foggiana, la sua leadership, il suo gruppo dirigente?

Quali menti, quali braccia e quali gambe conducono, sorreggono e trasportano questa comunità?

Ed anche vi fosse rimasta qualche risorsa umana intraprendente, che fine pensa possa fare in una società così chiusa, omologata ad un modello umano fortemente condiviso e mediamente simile a se stesso?

Una brutta fine:

alla fine, a furia di essere respinto dalla comunità, si convince di essere diverso, malato, inutile.

Un mobbing sociale, un razzismo condiviso, comunitario direi …

Già, il fenomeno del mobbing nella sua accezione più autentica, che deriva dal verbo inglese to mob:

l’isolamento e l’avversione violenta contro ogni forma di essere vivente diversa dalla media comunitaria, l’annientamento materiale e spirituale di ciò che viene visto come un pericolo per il sistema sociale, per il suo ordine, per la sua continuità.

E questo, accade in tutto il meridione?

Non so, le realtà sono a macchia di leopardo e l’Italia intera naviga velocemente verso una disfatta totale.

L’Italia meridionale è stata unita a quella settentrionale contro la stessa volontà delle popolazioni del sud, che sono assai diverse fra di loro per stirpe, provenienza, cultura, indole, propensione.

Il fatto comune è che si fugge da tutto il meridione, come dall’italia in generale, per un motivo o per un altro, per una monnezza o per un’altra.

Si fugge perché cacciati, perché sentiti come diversi, non accomunabili, non assimilabili.

Ma per Dio, come potrei essere assimilato ad un mafioso io?

Mai e poi mai!

E le mafie, cosa c’entrano in tutto questo, qual’è il loro peso?

La mafia è una organizzazione delinquenziale unica nel suo genere.

Essa si omologa perfettamente al tessuto sociale, ne aderisce come un cancro, lo infiltra, lo corrode dal di dentro, sino ad impossessarsene completamente.

E questa sua pericolosa tendenza alla omologazione, non la fa sentire come una entità estranea al corpo sociale, che non la combatte, non le resiste, non la avversa, riconoscendola come simile a se stesso.

Alla fine di questo processo, non è più possibile distinguere il corpo sociale dalla società mafiosa.

Non esageriamo, parlare addirittura di società mafiosa …

A Foggia, entrando nel particolare, questo concetto di “società mafiosa” rappresenta una realtà piuttosto tangibile.

La mafia locale tradizionale era denominata “ ‘a uasta ” (nel dialetto locale), cioè il guasto, ciò che è malato, manifestando una estraneità alla normalità sociale, sin nel nome stesso che si era data.

Ma oggi la mafia foggiana viene denominata “la società”, esprimendo così la sua perfetta integrazione negli assetti sociali, pretendendo di essere essai stessa la società, l’unica possibile.

E ripensando alle risorse umane di cui dispone la società foggiana a seguito del continuo dissanguamento umano e della selezione al contrario cui è stata sottoposta, non si può dar loro tutti i torti:

questa presunzione di onnipotenza è reale e concreta, inavversata, non combattuta, non contrastata.

Ecco, è come un virus che entri in un organismo che non lo riconosce come un pericolo, lasciando che esso agisca indisturbato, sino alla morte dell’organismo stesso.

E questo è il pericolo che vive anche il nord del paese.

Non riconosce il fenomeno mafioso come un pericolo mortale, non lo aggredisce perché lo vede lontano da se.

Invece, l’aggressione mafiosa alla società del nord è quantomai contemporanea:

dal sud non sono fuggite solo le migliori intenzioni.

Va bene, l’analisi è incredibile, terribili le conseguenze, temibili le sue evoluzioni, ma cosa si può fare per fermare tutto questo?
Cosa fare per impedire ad un giovane che nasce nel sud, di abbandonarlo, di essere costretto a fuggire da esso, sottraendo allo stesso sud, quella forza vitale che lo aiuterebbe ad uscire dalla questione meridionale?

Ma ha idea di cosa significa essere mobizzati?

Ha idea di come ci si sente ad essere continuamente avversati e combattuti?

Alla fine il giovane intraprendente (non solo anagraficamente) va via, e lo fa per ripicca, per vendetta.

Non ha nel cuore la voglia di aiutare chi lo ha relegato al destino di rompiscatole di turno o di scemo del paese.

Egli è costretto a lasciare la propria madre terra, i propri amici, i propri parenti, tutti i suoi affetti ed i suoi ricordi.

Egli fugge, amareggiato, tradito, fugge da una condizione che egli sa di non poter mutare restando nelle regole democratiche e civili.

La sua integrazione in un altro territorio coincide con la snaturalizzazione della sua personalità:

non puoi aspettarti aiuto da chi hai tradito e vessato per una vita intera.

