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Attacco alla Magistratura è Attacco allo Stato

mercoledì, 11 maggio 2016

Il metodo mafioso difficilmente uccide un politico, a meno che tale politico non fosse affiliato alla organizzazione mafiosa o avesse contratto un negozio giuridico criminale con essa per poi tradirlo

Il metodo mafioso non uccide i politici perché i politici, quando vengono colpiti come nel caso del terrorismo politico, dimostrano di saper difendere se stessi e lo stato dal terrore e dalla violenza, sconfiggendo definitivamente il terrorismo brigatista rosso

Il metodo mafioso ammazza invece magistrati, giudici, procuratori, PM e GIP, uccide carabinieri, poliziotti e finanzieri

Il metodo mafioso uccide un fedele servitore dello stato innanzitutto isolandolo, creando una atmosfera astiosa intorno a se, usando altri servitori dello stato infedeli e corrotti per screditarlo, impedirlo e mortificarlo nel proprio ambiente, nella sua dignità umana e professionale, nel suo mondo privato, famigliare, sociale

Questa aggressione uccide ben più di un colpo di pistola o una raffica di kalashnikov o un chilo di tritolo:

mina l’equilibrio mentale, organico e fisiologico, mina il riconoscimento sociale e professionale, spinge ad una reazione, induce in errore, provoca una reazione o attenta direttamente alla integrità psico-fisica dell’individuo oggetto della aggressione mafiosa

Ma è sempre l’isolamento il momento iniziale della aggressione mafiosa, oltre alle minacce, più o meno velate, più o meno pubbliche

La Politica usa la stessa strategia quando viene indagata dalla Magistratura:

attacca il metodo (le intercettazioni), attacca le indagini, isola i magistrati e gli agenti ed ufficiali di Polizia Giudiziaria che svolgono le indagini, sia all’interno dei loro uffici che nell’organo di autogoverno della magistratura, che dovrebbe essere potere costituzionale indipendente dal potere esecutivo e legislativo, ma che dal potere politico e burocratico deve ricevere le condizioni di lavoro dignitose, uffici funzionali, collaboratori, auto blindate e l’acquisto, la dotazione, l’ordinaria e la straordinaria manutenzione e tutela degli uffici, delle auto, degli strumenti di indagine

Oltre a dispositivi normativi che consentano nella realtà di perseguire i reati e non di attendere la loro prescrizione, in un estenuante e continuo mettere il bastone tra le ruote della politica alla Magistratura e al comparto Sicurezza, agli investigatori e alle Forze dell’Ordine in generale e in particolare

Il fatto stesso che la Politica si sia inventata il modo di dividere Magistratura e forze dell’ordine costringendo in un immaginario collettivo che veda la magistratura di sinistra e la sicurezza di destra, evidenzia quel continuo, costante ed estenuante bastone della politica tra le ruote della Giustizia e della Sicurezza, per impedirla, per negarla

Ogni volta che la politica attacca la magistratura, attacca tutto il comparto Giustizia e tutto il comparto Sicurezza

Ogni volta che la Politica attacca le indagini e i metodi di indagine di Magistratura e Forze di Polizia, li isola dal contesto istituzionale e costituzionale, li emargina e ridicolizza, li degrada e ferisce

Ma, come la mafia, la politica inizia l’attacco con l’isolamento dei soggetti che la indagano, esattamente come fa la mafia, propriamente come fa la mafia

Questo conflitto istituzionale è un vero regalo alle mafie:

appena inizia l’isolamento dei vari De Magistris, Di Matteo, Davigo, Di Pietro, Masi, la mafia approfitta della complice alleanza politica che attacca la magistratura e approfitta del momento di debolezza e di isolamento creato dalla politica per attaccare anch’essa magistrati e investigatori

Per fortuna che il metodo di indagine e preventivo ha raggiunto livelli di eccellenza (nonostante il complesso delle indagini sia ostacolato e non favorito) e grazie anche al tanto vituperato (sempre dai politici) strumento del pentimento e dei Collaboratori di Giustizia, si scopre in anticipo un piano per eliminare questo o quel giudice, con tutta la sua scorta

Il caso odierno del rinvenimento in Puglia del tritolo che serviva a far saltare un giudice anti-camorra nel napoletano è prova lampante di questa complicità ed assonanza di comportamenti tra politica e mafia

Ma nel passato fu un eguale rinvenimento in Calabria che era destinato a far saltare un giudice anti-mafia siciliano

Da osservatore esterno, trovo questa identità di comportamenti mafiosi dei politici e dei mafiosi stessi inaccettabile, criminale, criminoso, criminogeno

Da investigatore dilettante individuo ed evidenzio il basilare filo che collega e prova due comportamenti uguali di due soggetti differenti in un unico movente:

isolare e massacrare, moralmente e materialmente giudici e investigatori, uomini di scorta e forze di polizia, renderne difficile se non impossibile e inutile il lavoro quotidiano, impedire di ottenere Giustizia e Sicurezza per i cittadini

Non so se è chiaro:

sto accusando la Politica di usare il medesimo comportamento mafioso usato dalle organizzazioni criminali mafiose verso un medesimo “nemico” che osa indagare politici e/o mafiosi, la magistratura

Ma, attaccare la magistratura così come fa la politica, è o non è un comportamento mafioso ovvero un comportamento non adeguato, responsabile e consequenziale al giuramento di fedeltà allo stato e alle sue istituzioni?

Ora mi spiego meglio perché la politica attacca le mafie solo dal punto di vista associativo e non personale, e mi spiego meglio perché non sia previsto, punito e istituito il reato di comportamento mafioso, comportamento che abbiamo riscontrato essere identico nell’agire politico e nell’agire mafioso

Il titolo di questo post è da brividi ed evidenzia come la Politica, attaccando la Magistratura, la isoli e la renda facile preda della criminalità organizzata, che gongola e ride soddisfatta di questi conflitti

L’attacco alla Magistratura è un attacco allo Stato

Se di deriva autoritaria si parla tanto in questi giorni, questo ne è certamente l’elemento probatorio più pericoloso:

una sorta di alleanza tra politica e mafia nell’isolamento della Magistratura a discapito dello stato, a distruzione dello stato, a tradimento dello stato

E non è detto che la famigerata Trattativa Stato-mafia non passi attraverso la cruna di questo ago, sottile e tagliente, proprio come un’arma che uccide silenziosamente, senza Bang bang e Boom

So che quel che affermo è grave e me ne assumo tutte le responsabilità relative

Io, quell’isolamento lo conosco, l’ho vissuto e lo vivo, l’ho pagato e so quanto sia pericoloso e pesante, so quanto sia difficile l’accesso al mondo del lavoro se ti metti contro “certa politica”

Ma io sono nessuno e non sono lo stato, ne faccio parte, ne sono una parte, non ne incarno poteri e funzioni pubbliche, ma li difendo ogni volta che li vedo aggrediti da quell’isolamento che conosco e respingo

Non so se i politici si rendano conto della gravità e della pericolosità sociale, comunitaria e statale che incarnano quando attaccano direttamente o indirettamente la magistratura, gli investigatori, i metodi e gli strumenti di indagine

Non so se esista una anche probabile alleanza tra mafia e una parte della politica

Quel che so è che, comunque lo vogliate definire, quello evidenziato è un comportamento mafioso

E va punito e contrastato severamente, duramente e sicuramente

Io faccio la mia parte

Se esiste una Politica che si ritiene diversa e differente da quella che adotta questi comportamenti, a questa Politica chiedo:

1) l’integrale approvazione e applicazione del pacchetto anti-mafia Davigo-Gratteri

2) l’istituzione del reato di comportamento mafioso, nella cui fattispecie occorre integrare il reato di corruzione, che è il reato alla base di questo ragionamento, quel reato che indagato dalla Magistratura, fa saltare dalla poltrona politici mafiosi e corrotti ed emergere un comportamento mafioso che risulta identico a quello adottato dalle mafie

Poi, posso morire tranquillo e sereno, convinto di aver lasciato ai miei figli un mondo migliore di quello che ho ricevuto e subito io

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il primato della politica e la giustizia mancata

domenica, 24 aprile 2016

Si manifesta l’insoluto scontro tra poteri in Italia.

La magistratura indaga la politica, la politica attacca la magistratura.

Un cliché, un déjà vu, un comportamento seriale.

Da dove partire per una analisi di questo fenomeno?

Dal suo apparire?

Sì, solo per lo spunto iniziale.

Dal suo agire o non agire?

Sì, per comprendere i motivi per cui la politica agisce o non agisce e la magistratura può agire o non può agire.

Il primato della politica deve essere analizzato scevro delle ideologie o delle letture ideologiche, se si vuol capire cosa è oggi il governo dei popoli e dei territori.

Ecco, abbiamo raggiunto il primo assunto di questa analisi:

politica non è retorica o discorso, politica è governo, mera amministrazione della cosa pubblica e regolamentazione di quella privata.

E qual’è il compito della politica in una democrazia repubblicana?

Governare la spesa pubblica, indirizzare la spesa in un senso o in un altro, erogare servizi alla cittadinanza accessibili, fruibili, efficaci ed efficienti, emanare leggi che regolamentino i comportamenti umani, difendere e tutelare il territorio e il popolo.

Ora, leggendo i giornali e guardando la tv, si rintracciano questi fondamenti della politica?

Abbiamo bisogno di un caso concreto per rispondere alla domanda.

L’ennesimo conflitto tra potere esecutivo e potere giurisdizionale, altrimenti detti potere politico e potere giudiziario, può essere il caso di analisi.

Perché?

