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Il futuro del pianeta – Parte Terza – Il caso varesino

sabato, 12 marzo 2011

Osservo un grafico che sovrappone l’andamento delle variabili nella popolazione mondiale con quello della Co2, meglio nota come anidride carbonica.

Dal 1825 le due linee salgono insieme, costantemente, perentoriamente, senza mai scendere e/o fermarsi, in una costante che indica senza ombra di dubbio che esista un nesso fra le due.

Sembrano affermare con decisione che l’aumento della Co2 in atmosfera sia direttamente proporzionale all’aumento della popolazione umana.

L’inverso non è credibile, in quanto non è dimostrabile razionalmente e scientificamente come dall’aumento della Co2, derivi un aumento della popolazione, quasi che il Co2, si dimostrasse un gas altamente afrodisiaco, provocando un singolare aumento del desiderio sessuale e della conseguente procreazione.

La crescita delle due linee assume un aspetto quasi verticale negli anni che vanno dal 1970 al 2010, gli anni in cui la popolazione mondiale, in assenza di guerre, è passata dai 3,5 miliardi ai 7 miliardi di individui.

Il Fattore più importante della crescita demografica umana si rappresenta piuttosto nella assenza di guerre, nella crescita di un benessere diffuso (il boom economico) e nel correlato e provocato aumento dei consumi.

Semra vi sia una correlazione ulteriore, scendendo nei particolari, negli agglomerati urbani di grandi dimensioni, laddove la produzione di Co2 pare letteralmente “esplodere”.

Pare anche da escludere una correlazione con i “Cicli di Milankovitch” visti come “effetti collettivi delle variazioni dei moti della Terra sul suo clima”, a meno che, per ironia della sorte beffarda, all’aumento della popolazione terrestre vada affiancato un analogo e temporalmente adiacente fenomeno del riscaldamento globale causato dal posizionamento dell’asse terrestre (modificatosi ieri di ben 10 centimetri a causa del terremoto che ha colpito il Giappone), ovvero dall’effetto gravitazionale dei pianeti Giove e Saturno (i più massivi del sistema solare), oppure da un aumento della irradiazione derivante da un aumento dell’attività solare, od anche da un fenomeno altrimenti attribuibile di aumento del “forcing solare”.

Ma questi, sono indimostrati effetti di correlazione fra l’aumento della popolazione ed aumento della massa di Co2 presente in atmosfera.

Differente è il fenomeno dell’umento dell’azione negativa di alcuni gas sullo strato di ozono, strato di gas che filtra le radiazioni solari rendendole umanamente accettabili, fisicamente e chimicamente vivibili.

Ma questo ultimo caso trova ancora una volta correlazione con l’aumento della popolazione umana e delle attività antropiche necessarie al mantenimento in vita di un sempre maggiore numero di individui.

Sembra quindi affermabile che, l’aumento della popolazione umana, è fattore scatenante principale dell’aumento in atmosfera di questi gas (gas ad effetto serra), compresa la Co2, gas che producono squilibri chimico-fisici importanti, causa a loro volta di sconvolgimenti climatici subiti dal nostro pianeta in questi tempi.

Il primo livello

Appurato che questo assioma aumento della popolazione=aumento dei gas sia causa principale della devastazione climatica ed atmosferica che subiamo e che, questo assioma sia fonte principale dell’aumento delle temperature terrestri e dell’effetto serra, passiamo ad una analisi di secondo livello:

il rapporto fra gli elementi principali di danno che provengono dall’aumento demografico e le conseguenti dinamiche chimico-fisiche.

La popolazione umana ed animale produce attraverso la fase ventilatoria, uno scambio con l’ambiente esterno di due gas:

introita ossigeno ed espelle anidride carbonica.

In una condizione normale introita mezzo litro di gas e ne espelle altrettanti.

Ma solo in condizione respiratorie normali, escludendo quindi ogni attività fisica che tende ad aumentare la quantità di gas scambiati sino ad un volume pari a 3/4 litri per atto respiratorio.

Ora, moltiplicate questi dati per 7 miliardi, tanti quanti sono gli esseri umani sul pianeta ed otterete l’ossigeno consumato dall’umanità e l’anidride carbonica emessa in atmosfera, fermandoci al solo dato respiratorio, vitale per eccellenza.

Quanti atti respiratori al minuto?