Tiriamo le somme.
Il meridione non lo possono cambiare i meridionali perché, in fondo, stanno bene così come sono, almeno per il momento.
Non lo aiutano gli ex meridionali migrati altrove, perché segnati profondamente dalle devastazioni morali e materiali subite.
Non lo aiutano le popolazioni del nord sempre più intolleranti al mantenimento di popolazioni che costano troppo e sembrano produrre solo problemi e grattacapi.
Ma allora, chi può risolvere la questione meridionale e conseguentemente quella settentrionale e salvare così il Paese?

Viviamo in un regime di democrazia repubblicana, regime che, purtroppo o per volontà negativa, non ha la forza per imporre un comportamento piuttosto che un altro.

Può solo proporlo, incentivarlo, cercando di dissuadere i comportamenti negligenti, con i risultati che tutti vediamo.

Ma è insufficiente.

La reazione delle popolazioni del nord è l’unico cardine di svolta, anche se è visto come una reazione intollerante ed egoistica.

Ma veda, la questione settentrionale nasce come altra faccia di una medaglia che è stata sinora definita come la questione meridionale.

E la questione meridionale è avviluppata in modo definitivo a quella del comportamento mafioso.

Difficile distinguere chi è mafioso da chi non lo è, per i motivi che ho già spiegato prima.

Ma allora?
Non vi è nulla da fare?
I meridionali non possono tentare il riscatto da questa condizione?
Gli italiani non potranno risolvere la questione meridionale, quella settentrionale, quella morale?

Roberto Saviano ci ha provato, ed ora è condannato a nascondere il suo viso sino alla fine dei suoi giorni.

Falcone e Borsellino ci hanno provato e a differenza di Saviano, ci sono anche riusciti nei fatti, per un certo periodo, almeno sino a quando lo stato non è stato piegato al volere delle organizzazioni mafiose.

Nel comune sentire, queste esemplari testimonianze di fedeltà alla propria comunità e allo stato di diritto come quelle dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, risultano efficaci, ma infine perdenti.

Non rappresentano una testimonianza positiva da seguire, purtroppo.

Gli altri, quelli che vogliono fare, stanno andando via, cercando un futuro possibile altrove.

Chi resta, sta bene così come sta, visto che non si organizza nemmeno in movimenti sociali e politici che abbiano come fine ultimo, la liberazione del meridione dalla povertà, dalle mafie e dalla ignoranza.

Veda lei, per me la soluzione ultima non è applicabile in una democrazia repubblicana.

Personalmente io credo nello stato di diritto ed ho giurato fedeltà alla repubblica ed analizzo le questioni italiane esclusivamente da questo punto di vista.

Il problema è serio ed è di difficile soluzione.

Soprattutto se manca una volontà politica forte e l’applicazione della giusta forza, della coercizione sui comportamenti negligenti, della punizione dell’esempio negativo come del premio per quello positivo, oltre all’ottima arma (a doppio taglio) del pentimento.

Forse, come accadde per il terrorismo, sarebbe utile una legislazione speciale.

Forse l’istituzione della pena di morte per i reati mafiosi, forse, questa ed altre soluzioni, darebbero il giusto impeto, applicherebbero la giusta forza per disgiungere il destino del sud da quello delle mafie, per evitare che tutto il paese si ammali e muoia di questo cancro.

Forse punire il reato di mafia con la pena di morte.

Forse punire il sostegno esterno alle mafie con la pena dell’ergastolo (fine vita effettiva) da scontare in regime di carcere duro, potrebbe invertire la tendenza.

Ecco, forse.

Forse aveva ragione Giovanni Falcone quando scriveva che:

“La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine.”

E non è forse la morte la fine naturale di ogni fenomeno umano, fenomeno mafioso compreso?

Ma in Italia, con il potere del Vaticano, la pena di morte non è pensabile come contributo alla soluzione.

E la politica, cosa può fare la politica?

La politica è fatta di uomini e di donne, e la mafia è furba:

non uccide i politici che contano come fa il terrorismo, ma li corrompe, li ricatta, li affilia.

Resto della opinione che solo la forza e la determinazione delle popolazioni del nord possa risolvere questi complicati problemi, almeno sino al giorno in cui, una crisi terribile privi il nord della sua forza economica, rendendolo facilmente aggredibile ed infiltrabile dalle organizzazioni mafiose.

Ma non si può guarire un malato contro la sua stessa volontà.

Abbiamo bisogno di segnali forti dal sud, come pure dal nord, segnali che vanno raccolti, valorizzati e indirizzati.

Ma io non vedo segnali di fumo, vedo solo il fumo.

La brutta fine di inchieste giudiziarie come Poseidon e Why Not poi, la dicono lunga sulla volontà di “certa politica” di abbandonare la condizione di zona franca dalla legalità che offre oggi il meridione.

Il fatto che, le inchieste giudiziarie più importanti e scandalose nel meridione e nella procura della repubblica di potenza e napoli portino il nome di Henry John Woodcock, non lascia molte ombre e dubbi sul dove siano schierati i vari “gennaro” napoletani, i “totò” siciliani ed i “cetto” calabresi.

Nella sia pur breve storia italiana, solo la dittatura fascista combatté duramente la mafia, sino a farla immigrare (anch’essa) nelle americhe, infiltrandole.