Perché è nel conflitto tra poteri costituzionali che si celano i conflitti tra altri poteri, più o meno leciti e/o legali, rappresentabili o temibili.

Perché è un conflitto aperto ed irrisolto, perché la giustizia in Italia non funziona e il rimpallo delle responsabilità tra i poteri in oggetto pone dubbi sui fondamenti e le intenzioni che sorreggono le posizioni in campo.

Questi dubbi vanno sciolti e questa analisi tenterà un procedimento razionale alla comprensione e alla emersione dei motivi che originano questa crisi irrisolta.

Punto Primo

Il primato è della politica:
essa governa, indirizza, legifera, normalizza e regolamenta ogni singolo comparto della pubblica amministrazione, delle funzioni pubbliche, dei poteri pubblici come delimita gli atti umani in atti leciti ed illeciti, legali ed illegali.

Punto Secondo

Il potere giudiziario è potere tra i poteri democratici e costituzionali italiani, autonomo dagli altri poteri e dipendente o indipendente dagli indirizzi politici a seconda dei casi, normalizzato e regolamentato da essi, unico soggetto deputato alla interpretazione e applicazione del diritto oggettivo, di quelle leggi che la politica scrive e impone.

Credo che, posti questi due punti, possiamo passare all’analisi del caso concreto.

La magistratura indaga su presunti comportamenti illeciti di persone vicine a membri del governo (il parlamento va letto in un libro a parte, essendo direttamente rappresentativo del popolo e contenendo un numero incredibile di parlamentari indagati, specchio dei tempi e del popolo che rappresenta) e la politica risponde con attacchi nel metodo (uso o presunto abuso delle intercettazioni e delle indagini) e nelle persone che incarnano il potere giudiziario, una querelle in cui rispunta ciclicamente il fantomatico “partito dei giudici”, qualificando come “politici” i fini delle indagini della magistratura.

Come potete osservare, ad una normale funzione pubblica giudiziaria corrisponde una reazione anormale e conflittuale.

Perché?

Questo accade ogni volta che la magistratura inciampa in soggetti politici o vicini alla politica nel corso delle indagini, sia amministrative che civili e penali.

Quel “ogni volta” rappresenta un elemento di analisi interessante:
manifesta un potenziale e pericoloso diniego da parte della politica di sottoporsi alla legge e alla costituzione, diniego che vorrebbe estendere l’immunità parlamentare a casi di evidente criminalità, organizzata e individuale.

Pochi i casi di accettazione placida ed equilibrata da parte della politica in questi aspetti conseguenti alla normale funzione giudiziaria di indagine e di giudizio, o presunti tali, sino a prova contraria.

Il primo dato che salta agli occhi è proprio questo:

la volontà malcelata da parte di certa parte della politica di porsi al di sopra della legge e della costituzione.

Il caso

In tema di contrasto alla criminalità organizzata (leggi mafia) il premier Renzi affida ad una commissione composta da magistrati, avvocati e docenti universitari il compito di produrre un testo di riforma.

Il primo elemento che salta gli occhi, è la completa mancanza in questa commissione di soggetti provenienti dalle forze di polizia, dai carabinieri, dalla guardia di finanza, dai servizi di intelligence, come se giustizia e sicurezza fossero due facce di due medaglie diverse e non della stessa.

Ricordo a me stesso che i caduti nella guerra tra mafia e stato sono soprattutto magistrati, carabinieri e poliziotti.

Alcuni nomi:

Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici, Carlo Alberto dalla Chiesa, Antonino Cassarà (detto ninni), Beppe Montana.

Il secondo aspetto da rilevare è che questa commissione ha lavorato a titolo gratuito, non oneroso.

La commissione elabora il progetto di riforma della giustizia e lo consegna al committente:

la politica.

Successivamente, il progetto non viene trasformato in un decreto del governo cui imporre la fiducia nel voto parlamentare.

Semplicemente, viene tenuto chiuso in un cassetto.

Tale provvedimento prende il nome di Gratteri, dal suo presidente, Nicola Gratteri

Uno dei dodici componenti della commissione per la riforma della giustizia è Piercamillo Davigo, interprete principale insieme a Matteo Renzi del dissidio nato tra potere politico e potere giudiziario e preso a caso in questa analisi.

Mi sembra che gli elementi di questa analisi razionale aprano una serie di orizzonti, pongano una serie di domande.

Prima Domanda

Perché la politica chiede alla magistratura di produrre un testo di riforma della giustizia che la renda efficace contro le organizzazioni mafiose per poi tenerlo chiuso in un cassetto e decidere di non vararlo?

Seconda Domanda

Il conflitto tra poteri incarnato da Renzi e Davigo ha una relazione, un nesso di causalità (e non di casualità) con la mancata realizzazione della riforma?

Terza Domanda

Quale è il vero indirizzo politico?
A tutela dello stato contro l’anti-stato mafioso?

Quarta Domanda

Perché la politica ha avviato questo conflitto attaccando intercettazioni e magistratura?

Quinta Domanda

Cosa è la trattativa stato-mafia?

Sesta Domanda

Perché l’Associazione Nazionale Magistrati ha eletto come suo presidente Piercamillo Davigo, dopo la produzione della riforma Gratteri e la sua mancata decretazione da parte del governo e legiferazione da parte del parlamento?

Mi fermo qui.

Credo che l’analisi sia sufficiente ad aprire squarci di luce in questo caso di specie come nella analisi di partenza.

Lascio ad ognuno l’elaborazione dell’analisi e il dare risposte alle domande che ho posto.

Una considerazione però la voglio fare.

E la propongo in domande, ancora un volta:

quale valore e significato hanno Michele Emiliano, Antonino Di Matteo e Luigi De Magistris in tutto questo?

Cosa e Chi servono Giorgio Napolitano, Silvio Berlusconi e Matteo Renzi?

E qui, gli squarci e i dubbi diventano realtà.

Ma sono mie considerazioni personali.

Consideratele tali.

Buon ragionamento a tutti.

Gustavo Gesualdo

Sicurezza & Giustizia sono figlie e madri della Legalità

mercoledì, 24 giugno 2015

L’indirizzo politico, cioè, quell’insieme di scelte di governo della cosa pubblica e della pubblica amministrazione (ivi inclusa e non esclusa la Sicurezza Interna) sono scelte a totale carico e responsabilità della casta politico-istituzionale.

Quando leggo di ripetuti e sofferti allarmi lanciati da operatori della Sicurezza come della Giustizia in una città che è il confine con quel deserto dei tartari che è il degrado civile, il disagio sociale e l’illegalità accettata e diffusa, allora mi pongo una domanda, sempre la stessa:

cui prodest?

E ho detto tutto.

Condivisione civile, sostegno sociale e conforto comunitario a tutti gli operatori del comparto Sicurezza e del comparto Giustizia che operano in Foggia e per Foggia.

Ai politici, invio solo il mio personale disprezzo e la mia marcata e totale distanza.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

La Filiera della Sicurezza e progetti associati

giovedì, 26 giugno 2014
Sicurezza Pubblica + Sicurezza Privata = Sicurezza dei Cittadini

Sicurezza Pubblica + Sicurezza Privata = Sicurezza dei Cittadini

Pubblico la lettera che ho inviato a tutte le principali autorità foggiane, sia locali che nazionali qualche mese fa.

La rendo pubblica, perché gli ultimi avvenimenti nella disgraziata città di Foggia (esplosione palazzo di Via de Amiciis, 22 e attacco inaudito e violentissimo a caveau NP) propongono, se ve ne fosse ancora il bisogno, il tema della sicurezza come tema centrale nella città di Foggia e nel sud del paese in generale.

A voi il giudizio, buona lettura.

Richiesta di udienza

Presentazione Progetto Cittadella della Sicurezza e altri progetti associati

La Formazione Professionale nella Sicurezza nel progetto “Cittadella della Sicurezza”, la costruzione di una “Filiera della Sicurezza”, la adeguata formazione di una capacità tecnica, operativa e professionale degli operatori di vigilanza e delle polizie locali, l’aggressione al degrado e al disagio sociale, il contrasto all’abbandono scolastico e il legame che manca tra formazione scolastica e universitaria e il mondo del lavoro:

questi sono i motivi e gli obiettivi per i quali Vi chiedo un incontro.

Ed ora, ne spiegherò esigenze, tendenze e strutturazione delle risposte.
Il settore della sicurezza è il perno della stabilità di ogni aggregazione umana.
Eppure, spesso, troppo spesso, gli operatori di sicurezza privata e locale vengono selezionati fuori dalle logiche delle potenzialità e del merito, sono affatto formati e mai aggiornati, specie nel centro-sud italiano.

Trattiamo ovviamente della classe delle Polizie Locali soprattutto meridionali, nella somma delle municipali e delle provinciali, le quali mancano spesso di una formazione sufficiente al momento della assunzione e di una formazione continua nel tempo, visto che per le forze di polizia dello stato e ad esse assimilate ed equiparate, esistono già scuole di formazione e routine di aggiornamento,

Anche il settore della sicurezza e della vigilanza privata opera in un regime di vacatio legis da mancato adeguamento, aggiornamento e professionalizzazione, essendo la legge istitutiva delle Guardie Particolari Giurate antecedente alla Seconda Guerra Mondiale.

Profili giuridici imperfetti, non aggiornati, talvolta inesistenti mettono in forse l’operatività di un mondo che dovrebbe contribuire grandemente al mantenimento della sicurezza, anche se solo indirizzata al patrimonio e non direttamente alle persone.

Ma soprattutto, e nella stragrande maggioranza dei casi, si riscontrano profili giuridici e professionali con deficit di selezione e di formazione gravi e importanti, il che si traduce in un servizio insufficiente a rispondere alle esigenze dei clienti, di scarsa qualità, sregolato, insoddisfacente, che conosce anche la tragica verità per la quale, un cliente di un istituto di vigilanza che si dimostri insoddisfatto dell’operato delle G.P.G. inviate per il servizio richiesto, se cambia I.V.P. può ritrovarsi di nuovo servito dalle medesime G.P.G. sotto altra uniforme!
Non possiamo veder operare vincitori di concorso pubblico e soggetti privati che operano con licenza di PS di guardia giurata, entrambi armati di pistola e distintivo, senza una adeguata formazione (cosa che ha fatto nascere nella pubblica opinione l’immagine dello “sceriffo”):

questo stato di fatto produce comportamenti potenzialmente inadeguati che possono verificarsi come pericolosi, sia per l’operatore stesso, sia per i soggetti che dovessero interagire o semplicemente venire a contatto con essi.

La sana regola non scritta che assicura formazione e preparazione adeguata alle polizie locali e simili è ben osservata nel nord del paese, laddove insistono, esistono e funzionano scuole di polizia locale nelle regioni Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia Romagna e Toscana.

Tali scuole o accademie, sono elementi formativi istituiti e gestiti dagli enti regione, singolarmente (Lombardia) o consorziati fra di loro (Liguria, Emilia Romagna e Toscana).

Questa attività di formazione professionale continua appare come un vero e proprio affare in termini economico-finanziari in quanto, tale formazione, non viene offerta a titolo gratuito.

Se pensiamo che da Firenze in giù, non esistono scuole interessanti di polizia locale o di formazione professionale per le guardie giurate (nel secondo caso non ne esiste nemmeno una in Italia, il che è semplicemente scandaloso se si pensa a circa 50.000 GPG armate che vanno in giro a replicare comportamenti in difetto di professionalità e potenzialmente pericolosi, poiché nessuno ha mai loro insegnato a far altro), allora possiamo iniziare ad allargare lo sguardo al target importante del settore, che attende e richiede da tempo una formazione altrettanto importante.

A proposito delle Guardie Giurate, occorre sottolineare che esse dovranno essere utilizzate nella sicurezza delle navi mercantili e commerciali italiane nei mari in cui la pirateria è presente e potente.

Anche in questo caso, lo stato richiede una formazione professionale adeguata per questo tipo di attività anti-pirateria, formazione che però non è pronta e non è nemmeno stata immaginata se non in centri privati di formazione dei cosiddetti contractor in paesi esteri.

Il più vicino centro di queste società di formazione è in Francia ed è a quello cui si rivolgeranno le GPG italiane se non si intercetta in loco italiano questo business di cui rischiamo di perdere i benefici a favore di altri paesi, senza contare che in Italia, esistono certamente cprofessionalità in grado di realizzare quella preparazione e formazione, ma non esiste una istituzione (Cittadella della Sicurezza) ed un luogo fisico (ex scuola di polizia di stato di Foggia?) dove esplicarla.

Inoltre il ministero dell’Interno richiede che le guardie giurate e gli istituti di vigilanza dimostrino la loro “capacità tecnica di fare vigilanza”, formazione tecnica che viene attualmente fornita in modalità corrette ma insufficienti (il male italiano della corretta formalità che nasconde una scorretta attenzione alla realtà), in tutto il territorio nazionale, almeno nella strutturazione professionale di cui stiamo trattando e nelle sfide sempre maggiori che tali operatori della sicurezza privata incontreranno sempre più frequentemente.

E non devo essere certo io a indicare a Voi lo stato in cui versa la vigilanza privata proprio a Foggia:

è vostro e nostro (amaro) pane quotidiano.

Ma, nel caso una regione del centro-sud come la regione Puglia ed una città come Foggia volessero raccogliere una di queste o tutte queste esigenze formative tecniche, questa risposta formativa che parte da esigenze concrete diverrebbe immediatamente punto di riferimento insostituibile in questo fondamentale settore, in tempi in cui il benessere complessivo cala e la tutela e la difesa dei cittadini, delle loro famiglie e dei loro patrimoni richiede sempre maggiori presenze e professionalità nella vigilanza dei patrimoni e nella sicurezza come elemento anche di serenità.

Per non parlare dei venti di miseria e di guerra che soffiano in tutto il pianeta, imponendo il massimo sforzo nella preparazione qualitativa e quantitativa di operatori degli sicurezza, domanda che cresce e costringe gli aspiranti tali italiani a cercarla e pagarla in USA o in Francia per ottenerla.

Stiamo trattando di un settore che annovera tra le sue fila anche il medaglia d’oro al valore civile e medaglia d’oro al valore militare Fabrizio Quattrocchi, cittadino italiano e pugliese che seppe mantenere alto l’onore del nostro paese nel mondo.

Sarebbe infatti bello e onorevole intestare proprio a lui questa cittadella della sicurezza che, badate bene, non è solo un concetto astratto di progettazione e realizzazione della formazione nella sicurezza, ma offre una occasione imperdibile per porre un determinato fronte di civiltà, un muro sacro e invalicabile della civiltà italiana che risponda in modo civile e professionale agli attacchi del crimine, costringendolo a confrontarsi con una nuova identità della cittadinanza, con un nuovo concetto della sicurezza che, da un lato eleva la professionalità dei primi operatori sul territorio e dall’altro fortifica la sicurezza pubblica che potrà meglio e maggiormente occuparsi dei propri compiti di istituto, al contrario di un continuo soccorso o addirittura, un continuo sostituirsi a compiti che non sono propri, perché attualmente non svolti da chi di competenza.

La vicenda che vede invece implicati in una crisi internazionale i due maro’ italiani (e pugliesi, come il Quattrocchi: come vedete esiste già un legame ben solido tra operatori di sicurezza militare e civile pugliesi) in India è esemplare:

denuncia un mancato idoneo indirizzo politico e giuridico a sostegno degli operatori militari italiani, abbandonati al loro destino in una condizione giuridica assurda (militari prestati come guardie giurate private), governati da regole di ingaggio in grado di portare in errore il migliore dei professionisti italiani del settore.

Manca, come possiamo tutti apprezzare, una cultura della sicurezza, non nelle forze di polizia e militari italiane, ma nella cultura, nella politica e nella società italiana, che sembra disgiunta dalla formazione di scelte come queste, salvo accorgersene improvvisamente quando vi siano due italiani, due pugliesi che, inviati ad un dovere arduo, rischiano inutilmente la loro vita per averlo adempiuto.

La cultura scolastica della sicurezza, la cultura universitaria della sicurezza e la cultura italiana della sicurezza devono essere servite da un servizio di formazione, informazione, preparazione e professionalità che deve trovare in questa cittadella, il loro fulcro massimo, il loro servizio migliore.

E non voglio nemmeno immaginare cosa potrebbe combinare una guardia particolare giurata con deficit formativi come quelli che ho evidenziato sopra in una situazione come quella in cui si sono trovati i due maro’.

Il sottoscritto è della classe ‘64 ed ha assolto ai suoi obblighi di leva militare nel 1984, avendo la fortuna di servire nella Brigata Acqui, nella fanteria d’assalto, ricevendo l’addestramento del fuciliere assaltatore e venendo scelto come tiratore, e deve quindi ringraziare lo stato per questa professionalità acquisita che lo ha distinto nello svolgimento del servizio di GPG.

Ma dobbiamo riflettere sul fatto che, le nuove e più giovani GPG, non hanno ricevuto questa fortuna e questo addestramento:

siamo proprio sicuri di voler affidare loro un fucile automatico d’assalto in teatri e configurazioni giuridiche complesse, senza una adeguata preparazione?

Siamo proprio sicuri di non mettere le basi per altri sfortunati incidenti nelle missioni anti-pirateria senza una adeguata preparazione?

La costruzione di una “filiera della sicurezza”

Occorre costruire tutto, sin dalla base di questa filiera, e cioè da quel volontariato di impegno e protezione civile e sociale, visto non solo come elemento a se stante, ma letto ed operato anche nella una forma di primo momento conoscitivo, selettivo e formativo di successivi ingressi nel mondo del lavoro nel settore della sicurezza, sia pubblica che privata.

Il secondo passo è l’istituzione di quegli organi che dovrebbero offrire il servizio formativo agli enti comune e agli enti province, attraverso quell’universo di professionalità (provenienti dalle stesse forze di polizia e militari) svolte, studiate ed offerte in uno stesso luogo come l’ex Scuola di Polizia di Stato in Foggia, ad esempio, edificio preparato ad accogliere una scuola di polizia, vicino all’università, soprattutto nella visione di una preparazione tecnica non solo universitaria che prenda spunto dalla realtà, da esigenze del territorio ove insiste l’ateneo e non piova dall’alto, come sembra purtroppo e troppo spesso nelle università pubbliche italiane.

Il progetto di cui vi narro, è progetto autenticamente partecipativo, che risveglia un assopito senso della appartenenza, della unità civile e sociale, presupposti che lo rendono funzionale alla realtà e non ai monumenti imbarazzanti del participio passato Stato di diritto, assai inutili alla collettività, assai costosi e spreconi:

lo stato siamo noi cittadini e lo dobbiamo partecipare e costruire, non solo criticare e demonizzare.

Colmare la distanza tra stato di diritto e paese reale è un altro degli obiettivi strategici di questi progetti che sembrano sganciati l’un dall’altro, ma sono invece mera prosecuzione della cittadinanza attiva, partendo dalla famiglia, passando alla scuola, continuando nella università e nel lavoro, e per finire, alla definizione condivisa e partecipata del concetto della sicurezza, che deve essere finalmente percepito ed interpretato come un valore costruito in comune e non solo come un diritto che assume l’aspetto del dovere nei confronti dello stato e della sua pubblica amministrazione.

La Sicurezza, come la Democrazia, nel suo complesso non è un valore assoluto che esista in natura, ma è il risultato di complesse professionalità che interagiscono tra loro, unite ad una società civile informata e consapevole, educata e ben formata, al fine di realizzarla nella realtà.

Sarebbe infatti molto utile organizzare questa formazione professionale nella filiera della sicurezza italiana (che non c’è) con lezioni scolastiche ed universitarie specifiche (ad esempio), utili alla comprensione dei limiti del mondo nel quale ci si dovrà muovere ed operare, ma anche lezioni di quello che il mio professore di diritto insegnava come “lo storto”, dopo aver insegnato “il diritto”, capovolgendo simbolicamente al contrario il libro di testo e cercando insieme ai noi alunni la verifica nella realtà della applicazione di quelle norme contenute nei testi e dei risultati che esse producono, verifica ed insegnamento che solo un operatore di sicurezza e/o di giustizia esperto e ben formato può consegnare ed insegnare, traendo dalla propria esperienza professionale come dai propri studi il pane quotidiano per cervelli di aspiranti cittadini quali eravamo a quel tempo:

questa dovrebbe essere la maturità scolastica ricercata nelle selezioni degli insegnanti come degli alunni che ne chiedono ed ottengono la certificazione su di un diploma, poiché saranno essi stessi insegnanti che devono creare, stimolare ed educare quella mLa Sicurezza, come la Democrazia, nel suo complesso non è un valore assoluto che esista in naturaaturità, umana e scolastica.

Come si può ben vedere, il progetto complessivo è ardito e complesso, originale e innovativo nel sistema italiano, e si muove in un settore nel quale ogni movimento ha addosso migliaia di occhi indagatori e interrogativi, nel perenne sospetto pregiudiziale che, la sicurezza privata sia oggetto di probabili distrazioni e tentazioni di tipo anche politico, imprenditoriale, e dell’anti-stato mafioso.

In effetti la regola prima della sicurezza è e resta il controllo.
Ed ancora il controllo.
E il ricontrollo.

Ma quel controllo lo si può ottenere e conservare, anche in uno scenario così innovativo:

non dobbiamo temere di cambiare per timore di sbagliare, ma dobbiamo cambiare nella certezza che, se qualche errore che possa essere commesso, questo debba essere prevenuto, rilevato e corretto.

E se fossero coloro che hanno fatto questa esperienza sul campo e coloro che studiano e ricercano le soluzioni da proporre a insegnare insieme, per usare il meglio della esperienza e della teoria?

Non sarebbe meraviglioso unire esperienza pratica e ricerca scientifica?

Questo è un progetto che trova molti aspetti di interesse, anche economici e finanziari.

La Cittadella della Sicurezza eroga servizi, a pagamento, per la formazione delle polizie locali, comunali e provinciali, oltre che per le guardie particolari giurate e gli istituti di vigilanza, ma per farlo, deve offrire servizi a 90 gradi nel settore della sicurezza, come nel caso ancora inesplorato degli investigatori privati autorizzati a raccogliere e riprodurre prove in un processo.

Anche qui, gli aspetti dell’accesso, della formazione e della funzione di questo della sicurezza devono essere potenziati, aggiornati, migliorati, sicuramente.

Visto soprattutto l’incredibile successo che le investigazioni hanno in tutto il mondo, nella proiezione mediatica dei processi che hanno grande risalto nella opinione pubblica sino alla fiction, che tra criminalità e sicurezza fonda la stragrande maggioranza delle produzioni televisive e cinematografiche.

Quante volte, assistendo ai dibattiti televisivi, a quei talk show che si avventano come vampiri sui casi di sangue balzati alle cronache nazionali, quante volte la vostra professionalità ha gridato vendetta di fronte alla professionalità di questi santoni televisivi autocertificati delle indagini?

E non è forse la mancanza di una formazione dello studio del crimine alla base di certe esaltazioni televisive senza alcuna certificazione di professionalità, salvo quelle professionalità che questi mostri della criminologia mostrano orgogliosamente appese dietro alla loro scrivania, attestazioni e certificazioni che parlano tutte la lingua americana?

E noi italiani dovremmo andare in Francia ad imparare l’anti-pirateria e in America ad imparare a fare indagini, sia pubbliche che private?

E siamo noi italiani da meno dei francesi e degli americani?

Ed è meno l’Università di Foggia di quelle di Padova e di Bologna che dispongono di corsi di studio e dipartimenti orientati allo studio specifico della criminologia e della sicurezza?

Non siamo noi in grado di costruire un centro di studi della sicurezza e del crimine (anche mafioso), qui e adesso, a Foggia, in Puglia, in Italia?

Io credo che sia venuto il momento di mostrarci in grado di affrontare queste sfide.

Immaginate un sito dei talenti della criminologia in questa cittadella, formati da chi ha svolto sul campo le indagini e chi queste indagini le insegna sotto il profilo tecnico-universitario.

L’esistenza stessa di questa cittadella richiamerebbe da tutto il paese ed ben oltre, le migliori professionalità, esperienze e scienze universitarie del settore, certamente.

La presenza di una erogazione di servizi per la sicurezza di questo tipo diverrebbe punto di riferimento per molte e lucrose attività formative, lucro che servirebbe a pagarne i costi.

E se i proventi per il mantenimento di queste attività si dimostrassero insufficienti, si potrebbe pur sempre ricorrere ai finanziamenti che la Unione Europea riserva alla formazione professionale.

Come pure, in presenza di corsi di studio formativi ad hoc, gli enti locali come i privati potrebbero mettere a disposizione delle borse di studio e dei premi in danaro in favore di chi scegliesse determinati percorsi formativi che potrebbero trovare nelle loro tesi di laurea elementi di analisi del territorio e raccolte di dati utilissimi in prospettiva alle esigenze dei nostri progetti.

Senza parlare della possibilità di offrire determinati servizi (a pagamento) formativi di preparazione ai concorsi per vigile urbano e poliziotto municipale ai privati che volessero affrontare preparati detti concorsi o la selezione per un posto di lavoro da GPG.

E se un cittadino che fosse uno studioso amatoriale della scienza della criminologia volesse partecipare a dei corsi (a pagamento) organizzati ad hoc, perché non offrirne?

L’integrazione di questa scuola con il sistema universitario sarebbe di grandissima utilità, non solo finanziaria, ovviamente, laddove altri percorsi formativi potrebbero rispondere alle esigenze di operatori della sicurezza e della giustizia.

E che dire della assoluta mancanza di analisi, studi, ricerche e insegnamenti scolastici, scientifici ed universitari nel merito delle organizzazioni criminali, sia comuni che mafiose?

Con quale dignità possiamo affermare che non esista un solo studio scolastico e/o universitario, anche solo economico e finanziario, che pubblichi i risultati di studi dell’impatto del fenomeno mafioso sulla economia locale, come pure del medesimo impatto nell’indirizzo politico, legislativo, giuridico e della pubblica amministrazione locale e non solo locale?

Come può una università formare avvocati che sono abilitati con agenti investigativi privati a ricercare e riprodurre prove in questi ambiti, a carico come a discarico, se nel percorso formativo, professionale ed universitario di quei cittadini che svolgono e sono autorizzati a svolgere queste professioni non vi è la sia pur minima traccia di studi e analisi del fenomeno criminale e mafioso nella realtà nella quale andranno ad operare?

La ricerca scientifica universitaria non può dimostrare di essere priva di un dibattito interno e di uno studio appropriato nella deficienza legislativa del reato di comportamento mafioso, reato che in Italia viene incredibilmente perseguito dalla legge solo sotto il profilo associativo?

Cosa ne è di quelle scuole di pensiero universitario che hanno cambiato il corso della storia umana modificando il pensiero dei legislatori di tutto il mondo?

Mentre dobbiamo invece subire l’obbrobrio giuridico della fattispecie del concorso interno e del concorso esterno al reato associativo mafioso proprio per sopperire alla mancanza di una fattispecie regolamentata, prevista e punita del reato di comportamento mafioso?

E tutto questo perché si teme una eccessiva discrezionalità del giudice naturale nel punire il reato mafioso, quando è proprio l’università che forma i futuri giudici ad avanzare dubbi di questo genere?

Da un assurdo giuridico, deriva sempre un guadagno per l’anti-stato ed una perdita di dignità, di autorità, di autorevolezza e di forza dello stato.
Giudici anti-mafia si nasce, si diventa con l’esperienza o è meglio divenire tali passando attraverso una formazione degli studi e professionale che oggi si rileva solo nella esperienza?

Il crimine organizzato è un fenomeno ad altissimo impatto sociale, economico e statuale, essendo la peculiarità delle organizzazioni mafiose l’infiltrare il potere pubblico per abusarne in interessi illeciti, illegali e criminali.

E una tale perniciosa infiltrazione non può non essere affrontata che con il massimo della professionalità che è richiesta in casi come questi, professionalità specifica che oggi è totalmente assente dai testi e dagli insegnamenti scolastici ed universitari.

E se le scuole e le università della sicurezza interna ed esterna per gli operatori della sicurezza pubblica esistono, soprattutto in ambito militare, perché non dovremmo rispondere all’aggressione mafiosa anche sotto l’aspetto civile?