Quanti un un’ora?

Quanti gas scambiamo noi esseri umani ogni giorno?

La matematica non è il mio forte:

lascio a voi l’esercizio di questa proiezione.

Ma gli esseri umani per vivere mangiano, cibandosi anche di animali.

E gli animali, respirano anche loro, consumando ossigeno e producendo anidride carbonica.

La popolazione mondiale animale, sopravanza notevolmente in termini di numeri quella umana.

E siccome anche gli animali per vivere, oltre a respirare, mangiano, lascio a voi l’ingrato compito di analizzare e calcolare:

quanti sono gli animali nel mondo:

quanto ossigeno consumano e quanta anidride carbonica producono (notate che gli animali da allevamento per alimentazione umana come i maiali ed i bovini, hanno capacità polmonari di gran lunga maggiori di quelle umane e scambiano di conseguenza, una maggior quantità di gas per ogni atto respiratorio);

quanto ossigeno e quanta anidride carbonica vengono prodotti per alimentare, curare, riprodurre e far crescere la popolazione animale allevata per scopi alimentari.

Ora, dopo aver risolto questi rebus matematici, ottenete un dato complessivo di quanto ossigeno consuno e di quanta anidride carbonica producono gli esseri viventi terrestri partendo da un solo dato:

la mera sopravvivenza degli esseri umani, tradotta nell’atto respiratorio e nella mera alimentazione da fonte animale.

Poi, vi sono da calcolare le attività antropiche che definirei di terzo livello:

l’industria (produzione, trasformazione, etc), il trasporto (automobili, aerei, treni, etc) e tutte le altre attività antropiche come la deforestazione (la flora respira anch’essa, con benefici effetti sul clima) e l’urbanizzazione (edilizia, strade ed autostrade, etc) del pianeta.

Sentite un po di più il peso dell’anidride carbonica su di voi?

Beh, anch’io ho la strana sensazione di respirare un’aria non proprio perfetta per la respirazione umana.

Mah, sarà colpa delle sigarette.

Ohps, anche quelle bruciano ossigeno e producono gas tossici.

Mettete nel conto anche queste.

Abbiamo raggiunto un grado di analisi (affatto scientifica, per carità) sufficiente a meglio comprendere quali siano i fattori che sono alla base degli socmpensi climatici in atto, compreso l’aumento delle temperature e l’aumento della produzione di gas responsabili dell’aumento dell’effetto serra, un effetto che normalmente serve a garantire la vita su questo pianeta, ma che pare sia in costante aumento ultimamente.

Un aumento delle temperature che rischia di aumentare la evaporazione degli oceani e di liberare nell’atmosfera terrestre qunatità veramente importanti di anidride carbonica, il cui più grande giacimento terrestre (il 78% del totale), è imprigionato proprio nelle acque dei mari.

Ecco, il quadro analitico è ora completo.

Le politiche demografice nazionali

La capacità umana di mettersi al riparo da potenziali danni che mettono in pericolo la sopravvivenza della vita su questo pianeta, sinora si è radicata sul contrasto alle guerre (triste dirlo, ma sinora è stato l’unico fattore determinante nel contenimento della crescita demografica planetaria) ed in pressioni ed inviti, più o meno ascoltati, a non favorire l’aumento della popolazione umana nel globo.

Un fallimento totale.

Il boom economico ed il conseguente aumento dei consumi nelle aree del nord, del centro e del sud asiatico (Russia, Cina, India, etc), ha creato un conseguente boom demografico eccezionale, don una conseguente diminuzione della mortalità derivante adi nuovi mezzi per la cura della salute che hanno raggiunto queste aree.

Anche il continente africano vede un continuo aumento della popolazione, anche se all’origine di questo aumento non vi è certamente un boom economico, quanto evidentemente regole ancestrali religiose che promuovono la poligamia (quadro estensibile al sud est asiatico, dove è maggiormente diffusa la religione islmamica) ed una profonda ignoranza di base ovvero una istintiva quanto autolesionista convinzione che, riproducendo maggiormente, aumentino di conseguenza le probabilità di sopravvivenza del proprio genere genetico.

Niente di più falso, ma anche niente di più difficile da spiegare a chi combatte quotidianamente per la mera sopravvivenza, sia individuale che genetica.

Nel contempo, nei paesi a civiltà avanzata, la diminuzione della crescita demografica ha creato un falso convincimento per cui, la decrescita demografica (conseguente al convincimento intelligente e razionale che non si può continuare a crescere demograficamente e nei consumi per sempre, poichè “infinito” è un termine sconosciuto alla madre terra) , debba essere compensata dall’ingresso di flussi migratori provenienti da quei paesi che continuano a crescere in modo selvaggio e senza alcun controllo politico, democratico e demografico.

E’ l’assalto alla diligenza più importante e pericoloso degli ultimi cento anni:

la sostenibilità ambientale dei territori dei paesi sviluppati è ormai giunta ad un punto critico e la loro sussitenza era legata al consumo di risorse che provenivano dai paesi non sviluppati che, con il loro improvviso sviluppo incontrollato, hanno iniziato un consumo sconsiderato di quelle risorse che non vengono più trasferite nei paesi sviluppati.

Risultato?

L’assalto alla diligenza del benessere nei paesi ricchi rappesenta un afllimento ed un grave ed insidioso pericolo, poiché nella diligenza stessa non vi è un tesoro da condividere, ma una crisi da risolvere, cui i novelli flussi migratori contribuiscono all’aggravamento.

L’evidenza di questa semplice realtà produce un meccanismo di autodifesa nei paesi sviluppati, meccanismo che tende a rifiutare l’ingresso di nuovi flussi migratori, nella avveduta consapevolezza di non poter offrire nulla ai nuovi arrivati, nemmeno un posto di lavoro, che non risulta disponibile nemmeno per i residenti.

Le politiche demografiche mondiali

Il sostegno di un progresso industriale che pare non confrontarsi con i limiti delle risorse naturali, corre parallelo ad un dato fondamentale:

il consumo.

Taluni indicano nella crescita demografica un fattore di crescita economica derivante dalla semplice equazione per cui, maggiore presenza umana, produce maggiori consumi.

Il che, rappresenta un dato in se, assolutamente vero, incontrovertibile.

Ma l’aumento dei consumi produce anche un aumento a catena della Co2 prodotta, dell’ossigeno consumato, della produzione di alimenti da fonte animale, e così via, riproducendo nel contesto globale, l’effetto del “cane che si morde la coda”, affermando quel fenomeno antropico che sembra tutto volto a cercare il proprio danno, la propria estinzione.

Il ruolo della leadership politica mondiale in questo senso, assume un rilievo eccezionale.

Purtroppo, gli avvenimenti degli ultimi tempi, non offrono molto spazio alla speranza della creazione di una politica transnazionale e globale che combatta gli effetti negativi riprodotti da stili di vita negativi nelle nazioni dle mondo.

Il ritorno dopo un paio di secoli alla guida della leadership economica mondiale di Cina ed India, provoca contraccolpi notevoli nelle democrazie occidentali che sinora, hanno tentato una normalizzaizone globale dei sistemi.

Ma tali democrazie si sono indebolite a causa di due fenomeni:

1 – la crisi finanziaria e la conseguente crisi economica

- la crisi finanziaria
le sovrastrutture finanziarie occidentali sono letteralmente crollate sotto il peso insostenibile di una esigenza di ricchezza impossibile ed infinita, oltre che fine a se stessa:
la finanza ha smesso di essere fattore di sviluppo e di crescita al settore industriale per divenire essa stessa sistema produttivo di danaro a scapito del sistema produttivo e delle sue regole.
Il sistema bancario mondiale si è scoperto avere completamente dimenticato la sua identità di sostegno alle imprese umane per divenirne appendice senza alcua finalità eco-indutriali ed eco-sociali, figurarsi eco-logiche.
Le logiche del comparto bancario e finanziario non sono più utili al sistema, ma appaiono sempre più impazzite deformazioni cancerogene cellulari, tanto da creare esse stesse, la più grave e profonda crisi socio-economica-finanziaria globale dell’ultimo secolo, crisi che ha colpito, per ironia della sorte, proprio quei paesi che l’ahhno creata e sostenuta.