Ma l’America non è l’Italia e una dittatura è una cosa che elimina le libertà, ed io per primo, non desidero privarmene.

Ho abbandonato i miei affetti e i luoghi della mia adolescenza per la mia libertà e quella dei miei figli.

Non la voglio perdere.

La voglio solo difendere.

Il solito pessimista: tanta analisi e nessuna soluzione

Beh, io l’ho detto.

Punire i reati i mafia con la pena di morte è una delle soluzioni possibili, come inseguire i flussi finanziari prodotti illecitamente, così come fecero in America con Al Capone.

Ma l’America non è l’Italia e i cannoli alla siciliana, li mangiano in troppi in Italia.

E cercando nei paradisi fiscali le ricchezze della mafia, non si troverebbero solo quelle dei mafiosi.

Ora, giochiamo un po’, ribaltiamo i ruoli e le faccio io una domanda:

lei pensa che troverà un editore che pubblicherà mai queste cose?

Ora si è fatto tardi, devo andare.

Grazie per la collaborazione.

Grazie a lei …

Questa intervista immaginaria, interpretata da un giornalista immaginario e da un intervistato reale, vuol essere un contributo alla comprensione dei problemi che viviamo in questa Italia contemporanea.

Una esperienza di vita come tante altre, troppe altre.

Nasconde in se una speranza:

che nessuno e mai più sia costretto a fuggire dalla propria terra, poiché la libertà di vivere e morire laddove si nasce, è una libertà che viene prima di qualunque altra.

Solo chi l’ha persa, ne conosce il valore.

Come pure il dolore.

Gustavo Gesualdo
detto
“Il Cittadino X”

Miserevole

sabato, 27 novembre 2010

Come ben dice il napoletano Pino Daniele:

se Roberto Saviano rappresentasse una seria minaccia alle cosche mafiose, egli sarebbe già morto.

Miserevole è l’attacco al ministro dell’interno on. Roberto Maroni, che ha avviato la più grande battaglia che questa repubblica abbia mai vissuto in contrasto alle organizzazioni criminali di stampo mafioso.

Miserevole è l’attacco all’unico movimento politico che non preleva consenso nelle regioni in cui le mafie dimostrano di controllare il voto al fine di ricattare la politica ed estorcerne i favori, agendo anch’esse come molti, troppi gruppi di potere e di pressione, come indebita interferenza sull’agire politico italiano e nel governo del paese.

Questo, tutto questo è profondamente e miserabile.

Miserevole, appunto.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

La casta corporativa

venerdì, 19 novembre 2010

Un paese immobile l’Italia, che esce da una prima repubblica a democrazia bloccata.

L’immobilismo nel nostro paese è una cultura radicata, normalizzata, regolamentata.

Il nodo centrale rispetto ad ogni questione relativa alla conservazione è impedire l’iniziativa.

Impedire l’iniziativa politica che tenta di cambiare il paese riformandolo dall’interno delle istituzioni democratiche.

Impedire l’iniziativa privata al fine di “congelare” il paese nelle sue corporazioni di classe.

Sì, uso propriamente il termine ideologico di corporazione di classe, ed ora spiegherò il perchè.

Chi paga sicuramente e senza alcuna possibilità di evadere il fisco sul reddito prodotto nel paese in cui l’evasione fiscale impera?

I lavoratori dipendenti, cui il prelievo alla fonte della fiscalità sia locale che nazionale impedisce di fatto l’esercizio del diritto l’evasione fiscale, sempre che questo diritto esista, sempre che questa “libertà” sia consentita (consentita nei fatti solo ad alcuni soggetti e negata ad altri).

Ma il fatto certo è sicuramente che chi paga le tasse in Italia, la corporazione dalla quale è sicuramente prevedibile ogni introito fiscale è quella dei lavoratori dipendenti.

Di fatto, hanno “diritto scelta e libertà” di evadere la tassazione impositiva esclusivamente quelle classi corporative che non vengono sottoposte ad una tassazione preventiva, con prelievo alla fonte.

Queste corporazioni cui la legge consente di fatto l’evasione fiscale sono quelle dei lavoratori e dei professionisti autonomi, quelle dell’imprenditoria, del commercio e dell’artigianato, insomma, tutte, tranne quella dei lavoratori dipendenti.

Ma l’arroganza della conservazione non si ferma qui.

Sempre la corporazione dei lavoratori dipendenti è quella che subisce maggiori danni da altri meccanismi burocratici che è possibile definire nella loro interezza come diabolici.

