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Elezioni amministrative maggio 2013

martedì, 28 maggio 2013

Le elezioni amministrative comunali del maggio 2013 offrono nel contesto nazionale un quadro affatto invitante.

Il gradimento degli elettori italiani si è rivolto verso il non voto.

Il primo partito italiano si conferma quello dei cittadini-elettori che non votano, non credono nel sistema (affatto) democratico italiano, nell’assetto istituzionale, nell’indirizzo politico e partitico, nel servizio burocratico e nella politica sindacale e del lavoro.

Questo è il dato più importante e che si conferma in tendenza alla crescita.

Un esempio per tutti lo fa la capitale, laddove il candidato del cdx Gianni Alemanno ha ricevuto solo 15% del consenso totale contro il solo 20% preso da Ignazio Marino, candidato del csx.

Chiunque vincerà al ballottaggio per la poltrona di Sindaco di Roma avrà ricevuto un suffragio insufficiente ad identificarlo con la maggioranza dei romani.

A tal proposito rimando a quanto già detto in occasione delle Elezioni Politiche 2013

Si evidenziano anche i primi risultati della aggressione ossessiva della partitocrazia della restaurazione conservativa contro il cambiamento cercato dal Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, movimento che è oggetto del più grave attacco anti-democratico italiano di tutti i tempi, un vero e proprio mobbing delle corporazioni partitocratica e dell’informazione.

Il tentativo di spaccare dall’interno il M5S risulta chiarissimo come appare molto più che evidente che la dittatura partitocratica, burocratica e sindacale stia abusando di ogni potere per condizionare, spaccare ed infine annullare e mortificare la richiesta di cambiamento che viene da una parte non indifferente del paese.

Ignobile, squallido e anti-democratico il tentativo del partito 8anti)democratico di impedire addirittura per legge la possibilità dei movimenti politici diversi dai partiti politici di partecipare alle elezioni, ormai affatto libere e assolutamente inutili.

La dittatura del duopolio PD e PDL si staglia chiara come la luce del sole nel firmamento italiano, dittatura che abusa del potere pubblico per impedire ogni cambiamento, annullare ogni spinta riformatrice e innovatrice che provenga dal popolo sovrano defraudato della sovranità imbavagliata e ammanettata dalla partitocrazia a suo uso e consumo.

Il fatto di cronaca che vede il giorno dell’insediamento dell’inutile ed immobile governo Letta un cittadino aprire il fuoco dinanzi ai palazzi del potere pubblico offre uno spaccato assai profondo del malessere in cui è stato degradato ed affondato il paese reale da una casta partitocratica che abusa in modo trasparente del potere pubblico a fini di casta coprorativa mafiosa anti-statale ed anti-democratica.

Per il resto che alle elezioni comunali in corso vinca il PD o il PDL, questo fatto risulta assolutamente ininfluente rispetto al deficit ormai incolmabile di democrazia cui questo duopolio del male sottopone un paese depredato, derubato e defraudato da questo anti-stato mafioso.

Il popolo soffre indebolito e la casta non fa nulla, immobile:

contrasta solo il cambiamento e non la crisi.

Non saranno anni felici quelli che si offrono ai nostri occhi futuri.

La violenza e la prevaricazione della casta restaurativa e conservatrice impediscono ogni pensiero ottimista o più semplicemente positivo riguardo al futuro italiano.

Al prossimo cittadino che dovesse impazzire dinanzi a tanto dolore inflitto con tanta noncurante violenza consiglio di evitare di aprire il fuoco sulle Forze dell’Ordine, ma di scegliere meglio l’obiettivo della rivendicazione di libertà e di democrazia di cui si fa predone e ladro il corpo partitocratico italiano.

Ad ognuno le proprie responsabilità.

Soprattutto per gli irresponsabili che sgovernano questo paese impoverendolo e derubandolo quotidianamente, di ricchezze, benessere, libertà e democrazia.

Che siano maledetti, loro e le loro famiglie di inutili raccomandati, appendici parassite di un sistema che deve tornare al servizio del cittadino e non esserne l’aguzzino e il boia.