- la crisi economica e dei fattori della produzione
l’assetto dei consumi nell’ambito del sistema capitalistico è stato sinora condizionato dalla regola del consumismo, regola che non può più essere sopportata così come è per molto ancora nei paesi maggiormente industrializzati, poichè i parametri del costo delle democrazie, del costo del lavoro, del costo delle garanzie civili ed in favore dei più deboli, del costo e dell’approvigionamento delle risorse indispensabili alla produzione, non consentono più ai paesi sviluppati di competere con mercati deregolati come quelli emergenti, anche a seguito della diminuità capacità di approvvigionamento di quelle risorse che servivano, ad un dato prezzo, di produrre in un regime di libera concorrenza internazionale.

2 – l’attacco all’Occidente del terrorismo nella volontà espansionistica ed egemonizzante islamica

L’11 settembre 2001 ha segnato una svolta a causa di follie espansionistiche anti-liberali islamiche che hanno colpito i stessi simboli dell’occidente ricco e sviluppato.
Ancor prima, altri atti terroristici islamici hanno colpito le Twin Towers come le effigi del dio Buddah, confermando una volontà negazionista della libertà in tutto il pianeta, contro tutti i sistemi, contro tutte le religioni contro tutti gli stili di vita differenti da quello islamico, attuando contemporaneamente una subdola infiltrazione dei sistemi democratici occidentali attraverso l’introduzione di cellule islamiche fondamentaliste nei sistemi democratici, allo scopo di ribaltarne i governi proprio attraverso l’arma della crescita demografica, presenza che pesa e non poco nelle regole della democrazia, laddove è la maggioranza dei numeri a governare un paese, e a dettarne le regole che difendono, tutelano e garantiscono uno stile di vita piuttosto che un altro.

La difesa del territorio dai flussi migratori indiscriminati e potenzialmente insidiosi e pericolosi per l’identità territoriale

Gli Stati Uniti d’America sono da sempre all’avanguardia nella difesa del loro territorio da attacchi demografici attraverso l’applicazione di filtri che impediscano un irrazionale ingresso di flussi migratori.
L’Unione Europea invece, sia nella sua struttura sovranazionale, sia intesa come somma di stati liberi ed indipendenti, ha commesso molti e gravi errori in tal senso, riempiendo a dismisura il territorio del vecchio continente di nuovi flussi migratori tendenti ad estorcerne il potere, a distorcerne il governo, a pretenderne il mero mantenimento.
Gravi problemi vivono paesi europei laddove l’ingresso indiscriminato di immigrati hanno prodotto profonde ferite sociali e continui conflitti comunitari, hanno gravato sulla capacità di sviluppo e di mantenimento di stili di vita ed identità profondamente radicati nell’essenza stessa di quei paesi, raggiungendo soglie di crticità allarmanti.
In tutti i paesi europei vi è una risposta sempre più forte a questi pericoli, a queste insidie, nella crescita dei consensi ottenuti da quei leader politici che hanno spauto meglio incarnare la garanzia non solo ideale di una difesa della identità e del territorio.