L’elenco delle vessazioni subite dai lavoratori dipendenti è composto altresì da:

– un prelievo forzoso ed obbligatorio contributivo che non lascia la possibilità come avviene in altri paesi al lavoratore dipendente di programmare un piano pensionistico volontario ed autonomo o se investire invece nell’immediato quelle somme che vengono conferite agli istituti previdenziali come essi meglio credono e ritengono.
Il che, contestualizzato in un paese dove le banche erogano prestiti solo a clienti che possono offrire garanzie reali in misura almeno uguale all’ammontare del prestito richiesto (e che lo chiedo a fare un prestito se ho le energie economiche, se non finanziarie per far fronte ad una esigenza di liquidità?), pone la categoria dei lavoratori dipendenti nella impossibilità di avviare alcuna attività autonoma per mancanza di energie finanziare ed economiche, sottratte forzatamente con la complicità di un sindacalismo stranamente silenzioso quando si tratta di difendere i veri diritti dei lavoratori.
Definiremo questa vessazione come la cuspide contrivìbutiva;

– stipendi inferiori alla media europea, uniti al più alto costo del lavoro conosciuto nei paesi industrializzati.
Nel mezzo di queste differenze, vi è ancora lo stato con la sua cuspide fiscale, che rende ingiustamente alto il costo del lavoro alle imprese e contemporaneamente basso il livello degli stipendi ai lavoratori, riuscendo in un sol colpo a rendere infelici nello stesso tempo datori di lavoro e lavoratori (il mondo del lavoro italiano sentitamente ringrazia).
Ricordiamo che in questi “frangenti di crisi”, vi è sentore di una certa “tolleranza” dello stato nei confronti della evasione fiscale, quasi un “aiuto” nei confronti delle aziende che sono in difficoltà derivanti dalla crisi.
Ma va anche ricordato che se ad una azienda che non quadra i conti è consentito superare la crisi “rimandando” il pagamento delle tasse dovute, questo fatto non vale per quelle famiglie in cui il reddito principale viene apportato da stipendi per lavoro dipendente, che non trovano nella possibilità di “rimandare” il loro apporto contributivo fiscale e previdenziale, perdendo un “ammortizzatore socio-economico” che invece viene concesso alle aziende (di fatto se non di diritto).
Se poi, aggiungiamo le carenze del sistema del welfare italiano (inesistente, se lo paragoniamo a quelli tedesco e francese), possiamo meglio comprendere in quali difficoltà si muovano le famiglie italiane il cui reddito principale è costitiuto da lavoro dipendente.

A tali vessazioni di fatto e di diritto aggiungiamo quelle che infieriscono mortalmente sul morale delle famiglie dei lavoratori italiani, allorquando si accede a quelle agevolazioni che dovrebbero indirizzarsi nei confronti delle famiglie con redditi da lavoro dipendente che si vedono sorpassare in tutte le graduatorie per l’accesso a tali diritti, a tali agevolazioni, da famiglie composte da lavoratori in “nero”, che non pagano nulla di tasse, ma che incassano comunque uno stipendio, famiglie che dichiarano redditi pari a zero euro, famiglie che non pagano il servizio sanitario e quello farmaceutico quando lo utilizzano, famiglie che godono di interventi e di aiuti da ogni livello di governo: comunale, provinciale, regionale e nazionale.
Ma passa ogni livello di sopportazione umana il vedere famiglie costituite da lavoratori autonomi (professionisti: medici generici, medici specialisti, infermieri professionali, dentisti, avvocati, commercialisti, etc), commercianti (gioellieri, supermercati alimentari, ristoratori, abbigliamento, calzature, agenzie viaggi, pasticcerie, ect), artigiani (vendita ed installazione pneumatici, riparatori di elettrodomestici, idraulici, elettricisti, pittori, muratori, panificatori, etc), imprenditori (costruttori edili, autotrasporti, industriali, etc) agricoltori e quant’altro, che si presentano a chiedere le medesime agevolazioni di una famiglia di lavoratori dipendenti.
E va anche bene che in tempi di crisi chiunque possa aver bisogno di una aiuto per andare avanti, ma che poi si presentino a chiedere queste agevolazioni in Porsche Cayenne, beh, questo lascia aperto il dubbio che il reddito reale di questi soggetti sia ben diverso dal reddito dichiarato allo stato.
Ma al fine dell’accesso alle agevolazioni per soggetti con redditi bassi, vale ciò che è scritto sulla dichiarazione dei redditi, non l’effettivo tenore di vita.
Sarà anche per questo motivo che l’Istat non gestisce più le sue indagini statistiche sociali sulla base dei redditi dichiarati, ma sulla base dei consuni effettivi, valutando il semplice stile di vita piuttosto che la solenne dichiarazione dei redditti.
Almeno le indagini statistiche potranno dirsi “realistiche”
Questa condizione generale mortifica grandemente i ceti sociali più bassi nella gerarchia della ricchezza, proprio quei ceti sociali che invece vedono come uno spettro avvicinarsi quella soglia della povertà che è molto più vicina a loro piuttosto a coloro i quali possono permettersi di acquistare e di gestire una Porsche Cayenne.
E’ ovvio che non tutti i professionisti, i commercianti, gli artigiani, etc, denunciano redditi che fanno a pugni con il loro stile di vita.
Va bene il qualunquismo, ma che sia di qualità.
Per non parlare poi del silenzio assoluto ed assordante che in Italia si ode su quei quozienti familiari sempre promessi e mai stabiliti e normalizzati per rendere equità rispetto alle disparità economiche fra soggetti cosidetti “single” e famiglie con prole che avanzano faticosamente, specìe se in condizioni di monoreddito o di più redditi rinvenenti da lavoro dipendente.

