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Conflitto di poteri ed equilibrio istituzionale nel quadro riformatore

mercoledì, 20 aprile 2011

In un paese che si vanta di essere democratico come il nostro, l’equilibrio dei poteri risulta essere un valore di riferimento nell’ambito del primato della politica.

Assicurare una giustizia tempestiva e certa al popolo sovrano è un dovere imprescindibile, cui nessuno può sottrarsi.

L’entità statuale democratica non ha altro valore e funzione che quella di assicurare servizi ai cittadini.

E questi servizi devono essere alla altezza di un paese avanzato come il nostro.

Mentre sappiamo con certezza che la lentezza della macchina della giustizia respinge l’ingresso di intraprese economiche e finanziarie dall’estero, e costringe, in concorrenza con altri fattori quali l’elevata imposizione fiscale e l’iperburoratizzazione delle procedure, alla delocalizzazione di quelle esistenti.

Il quadro che ne viene fuori è deludente e mortificante per il mondo del lavoro italiano, quel mondo che paga lo stipendio a tutti gli attori di questo “conflitto di poteri”.

Si comprende meglio come una certa quantità della enorme evasione fiscale trovi fondamento (e non giustificazione) proprio nella inefficace risposta della pubblica amministrazione al mondo della tutela e della sicurezza delle famiglie e delle aziende, nel corrispettivo di servizi fondamentali quali la cura della salute pubblica ovvero nella garanzia di una giustizia certa nei tempi e nelle modalità.

Va chiarito che, i soggetti qualificati per riformare il mondo della giustizia siano quelli che la Costituzione indica e che noi possiamo riunire nel termine di Politica.

E la politica esiste per la Costituzione come poteri esecutivo e legislativo.

Alla politica il popolo sovrano delega appunto la sua sovranità, al fine di legiferare in esclusiva e di governare in esclusiva.

Nessun altro potere dello stato è qualificato, garantito e riconosciuto tale per realizzare le riforme che urgono al paese.

Nessuno.

E se non si vuole rispettare il popolo sovrano nelle decisioni di quei poteri dello stato preposti dalla costituzione a legiferare, governare e riformare il paese, allora il termine di stato democratico non è più consentito ne giustificato.

Ognuno può esprimere la propria opinione, ma nessuno, ripeto, nessuno è autorizzato a dire cosa la politica deve fare o non fare, come deve riformare o non riformare.

Nessuno tranne il popolo sovrano in una cabina elettorale.

Ogni tentativo di impedire l’esercizio di un potere dello stato, non è riconosciuto, tutelato e garantito dalla carta costituzionale, se non è addirittura in conflitto con essa.

Questo conflitto fra poteri dello stato deve rientrare nel suo alveo costituzionale, riportando il livello di contrasto a livelli democraticamente accettabili, all’interno dei quali, un giudice deve trovare la giusta serenità nel giudicare ed un politico deve trovare la giusta serenità nel governare il futuro ed il presente di questo paese.

Tutto deve essere compiuto nell’esclusivo interesse del popolo sovrano e non contro di esso.

Ogni tutela di parte, che sia di diritto istituzionale e costituzionale o di privilegio di casta, deve sottomettersi all’interesse del popolo a ricevere una giustizia certa e tempestiva.

Si sottolinea invece come le caste, non siano previste ne come organo costituzionale, e nemmeno come organo istituzionale all’interno della nostra Costituzione.

Coloro i quali siedono quindi nelle alte cariche istituzionali e costituzionali vanno richiamati ai loro doveri, da svolgere senza accessi abusivi ed eccessi di personalismo.

Le regole democratiche valgono per i cittadini qualunque come per i così detti “servitori dello stato”, i quali debbono appunto servire in esclusiva gli interessi dello stato e della sua sovranità fondante:

il Popolo.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino x