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La Lega Nord di Roberto Maroni

mercoledì, 11 aprile 2012

Sono sempre stato e resto posizionato contro ogni forma di illegalità e sono andato via dalla lega l’anno scorso, quando era ormai chiaro che i conti non tornavano tutti.

Ma non per questo rinnego la innegabile valenza politica leghista, che è e resta molto al di sopra della media partitocratica idagliana, che sta nella maggioranza del governo Monti perché non vuol perdere voti e faccia, ma continua a gambizzare ogni riforma ed ogni liberalizzazione del governo Monti, sia ben chiaro questo.

La Lega di Roberto Maroni è e resta una delle poche isole felici del panorama politico italiano insieme al movimento 5 stelle di Beppe Grillo e alla IDV di Antonio Di Pietro, non necessariamente nell’ordine espresso.

La irrisolta (ormai da secoli) questione meridionale resta il più grave conflitto sociale, civile, comunitario, economico, finanziario, amministrativo e pubblico-privato italiano.

Gli “accessori politici” della Lega riguardo l’immigrazione, il federalismo, la diminuzione dei costi e dei lacci della politica e l’inefficienza e l’inefficacia amministrativa della macchina-stato pubblico-roma ladrona restano tutte battaglie di grande interesse popolare.

Sono le deviazioni e le degenerazioni degli ultimi anni che vanno punite e perseguite.

Ma nulla, ripeto, nulla dell’impianto politico leghista è da smantellare, poiché molto sentito e condiviso dalle popolazioni del nord, nonostante tutto.

Non esiste infatti in italia altro corrispettivo fra un partito o movimento politico ed un popolo ed un territorio come quello che esiste fra la lega nord ed il nord, tanto da far coniare il termine di “politica territoriale”.

Roberto Maroni sta vincendo la sua battaglia per la legalità condotta all’interno della Lega Nord solo grazie al seguito umano, politico e morale che egli riscuote nel popolo del nord e non solo del nord.

Mai un avvicendamento al vertice di un movimento politico italiano si è adempiuto in assenza di prassi e metodi politici consolidati nella storia della partitocrazia italiana.

Niente strani finanziamenti, niente strani acquisti di pacchetti di tessere intestate a sottoscrittori di elenchi telefoni, niente sotterfugi:

solo pura lotta politica.

In nessun altro partito italiano un uomo politico avrebbe potuto fare pulizia come ha fatto Roberto Maroni nella Lega, con il solo seguito politico morale, e umano di cui dispone.

Un esempio che dovrebbe essere seguito in tutti i partiti politici italiani.

Partiti che hanno solo un popolo di iscritti fatto di tessere e di claque.

L’insegnamento non raccolto dalla partitocrazia nella esperienza leghista, è che dietro ad ogni tessera, vi sono un uomo o una donna, e niente altro.

Ed il criterio vincente di selezione della dirigenza leghista sta proprio in quel popolo di uomini e di donne, e non nel finanziatore più o meno occulto.

Ecco, queste precisazioni erano per me doverose, nei confronti di quelle persone con cui ho condiviso battaglie importanti nella mia vita.

Diamo quindi il benvenuto alla nuova Lega, alla Lega di Roberto Maroni.

Che Dio e gli uomini possano garantire lunga vita a uomini come Roberto Maroni.

In qualunque schieramento politico siano e sotto qualsiasi vessillo essi militino.

Pulizia, pulizia, pulizia.

Legalità, legalità, legalità.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Pontida 2011: Verso la Libertà

lunedì, 20 giugno 2011

Pontida di qua, Pontida di la, Pontida su, Pontida giù.

Tutta la partitocrazia ed il mondo dell’informazione hanno predetto ogni cosa possibile ed immaginabile sulla riunione annuale del Popolo Padano a Pontida.

Ma non ne hanno azzeccata una.

Come al solito, la grande capacità della Lega di essere portatrice di immensi ideali di Libertà, si è sposata con un pragmatismo che sinora, si è sempre dimostrato vincente.

Le parole di Bossi e Maroni, hanno spazzato via la monnezza romana della profezia di una apocalisse leghista.

Il Popolo Padano era lì, presente ed affatto dormiente, (come invece nel caso del sottoscritto, che ha intervallato la giornata di Pontida fra due parentesi di lavoro notturno), presente e cosciente della importanza di questo momento storico.

Il Popolo Padano ha urlato in coro e più volte, e talvolta anche interrompendo il suo leader, la preghiera della invocazione alla secessione padana.

Altro che fritto misto politico arrivato alla frutta:

la Lega c’è, tutta, intera, integra, dura, pura, insofferente, indomabile e pronta a tutto, pur di difendere la libertà del nord.

Il pragmatismo leghista è l’elemento vincente della Lega ed a parer mio, andrebbe studiato nelle università, Legato come è, agli avvenimenti degli ultimi decenni del paese, laddove le proposte politiche leghiste ed il lavoro quotidiano dei ministri, dei parlamentari, dei governatori, e dei sindaci leghisti, si sono dimostrate vincenti e capaci di cambiare le cose, di riformare il sistema, di trovare la strada della famigerata “quadra” leghista, fra il cosìddetto Cerchio Magico ed il demone dell’alleato berlusconiano, realizzando un cambiamento che tutti avevano creduto impossibile, come impossibile sinora, si riteneva fosse il contrasto alle organizzazioni mafiose.