Gustavo Gesualdo
alias Il Cittadino X

La catena italiana del potere democratico

mercoledì, 15 maggio 2013

In teoria, il popolo Sovrano cede la sua sovranità a mezzo delega rappresentativa parlamentare a politici proposti dal mediatore istituzionalizzato e costituzionalizzato dell’esercizio del potere sovrano.

Sempre in teoria, ricevuto questo potere, i parlamentari della casta partitocratica dovrebbero adempiere alla realizzazione del programma di governo promesso e proposto in campagna elettorale e premiato dai cittadini a mezzo voto-cessione di sovranità.

In effetti, in questo Paese allucinante, mafioso, corrotto e degradato, ma soprattutto incivile e vizioso che è l’Italia, ecco cosa accade nella realtà:

1 – le promesse elettorali, pregne di viltà e di bugie, atte a conquistare esclusivamente la simpatia ed il consenso del popolo sovrano a mezzo impegni impossibili da mantenere nella realtà, si dimostrano una vera e propria truffa continuata ed aggarvata dalla premeditazione e dal metodo associativo, una frode democratica a cielo aperto;

2 – i partiti politici che vincono le elezioni trasformano l’esercizio della sovranità mediata e derivante da delega-truffa elettorale, in atti di imperio, volti a tutelare esclusivamente l’interesse di casta corporativa mafiosa e non, a difendere e tutelare gli interessi del popolo sovrano defraudato cosaì dell’unico potere democratico reale di cui dispone: il voto;

3 – la casta partitocratica utilizza la normazione e la regolamentazione legislativa al fine di impedire ogni cambiamento dello status quo di questa dittatura istituzionale sul popolo sovrano come nel caso della legge elettorale, che impedisce comunque e a chiunque di ottenere un numero sufficiente di parlamentari (in specie senatori) al mantenimento di una solida maggioranza di governo;

4 – la casta partitocratica, burocratica e sindacale ottiene così un privilegiato accesso all’abuso del potere pubblico, reinvestendo in se stessa, infiltrando il potere pubblico attraverso il pesante condizionamento dei concorsi pubblici (magistratura, polizia, carabinieri, esercito, guardia di finanza, sanità, casa, servizi essenziali e sociali, ecc.) e degli appalti pubblici, che vengono concessi solo ad affiliati alla mafia o amici degli amici, in modo da poter contare sempre sull’appoggio del mobbing mafioso avverso quei cittadini che, singolarmente e/o colletivamente, tentano di spezzare questa catena mafiosa della corruzione istituzionale dei poteri dello stato abusati a fini anti-democratici e contro gli interessi del popolo Sovrano.

Se ti opponi puoi morire (attraverso una iperburocratizzazione che inmpedisce volutamente accesso tempestivo e fruttuoso alla tutela della propria salute, per fare solo un esempio), puoi essere oggetto di indagini (pilotate al fine di danneggiare l’immagine di persona pubblica onesta, leale e corretta), puoi essere mobbizzato quotidianamente in un crescendo di abusi reiterati, o perire nella mancata od omessa erogazione di servizi pubblici e quant’altro sia in grado di essere abusato come metodo mafioso di coercizione a mezzo abuso del potere pubblico.

Per cui, ai cittadini qualunque che osassero respingere la condivisione di una tale violenza pubblica sopra soggetti evidentemente ed enormemente più deboli, viene servito un piatto avvelenato che punta a degradare la capacità di fidesa personale e di offesa del sistema mafioso del cittadino “X”, costringendolo a chiedere tutele alla parte avversa a quella che lo aggredisce, in modo da aver condizionato ed acquisito al sistema mafioso e corrotto quel cittadino che non si riconosceva in esso, che lo contrastava, che lo derideva o che lo affrontava a petto nudo, accusandolo di aver occupato abusivamente in nome della democrazia il potere pubblico al fine di abusarne a danno della democrazia e della cittadinanza libera e civile, attiva e disinteressata.