Un avvocato, un giudice, un agente investigativo privato non devono essere preparati al meglio per il contrasto al crimine e la difesa e la tutela giudiziaria della società civile dal degrado e dal disagio
creati ad arte dalla criminalità organizzata?

Ovvero dobbiamo rassegnarci a regalare i migliori ingegni professionali alle organizzazioni mafiose che risultano essere, specie in questi tempi di crisi, le uniche forze economiche capaci di soddisfare le parcelle di avvocati e investigatori privati, come pure la subdola corruzione burocratica, politica e giudiziaria?

Oppure rassegnarci al loro rifiuto del sistema, alla fuga dei cervelli, alla pervasiva e maligna desistenza dalla partecipazione democratica dei cittadini, ad una fuga generalizzata che sta ammazzando il paese reale e lo stato di diritto e di fatto, il nostro futuro e quello dei nostri figli?

Dobbiamo veramente continuare a credere che una laurea conseguita in questo sistema e a queste condizioni abbia valore legale e un Quoziente Intellettivo non debba trovare alcun riconoscimento e darsi a precipitosa fuga per dar spazio e forza all’anti-stato?

Un sistema stato si valida, cresce e si consolida proprio nel riconoscimento dell’ingegno:

non possiamo né dobbiamo pensare si validi nella autoreferenzialità del dogma dei piccoli orticelli intoccabili, quelle metastasi maligne della democrazia contemporanea che selezionano verso il basso l’accoglienza di quei soggetti che entrino nel nostro paese in fuga dalla miseria e dalla guerra portando con se alcun valore aggiunto e nessun know how e mettono in fuga morale e/o materiale dal sistema i cervelli più intraprendenti, le migliori braccia e le migliori gambe per salvaguardare il sicuro futuro degli eredi delle baronie anti-democratiche, quelle ingorde, cieche ed egoiste testimonianze di appartenenza ad uno stato di cui sono sicura morte e distruzione.

No, non è questa la civiltà che ci condurrà al benessere, questo fatto deve essere molto chiaro:

da questa condizione di povertà, da questa condanna di miseria, da questo regime di autoreferenzialità che conduce ad un mortale immobilismo o ci si salva tutti insieme, o non si salva nessuno, poiché esso mette in pericolo la coesione sociale e la sicurezza sociale dei cittadini.

E senza benessere, senza valore aggiunto, non vi è patto sociale che tenga, non esiste dogma assoluto che imponga la salvezza di chi non fa nulla per salvare il suo simile, senza guardare alla possibilità che le capacità del proprio simile possano mettere in forse il futuro benessere personale e famigliare di chi decide, di chi sceglie, chiuso in formazione di casta corporativa che rifiuta di unirsi alle altre forze sociali per accrescere libertà, sicurezza, giustizia, democrazia, benessere e ricchezza.

Dobbiamo assolutamente uscire da questo regno del terrore che immobilizza l’esercizio del potere pubblico nella continuazione del potere per il potere, della propria salvezza al costo della distruzione totale, quando si ha la presunzione di essere troppo grandi per essere in quel totale e in quella distruzione socio-economica che attende annidata nel nostro futuro prossimo.

E allora mi domando e vi domando:

perché e per chi non esistono percorsi formativi che contribuiscano ai compiti in oggetto?

Perché ci alieniamo la possibilità di crescere?

Cui prodest questa re(s)pubblica viziosa?

È mia convinzione profonda che questi progetti ed altri così sommariamente su esposti siano la risposta perfetta alle esigenze della realtà italiana e so con certezza che la loro complessità ed il loro investire numerose e diverse amministrazioni pubbliche mette in ulteriore difficoltà la loro realizzazione.

Ma basta questo motivo per non provarci?

Basta questo per guardare ai nostri figli e poter dire:

noi abbiamo fatto di tutto, tentato ogni strada, percorso ogni stretta via per lasciarvi un mondo migliore di quello che abbiamo ereditato?

E allora, se basta, non ho altre parole da scrivere e non devo insistere oltre.

La mancata partecipazione civile, l’alienazione sociale, l’abbandono scolastico, la mancata formazione dei cittadini e la TV educativa.

In ultimo ecco il progetto della TV della Legalità.

Accedere al mondo dei giovani per educare alla legalità è cosa importante e lo dimostrano gli sforzi della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza in questo senso, nell’incontrare i giovani nelle scuole, sensibilizzarli alla legalità, condurli per mano verso la costruzione di una società civile, economicamente civile, politicamente civile.

Il modo di entrare in contatto con i giovani di oggi è sempre istituzionalizzato, per queste forze di polizia, come è giusto che sia.

Io penso alla realizzazione di una Web-TV che sia facilmente accessibile online, che sia costruita con tutti i termini tecnici della tv tradizionale, ma che nell’interfaccia, si dimostri gradevole per i giovani e di giovanissimi.

La vista di una divisa può (purtroppo) spaventare, specie quando l’hai sentita sporcare delle imprecazioni ricorrenti di un amico odi un parente che “militi” dalla parte sbagliata della società.

E allora, niente di meglio che mitigare il messaggio ben deciso e determinato della legalità attraverso altre forme fenomenologiche.

Un cartone animato, per esempio:

ecco la giusta interfaccia per attrarre i giovani moderni.

E se esistono scuole pubbliche e private che formano i giovani foggiani al disegno, alla animazione, al morphing, alla meccatronica, alla informatica digitale, ecco, perché non coinvolgerli in questa TV sperimentale che interfacci i giovani attraverso realizzazioni dei … giovani?

Perché non approfittare della occasione per la creazione di quel famigerato ponte che manca tra formazione scolastica e universitaria e mondo del lavoro?

E perché non usare questo gradevole e condiviso contenitore, interfacciato in una chiave ironica come quella di un cartone animato per passare i messaggi di educazione alla legalità e coinvolgere la cittadinanza futura in questo contenitore, nella sua realizzazione?

Perché non usare un mezzo così penetrante per costruire un nuovo rispetto per la società, per le persone, per il patrimonio pubblico e privato, per la legalità, per la divisa degli operatori della sicurezza pubblica (e di conseguenza, anche privata)?

Perché non inserire nel bel mezzo della società foggiana (e non solo, il web, oltre a ridurre i costi di una TV, non ha limiti territoriali) un elemento di ascolto e di diffusione, per analizzare e meglio comprendere quali risposte offrire e in che direzione indirizzarle nel contrasto al disagio giovanile?

Sicurezza, Giustizia e Legalità devono essere pillole appetitose per i nuovi giovani, dobbiamo reclutarne il più gran numero possibile per opporci con la forza dei numeri alla illegalità diffusa, specie se siamo leali servitori del giuramento di fedeltà alla repubblica democratica, democrazia che corre il rischio concreto e reale di venire trasformata in una repubblica democratica delle mafie.

Perché le mafie reclutano cittadini al fine di raggiungere il potere pubblico attraverso il metodo democratico dei numeri, del consenso democratico, della delega parlamentare.

E se esse prevalgono sulle imprese sane approfittando della crisi e prevalgono sullo stato erodendo dal basso il consenso alla democrazia come concetto di inciviltà e non di civiltà, non abbiamo noi il dovere assoluto di opporre uno strenuo contrasto a tale scopo diabolico?

E “travestire” i messaggi educativi e formativi nelle vesti di un cartone animato molto sociale come può essere per esempio il modello di un “Simpson”, con linguaggio e retaggio che è famigliare all’utente finale, potrebbe essere la chiave migliore per educare, formare e prevenire un tale capovolgimento democratico dello stato, per farsi ascoltare dalle nuove generazioni?

Formare contemporaneamente i cittadini ed i lavoratori del futuro, non è questa la via migliore che possa percorrere una comunità nel suo cammino verso la civiltà?

Ecco esposto a grandi linee un progetto di formazione professionale importante, articolato, complesso, fondamentale.

Ho coscienza della immensità e della difficoltà del progetto, ma sono anche convinto che un atteggiamento pragmatico rispetto a queste cose sia sempre la strada miglior e per il successo.

I grandi progetti umani si realizzano un pezzo alla volta, mettendo un passo alla volta.

L’importante è mantenere giusta la direzione, giusta la marcia, ben centrato l’obiettivo strategico, il fine ultimo e primo di questa lunga (e me ne scuso) audace, sentita ed emozionata proposizione, ma non per tutta questa animosità, irragionevole.

Ho tentato in queste righe di descrivere sommariamente i punti di criticità e le esigenze che originano un tale piano per la sicurezza, la giustizia e la democrazia, non solo locale, come pure gli scopi, i fini e gli obiettivi finali.

La base fondante ed il filo rosso che collega tutte queste attività è una rinnovata educazione alla legalità economica, alla legalità giuridica, alla legalità civile, politica e sociale ed il voler impostare e fondare queste attività proprio qui a Foggia, nel sud, ha il sapore del creare una linea di frontiera immaginaria al mondo della illegalità diffusa, della malavita e del crimine come modello di riferimento sociale e dei comportamenti mafiosi come stili di vita accettabili, rispettati e riconosciuti, proprio a partire da dove essi si fondano ed hanno radici profonde.

In ultimo, mi domando e vi domando:

quale diritto abbiamo come foggiani di chiedere l’istituzione in loco di un ente come quello che tutela e vigila sulla Sicurezza Alimentare, quando non siamo stati nemmeno in grado di lanciare chiari e concreti segni di amore, passione e condivisione nel nostro quotidiano per il vero senso della sicurezza e della coesione sociale?

Ringraziando per l’attenzione e la pazienza e restando di un Vostro Cortese Riscontro, auguro a Voi un buon lavoro.