Ma i leghisti come Roberto Maroni, come Roberto Calderoli, come Roberto Cota, come Luca Zaia e come Attilio Fontana, hanno dimostrato di saper trasformare in realtà le magnifiche intuizioni bossiane, sapendone cogliere l’attimo fuggente, cristallizzandolo nella realtà quotidiana.

E’ il trionfo del leghismo, questo, non la sua sconfitta.

E’ la rinascita della Lega questa, non il suo peggior aborto.

Ed è proprio quel pragmatismo, è proprio quella perniciosa volontà di accettare le potenti sfide che la partitocrazia romana lancia e perde quotidianamente, è proprio questo il valore massimo di questa Lega, che ne rappresenta anche la sua capacità evolutiva ed interpretativa di quella “politica di pancia”, tanto bistrattata dalla partitocrazia, quanto invece, apprezzata e condivisa dal popolo sovrano.

Si riconnette infine, quel filo che molti credevano e speravano fosse perduto, il filo che Lega i leader leghisti al proprio popolo, che lega il destino del nord a quello della Lega, pur nella convinzione che talune battaglie leghiste, diano frutti beingni in tutto il paese, gratis et amore dei, spezzando così la visione affatto realistica che la partitocrazia aveva ritagliato su misura alla Lega come si taglia e si cuce l’ultimo vestito per il morto:

ma la Lega c’è, generosa come sempre, granitica come non mai.

L’unico morto di cui si sente un puzzo insopportabile è quel centralismo romano, padrone e ladrone, egoista ed ingeneroso, che vuole mantenere al guinzaglio il popolo del nord, per sfruttarlo e biasimarlo, insultarlo e sconfessarlo, per deriderlo e umiliarlo.

Ma c’è chi dice NO a questa idiozia egoista ed imperialista, centralista e magnacciona.

Gli egoisti sono gli altri, come sempre.

I razzisti sono gli altri, come sempre.

I ladri sono gli altri, come sempre.

I corrotti sono gli altri, come sempre.

I mafiosi sono gli altri, come sempre.

Ed ora, non vi è più spazio per le parole:

il nord ha accettato la sfida del centralismo romano, e si prepara al contrasto vivo ed attivo, usando il suo perfetto pragmatismo politico.

Noi non siamo padroni del nostro futuro, poichè non siamo nemmeno padroni del nostro presente come del nostro passato, ma noi non ci piegheremo mai e poi mai, al regime della partitocrazia corrotta e corruttiva di questo sistema malato, di questo “stato criminale”.

C’è un popolo intero che dice NO.

Ed il suo NO è talmente forte da far tremare la terra delle fondamenta paludose e melmose romane, che saltano su, irretite ed imbarazzate dall’essere state colte di sorpresa per l’ennesima volta:

si aspettavano un tonfo ed hanno assistito all’ennesimo trionfo.

Perchè un popolo intero ha detto NO, perchè nessuno potrà mai fermare, insabbiare o sabotare una volontà così forte e coesa, così tremenda e pur così generosa.

Poiché la Libertà non è una parola, non è un vessillo, non è un simbolo, non è un valore negoziabile, ma la Libertà è la forza incontrastabile di un popolo unito e fermo, un popolo ferito e scontento, ma non per questo, meno libero di chiedere rispetto e di gridare:

libertà, libertà, libertà.

E niente e nessuno potrà fermare questo popolo in marcia verso la sua tanto agognata Libertà.

Niente e Nessuno.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Analisi del voto amministrativo – maggio 2011

mercoledì, 18 maggio 2011

Le seguenti considerazioni, prendono spunto dall’analisi del voto amministrativo al fine di disegnare il futuro andamento politico in Italia.

Ha vinto il PD?

Ha perso il PDL?

Vincere a Torino con un candidato come Fassino ed a Milano con un candidato come Pisapia può anche rappresentare una “vittoria” per il PD.

Ma va considerato che questa vittoria è avvenuta in assenza di candidati giovani e capaci, alternativi alle immortali figure di una sinistra che è vecchia e stantia, una vittoria che porta il PD ad una “vittoria di Pirro”, se si considera che il passo successivo non è quello di aprire finalmente ad una generazione di giovani politici talentuosi, ma è quello di scoperchiare le bare del passato per riportare in vita veri e propri zombie politici.

Non si vedono molti Matteo Renzi nel PD, anzi, non se ne vedono affatto.

D’altro canto, se Atene Piange, Sparta non ride mica.

Anche la PDL mostra segni di una assenza di rinnovamento interno, e presenta anch’essa una assenza di candidati giovani e capaci, che vivano di luce propria piuttosto che di luce riflessa del Cavaliere.

In molti casi, anche nel passato recente, candidati talentuosi della Lega Nord hanno sopperito molto bene a questa carenza, portando al governo di regioni importanti come Piemonte e Veneto, due figure politiche e di governo di grande valore:

Luca Zaia e Roberto Cota.

Ma, la “cura leghista” non piace ad una certa parte del PDL, ed il risentimento di questa poco talentuosa fazione è certamente leggibile dal dato elettorale emerso dalle urne:

preferiscono rischiare di perdere le elezioni piuttosto che “passare” le candidature a chi ha uomini adatti a ricoprirle.

Forse, è in questa chiave di lettura che si comprende meglio l’anomalia emersa dalle urne in questa tornata elettorale, in specie se si guarda al notevole ritardo con cui si è trovato l’accordo per le candidature fra Lega e PDL in alcune città.

A Bologna e Milano, Lega e PDL dovevano e potevano vincere, e non perdere, come è invece avvenuto.

A Milano, la causa della debacle, sembra ritrovarsi nella ricandidatura di una trita e ritrita Moratti, poco affascinante ed affatto carismatica, politicamente parlando.

Un altro segno di questa “stanchezza” del candidato PDL a Milano si legge nel fatto che Ferrante e Pisapia abbiano incontrato un consenso eguale anche se a distanza di cinque anni l’uno dall’altro:

sono gli ottantamila voti che mancano all’appello nella PDL la vera differenza.

Non è la crescita della coalizione del centrosinistra il motivo della sconfitta elettorale del centrodestra a Milano, così come in altre città.

A Bologna invece, la causa della sconfitta, sembra vada ricercata nel mancato entusiasmo elettorale di una parte del PDL nel supportare la candidatura leghista.

A Torino l’analisi della sconfitta elettorale, passa su due fattori differenti da quelli già citati:

il fattore emotivo Chiamparino e la stratificazione ben radicata della sinistra nella città.

Disfatta totale e senza giustificazioni invece per il terzo polo di Fini, Casini e Rutelli che hanno verificato che il loro pollo non raggiunge la dignità del terzo gradino politico, semmai, dell’ultimo.

La vera novità del dato che emerge da queste elezioni ammiistrative sta nella crescita complessiva di quelle forze politiche che, indipendentemente dagli schieramenti opposti nei quali militano, offrono analoghe posizioni di tutela di interessi come la Sicurezza e la Giustizia ed altrettanto analoghe posizioni di contrasto ed ostilità alle organizzazioni mafiose, alla illegalità diffusa ed al dilagante fenomeno della corruzione:

Lega Nord, Italia dei Valori e Movimento 5 Stelle.

Questo “Polo della Sicurezza e della Giustizia”, raccoglie un consenso interessante, consenso che fa ben sperare nel futuro di questo paese, un paese che è profondamente mafioso e corrotto, oltre che strangolato dalla illegalità.

La crescita complessiva di questo fronte politico disomogeneo è il vero motivo conduttore di questa tornata elettorale, benchè esso sia pressochè ignorato dal mondo della informazione, evidentemente poco libera rispetto ai monoliti PDL e PD, entrambi in aperta crisi politica, sia pure per motivi profondamente diversi.

Taluni osservatori politici vogliono indicare in questa crisi dei due grandi partiti di riferimento, una crisi del sistema bipolare.

Ma è invece proprio la disfatta del terzo polo a validare l’attuale sistema bipolare, all’interno del quale però, esiste ancora una certa immaturità nel considerare meglio candidature politiche di certo valore, sia pure espresse dalle minoranze interne ai partiti di riferimento, ovvero espresse da altre componenti politiche polari secondarie.

Manca la ragionevole maturità nel credere che, per vincere, bisogna puntare su soggetti giovani capaci di governare, piuttosto che rischiare di perdere, per impedire squilibri nella gestione interna dei partiti di riferimento.

In questo caso, possiamo ben dire che, se i monoliti politici-maometto non andranno alla montagna-popolo, non sarà certamente la montagna-popolo ad andare da loro.

Una cosa è la leadership carismatica a livello nazionale e ben altra cosa è invece il buongoverno a livello locale.

Piccole regole inesplorate dal bipolarismo italiano, immaturo e ancora non completamente formato ed educato.

Poichè è pur vero che, “fra due litiganti il terzo gode”, come nel caso di De Magistris a Napoli.

Fine della lezione.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Noi non tradiremo il nostro giuramento

lunedì, 28 febbraio 2011

Il paese sembra immobile, da sempre, come sempre.

Ammutolito dinanzi all’ennesimo omicidio di una ragazza che rifiuta un rapporto sessuale, dinanzi al dilagare di una immigrazione che pretende di asservirlo, dinanzi alla impossibilità di riformare una giustizia che non c’è, dinanzi ai violenti colpi di coda della restaurazione partitocratica, che tenta pedissequamente di sminuire l’enorme lavoro riformatore dell’esercito leghista.

I mafiosi ed i loro amici di merende continuano ad avallare il paradosso per il quale non è l’azione del miglior ministro dell’interno della storia ad avere ragione delle mafie.

Mentre gli oppositori della maggioranza di governo gongolano nel sostenere le teorie dei mafiosi, nella speranza di poterne ottenere i favori elettorali, specie nel sud del paese, dove le mafie condizionano certamente il voto, laddove la Lega non prende un voto.