E poi ci si sente dire: italiani, fate più figli.

Ma va bene anche fare più figli, ma dove sono i servizi e le agevolazioni dirette alle famiglie con prole, specie se numerosa?

I figli sono un bene comune del paese, ma “questo paese” non si assume l’onere del loro mantenimento.

E questo disinteresse ad accettare oneri comunitari importanti e fondamentali, lo riscontriamo in un magma comunitario che definiriremo “trasversalismo sociale”.

Esiste infatti un forte movimento sociale trasversale al e nel paese, che tende a mantenere questi squilibri in atto e non a rimuoverli, un movimento corporativo che desidera mantenere lo status quo e lotta strenuamente per impedire ogni cambiamento ed ogni riformismo.
Un trasversalismo sociale che è fatto di egosimo puro, un egoismo che tende ad immobilizzare il paese.
Un paese immobile, qundi, bloccato da schieramenti corporativi che impediscono ogni accesso, che riducono ogni spazio alla gente qualunque di sperare in un futuro migliore di quello che vivono attualmente.
Una casta, questo movimento corporativo lo definiremo come una casta corporativa.

La casta corporativa incide nel governo del paese in quanto schiera al suo interno la potente casta burocratica, anch’essa appartenente al mondo dei lavoratori dipendenti, ma schierata in altro luogo ed a difesa di altri interessi da quelli delle famiglie e delle aziende qualunque.

Avete bisogno di avviare una attività economica?

E a chi dovrete chiedere le autorizzazioni necessarie per farlo?

Avete bisogno di accedere ad una professione?

E quale esame di accesso dovrete affrontare per farlo?

Ecco spiegato con un semplice esempio come la casta burocratica sia la prima linea di difesa della casta corporativa.

La seconda linea di difesa della casta corporativa è la casta politica.

L’iniziativa privata è mortificata anch’essa come le famiglie italiane, ed è mortificata ed avversata dalla medesima casta corporativa.
Il fatto che in Italia esistano ancora autorizzazioni obbligatorie per le attività imprenditoriali, fa comprendere come la casta corporativa detenga il controllo di ogni inziativa:
da quella di far venire al mondo un figlio a quella di far venire al mondo una nuova iniziativa economica.

E ritorniamo quindi ad una delle affermazioni iniziali:
Il nodo centrale rispetto ad ogni questione relativa alla conservazione è impedire l’iniziativa.

Ecco, questo è lo specchio del nostro paese.

Neanche il sogno di poter cambiare la nostra vita in meglio lascia per strada questa casta corporativa.

L’accesso alle professioni è infatti presidiato costantente da soggetti deputati a selezionare i futuri professionisti in base a criteri che non sono scritti su nessun foglio, ma che imperano e governano questo paese.

Le ultime vicende scandalose che hanno coinvolto il concorso per praticanti procuratori (avvocato) a napoli e quello per notai a roma, la dicono lunga su come questa casta corporativa e questa casta politica siano determinate a gestire il potere in modo assolutamente egoistico, puntando a chiudere ogni porta di accesso a chi non appartiene a tale casta, non ne fa parte, non ne condivide fini, scopi ed egoismi smisurati.

Un altro esempio è quello degli albi che danno accesso alla informazione attiva, come quello dell’ordine dei giornalisti.

Come si fa a chiudere questo fondamentale settore a presidio della democrazia?

Come si a impedire il cambiamento del paese dall’informazione?

Semplice, chi non si allinea alla corporazione, chi crede in un paese libero e democratico, chi lavora per il cambiamento, viene estromesso in momenti strategici, come nel caso del giornalista Feltri, sospeso per tre mesi dall’ordine dei giornalisti proprio nel momento in cui nel paese si respira aria di elezioni.

Una voce libera e piuttosto isolata, quella di Vittorio Feltri nel giornalismo italiano.

Ora, anche imbavagliata.

Inoltre vi è da considerare la gravissima condizione dell’informazione in Italia.

Pensate che per fare informazione (libertà e diritto sanciti dalla costituzione), occorre per legge essere iscritti all’albo dei giornalisti.

Chiunque facesse informazione senza essere dotato di un direttore responsabile regolarmente iscritto nell’albo dei giornalisti, commetterebbe addirittura un reato e sarebbe passibile persino di arresto.

Certo, l’informazione passiva è libera, ma in questo modo la casta corporativa controlla l’informazione attiva, quel mondo che l’informazione la fa, la comunica, la seleziona e, se vuole e se ne ha un interessse corporativo condiviso, la silenzia.

In questa condizione è meglio comprensibile quel conflitto di interessi di cui viene spesso additato il premier Silvio Berlusconi, che “controllerebbe” ancora il suo impero mediatico, “governerebbe” la televisione pubblica e “metterebbe il bavaglio” alla libera informazione.