Cordialità.
Lì, Foggia, 8 marzo 2014
Gustavo Gesualdo

PS
Uno dei progetti che sono alla base di questa strutturazione in risposta alla domanda di sicurezza è quello da me denominato Urban Scout, che impegni una o più associazione di volontariato ad affiancare i nonni vigli all’ingresso e all’uscita degli alunni dalle scuole e conseguentemente alleggerire il compito della locale polizia municipale, che potrà impegnare meglio e altrove le proprie forze per compiti di istituto.
A loro volta, se la polizia municipale riprende la propria posizione e la mantiene (si spera), Carabinieri e Polizia potranno a loro volta abbandonare i compiti che svolgono al posto della municipale e impegnare a loro volta altrove e meglio le proprie forze per compiti di istituto.
Come vedete, la filiera della sicurezza appare perfettamente agli occhi di un osservatore attento.
Nella mattinata, i volontari dovranno in gruppo recarsi presso le abitazioni delle persone che vivono sole e sono in condizioni di bisogno, qualunque bisogno.
Si controlla lo stato di salute, si chiede se si ha bisogno di qualcosa (medicine, spesa, aiuto, contatto con famigliari o istituzioni).
Immaginate questi ragazzi in shorts che attraversano la città, e ne coprono il territorio in ogni quartiere, in ogni parrocchia (a tal proposito vorrei coinvolgere i parroci della città).

Questo progetto sarebbe (forse) servito a prevenire la tragedia (annunciata) della esplosione del palazzo di Via de Amiciis, 22.

Un altro progetto era quello di fondare una Web Tv, realizzata come tutte le canoniche tv, ma con interfaccia realizzata in cartoni animati, per avvicinare il mondo dei giovani e dei giovanissimi e contrastare l’abbandono scolastico e il reclutamento nell’anti-stato della illegalità diffusa. Il coinvolgimento è sia in entrata che in uscita, poiché intendo coinvolgerli anche nella Tv, con programmi di formazione professionale VERA, in modo da assicurare uno sbocco nel mondo del lavoro, quello vero, non quello nero.
Questo è un progetto originale:
non ne esiste uno simile in tutto il mondo.

Eppure, non sono riuscito a trovare una sola persona che collaborasse anche solo nella pianificazione e redazione di questi progetti, figurarsi nella loro realizzazione.

Al più, ho ricevuto ammiccamenti ad aderire a questa o quella figura o parte politica.

Sono stato sconfitto.

Siamo stati sconfitti.

Ma a me, questa sconfitta, pare piuttosto un suicidio che un omicidio o un evento casuale.

Ognuno è responsabile del proprio destino.

Ed io ne ho le scatole piene di essere da solo a volere cambiare questo paese che non vuole affatto cambiare.

E non posso fare io gratis quel che altri son pagati e predestinati per fare.

Di Matteo come Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino?

mercoledì, 13 novembre 2013
Il PM Nino Di Matteo e gli Uomini della sua Scorta

Il PM Nino Di Matteo e gli Uomini della sua Scorta

Il Pubblico Ministero Nino Di Matteo che indaga sulla trattativa stato-mafia chiama in udienza il capo dello stato napolitano e il capo dei capi il boss totò riina lo minaccia di morte dal carcere.

Non vi sembra di trovare una certa traccia di continuità e di contiguità?

Per me si tratta di complicità, ma posso anche sbagliare (mai sbagliato una analisi in vita mia).

Altra singolare coincidenza per cui, nei giorni in cui il Tribunale di Palermo chiedeva di sentire in udienza il capo dello stato napolitano giorgio, (quel politico che ha fatto già distruggere le intercettazioni che lo coinvolgevano direttamente nelle indagini sulla Trattativa Stato-mafia), dalla Procura della repubblica di Palermo (quella che ospitava il Pool Antimafia, per intenderci) proveniva un invito esplicito ai mafiosi come riina a fare i nomi dei loro complici politici.

Anche il continuo e sospetto fiancheggiamento di indulti e amnistie storicamente propugnate e propulse da parte del capo dello stato napolitano lascia dubbi atroci di posizionamento del Quirinale.

Oggi riina dal carcere minaccia di morte il PM del Tribunale di Palermo Nino Di Matteo, validando l’ipotesi di avere più di un timore e più di un nervo scoperto proprio in direzione dei potenziali sviluppi di questo processo, lui, o chi per esso.

A scanso di equivoci epocali, andrebbero rese pubbliche quelle intercettazioni che fece distruggere napolitano, poiché esse, nel caso contenessero gravi prove a carico del presidente della repubblica, potrebbero essere usate dalla mafia per ricattare il capo dello stato italiano.

L’ìtalia non può permettersi in questo momento un capo dello stato potenziamente ricattabile dalle organizzazioni mafiose dell’anti-stato.

Se la casta politica infedele e criminale infiltrata nelle istituzioni in associazione con le organizzazioni mafiose dovesse tentare di eliminare il PM Nino Di Matteo e la sua scorta questo ennesimo attacco diretto alle istituzioni della repubblica italiana (quelle vere, quelle fedeli, quelle leali) non finirebbe in un nulla di fatto come (purtroppo è accaduto) per Falcone, Borsellino e Dalla Chiesa.

Se dovesse accadere che un altro magistrato, un altro carabiniere, un altro poliziotto o un altro finanziere dovesse cadere sotto i colpi della mafia governata dalla malapolitica istituzionale allora chiedo l’istituzione immediata della Pena di Morte per i mafiosi, per i loro famigliari e per i loro complici nella burocrazia o nella politica.

Chiedo anche che l’omicidio di un mafioso non sia più perseguibile e non sia più un delitto e un reato:

uccidere un mafioso non è reato
.

Chiedo inoltre l’istituzione del reato di comportamento mafioso, reato di cui ho già avviato una raccolta firme in una petizione online.

Se accade qualcosa a Di Matteo e alla sua scorta, io prometto vendetta:

spenderò sino all’ultimo giorno della mia vita nel chiedere la pena di morte per i mafiosi, per i loro parenti (l’estorsione del racket serve a mantenere le famiglie dei mafiosi in carcere e loro lo sanno benissimo, quindi sono mafiosi anch’essi) ed i politici, i burocrati e gli amministratori della cosa pubblica collusi con la mafia.

Lo Giuro!

Gustavo Gesualdo
alias Il Cittadino X
Cittadino Antimafia

Cittadini Antimafia

giovedì, 31 ottobre 2013
Cittadini Antimafia

Cittadini Antimafia

A Palermo la casta ha distrutto il Pool Antimafia.

Mai nessuno potrà eliminare i Cittadini Antimafia.

Cittadini lavoratori, cittadini disoccupati, cittadini carabinieri, cittadini magistrati, cittadini leali e corretti, fedeli alla repubblica e non alle mafie:

questi sono i cittadini Antimafia.

Penso sia giunto il momento di costituire una Libera Associazione dei Cittadini Antimafia.

Se lo stato si arrende alle mafie o tratta con le mafie, se lo stato non prevede e non punisce il reato di comportamento mafioso, se lo stato stenta nella lotta e nel contrasto alla mafia, allora i cittadini si uniscono e dicono
NO alla mafia,
dicono che la mafia si elimina definitivamente, non si contrasta, non si lotta, non si tratta.

Lo stato deve adempiere ai propri doveri.

I liberi cittadini hanno il diritto ed il dovere di agire contro chiunque o contro qualsiasi cosa non punti alla definitiva eliminazione del fenomeno mafioso, per rendere l’Italia un paese normale, virtuoso, forte e rispettato.

I cittadini possono ricorrere a qualsiasi livello di giudizio, sia nazionale che sovranazionale per imporre un comportamento indiscutibilmente antimafia allo stato e a quegli apparati dello stato preposti ad assicurare giustizia, sicurezza e legalità che vengano impediti di agire nel modo giusto e dovuto, vengano evasi, vengano aggirati, vengano traditi.

Ora basta, non si scherza più:

se occorre scegliere fra chi deve soccombere e chi deve essere difeso, non abbiamo alcun dubbio che è il fenomeno mafioso che deve essere ELIMINATO dalla storia, dalla cultura e da discutibili prassi che bypassano liceità e legalità.

E poiché urge una strategia antimafia, ecco quattro sono obiettivi primari da rraggiungere per la eliminazione della mafia in Italia:

1 – istituzione del Ministero Antimafia che diriga e coordini l’azione delle FF.OO. e della magistratura antimafia;

2 – istituzione dei Pool Antimafia in ogni provincia italiana, in piena autonomia e coordinati dal ministero antimafia, composti da magistrati antimafia, poliziotti antimafia, carabinieri antimafia e finanzieri antimafia;

3 – istituzione del reato di comportamento mafioso (anche il solo difendere l’operato della mafia è reato, essere mafioso è reato, aiutare un mafioso è un reato, avallare la mafia è un reato, sostenere la mafia è un reato mafioso), fattispecie che va punita per direttissima da un Pool Antimafia;

4 – inserimento in costituzione del dettato:
la repubblica italiana combatte ogni forma di mafia con ogni mezzo ed in ogni forma e fenomeno essa si presenti.

Siamo pronti a combattere insieme almeno per questi quattro semplici punti da liberi cittadini che intendono liberarsi da tutte le mafie?

Pare che in Italia sia proprio arrivata l’ora di dire:
basta mafia.

Senzadubbiamente.

Gustavo Gesualdo
Cittadino Antimafia

La sicurezza degli italiani è a rischio

mercoledì, 25 settembre 2013

Le idiozie dei politici idagliani:

alitalia non si tocca, telecom italia non si tocca.

Adesso butteranno in quel cesso che è telecom italia qualche altro miliardo di euro come hanno fatto con monte paschi siena e alitalia.