I sostenitori della espansione egemonizzatrice islamica chiedono a più riprese misure in favore della religione coranica, del diritto di cittadinanza agli immigrati di religione mussulmana, del diritto di voto a questo nuovo attacco demografico alle democrazie occidentali, a questo attacco mortale.

Bruti e traditori, vili e parrucconi si alleano al solo fine di fermare l’avanzata elettorale della Lega, cercando in ogni modo di creare scompiglio fra le sue fila, di inserire nella crescita del seme leghista la zizzania, di impedire che il popolo sia sovrano e decisivo, che il suo governo sia potente e decisivo.

Una torma di turpi individui si muove per fermare quel che non si può fermare, di infrangere quel che non si può dividere.

La casta partitocratica tenta il colpaccio del dividi et impera a danno della Lega, crocifissa ad un federalismo che viene fatto oggetto di continuo ricatto nelle aule parlamentari.

Un voto per una poltrona.

Un voto per una parolina nell’orecchio di quel giudice.

Un voto per il concorso di mia figlia, sai, vuole fare il notaio.

Questo pattume indecente stupra da sempre il cammino delle buone idee e delle riforme in questo paese.

Questa “filosofia di vita e di vita politica”, non sfiora nemmeno le orecchie dei leghisti, però.

Puliremo altre cento volte la monnezza che i napoletani non sanno governare, interromperemo altre cento volte l’avanzata mafiosa nella Padania, sopporteremo altre cento volte gli insulti di chi non sa cosa dice, minacceremo altre cento volte una secessione del paese, sino a quando le nostre idee e le nostre giuste rivendicazioni, non otterranno conferma.

Noi non ci pieghiamo, noi non ci spezziamo, noi non ci stiamo a questo gioco ad uccidere il futuro del paese.

Noi non siamo gente qualunque, noi non siamo politici qualunque, noi non possiamo essere misurati con un metro qualunque.

Noi siamo gente seria e laboriosa, noi siamo il popolo che chiede giustizia, noi siamo la cura per ogni malattia.

Noi, siamo il futuro di questo paese, noi siamo l’unica garanzia di sicurezza in questo paese, noi siamo l’unica parola leale e fedele che esista in questo paese che si vende ad ogni passo, da sempre.

Noi non siamo cambiati, ed anche se ci vedete camminare per i palazzi del potere di Roma, noi non moriremo per quelle poltrone.

Noi moriremmo per la nostra libertà, non per la vostra.

Noi siamo i leghisti e non abbiamo paura di niente.

Men che meno di voi.

Fate il vostro gioco.

Noi, non abbandoneremo questa mano.

Noi, non tradiremo il nostro giuramento.

Mai.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il figlio prodigo ed il padre misericordioso

sabato, 11 dicembre 2010

Questa parabola del vangelo secondo Luca (15,11-32), racconta di un Padre che ha due figli, di cui il minore, il più stupidamente ambizioso, e nonostante il Padre non faccia mancare nulla a nessuno dei due, rivendica la sua parte di eredità quando egli è ancora in vita.

Il buon Padre concede la parte di eredità al giovane figlio, il quale, avendo ormai perso la testa e la ragione, continua nel suo comportamento irrispettoso nei confronti del Padre e del Fratello Maggiore sperperando la sua parte di eredità fra banchetti e prostitute.

Infine, ridotto alla fame, è costretto ad andare a lavorare per vivere come mandriano di porci.

Il giovane si pente delle sue cattive azioni nei confronti del Padre e del Fratello Maggiore e, spinto dai morsi della sua fame nera e dai rimorsi della sua coscienza ancor più nera, torna a casa a chiedere perdono, pietà e misericordia.

Il Padre Misericordioso lo accoglierà a a braccia aperte andandogli incontro appena lo vede sulla strada del ritorno, accoglie il figlio perso e ritrovato e, addirittura, organizza una grande festa e per l’occasione, e fa uccidere il “vitello grasso” da servire al desco.

Il Fratello Maggiore ricorderà (inascoltato) al genitore che egli, gli aveva sempre obbedito ciecamente, fedelmente e lealmente, e non aveva comunque mai ricevuto anche un piccolo capretto per far festa con gli amici, figurarsi il sacrificio del vitello più grasso …..

Ed ecco, raccontata una parobola della vita che potrete riscontrare nella realtà odierna italiana ed identificarla nella crisi di nervi isterica ed infantile di taluni figli degeneri, sempre delfini e mai re, che ha creato una crisi politica grave e dannosa per il paese.

Ecco raccontato come in Italia il merito, la lealtà, la fedeltà, il rispetto dei ruoli ed il coraggio degli uomini, non siano mai giustamente ricompensati, se non addirittura puniti.

Chi tradisce, chi sperpera e spreca, chi attenta alla sopravvivenza altrui con egoismo assoluto e pregiudizievole nei confronti dl prossimo suo, in Italia rischia di vedersi anche perdonato e premiato, mentre in altri paesi civili, sarebbe stato messo all’indice di tutta la comunità sociale e civile, per tutti i secoli dei secoli.