Ma guarda il caso, l’unico giornalista che viene imbavagliato dall’ordine in Italia è proprio un giornalista ritenuto vicino al premier.

E forse, il conflitto di interessi del premier è un conflitto relativo agli interessi della casta corporativa, e non un conflitto fra i suoi interessi personali e l’interesse pubblico.

Dietro l’interesse pubblico si nasconde infatti, spesso e volentieri, l’interesse di quella casta corporativa che è nemica giurata dell’iniziativa privata, di quella iniziativa di cui il cavalier Silvio Berlusconi è testimone sommo e massimo in questo paese, avendo spezzato ogni corporazione economica e finanziaria con la sua ascesa imprenditoriale prima e ogni corporazione politico-burocratica con la sua ascesa politica poi.

Eppure, viene fatto passare il messaggio informativo da sempreche sia egli il soggeto che vive un conflitto di interessi pubblico-privati.

Beh, corrisponde:
la casta corporativa l’abbiamo già definita come “egoista” ed orientata a tutelare e curare esclusivamente i propri interessi personali, familiari ed economico-finanziari.

L’unico caso che io ricordi nella mia vita di superamento della casta corporativa è appunto la vita personale, imprenditoriale e politica di Silvio Berlusconi.

Un capitolo a parte è quello rappresentato dall’ostracismo senza limiti e dall’arrembante attacco che tale casta corporativa lancia quotidianamente e da anni nei confronti del suo nemico giurato, la Lega Nord per l’Indipendenza della Padania.

Il fatto nuovo in questo panorama assai miserevole è appunto la nascita e la crescita di un movimento politico che, attraverso il rispetto delle regole democratiche, riforma e cambia questo paese.

L’alleanza politica con il berlusconismo è naturale, poichè entrambe hanno di fronte lo stesso acerrimo nemico:
la casta corporativa trasversale al sistema e nel sistema.

Ed è grazie al patto di ferro fra Berlusconi e Bossi che questo paese ha intrapreso la via del cambiamento, gravemente ostacolato e più volte ferito dalla casta corporativa.

Ma il cambiamento del sistema è uno di quei processi che, una volta avviato, non è più possibile fermarlo.

La gente qualunque, le famiglie e le aziende italiane hanno intuito che l’unica possibilità di salvezza per il paese è costituita da questo cambiamento, incarnato da queste persone, e lo gratifica di consensi, non solo elettorali.

La casta corporativa ha compreso questo nesso di continuità e di forza che Lega Berlusconi e Bossi, e gli ultimi avvenimenti politici lo dimostrano ampiamente, compreso il tradimento di un drappello di sostenitori berlusconiani ormai collocati a difesa degli interesi della casta corporativa.

Ed è infatti un giornalista ed uno scrittore che attacca frontalmente in questi giorni la Lega attraverso il suo il ministro dell’interno Roberto Maroni, indicando la Lega come parte interessabile dalle mafie meridionali per accedere al ricco mondo del nord del paese, ai suoi appalti, ai suoi poteri economicie finanziari.

E lo fa dalla rete televisiva pubblica, la Rai.

Questo fatto dimostra che:

1 – il premier Silvio Berlusconi non ha alcun potere diretto nello svolgimento dei palinsesti aziendali dell’emittente pubblica radio-televisiva;

2 – il ministro dell’interno Roberto Maroni e la nuova politica del governo del paese in tema di sicurezza dei cittadini e di contrasto alle organizzazioni criminali mafiose è un successo;

3 – la casta corporativa tenta di “svestire” di ogni valore politico e di ogni sapore consensuale gli atti di un ministro e di un governo che, unici, nella storia della repubblica italiana, contrastano le mafie con l’azione di governo ed i risultati ottenuti piuttosto che dai palchi elettorali, dalla convegnistica, dalle pagine dei giornali, dalla cinematografia e dalla editazione di libri-scandalo sulle mafie.

Ma tutto questo lavoro, tutta questa azione di governo irrita notevolmente la casta corporativa che, in questo medesimo momento, sogna di interrompere il riformismo e l’azione del governo e del patto Bossi-Berlusconi.

Proprio in questo momento in cui il tradimento dei finiani apriva una debole speranza di fermare cambiamento e riforme, è importante infangare l’azione del governo, anche se giusta e retta.

Ma l’abbiamo già detto più volte:
la casta corporativa è profondamente e fondamentalmente egoista, e nell’ottica di quel che sta accadendo in questi giorni, irresponsabile nelle azioni e pericolosa per il futuro del paese.

E se vi è qualcuno o qualcosa che vada assolutamente fermato in questo paese, è certamente questa casta corporativa e non certo la magnifica azione di questo governo.

Con buona pace degli invidosi e dei gelosi, entrambi figli dell’egoismo più inumano, anti-solidale e sfrenato che sia mai esistito.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

La negazione volontaria dell’evidenza, la travisazione intenzionale della realtà

martedì, 16 novembre 2010

L’attacco alla Lega continua, vergognoso, impudente, violento, insinuante, devastante.