La risposta della politica vera: il caso varesino

In Italia, da un paio di decenni, tali incarnazioni ideali di libertà vengono ben rappresantate da un movimento politico che ha fatto della difesa di uno stile di vita condiviso e della difesa del territorio e della sua gente, una bandiera sempre più sostenuta dal consenso popolare.
La Lega Nord per l’Indipendenza della Padania nasce nella provincia di Varese per poi espandersi rapidamente in tutto il nord e non solo.
La tutela del territorio, della popolazione e di uno stile di vita a Varese, rappresentano un nucleo importante di questa nuova “strada politica”, opponendosi costantemente ai tentativi di aggressione demografica, urbana ed edlizia, difendendo strenuamente un territorio che ha conservato maggiori caratteristiche naturalistiche sul modello elvetico e tedesco, piuttosto che su quello medio italiano.
La natura ancora vive e palpita in un territorio che ha saputo comunque bilianciare una industrializzazione anche importante con il rispetto dell’ambiente, non solo naturalistico, ma anche urbanistico.
Il consumismo forsennato è stato contemperato a Varese da uomini e donne che hanno chiesto ed ottenuto di coniugare libertà ed ordine, produzione di ricchezza e salvaguardia dell’ambiente.
Una battaglia che è ancora in atto, che ancora viva e combattuta.
E’ da Varese che parte un segnale positivo per tutto il paese, è da Varese che uomini e donne coraggiosi dimostrano come sia possibile contrastare gli attacchi dei gruppi che vorrebbero tarsformare questa magnifica realtà in un mattonificio devastante, per aumentare senza senno un insediamento demografico ed urbano che ucciderebbe e per sempre una identità orgogliosamente difesa.
E’ sempre da Varese che partono uomini e donne al servizio dello stato che offrono modelli ineguagliati di continuità e di capacità di governo, fedeli e leali, senza alcun timore reverenziale per quegli oscuri poteri che restano nell’ombra a tentare di massacrare il territorio e di uccidere il futuro di ognuno di noi.
E’ ancora da Varese che parte l’offensiva vincente a quel mondo inutile di prezzolati parrucconi che se ne fregano della difesa di una identità territoriale e tentano forsennatamente e continuamente di devastarla, di assassinarla.
Ed è comunque da Varese che son parti uomini e donne capaci di fermare le mafie, capaci di interrompere quell’azione devastante e davastatrice che le organizzazioni mafiose praticano quotidianamente contro le aziende e le famiglie italiane, producendo una concorrenza sleale nel campo della imprenditoria, concorrenza che uccide ricchezza e posti di lavoro, in cambio di una affermazione negativa del male mafiosio e del suo progressivo manifestarsi.
Ed è girando nottetempo nei dintorni di Varese che io ammiro la passeggiata di un magnifico esemplare di cervo maschio, aggirarsi fra le strade di un sobborgo varesino.
Ed è quella per me, la prova che un modello umano e politico vincente, non può discostarsi da un assetto naturale della vita, laddove, la difesa di una vita, di un suo stile orgogliosamente affermato, di un territorio orgogliosamente difeso.
Il caso varesino di resistenza alle tentazioni del facile arricchimento edilizio che stuprerebbe invece un territorio ancora intatto e la difesa ad oltranza di un modello di vita che si dimostra ogni giorno sempre più vincente, mi convincono sempre di più che questo modello è il modello iedale da seguire e da interpretare in tutto il paese, in tutta europa, se si vuol tendere ad una vita che sia vita, di un simile che sia simile, di cervo che sia libero, di un territorio che si difende, di un popolo che testimonia ogni giorno di più, granitiche capacità di governo, di buongoverno, di pulizia ed igiene mentale e comunitaria.
Il modello varesino è punto di riferimento imprescindibile in questo nuovo solco umano e politico che vede nella difesa della sicurezza in ogni suo senso, l’unica strada da percorrere, l’unica difesa possibile, l’unica capacità di governo del territorio, l’unico stile di vita accettabile, sia dagli uomini che dalla natura.
E tutto questo perchè io possa ammirare un magnifico cervo libero, consapevole che la sua libertà, è strettamente collegata alla mia.
Ed io, sono profondamente orgoglioso di poter godere di questa libertà, di poter partecipare a questa battaglia per la vita.
Per quella vita che va difesa, va interpretata, va rivendicata.
Per quella vita che altri, chiedono costantemente di sopprimere, di cancellare, di stuprare, in virtù di diritti acquisiti e mai guadagnati, ed in virtù di doveri sempre reclamati, ma mai esistiti.
L’unico diritto che ho è quello di difendere la mia vita e la mia libertà, come quella dei miei simili.
L’unico dovere che ho è quello di difendere la mia vita e la mia libertà, come quella dei miei simili.
Null’altro.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il potere, i potenti e la terza via italiana

domenica, 17 ottobre 2010

Vi sono molte domande nella storia moderna e contemporanea del nostro paese che non hanno risposte, che non sono scritte sui libri ufficiali di storia, che alcuni giornali lasciano solo trasparire, senza mai dichiarare apertamente, senza mai avere il coraggio di rendere pubbliche, al fine di rendere comprensibile il passato come il presente ed il futuro del nostro paese.

Scuserete se sembrerò un po’ disordinato nella esposizione:

non so da dove cominciare, non so come spiegare.

Diciamo che l’indirizzo di questo scritto lo può descrivere bene questa frase:

“I giornali la storia la possono anche raccontare ma la storia non puo’ essere scritta basandosi sui giornali”
Renzo De Felice (Rieti, 8 aprile 1929 – Roma, 25 maggio 1996)

Una storia che potrebbero raccontare e che forse non racconteranno mai i giornali ed i libri, quella storia che possono raccontare “tre borse di cuoio marrone”.

Tento una ricostruzione, non storica, ovviamente, ma umana ed economica, inseguendo gli interessi ed i poteri.