Nelle varie interpretazioni che nella storia si sono susseguite nella ricerca di chi fosse “l’eroe biblico” nella parabola su esposta, ritroviamo coloro i quali indicano come eroe il figlio prodigo (definizione più centrata di quella di figlio perso e ritrovato e che segue l’indirizzo filosofico delle due precedenti parabole della pecora perduta e della moneta smarrita ed anche in riferimento al significato del termine prodigo che si traduce come “dissipatore”), incarnazione di quella idiozia comportamentale umana che sbaglia avendo certezza di essere perdonata e, finanche premiata per i propri errori, ovvero eroe è la figura del Padre Misericordioso, che aspetta il figlio prodigo (dissipatore, spendaccione) e che anzi, gli ava incontro e lo festeggia.

Per quanto mi riguarda, ed in assoluto contrasto alle varie interpretazioni filosofiche che si sono succedute nel tempo sul vero significato della parabola del figlio prodigo o del padre misericordioso, l’unica figura che svetta su tutte le altre come figura eorica di autentica testimonianza cristiana è per me quella del Fratello Maggiore, l’unico a non tutelare il suo interesse egoistico in questa faccenda.

Il Padre Misericordioso prima cede al ricatto estorsivo del figlio minore cedendogli la sua parte di eredità nell’egoistico sentimento di padre che non vuol perdere il proprio figlio, e poi, ancora nel suo egoistico interesse di padre, accoglie come un grande vincitore quel figlio che torna a casa dopo aver sperperato tuttta la ricchezza estorta al padre.

Il Figlio Prodigo per puro egosimo prima ricatta il padre e gli estorce la sua quota di eredità quando il padre è ancora in vita abbandonandolo, poi, dopo aver sperperato quella ricchezza, torna per egoismo a chiedere al padre di essere reintegrato nel suo posto di figlio sfamato, tutelato, curato e difeso da quel padre che egli aveva tradito.

Il Fratello Maggiore è quindi l’unica figura non egoistica in questa parabola, l’unico che non estorce, non ricatta, non abbandona il padre ed il fratello, non spreca la ricchezza familiare, accetta che il padre paghi il ricatto estorsivo e accetta che il padre sacrifichi il “vitello grasso” per festeggiare il fratello ritornato.

Il Fratello Maggiore è l’unica figura in questa vicenda autorizzata a mandare al diavolo tutto e tutti, a chiedere anch’egli la sua parte di eredità con il padre in vita e ridurre in povertà padre e fratello minore, vittime entrambe del loro cieco egoismo.

Il Fratello Maggiore è l’unica figura umana responsabile e cristiana di questa parabola.

Come?

Vi ricorda qualcuno o qualcosa?

Beh, sì, potrebbe essere.

Potrebbe essere un uomo coraggioso e responsabile, leale e fedele, tenace e inabbattibile.

Un uomo con una camicia verde ….

Tutti Pazzi per la Lega.

Ora e per sempre.

Amen.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

La casta corporativa

venerdì, 19 novembre 2010

Un paese immobile l’Italia, che esce da una prima repubblica a democrazia bloccata.

L’immobilismo nel nostro paese è una cultura radicata, normalizzata, regolamentata.

Il nodo centrale rispetto ad ogni questione relativa alla conservazione è impedire l’iniziativa.

Impedire l’iniziativa politica che tenta di cambiare il paese riformandolo dall’interno delle istituzioni democratiche.

Impedire l’iniziativa privata al fine di “congelare” il paese nelle sue corporazioni di classe.

Sì, uso propriamente il termine ideologico di corporazione di classe, ed ora spiegherò il perchè.

Chi paga sicuramente e senza alcuna possibilità di evadere il fisco sul reddito prodotto nel paese in cui l’evasione fiscale impera?

I lavoratori dipendenti, cui il prelievo alla fonte della fiscalità sia locale che nazionale impedisce di fatto l’esercizio del diritto l’evasione fiscale, sempre che questo diritto esista, sempre che questa “libertà” sia consentita (consentita nei fatti solo ad alcuni soggetti e negata ad altri).

Ma il fatto certo è sicuramente che chi paga le tasse in Italia, la corporazione dalla quale è sicuramente prevedibile ogni introito fiscale è quella dei lavoratori dipendenti.

Di fatto, hanno “diritto scelta e libertà” di evadere la tassazione impositiva esclusivamente quelle classi corporative che non vengono sottoposte ad una tassazione preventiva, con prelievo alla fonte.

Queste corporazioni cui la legge consente di fatto l’evasione fiscale sono quelle dei lavoratori e dei professionisti autonomi, quelle dell’imprenditoria, del commercio e dell’artigianato, insomma, tutte, tranne quella dei lavoratori dipendenti.

Ma l’arroganza della conservazione non si ferma qui.

Sempre la corporazione dei lavoratori dipendenti è quella che subisce maggiori danni da altri meccanismi burocratici che è possibile definire nella loro interezza come diabolici.