Io dico che non se ne può più di queste zecche, questi pidocchi, questi parassiti.

Adesso passano anche al terrorismo di stato quando il Copasir afferma che la sicurezza nazionale è a rischio nel caso telecom-Telefonica.

Ma se è proprio la stupid intelligence idagliana che mette a rischio la sicurezza degli italiani:

avete già dimenticato lo scandalo Telecom-Sismi?

Io no.

Rinfrescatevi la memoria scarsi di intelligence:

http://it.wikipedia.org/wiki/Scandalo_Telecom-Sismi

Fosse lasciato a me decidere, licenzierei tutti i prepotenti pubblici e li caccerei dalle poltrone e dai palazzi del potere italiano a calci nel deretano lunghi e ben distesi modello passo dell’oca, senza stipendi, salari, indennità, fondi neri, rimborsi spese e pensione.

Di cosa avete paura:

che in tutta Europa possano ascoltare le telefonate di un capo dello stato italiano che tradisce il suo giuramento di fedeltà alla costituzione e tratta con le organizzazioni mafiose la svendita dello stato italiano?

E se Eurogendfor vi intercettasse dalla spagnola Telefonica, luridi traditori, come fareste a imporre la distruzione delle prove del vostro secolare tradimento?

Ma credete veramente che in Italia siano tutti idioti o vili come schettino?

Ma credete veramente che la napoletanità di giorgio napolitano, nicola mancino e arturo esposito sia sfuggita a qualcuno?

Cosa è il vostro:

un colpo di stato alla napoletana?

E loris d’ambrosio, è stato mica vittima di un caffè alla napoletana versione sindona?

Ma, scherzate o fate e dite sul serio?

Signori e Signore dei servizi segreti italiani:

voi state con il popolo o contro il popolo?

E se state con il popolo, perché non battete un colpo, anzi due, anzi cento, mille colpi di fucile da plotone di esecuzione?

E se l’ha capito un semplice cittadino X quel che bolle nella pentola delle istituzioni italiane, chissà da quanto tempo voi manifestate impazienza e intolleranza verso questo stato di fatto e di diritto assai traditore.

E per fortuna che Eurogendfor c’è.

O c’è anche qualche altro leale servitore dello stato pronto ad agire per la Sicurezza Nazionale?

AAA salvatori della patria cercansi.

Gustavo Gesualdo alias Il Cittadino X

La Pubblica Sicurezza Interna ed Esterna è insicura o peggio, straniera

mercoledì, 17 luglio 2013

La vicenda della non tutela del diritto di asilo politico e del rimpatrio di Alma Shalabayeva e di sua figlia Alua, rispettivamente moglie e figlia del dissidente kazako Ablyazov, apre scenari da vero paese di merda in una Italia ormai prossima al tracollo istituzionale.

Posto che l’intera vicenda evidenzia alto tradimento istituzionale e dei vertici burocratici italiani evidentemente sottomessi alla volontà di un governo straniero, mi domando:

a cosa serve il governo della politica se la burocrazia può prendersi gioco così facilmente della politica, sostituendosi addirittura ad essa, come vorrebbe farci credere angelino alfano, (purtroppo) ministro dell’Interno italiano?

In questa ottica, comprendiamo come sia facile per le mafie infiltrare e governare il Viminalee quale rischio gravita su di uno stato di diritto democratico e repubblicano a seguito della evidente viltà umana, politica ed istituzionale dimostrata in questa, come in altre mille occasioni, dalla casta politica e di governo.

L’operazione di discarico delle competenze e delle responsabilità su Giuseppe Procaccini e Alessandro Valeri non porta fortuna ad alfano, il quale, dopo aver pubblicamente dichiarato di non essere stato informato di nulla, si ritrova invece inchiodato alle proprie responsabilità politiche e di governo dallo stesso Procaccini che dichiara:
«Informai il ministro. Mi sento offeso».

Il governo ed il ministro dell’interno sapevano, dunque.

Letta ed alfano sapevano ed hanno taciuto la verità, dunque.

In effetti non si capisce quale sia la versione peggiore fra una burocrazia della (in)sicurezza che supera la politica e abusa del potere e delle funzioni pubbliche a sostegno di interessi di un paese straniero piuttosto di un governo dei vili che danno OK per azione illegale e immorale per poi ritirare tutto facendo come minimo la figura dei perfetti idioti in tutti e due i casi.

Ma alle figure da poveri idioti e agli scandali nella pubblica amministrazione, dovremmo essere abituati, almeno noi italiani:

i paese virtuosi e normali, loro no, non si abitueranno mai (e grazie a Dio) a questo schifo immondo.

La situazione è di una gravità inaudita perché dimostra ancora una volta (come se ve ne fosse ancora il bisogno) come la Sicurezza in Italia, nonostante l’apporto professionale, umano e di leali servitori dello stato che rischiano la propria vita quotidianamente nel garantire la sicurezza pubblica, sia in una condizione di estremo disagio, di grave degrado.

Gli operatori di polizia, malpagati, male equipaggiati e maltrattati, assistono inermi a questo teatrino dell’idiozia, della viltà e della irresponsabilità politica e burocratica di quei vertici in cui debbono invece necessariamente credere ed obbedire ciecamente.

Le forze di polizia sono inoltre duramente provate dalla incapacità della politica e della magistratura di assicurare certezza del diritto e della pena, sicurezza e giustizia nella legalità.
Quella stessa legalità che viene quotidianamente abiurata e distrutta nelle aule dei tribunali e nelle aule parlamentari, laddove l’intenso e rischioso lavoro di intercettazione, di indagine, di controllo, di analisi, messo in campo per mesi ed anni delle forze di polizia e dalla magistratura inquirente naufraga troppo spesso in un nulla di fatto che premia e rende più forte il comportamento delinquenziale, certo di una impunità de facto e de iure:

a cosa serve sbattere in galera delinquenti incalliti, politici e burocrati corrotti e mafiosi pericolosi se il giorno dopo questi tornano liberi a spernacchiare la polizia, i carabinieri e la guardia di finanza che li ha indagati con successo, denunciati, tratti in arresto e consegnati ad un sistema-giustizia che ottiene invece risultati negativi di smantellamento e di riduzione della credibilità dello stato italiano, tali e tanti che eversione e sovversione in questo paese non hanno mai nemmeno sognato di poter raggiungere.

Ma complimenti, complimenti:

adesso un indulto, o peggio, una amnistia è proprio quel che ci vuole.

Per non parlare della opinione pubblica italiana, offesa grandemente da una inattività ed un immobilismo dell’esecutivo letta che spaventa gravemente i cittadini alla ricerca di certezze politiche e di governo e di garanzie nella sicurezza personale, famigliare, aziendale, imprenditoriale, commerciale, sociale e comunitaria da un sistema-sicurezza che si presenta così seriamente compromesso e facilmente orientabile dall’indirizzo politico di governi esteri.

Rimpiangiamo tutti la non esistenza di un sistema alternativo a quello pubblico nel comparto che dovrebbe garantire sicurezza:
manca l’elemento alternativo della sicurezza e della polizia privata in Italia, sistema che, sganciato dall’indirizzo politico e burocratico e ben inquadrato nella legge, potrebbe essere di sprone nella offerta dei servizi di sicurezza e alternativa valida e rapida che garantisca i cittadini laddove non ben serviti dal sistema pubblico, così come lo vediamo ridotto in pezzi e pezze.

Anche un sistema di intelligence privata “convenzionata con il pubblico” potrebbe essere di grande aiuto e servizio in casi di incompetenza o di distorsione, distrazione, omissione e abuso del potere e del servizio pubblico.

E rimpiangiamo tutti di essere nati in questo maldestro paese, che definire “di merda” conduce ad una violazione del diritto penale, ma che altrimenti, non può essere descritto in tutta la sia interezza.

Dovremo attendere che l’Unione Europea imponga con la forza all’Italia una polizia privata che difenda i cittadini dalle storture di quella pubblica, dovremo auspicare giudici francesi e politici tedeschi per tornare a sperare in una normalità che oggi non esiste.

Così come è, il settore pubblico non funziona, disfunziona o mal funziona:

deve essere corretto e reindirizzato, messo in concorrenza nella erogazione dei servizi e, soprattutto, deve essere trasparente, unica condizione che impedisce l’abuso del potere pubblico che è anche all’origine del caso in questione.

Cosa attenda il capo dello stato italiano a dichiarare lo stato di emergenza, sciogliere il parlamento, avocare tutti i poteri in una unica entità che garantisca di normalizzare, liberalizzare e modernizzare il paese sotto il controllo diretto delle autorità europee, questo è un mistero insoluto.

Ma chi o cosa garantisce il capo dello stato?

A cosa servo i poteri di uno stato se non vengono esercitati quando servono?

E se lo stato non esercita il potere pubblico, garantendo efficacia ed efficienza dei servizi al cittadino e rispetto delle regole verso tutti, anche e soprattutto verso che li deve difendere e applicare, allora chi o cosa lo sta facendo al suo posto ed in sua mancanza?

PS
tutto quanto puzza di esecuzione mafiosa nei confronti di alfano da fuoco nemico (berlusconi) che tenta di riappropriarsi del pdl alle soglie della rifondazione di forza itaglia, reato compiuto in associazione con la famiglia letta e la bonino.
Può essere una chiave di lettura, specie se si dimostrasse che tutta la polemica odierna serva a coprire il fatto che sia ancora berlusconi a tessere la tela politica fuori dal governo e nella eterna alleanza anti-democratica PD+PDL.