Infine, ma non per ultimo, il miglior mobbing è quello del mantenere fuori dal mondo del lavoro (sempre in abuso del poetere pubblico) i cittadini qualunque, quei cittadini “X” che saranno costretti a dissidi quotidiani con il proprio mondo famigliare, di relazione e di socialità, negando loro il riconoscimento sociale, giuridico, civico e civile della partecipazione alla produzione della ricchezza e del benessere e alla morte prima morale e poi materiale cui porta l’esclusione dall’accesso alla ricchezza, l’impoverimento, la fame di pane quotidiano e la sete di soddisfazioni personali, professionali, di comunità che solo la ricchezza ed il benessere possono offrire.

Quest’ultima, è la più bieca ed usata arma di sterminio da parte della casta partitocratia, burocratica e del potere mafioso e corrotto esercitato in abuso del potere pubblico.

E tutto questo è quel che sta capitando a me, nell asperanza di veder emergere una reazine rabbiosa pubblicamente espressa e da reprimere duramente con “giustificato motivo di pericolosità sociale”.

Ma non per questo mollo, non per questo mi arrendo.

Morirò, piuttosto che conformarmi alla mafiosità e alla corruzione imperante laddove si tenti di sdoganarle dalla illegalità attraverso l’affermazione che, se la gran parte della gente si comporta così, attraverso un travisato e dabusato concetto democratico, il mafioso ed il corrotto, il degenerato e l’anormale, sei tu e non loro.

Morirò piuttosto, mi ucciderete:

ma non mi avrete.

Mai.

Morirò come ho sempre vissuto:

da uomo libero.

Cani.

Gustavo Gesualdo
alias Il Cittadino “X”

Intervista ad un soldato: la disfatta italiana

lunedì, 12 marzo 2012

Chi è lei?

Sono un soldato, faccio parte di un esercito a leva obbligatoria, un esercito un po’ anomalo a dire invero.

E’ un esercito di fuggitivi.

Non ha comandanti, non ha ufficiali o sottufficiali.

Non vi sono gradi in questo esercito perché non servono:

questo esercito non fa guerre, ma fugge.

E’ l’esercito che in soli due anni ha mosso l’equivalente di due grandi città di 350.000 abitanti dal sud al nord per cercare fortuna, libertà e futuro.

Ma da cosa fuggite?

Dalla povertà, sia materiale che morale.

Anche se, nel mio caso, è stata quella morale a far scattare la molla.

Dopotutto, il pane quotidiano l’ho sempre guadagnato a Foggia, anche se il mio lavorare mi ha portato all’età di 44 anni ad avere solo pochi anni di contribuzione pensionistica, tanto pochi da poter essere contati sulle dita di una sola mano.

Ma come, anche lei è un fannullone, anche lei ha lavorato così poco?

Magari, magari:

non conosco nella mia esperienza personale, lavoratori maggiormente produttivi del sottoscritto, sia nel sud che nel nord del paese.

E’ che l’unico lavoro che ho trovato è sempre stato quello in nero, con buona pace degli organi di controllo, di giustizia e di ispezione sul lavoro.

Da dove viene il soldato Gesualdo?

Viene da Foggia, la città dalla quale tutti fuggono, per un motivo o per un altro.

Ma perché fuggono, da cosa fuggono, da chi fuggono?

Si fugge dalla povertà di partecipazione, dall’omertà, dai posti di lavoro negati, da quelli pagati, da quelli in uso esclusivo ai gruppi di (pre)potere, si fugge dalla sanità pubblica che funziona male e da quella privata convenzionata che costa troppo.

Si fugge dall’ignoranza, dalla prepotenza, dalla violenza, dalla stupidità.

Parole pesanti, qualunquiste: come si può pensare che una comunità sia così devastata, e chi, o cosa l’avrebbe ridotta in questo stato?

Ha presente un allevamento di bovini?

Ma cosa c’entra …

C’entra, c’entra.

In un allevamento di bovini, si selezionano i capi che producono più latte, quelli che forniscono maggiori quantità di carne.

Un toro non si accoppia più con una pluralità di vacche, producendo così una varietà infinita di vitelli, ma si inseminano le vacche solo con spermatozoi selezionati, che tendono a dare un risultato, sempre lo stesso.

E’ una selezione innaturale.

Sì, sì, va bene: ma cosa c’entra con Foggia?

Ebbene, dalla sua nascita Foggia ha subito una selezione simile, innaturale, immorale, oserei dire.