L’elenco delle vessazioni subite dai lavoratori dipendenti è composto altresì da:

– un prelievo forzoso ed obbligatorio contributivo che non lascia la possibilità come avviene in altri paesi al lavoratore dipendente di programmare un piano pensionistico volontario ed autonomo o se investire invece nell’immediato quelle somme che vengono conferite agli istituti previdenziali come essi meglio credono e ritengono.
Il che, contestualizzato in un paese dove le banche erogano prestiti solo a clienti che possono offrire garanzie reali in misura almeno uguale all’ammontare del prestito richiesto (e che lo chiedo a fare un prestito se ho le energie economiche, se non finanziarie per far fronte ad una esigenza di liquidità?), pone la categoria dei lavoratori dipendenti nella impossibilità di avviare alcuna attività autonoma per mancanza di energie finanziare ed economiche, sottratte forzatamente con la complicità di un sindacalismo stranamente silenzioso quando si tratta di difendere i veri diritti dei lavoratori.
Definiremo questa vessazione come la cuspide contrivìbutiva;

– stipendi inferiori alla media europea, uniti al più alto costo del lavoro conosciuto nei paesi industrializzati.
Nel mezzo di queste differenze, vi è ancora lo stato con la sua cuspide fiscale, che rende ingiustamente alto il costo del lavoro alle imprese e contemporaneamente basso il livello degli stipendi ai lavoratori, riuscendo in un sol colpo a rendere infelici nello stesso tempo datori di lavoro e lavoratori (il mondo del lavoro italiano sentitamente ringrazia).
Ricordiamo che in questi “frangenti di crisi”, vi è sentore di una certa “tolleranza” dello stato nei confronti della evasione fiscale, quasi un “aiuto” nei confronti delle aziende che sono in difficoltà derivanti dalla crisi.
Ma va anche ricordato che se ad una azienda che non quadra i conti è consentito superare la crisi “rimandando” il pagamento delle tasse dovute, questo fatto non vale per quelle famiglie in cui il reddito principale viene apportato da stipendi per lavoro dipendente, che non trovano nella possibilità di “rimandare” il loro apporto contributivo fiscale e previdenziale, perdendo un “ammortizzatore socio-economico” che invece viene concesso alle aziende (di fatto se non di diritto).
Se poi, aggiungiamo le carenze del sistema del welfare italiano (inesistente, se lo paragoniamo a quelli tedesco e francese), possiamo meglio comprendere in quali difficoltà si muovano le famiglie italiane il cui reddito principale è costitiuto da lavoro dipendente.

A tali vessazioni di fatto e di diritto aggiungiamo quelle che infieriscono mortalmente sul morale delle famiglie dei lavoratori italiani, allorquando si accede a quelle agevolazioni che dovrebbero indirizzarsi nei confronti delle famiglie con redditi da lavoro dipendente che si vedono sorpassare in tutte le graduatorie per l’accesso a tali diritti, a tali agevolazioni, da famiglie composte da lavoratori in “nero”, che non pagano nulla di tasse, ma che incassano comunque uno stipendio, famiglie che dichiarano redditi pari a zero euro, famiglie che non pagano il servizio sanitario e quello farmaceutico quando lo utilizzano, famiglie che godono di interventi e di aiuti da ogni livello di governo: comunale, provinciale, regionale e nazionale.
Ma passa ogni livello di sopportazione umana il vedere famiglie costituite da lavoratori autonomi (professionisti: medici generici, medici specialisti, infermieri professionali, dentisti, avvocati, commercialisti, etc), commercianti (gioellieri, supermercati alimentari, ristoratori, abbigliamento, calzature, agenzie viaggi, pasticcerie, ect), artigiani (vendita ed installazione pneumatici, riparatori di elettrodomestici, idraulici, elettricisti, pittori, muratori, panificatori, etc), imprenditori (costruttori edili, autotrasporti, industriali, etc) agricoltori e quant’altro, che si presentano a chiedere le medesime agevolazioni di una famiglia di lavoratori dipendenti.
E va anche bene che in tempi di crisi chiunque possa aver bisogno di una aiuto per andare avanti, ma che poi si presentino a chiedere queste agevolazioni in Porsche Cayenne, beh, questo lascia aperto il dubbio che il reddito reale di questi soggetti sia ben diverso dal reddito dichiarato allo stato.
Ma al fine dell’accesso alle agevolazioni per soggetti con redditi bassi, vale ciò che è scritto sulla dichiarazione dei redditi, non l’effettivo tenore di vita.
Sarà anche per questo motivo che l’Istat non gestisce più le sue indagini statistiche sociali sulla base dei redditi dichiarati, ma sulla base dei consuni effettivi, valutando il semplice stile di vita piuttosto che la solenne dichiarazione dei redditti.
Almeno le indagini statistiche potranno dirsi “realistiche”
Questa condizione generale mortifica grandemente i ceti sociali più bassi nella gerarchia della ricchezza, proprio quei ceti sociali che invece vedono come uno spettro avvicinarsi quella soglia della povertà che è molto più vicina a loro piuttosto a coloro i quali possono permettersi di acquistare e di gestire una Porsche Cayenne.
E’ ovvio che non tutti i professionisti, i commercianti, gli artigiani, etc, denunciano redditi che fanno a pugni con il loro stile di vita.
Va bene il qualunquismo, ma che sia di qualità.
Per non parlare poi del silenzio assoluto ed assordante che in Italia si ode su quei quozienti familiari sempre promessi e mai stabiliti e normalizzati per rendere equità rispetto alle disparità economiche fra soggetti cosidetti “single” e famiglie con prole che avanzano faticosamente, specìe se in condizioni di monoreddito o di più redditi rinvenenti da lavoro dipendente.