Già, poichè sono sempre le scelte economiche a condizionare fortemente l’agire dei grandi uomini ed i popoli da loro guidati in tutti i tempi, uomini che hanno pagato dolorosamente la loro grandezza “incompresa”.

In tutti i tempi, compreso il nostro, il più (in)comprensibile di tutti.

Forse perchè l’abbiamo già vissuto, ma nessuno ci ha insegnato a riconoscere.

Benito Amilcare Andrea Mussolini – Predappio 29 luglio 1883 – Giulino di mezzegra – 28 aprile 1945,
L’uomo della Provvidenza (o “inviato della Provvidenza” 14 febbraio 1929 – Papa Pio XI).

Quello che univocamente viene ricordato come “il Duce”, non fu però il primo ad essere appellato così.

Prima di lui, il Duce era Pietro Nenni, il socialista Pietro Nenni.

Perché questa digressione che ha l’apparenza di essere una digressione meramente formale?

Perché la storia di questo pianeta degli ultimi due secoli è la storia del socialismo:

la più tormentata, la più osannata, la più lapidata, anche a suon di monetine, come nel caso del socialista italiano Benedetto Craxi detto Bettino (Milano, 24 febbraio 1934 – Hammamet, 19 gennaio 2000).

Socialisti e sindacalisti nascono infatti Adolf Hitler (Braunau am Inn, 20 aprile 1889 – Berlino, 30 aprile 1945) e Benito Mussolini che agganciarono l’ispirazione socialista al concetto di nazione, piuttosto di altri “socialisti rivoluzionari” come Vladimir Ilyich Ulyanov o Vladimir Ilich Uljanov detto Lenin (Simbirsk, 22 aprile 1870 – Gorki Leninskie, 21 gennaio 1924), Iosif Vissarionovic Džugašvili detto Stalin – da un termine russo che significa “d’acciaio” – (Gori, 6 dicembre 1878[1] – Mosca, 5 marzo 1953).

Come potete vedere, l’epoca degli uomini forti, fu l’epoca dei socialisti, legati al concetto di popolo o di nazione, come dichiarò Benito Mussolini in un discorso al parlamento, indicando così la medesima matrice politica fra fascismo e comunismo (all’epoca era conosciuto meglio come socialismo).

E socialiste furono le riforme fasciste, a cominciare dall’unica riuscita riforma agraria realizzata che il mondo conosca, quella riforma che toglieva i terreni agricoli al latifondo per consegnarli ai reduci e al popolo affamato.

Ma tutto questo ci porta lontano dalla considerazione ultima che ognuno di noi fa del fascismo:

perché Mussolini si alleò con Hitler, trascinando l’Italia e tutto il mondo in una guerra totale?

La storia che ci raccontano i libri non può dare una risposta a questo quesito.

Dobbiamo cercare un’altra via, una strada che è sotto gli occhi di tutti noi e che segna ancor oggi il nostro limite maggiore:
la povertà di risorse energetiche (gas, petrolio) italiane.

Da dove partiamo?

Dall’Iraq, naturalmente, e più precisamente da Ninive, la capitale Assira citata nella Bibbia cristiana, oggi conosciuta come Mossul (e non Mosul o Mossoul, come comunemente ed erroneamente viene tradotto).

Come vedete, siamo nel passato e nel presente, siamo sempre nel teatro della contesa internazionale sulle risorse strategiche energetiche:

il petrolio.

Benito Mussolini comprendeva chiaramente che l’italia non sarebbe mai divenuto un paese ricco e potente e non avrebbe mai ricevuto il riconoscimento e la dignità di grande potenza mondiale senza il petrolio, e si prodigò grandemente per sottrarre alla tutela britannica ed alla triplice alleanza egemonica del petrolio planetario – anglo-francese-americana – il giacimento petrolifero di Mossul.

E vi riuscì.

Verso la metà degli anni trenta l’Agip deteneva (ricordate questo nome, sarà ricorrente in questa narrazione insieme a quello dell’Iraq) la concessione per lo sfruttamento dei pozzi petroliferi iracheni.

Ben trentaduemila barili al giorno, corrispondenti a 1.750.000 tonnellate annue consentivano all’italia la piena autonomia petrolifera e, in breve tempo, ne avrebbe fatto un paese esportatore.