Pensi al fatto che ogni nuova generazione ha dovuto confrontarsi con una mentalità dura, conservatrice, illiberale, non orientata a svilupparsi e a guardare al futuro.

E allora?

Allora i giovani più volenterosi, quelli più intraprendenti, quelli che avevano un sogno nel cassetto e la voglia di realizzarlo, sono fuggiti, andati via.

E questo, per generazioni e generazioni, provocando una selezione innaturale che ha visto le migliori menti, le migliori braccia e le migliori gambe, fuggire da Foggia.

Da cui l’adagio popolare: “Fuggi da Foggia, non per Foggia ma per i foggiani” …

Già.

Perché, Lei come pensa si sia selezionata, al contrario, la comunità foggiana, la sua leadership, il suo gruppo dirigente?

Quali menti, quali braccia e quali gambe conducono, sorreggono e trasportano questa comunità?

Ed anche vi fosse rimasta qualche risorsa umana intraprendente, che fine pensa possa fare in una società così chiusa, omologata ad un modello umano fortemente condiviso e mediamente simile a se stesso?

Una brutta fine:

alla fine, a furia di essere respinto dalla comunità, si convince di essere diverso, malato, inutile.

Un mobbing sociale, un razzismo condiviso, comunitario direi …

Già, il fenomeno del mobbing nella sua accezione più autentica, che deriva dal verbo inglese to mob:

l’isolamento e l’avversione violenta contro ogni forma di essere vivente diversa dalla media comunitaria, l’annientamento materiale e spirituale di ciò che viene visto come un pericolo per il sistema sociale, per il suo ordine, per la sua continuità.

E questo, accade in tutto il meridione?

Non so, le realtà sono a macchia di leopardo e l’Italia intera naviga velocemente verso una disfatta totale.

L’Italia meridionale è stata unita a quella settentrionale contro la stessa volontà delle popolazioni del sud, che sono assai diverse fra di loro per stirpe, provenienza, cultura, indole, propensione.

Il fatto comune è che si fugge da tutto il meridione, come dall’italia in generale, per un motivo o per un altro, per una monnezza o per un’altra.

Si fugge perché cacciati, perché sentiti come diversi, non accomunabili, non assimilabili.

Ma per Dio, come potrei essere assimilato ad un mafioso io?

Mai e poi mai!

E le mafie, cosa c’entrano in tutto questo, qual’è il loro peso?

La mafia è una organizzazione delinquenziale unica nel suo genere.

Essa si omologa perfettamente al tessuto sociale, ne aderisce come un cancro, lo infiltra, lo corrode dal di dentro, sino ad impossessarsene completamente.

E questa sua pericolosa tendenza alla omologazione, non la fa sentire come una entità estranea al corpo sociale, che non la combatte, non le resiste, non la avversa, riconoscendola come simile a se stesso.

Alla fine di questo processo, non è più possibile distinguere il corpo sociale dalla società mafiosa.

Non esageriamo, parlare addirittura di società mafiosa …

A Foggia, entrando nel particolare, questo concetto di “società mafiosa” rappresenta una realtà piuttosto tangibile.

La mafia locale tradizionale era denominata “ ‘a uasta ” (nel dialetto locale), cioè il guasto, ciò che è malato, manifestando una estraneità alla normalità sociale, sin nel nome stesso che si era data.

Ma oggi la mafia foggiana viene denominata “la società”, esprimendo così la sua perfetta integrazione negli assetti sociali, pretendendo di essere essai stessa la società, l’unica possibile.

E ripensando alle risorse umane di cui dispone la società foggiana a seguito del continuo dissanguamento umano e della selezione al contrario cui è stata sottoposta, non si può dar loro tutti i torti:

questa presunzione di onnipotenza è reale e concreta, inavversata, non combattuta, non contrastata.

Ecco, è come un virus che entri in un organismo che non lo riconosce come un pericolo, lasciando che esso agisca indisturbato, sino alla morte dell’organismo stesso.

E questo è il pericolo che vive anche il nord del paese.

Non riconosce il fenomeno mafioso come un pericolo mortale, non lo aggredisce perché lo vede lontano da se.