Gustavo Gesualdo
alias Il Cittadino X

Amnistia o Indulto? La Casta vuole cancellare Pena e Reato

venerdì, 21 giugno 2013

Anna Maria Cancellieri è il politico che rappresenta meglio di tutti la casta, essendo stato burocrate (ex prefetto e funzionario) e politico (ex ministro dell’Interno e attuale ministro della Giustizia).

La casta politica di cui è perfetta espressione la Cancellieri lancia sempre nell’immaginario collettivo come in quello di ognuno di noi, cittadini sfortunati, traditi e disserviti, un messaggio negativo, una forma negativa, una fenomenologia negativa, una azione negativa, un governo del potere pubblico negativo.

In un paese già gravemente mortificato da un disservizio della macchina della giustizia tale da garantire a chi commette un reato una vera e propria impunità, chiedere di liberare i detenuti con la scusa del sovraffollamento delle carceri (sovraffollamento che la pubblica amministrazione alimenta e non gestisce, non governa) cancellando non solo la loro pena detentiva, ma estinguendo anche il reato stesso, riproduce una volontà politica, un indirizzo istituzionale, una prassi del governo della cosa pubblica orientata a produrre e provocare disordini gravi e seri nella amministrazione di due facce della stessa medaglia dello stato:

la sicurezza e la giustizia, facce della medaglia Legalità.

Si intende quindi impedire il mantenimento della sicurezza e invece assicurare l’ingiustizia?

Si intende inviare ai cittadini italiani un messaggio in cui le istituzioni si schierano apertamente contro la cura, la difesa e la tutela degli interessi di famiglie e imprese?

Si vuole abbandonare il governo del territorio in mano a chi ha sbagliato ed in carcere ha imparato che chi sbaglia viene premiato dallo stato?

Si vuole colpire ancora una volta e mortificare l’intenso lavoro di indagine che forze di polizia e magistratura inquirente e giudicante mettono in campo ogni giorno per assicurare giustizia e sicurezza ai cittadini?

Una vera e propria istigazione a delinquere questa, che induce attraverso prassi ormai consolidate di istigazione a violare la legge, a favorire comportamenti di reiterazione dei reati, reati mai veramente puniti.

Un vero e proprio tentativo di rendere inutile e di svilire di ogni significato e valore il lavoro di chi garantisce la sicurezza dei cittadini e la tutela del patrimonio e della integrità fisica degli italiani.

Nel lanciare una ipotesi di Amnistia, piuttosto che di Indulto (vedrete che arriverà anche una ipotesi di condono edilizio tombale per salvare la città del capo dello stato dall’ennesimo scandalo dell’abbattimento probabile di ben 7 costruzioni su 10, edificate senza alcuna autorizzazione), la Cancellieri si dimostra personaggio socialmente pericoloso, soggetto incline a modificare sostanzialmente i livelli di sicurezza e di giustizia in negativo, un negativo che avrebbe ripercussioni serie nel governo della sicurezza dei cittadini e nella difesa del patrimonio, sia pubblico che privato.

E la dimostrazione del fatto che non è obiettivo del governo e del ministro alla giustizia svuotare le carceri italiane sovraffollate (sovraffollate volutamente dalla casta politica che non costruisce nuove carceri, non apre quelle costruite mentre tende a chiudere quelle esistenti) sta proprio nella scelta dello strumento amnistia piuttosto di quello dell’indulto:

l’indulto cancella solo la pena prevista dalla legge e comminata in sentenza dalla magistratura;

l’amnistia cancella la pena ed estingue il reato.

Appare più che evidente un indirizzo politico della casta PD + PDL, che ha l’obiettivo strategico di cancellare pene e reati, che è ben altra cosa che svuotare le carceri:

in questo modo si svuota si svilisce di ogni significato lo stato democratico e repubblicano, offrendo il destro a chi denuncia da tempo che le leggi in Italia, le scrivano i delinquenti per i delinquenti, e per questo motivo, esse non servono alla tutela del popolo sovrano.

Il problema in Italia è chi è al servizio di chi.

Questa è la domanda giusta, ogni volta che si incontra il cammino della casta:

Chi è al Servizio di Chi.

Gustavo Gesualdo
alias Il Cittadino X

La catena italiana del potere democratico

mercoledì, 15 maggio 2013

In teoria, il popolo Sovrano cede la sua sovranità a mezzo delega rappresentativa parlamentare a politici proposti dal mediatore istituzionalizzato e costituzionalizzato dell’esercizio del potere sovrano.

Sempre in teoria, ricevuto questo potere, i parlamentari della casta partitocratica dovrebbero adempiere alla realizzazione del programma di governo promesso e proposto in campagna elettorale e premiato dai cittadini a mezzo voto-cessione di sovranità.

In effetti, in questo Paese allucinante, mafioso, corrotto e degradato, ma soprattutto incivile e vizioso che è l’Italia, ecco cosa accade nella realtà:

1 – le promesse elettorali, pregne di viltà e di bugie, atte a conquistare esclusivamente la simpatia ed il consenso del popolo sovrano a mezzo impegni impossibili da mantenere nella realtà, si dimostrano una vera e propria truffa continuata ed aggarvata dalla premeditazione e dal metodo associativo, una frode democratica a cielo aperto;

2 – i partiti politici che vincono le elezioni trasformano l’esercizio della sovranità mediata e derivante da delega-truffa elettorale, in atti di imperio, volti a tutelare esclusivamente l’interesse di casta corporativa mafiosa e non, a difendere e tutelare gli interessi del popolo sovrano defraudato cosaì dell’unico potere democratico reale di cui dispone: il voto;

3 – la casta partitocratica utilizza la normazione e la regolamentazione legislativa al fine di impedire ogni cambiamento dello status quo di questa dittatura istituzionale sul popolo sovrano come nel caso della legge elettorale, che impedisce comunque e a chiunque di ottenere un numero sufficiente di parlamentari (in specie senatori) al mantenimento di una solida maggioranza di governo;

4 – la casta partitocratica, burocratica e sindacale ottiene così un privilegiato accesso all’abuso del potere pubblico, reinvestendo in se stessa, infiltrando il potere pubblico attraverso il pesante condizionamento dei concorsi pubblici (magistratura, polizia, carabinieri, esercito, guardia di finanza, sanità, casa, servizi essenziali e sociali, ecc.) e degli appalti pubblici, che vengono concessi solo ad affiliati alla mafia o amici degli amici, in modo da poter contare sempre sull’appoggio del mobbing mafioso avverso quei cittadini che, singolarmente e/o colletivamente, tentano di spezzare questa catena mafiosa della corruzione istituzionale dei poteri dello stato abusati a fini anti-democratici e contro gli interessi del popolo Sovrano.

Se ti opponi puoi morire (attraverso una iperburocratizzazione che inmpedisce volutamente accesso tempestivo e fruttuoso alla tutela della propria salute, per fare solo un esempio), puoi essere oggetto di indagini (pilotate al fine di danneggiare l’immagine di persona pubblica onesta, leale e corretta), puoi essere mobbizzato quotidianamente in un crescendo di abusi reiterati, o perire nella mancata od omessa erogazione di servizi pubblici e quant’altro sia in grado di essere abusato come metodo mafioso di coercizione a mezzo abuso del potere pubblico.

Per cui, ai cittadini qualunque che osassero respingere la condivisione di una tale violenza pubblica sopra soggetti evidentemente ed enormemente più deboli, viene servito un piatto avvelenato che punta a degradare la capacità di fidesa personale e di offesa del sistema mafioso del cittadino “X”, costringendolo a chiedere tutele alla parte avversa a quella che lo aggredisce, in modo da aver condizionato ed acquisito al sistema mafioso e corrotto quel cittadino che non si riconosceva in esso, che lo contrastava, che lo derideva o che lo affrontava a petto nudo, accusandolo di aver occupato abusivamente in nome della democrazia il potere pubblico al fine di abusarne a danno della democrazia e della cittadinanza libera e civile, attiva e disinteressata.

Infine, ma non per ultimo, il miglior mobbing è quello del mantenere fuori dal mondo del lavoro (sempre in abuso del poetere pubblico) i cittadini qualunque, quei cittadini “X” che saranno costretti a dissidi quotidiani con il proprio mondo famigliare, di relazione e di socialità, negando loro il riconoscimento sociale, giuridico, civico e civile della partecipazione alla produzione della ricchezza e del benessere e alla morte prima morale e poi materiale cui porta l’esclusione dall’accesso alla ricchezza, l’impoverimento, la fame di pane quotidiano e la sete di soddisfazioni personali, professionali, di comunità che solo la ricchezza ed il benessere possono offrire.

Quest’ultima, è la più bieca ed usata arma di sterminio da parte della casta partitocratia, burocratica e del potere mafioso e corrotto esercitato in abuso del potere pubblico.

E tutto questo è quel che sta capitando a me, nell asperanza di veder emergere una reazine rabbiosa pubblicamente espressa e da reprimere duramente con “giustificato motivo di pericolosità sociale”.

Ma non per questo mollo, non per questo mi arrendo.

Morirò, piuttosto che conformarmi alla mafiosità e alla corruzione imperante laddove si tenti di sdoganarle dalla illegalità attraverso l’affermazione che, se la gran parte della gente si comporta così, attraverso un travisato e dabusato concetto democratico, il mafioso ed il corrotto, il degenerato e l’anormale, sei tu e non loro.

Morirò piuttosto, mi ucciderete:

ma non mi avrete.

Mai.

Morirò come ho sempre vissuto:

da uomo libero.

Cani.

Gustavo Gesualdo
alias Il Cittadino “X”