Un attacco concentrico che tende a terrorizzare il popolo sovrano, a devastare un intero paese, a negare l’evidenza ed a travisare la realtà.

E’ ancora una volta “dall’eroe Saviano” che proviene l’ennesimo “attacco cronometrico” alla Lega, nel contesto di una “volontariamente procurata crisi politica” che sta devastando il paese, piegando le istituzioni e negando alle nucleazioni fondamentali della società, le famiglie e le aziende, una via d’uscita dalla crisi, aggredendo consapevolmente e premeditatamente il buongoverno, il riformismo e l’unica speranza di questo paese:

la Lega Nord.

L’obiettivo del tradimento di Fini, l’obiettivo dell’attacco a testa bassa di Saviano, l’obiettivo dei Casini, dei Bersani, dei Vendola, dei Rutelli è sempre stato uno, ed uno solo:

– aggredire violentemente la Lega,

– delegittimarla,

– provocarla continuamente nella illusoria speranza di ottenerne una reazione errata che sia prova della sua
“illegittimità politica” a governare il paese.

Questa italietta ipocrita e scorretta che disconosce in modo assoluto il valore della sicurezza e del suo governo è uno squallore assoluto.

Questa politica omicida è una malversazione intenzionale dell’interesse generale.

Questa volgare indecenza senza alcuna valorizzazione con la realtà, questa “monnezza mediatica” che la realtà distorce, che la realtà piega, è la prova che in questo momento storico, vi è una “intenzione omicida” nel paese:

si vuole uccidere l’unico movimento politico che ha realizzato il più grande contrasto alle organizzazioni criminali di stampo mafioso che la storia repubblicana italiana conosca,
attraverso la semplice negazione della verità.

E quando in un paese civile e democratico si nega pubblicamente e senza alcuna vergogna o remora morale la verità storica dell’unico impegno politico che possa essere definito sano, onesto, leale e corretto, allora possiamo ben affermare che questo stato di diritto, questo stato di fatto, questo stato democratico, ha fatto il suo tempo.

Se uno stato democratico, in virtù della libera espressione della parola e delle idee, consente linciaggi pubblici mediatici che accusano incredibilmente e senza alcuna prova oggettiva di voler “costituzionalizzare le mafie” quell’unico movimento politico che non si sottopone al ricatto elettorale mafioso in quelle regioni dove le mafie provano ampiamente di “indirizzare e prostituire” il libero voto del popolo sovrano,
se uno stato democratico lascia che uno squallore simile avvenga alla luce del sole, attraverso i canali televisivi della televisione pubblica e negando il “diritto ad alcuna replica”, nello stesso luogo pubblico che ha originato un simile “danno”, allora è lecito pensare ed affermare che:

Questo Paese non si salverà, la grande stagione dei diritti risulterà effimera, se non nascerà in Italia un nuovo senso del dovere ”

E che ad affermarlo fosse un filosofo della politica, un filosofo del diritto, un profondo conoscitore dei termini di “stato” e di “democrazia”, un democratico cristiano e non un leghista, questo è un dato di fatto incontrovertibile.

Questo paese non si salverà, poichè è da sempre orientato al suicidio, moralmente orientato a crocifiggere il bene e ad esaltare il male.

No, questo paese, non si salverà.

Poichè è sempre più chiara ed evidente l’intenzione di molti, di troppi,

di volerlo premeditatamente suicidare.

Ma che sia ben chiaro a tutti:

nonostante si sprechino enormi energie nel senso della delegittimazione politica della Lega Nord, nonostante esista una volontà costante e continua in molti settori di questo paese che resistono alle riforme ed al cambiamento (oranizzazioni mafiose in primis) di attentare alla stessa esistenza della Lega Nord,
io, leghista per scelta avversa ad “ogni cultura mafiosa”, affermo che la Lega non si vende, non si piega e non si spezza.

Perchè i leghisti sono persone per bene che tentano di cambiare un paese disgraziatamente condizionato dalle mafie, dalle caste mafiose e da quelle caste e quelle corporazioni che vivono e vivono bene di questo “status quo criminale e mafioso”, sia pur per vendere libri coraggiosi che non intaccano le mafie nella realtà nemmeno di striscio.

Perchè le mafie si combattono con i fatti, e non con le parole.

Perchè gli unici uomini e le uniche donne che hanno dimostrato di saper combattere le mafie con i fatti, sono i leghisti.

Ed ora potete anche impazzire di invidia e di gelosia, sbavare rabbia e odio per quel che non siete e non sarete mai, potete pure tutti impazzire per la Lega, ma sia ben chiaro che voi la Lega non la fermerete, così come non avete mai fermato – se non con le parole – le mafie, allorquando la Lega non ancora esisteva e non ancora governava la sicurezza di questo paese.

E allora, ancora Tutti Pazzi per la Lega.

E allora, viva la Lega, viva i leghisti.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Roberto Saviano: il nord, la Lega, e il contrasto alle mafie

mercoledì, 28 luglio 2010

Mi sono appena cancellato dal gruppo su facebook “Nessuno Tocchi Saviano”.