E poi ci si sente dire: italiani, fate più figli.

Ma va bene anche fare più figli, ma dove sono i servizi e le agevolazioni dirette alle famiglie con prole, specie se numerosa?

I figli sono un bene comune del paese, ma “questo paese” non si assume l’onere del loro mantenimento.

E questo disinteresse ad accettare oneri comunitari importanti e fondamentali, lo riscontriamo in un magma comunitario che definiriremo “trasversalismo sociale”.

Esiste infatti un forte movimento sociale trasversale al e nel paese, che tende a mantenere questi squilibri in atto e non a rimuoverli, un movimento corporativo che desidera mantenere lo status quo e lotta strenuamente per impedire ogni cambiamento ed ogni riformismo.
Un trasversalismo sociale che è fatto di egosimo puro, un egoismo che tende ad immobilizzare il paese.
Un paese immobile, qundi, bloccato da schieramenti corporativi che impediscono ogni accesso, che riducono ogni spazio alla gente qualunque di sperare in un futuro migliore di quello che vivono attualmente.
Una casta, questo movimento corporativo lo definiremo come una casta corporativa.

La casta corporativa incide nel governo del paese in quanto schiera al suo interno la potente casta burocratica, anch’essa appartenente al mondo dei lavoratori dipendenti, ma schierata in altro luogo ed a difesa di altri interessi da quelli delle famiglie e delle aziende qualunque.

Avete bisogno di avviare una attività economica?

E a chi dovrete chiedere le autorizzazioni necessarie per farlo?

Avete bisogno di accedere ad una professione?

E quale esame di accesso dovrete affrontare per farlo?

Ecco spiegato con un semplice esempio come la casta burocratica sia la prima linea di difesa della casta corporativa.

La seconda linea di difesa della casta corporativa è la casta politica.

L’iniziativa privata è mortificata anch’essa come le famiglie italiane, ed è mortificata ed avversata dalla medesima casta corporativa.
Il fatto che in Italia esistano ancora autorizzazioni obbligatorie per le attività imprenditoriali, fa comprendere come la casta corporativa detenga il controllo di ogni inziativa:
da quella di far venire al mondo un figlio a quella di far venire al mondo una nuova iniziativa economica.

E ritorniamo quindi ad una delle affermazioni iniziali:
Il nodo centrale rispetto ad ogni questione relativa alla conservazione è impedire l’iniziativa.

Ecco, questo è lo specchio del nostro paese.

Neanche il sogno di poter cambiare la nostra vita in meglio lascia per strada questa casta corporativa.

L’accesso alle professioni è infatti presidiato costantente da soggetti deputati a selezionare i futuri professionisti in base a criteri che non sono scritti su nessun foglio, ma che imperano e governano questo paese.

Le ultime vicende scandalose che hanno coinvolto il concorso per praticanti procuratori (avvocato) a napoli e quello per notai a roma, la dicono lunga su come questa casta corporativa e questa casta politica siano determinate a gestire il potere in modo assolutamente egoistico, puntando a chiudere ogni porta di accesso a chi non appartiene a tale casta, non ne fa parte, non ne condivide fini, scopi ed egoismi smisurati.

Un altro esempio è quello degli albi che danno accesso alla informazione attiva, come quello dell’ordine dei giornalisti.

Come si fa a chiudere questo fondamentale settore a presidio della democrazia?

Come si a impedire il cambiamento del paese dall’informazione?

Semplice, chi non si allinea alla corporazione, chi crede in un paese libero e democratico, chi lavora per il cambiamento, viene estromesso in momenti strategici, come nel caso del giornalista Feltri, sospeso per tre mesi dall’ordine dei giornalisti proprio nel momento in cui nel paese si respira aria di elezioni.

Una voce libera e piuttosto isolata, quella di Vittorio Feltri nel giornalismo italiano.

Ora, anche imbavagliata.

Inoltre vi è da considerare la gravissima condizione dell’informazione in Italia.

Pensate che per fare informazione (libertà e diritto sanciti dalla costituzione), occorre per legge essere iscritti all’albo dei giornalisti.

Chiunque facesse informazione senza essere dotato di un direttore responsabile regolarmente iscritto nell’albo dei giornalisti, commetterebbe addirittura un reato e sarebbe passibile persino di arresto.

Certo, l’informazione passiva è libera, ma in questo modo la casta corporativa controlla l’informazione attiva, quel mondo che l’informazione la fa, la comunica, la seleziona e, se vuole e se ne ha un interessse corporativo condiviso, la silenzia.