Invece, l’aggressione mafiosa alla società del nord è quantomai contemporanea:

dal sud non sono fuggite solo le migliori intenzioni.

Va bene, l’analisi è incredibile, terribili le conseguenze, temibili le sue evoluzioni, ma cosa si può fare per fermare tutto questo?
Cosa fare per impedire ad un giovane che nasce nel sud, di abbandonarlo, di essere costretto a fuggire da esso, sottraendo allo stesso sud, quella forza vitale che lo aiuterebbe ad uscire dalla questione meridionale?

Ma ha idea di cosa significa essere mobizzati?

Ha idea di come ci si sente ad essere continuamente avversati e combattuti?

Alla fine il giovane intraprendente (non solo anagraficamente) va via, e lo fa per ripicca, per vendetta.

Non ha nel cuore la voglia di aiutare chi lo ha relegato al destino di rompiscatole di turno o di scemo del paese.

Egli è costretto a lasciare la propria madre terra, i propri amici, i propri parenti, tutti i suoi affetti ed i suoi ricordi.

Egli fugge, amareggiato, tradito, fugge da una condizione che egli sa di non poter mutare restando nelle regole democratiche e civili.

La sua integrazione in un altro territorio coincide con la snaturalizzazione della sua personalità:

non puoi aspettarti aiuto da chi hai tradito e vessato per una vita intera.

Tiriamo le somme.
Il meridione non lo possono cambiare i meridionali perché, in fondo, stanno bene così come sono, almeno per il momento.
Non lo aiutano gli ex meridionali migrati altrove, perché segnati profondamente dalle devastazioni morali e materiali subite.
Non lo aiutano le popolazioni del nord sempre più intolleranti al mantenimento di popolazioni che costano troppo e sembrano produrre solo problemi e grattacapi.
Ma allora, chi può risolvere la questione meridionale e conseguentemente quella settentrionale e salvare così il Paese?

Viviamo in un regime di democrazia repubblicana, regime che, purtroppo o per volontà negativa, non ha la forza per imporre un comportamento piuttosto che un altro.

Può solo proporlo, incentivarlo, cercando di dissuadere i comportamenti negligenti, con i risultati che tutti vediamo.

Ma è insufficiente.

La reazione delle popolazioni del nord è l’unico cardine di svolta, anche se è visto come una reazione intollerante ed egoistica.

Ma veda, la questione settentrionale nasce come altra faccia di una medaglia che è stata sinora definita come la questione meridionale.

E la questione meridionale è avviluppata in modo definitivo a quella del comportamento mafioso.

Difficile distinguere chi è mafioso da chi non lo è, per i motivi che ho già spiegato prima.

Ma allora?
Non vi è nulla da fare?
I meridionali non possono tentare il riscatto da questa condizione?
Gli italiani non potranno risolvere la questione meridionale, quella settentrionale, quella morale?

Roberto Saviano ci ha provato, ed ora è condannato a nascondere il suo viso sino alla fine dei suoi giorni.

Falcone e Borsellino ci hanno provato e a differenza di Saviano, ci sono anche riusciti nei fatti, per un certo periodo, almeno sino a quando lo stato non è stato piegato al volere delle organizzazioni mafiose.

Nel comune sentire, queste esemplari testimonianze di fedeltà alla propria comunità e allo stato di diritto come quelle dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, risultano efficaci, ma infine perdenti.

Non rappresentano una testimonianza positiva da seguire, purtroppo.

Gli altri, quelli che vogliono fare, stanno andando via, cercando un futuro possibile altrove.

Chi resta, sta bene così come sta, visto che non si organizza nemmeno in movimenti sociali e politici che abbiano come fine ultimo, la liberazione del meridione dalla povertà, dalle mafie e dalla ignoranza.

Veda lei, per me la soluzione ultima non è applicabile in una democrazia repubblicana.

Personalmente io credo nello stato di diritto ed ho giurato fedeltà alla repubblica ed analizzo le questioni italiane esclusivamente da questo punto di vista.

Il problema è serio ed è di difficile soluzione.

Soprattutto se manca una volontà politica forte e l’applicazione della giusta forza, della coercizione sui comportamenti negligenti, della punizione dell’esempio negativo come del premio per quello positivo, oltre all’ottima arma (a doppio taglio) del pentimento.

Forse, come accadde per il terrorismo, sarebbe utile una legislazione speciale.

Forse l’istituzione della pena di morte per i reati mafiosi, forse, questa ed altre soluzioni, darebbero il giusto impeto, applicherebbero la giusta forza per disgiungere il destino del sud da quello delle mafie, per evitare che tutto il paese si ammali e muoia di questo cancro.

Forse punire il reato di mafia con la pena di morte.

Forse punire il sostegno esterno alle mafie con la pena dell’ergastolo (fine vita effettiva) da scontare in regime di carcere duro, potrebbe invertire la tendenza.

Ecco, forse.

Forse aveva ragione Giovanni Falcone quando scriveva che:

“La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine.”

E non è forse la morte la fine naturale di ogni fenomeno umano, fenomeno mafioso compreso?

Ma in Italia, con il potere del Vaticano, la pena di morte non è pensabile come contributo alla soluzione.

E la politica, cosa può fare la politica?

La politica è fatta di uomini e di donne, e la mafia è furba:

non uccide i politici che contano come fa il terrorismo, ma li corrompe, li ricatta, li affilia.

Resto della opinione che solo la forza e la determinazione delle popolazioni del nord possa risolvere questi complicati problemi, almeno sino al giorno in cui, una crisi terribile privi il nord della sua forza economica, rendendolo facilmente aggredibile ed infiltrabile dalle organizzazioni mafiose.

Ma non si può guarire un malato contro la sua stessa volontà.

Abbiamo bisogno di segnali forti dal sud, come pure dal nord, segnali che vanno raccolti, valorizzati e indirizzati.

Ma io non vedo segnali di fumo, vedo solo il fumo.

La brutta fine di inchieste giudiziarie come Poseidon e Why Not poi, la dicono lunga sulla volontà di “certa politica” di abbandonare la condizione di zona franca dalla legalità che offre oggi il meridione.

Il fatto che, le inchieste giudiziarie più importanti e scandalose nel meridione e nella procura della repubblica di potenza e napoli portino il nome di Henry John Woodcock, non lascia molte ombre e dubbi sul dove siano schierati i vari “gennaro” napoletani, i “totò” siciliani ed i “cetto” calabresi.

Nella sia pur breve storia italiana, solo la dittatura fascista combatté duramente la mafia, sino a farla immigrare (anch’essa) nelle americhe, infiltrandole.

Ma l’America non è l’Italia e una dittatura è una cosa che elimina le libertà, ed io per primo, non desidero privarmene.

Ho abbandonato i miei affetti e i luoghi della mia adolescenza per la mia libertà e quella dei miei figli.

Non la voglio perdere.

La voglio solo difendere.

Il solito pessimista: tanta analisi e nessuna soluzione

Beh, io l’ho detto.

Punire i reati i mafia con la pena di morte è una delle soluzioni possibili, come inseguire i flussi finanziari prodotti illecitamente, così come fecero in America con Al Capone.

Ma l’America non è l’Italia e i cannoli alla siciliana, li mangiano in troppi in Italia.

E cercando nei paradisi fiscali le ricchezze della mafia, non si troverebbero solo quelle dei mafiosi.

Ora, giochiamo un po’, ribaltiamo i ruoli e le faccio io una domanda:

lei pensa che troverà un editore che pubblicherà mai queste cose?

Ora si è fatto tardi, devo andare.

Grazie per la collaborazione.

Grazie a lei …

Questa intervista immaginaria, interpretata da un giornalista immaginario e da un intervistato reale, vuol essere un contributo alla comprensione dei problemi che viviamo in questa Italia contemporanea.

Una esperienza di vita come tante altre, troppe altre.

Nasconde in se una speranza:

che nessuno e mai più sia costretto a fuggire dalla propria terra, poiché la libertà di vivere e morire laddove si nasce, è una libertà che viene prima di qualunque altra.

Solo chi l’ha persa, ne conosce il valore.

Come pure il dolore.

Gustavo Gesualdo
detto
“Il Cittadino X”