Perchè?

Perchè appare evidente che il saviano usi la sua notorietà contro l’unico movimento politico che ha reso possibile il più grande contrasto alle mafie che questo paese abbia mai vissuto.

Al contrario di tanti altri partiti politici, che il contrasto alle mafie lo preferiscono parlato in tv e scritto sui giornali, la Lega Nord lo ha incarnato e lo ha portato al governo del paese come mai nessuno, in tutta la storia di questo paese.

Dalle parole che leggo nelle interviste rilasciate dal Saviano in questi giorni, appare quasi che le infiltrazioni mafiose provenienti dal sud del paese siano state agevolate al nord, ignorate, sottostimate, quasi accettate.

Invece la realtà ci dice che sono state represse e contrastate con una grande azione giudiziaria e investigativa che ha tarpato le ali al tentativo mafioso di agire liberamente nel nord, quel nord che non ha mai amato le mafie, non le mai condivise, non le ha mai difese.

Quel che dice Saviano contro la Lega è ingiusto e tradisce una posizione politica, un pregiudizio politico.

In passato ho stimato saviano che ha fatto semplicemente il suo dovere di cittadino e di cronista nel pubblicare le infamie mafiose, un dovere che risonosco non essere comune nel sud del paese, ed è questo,forse, il motivo del successo mediatico e giornalistico del mito di Saviano e dei suoi scritti di denuncia.

Ho dovuto ricredermi oggi, dopo che vedo la sua azione diretta ingiustamente contro chi le mafie le ha contrastate veramente e, forse, per la prima volta (visti i risultati mai ottenuti in precedenza, da nessun governo), dal governo del paese.

Questa posizione di Saviano è ingiusta e pregiudizievole.

Non è giusto prendersela propio con il movimento politico che ha garantito legalità e sicurezza più di chiunque altro in questo paese.

Ed ancora più ingiusto è il suo alludere che qui al nord, sinora la Lega abbia dormito e non abbia contrastato adeguatamente le mafie.

Ma si accorge il Saviano dell’assurdità di quel che dice?

E si rende conto il Saviano che con queste accuse offusca e getta ombre terribili e temibili sull’operato dell’autorità giudiziaria e degli investigatori di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza?

Cosa vorrebbe dire il Saviano, che magistratura e forze dell’ordine abbiano anche loro sottostimato le infiltrazioni mafiose provenienti dal sud e dirette a infestare anche il nord del paese?

Nessuno di loro ha dormito, caro Saviano, mentre le mafie del sud tentavano di estendere i loro tentacoli nel nord.

Ed i risultati si vedono.

Le ultime operazioni narrano di investigazioni, intercettazioni, pedinamenti, installazione di telecamere e di un duro lavoro da parte di tutti gli operatori della giustizia e delle forze dell’ordine nel nord come nel sud del paese, al fine di impedire alle mafie di penetrare nel tessuto sociale, nella politica, negli affari, nei grandi appalti, a cominciare da quello dell’Expo di Milano.

Nessuno nel nord ha dormito nel contrasto alle mafie, men che meno, magistratura e forze dell’ordine.

Compresa quella “Lega della gente” che il Saviano dimostra di odiare così profondamente, quella Lega che ha più volte dichiarato dagli scranni del governo che il livello di vigilanza delle istituzioni sulle infiltrazioni delle mafie del sud nel nord sarebbe stato massimo e che il governo assicurava (per la prima volta nella storia d’Italia) misure preventive per impedire che le mafie mettessero le mani sui grandi appalti dell’Expo.

E la risposta dello stato, del governo, della magistratura e degli investigatori tutti, c’è stata, eccome se c’è stata.

Una risposta alle mafie che profuma di legalità, che odora di maggiore sicurezza nella vita dei cittadini.

Ma evidentemente, il nuovo ruolo politico assunto dal Saviano offusca la sua visione e lo rende attore di una brutta pagina della sua vita, una pagina che non lo vede a sostegno di chi, nel proprio duro lavoro quotidiano, nel proprio impegno politico, nelle proprie funzioni pubbliche, dimostra che le mafie le combatte con i fatti, e non con le parole.

Fatti, non parole ci vogliono in politica come nella vita di tutti i giorni.

Quei fatti che Saviano oggi pretende di non vedere.

Quei fatti che oggi danno torto a Saviano e alla sua visione distorta del nord.

Quei fatti che oggi riportano alla ribalta l’ottimo lavoro congiunto fra forze dell’ordine e magistratura nel contrasto alle mafie nel nord.

Il nord ha risposto, la gente del nord ha risposto, le isitituzioni hanno risposto, le autorità hanno risposto, la politica ha risposto:

subito.

Al nord, nessuno rende la vita facile alle mafie.

Riveda la sua posizione, signor Roberto Saviano:

è ingiusta.

E ricordi che il contrasto alle mafie esisteva prima di saviano, esisterà dopo saviano, esisterà senza saviano ed esisterà anche nonostante saviano.

Poichè lo stato esiste ben oltre un saviano.