In questa condizione è meglio comprensibile quel conflitto di interessi di cui viene spesso additato il premier Silvio Berlusconi, che “controllerebbe” ancora il suo impero mediatico, “governerebbe” la televisione pubblica e “metterebbe il bavaglio” alla libera informazione.

Ma guarda il caso, l’unico giornalista che viene imbavagliato dall’ordine in Italia è proprio un giornalista ritenuto vicino al premier.

E forse, il conflitto di interessi del premier è un conflitto relativo agli interessi della casta corporativa, e non un conflitto fra i suoi interessi personali e l’interesse pubblico.

Dietro l’interesse pubblico si nasconde infatti, spesso e volentieri, l’interesse di quella casta corporativa che è nemica giurata dell’iniziativa privata, di quella iniziativa di cui il cavalier Silvio Berlusconi è testimone sommo e massimo in questo paese, avendo spezzato ogni corporazione economica e finanziaria con la sua ascesa imprenditoriale prima e ogni corporazione politico-burocratica con la sua ascesa politica poi.

Eppure, viene fatto passare il messaggio informativo da sempreche sia egli il soggeto che vive un conflitto di interessi pubblico-privati.

Beh, corrisponde:
la casta corporativa l’abbiamo già definita come “egoista” ed orientata a tutelare e curare esclusivamente i propri interessi personali, familiari ed economico-finanziari.

L’unico caso che io ricordi nella mia vita di superamento della casta corporativa è appunto la vita personale, imprenditoriale e politica di Silvio Berlusconi.

Un capitolo a parte è quello rappresentato dall’ostracismo senza limiti e dall’arrembante attacco che tale casta corporativa lancia quotidianamente e da anni nei confronti del suo nemico giurato, la Lega Nord per l’Indipendenza della Padania.

Il fatto nuovo in questo panorama assai miserevole è appunto la nascita e la crescita di un movimento politico che, attraverso il rispetto delle regole democratiche, riforma e cambia questo paese.

L’alleanza politica con il berlusconismo è naturale, poichè entrambe hanno di fronte lo stesso acerrimo nemico:
la casta corporativa trasversale al sistema e nel sistema.

Ed è grazie al patto di ferro fra Berlusconi e Bossi che questo paese ha intrapreso la via del cambiamento, gravemente ostacolato e più volte ferito dalla casta corporativa.

Ma il cambiamento del sistema è uno di quei processi che, una volta avviato, non è più possibile fermarlo.

La gente qualunque, le famiglie e le aziende italiane hanno intuito che l’unica possibilità di salvezza per il paese è costituita da questo cambiamento, incarnato da queste persone, e lo gratifica di consensi, non solo elettorali.

La casta corporativa ha compreso questo nesso di continuità e di forza che Lega Berlusconi e Bossi, e gli ultimi avvenimenti politici lo dimostrano ampiamente, compreso il tradimento di un drappello di sostenitori berlusconiani ormai collocati a difesa degli interesi della casta corporativa.

Ed è infatti un giornalista ed uno scrittore che attacca frontalmente in questi giorni la Lega attraverso il suo il ministro dell’interno Roberto Maroni, indicando la Lega come parte interessabile dalle mafie meridionali per accedere al ricco mondo del nord del paese, ai suoi appalti, ai suoi poteri economicie finanziari.

E lo fa dalla rete televisiva pubblica, la Rai.

Questo fatto dimostra che:

1 – il premier Silvio Berlusconi non ha alcun potere diretto nello svolgimento dei palinsesti aziendali dell’emittente pubblica radio-televisiva;

2 – il ministro dell’interno Roberto Maroni e la nuova politica del governo del paese in tema di sicurezza dei cittadini e di contrasto alle organizzazioni criminali mafiose è un successo;

3 – la casta corporativa tenta di “svestire” di ogni valore politico e di ogni sapore consensuale gli atti di un ministro e di un governo che, unici, nella storia della repubblica italiana, contrastano le mafie con l’azione di governo ed i risultati ottenuti piuttosto che dai palchi elettorali, dalla convegnistica, dalle pagine dei giornali, dalla cinematografia e dalla editazione di libri-scandalo sulle mafie.

Ma tutto questo lavoro, tutta questa azione di governo irrita notevolmente la casta corporativa che, in questo medesimo momento, sogna di interrompere il riformismo e l’azione del governo e del patto Bossi-Berlusconi.

Proprio in questo momento in cui il tradimento dei finiani apriva una debole speranza di fermare cambiamento e riforme, è importante infangare l’azione del governo, anche se giusta e retta.

Ma l’abbiamo già detto più volte:
la casta corporativa è profondamente e fondamentalmente egoista, e nell’ottica di quel che sta accadendo in questi giorni, irresponsabile nelle azioni e pericolosa per il futuro del paese.

E se vi è qualcuno o qualcosa che vada assolutamente fermato in questo paese, è certamente questa casta corporativa e non certo la magnifica azione di questo governo.

Con buona pace degli invidosi e dei gelosi, entrambi figli dell’egoismo più inumano, anti-solidale e sfrenato che sia mai esistito.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X