Malauguratamente, l’avventura etiopica ed il conseguente isolamento internazionale, costrinse Mussolini a dare mandato all’ Agip di vendere la quota maggioritaria nella Mosul Oil Fields.

L’errore italiano fu quello della imitazione di un modello colonialista che Francia, Inghilterra e America stavano invece abbandonando, proseguendo sulla strada di un diretto e meno costoso controllo delle risorse energetiche piuttosto dell’effettivo e costosissimo controllo dei territori che ne erano ricchi.

Il “sacro egoismo” italiano di territori ci privò sfortunatamente del petrolio che quei territori nascondevano.
Qui inizia il percorso che portò Mussolini a scegliere di entrare in guerra al fianco di Hitler piuttosto che al fianco di Churchill.

Mussolini tenterà inutilmente ancora due carte successivamente per ottenere l’indipendenza petrolifera:

– il sostegno agli indipendentisti iracheni nel 1941, che fallirono nella sollevazione e furono sconfitti dagli inglesi, sostegno che avrebbe portato allo sfruttamento dei pozzi petroliferi di Quayara, nella regione di Mossul.

– il sostegno all’organizzazione “Tetri Giorgi” (Georgia bianca, finanziata e sostenuta da Mussolini) che era una organizzazione politica formata nel 1924 da emigranti georgiani che aveva come principale scopo la liberazione della Georgia dall’occupazione societica e che interessava all’Italia per il controllo del porto di Batumi, scalo strategico sul Mar Nero dei flussi di petrolio che venivano estratti dal Mar Caspio e dell’ Iraq.

Dopo questo rapido quanto inesauriente escursus, torniamo alla domanda fatale:

perché Mussolini si alleò con Hitler, trascinando l’Italia e tutto il mondo in una guerra totale?

Perché nonostante il grande lavoro di “salvatore della pace” di Mussolini, l’italia restava comunque esclusa dal giro delle grandi potenze che gestivano il petrolio nel mondo e perchè Hitler, propose l’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania come prezzo di questa indipendenza:

il petrolio a condizione di una guerra.

Se Churchill avesse garantito un accesso privilegiato all’Italia al petrolio invece di Hitler, noi non avremmo perso una dolorosa e sanguinosa guerra.

Non cercate riscontri a questa frase nei libri di storia e nei giornali: non ne troverete.

Forse Churchill non si fidava completamente della lealtà italiana o forse Hitler fu semplicemente più furbo di tutti.

Ma è la garanzia tedesca all’Italia fascista di una indipendenza energetica la goccia che fece traboccare e rompere il vaso italiano, fu la speranza italiana di sostituire Francia e Inghilterra nella gestione globale delle risorse petrolifere, il vero motivo della infelice scelta italiana.

Mussolini pensò alla egemonia italiana in europa senza un intervento americano nel conflitto.

Ma le speranze di Mussolini si infransero sui sogni onirici ed ormai folli di Adolf Hitler, che rispose a muso duro alle critiche avanzate da Mussolini sulla ripresa delle ostilità tedesche nel gennaio 1940:

“O con noi, o sarete relegato a un ruolo subalterno”.

Il sogno fascista della crescita di una Italia che fosse un grande potenza mondiale si infrange sulla scelta:

o subalterni a Francia, Inhilterra e America ovvero subalterni alla egemonia tedesca.

Mussolini inseguì ancora il suo sogno e scelse chi garantiva di più, senza pensare al prezzo da pagare.

Ma la storia non finisce qui.

Ecco l’epopea italiana dell’Agip di Enrico Mattei (Acqualagna, 29 aprile 1906 – Bascapè, 27 ottobre 1962).

L’Agip raccolta da Mattei è un involucro vuoto, improduttivo, con nessuna influenza nel mercato degli idrocarburi, mercato controllato dalle cosidette “sette sorelle”, termine “inventato” da Mattei per definire le sette società petrolifere più ricche del mondo che ne detenevano un sostanziale monopolio mondiale.

Esse erano:

1.Standard Oil of New Jersey, successivamente trasformatasi in Esso (poi Exxon negli USA) e in seguito fusa con la Mobil per diventare ExxonMobil – Americana;
2.Royal Dutch Shell – Anglo-Olandese;
3.Anglo-Persian Oil Company, successivamente trasformatasi in British Petroleum e ora nota come BP – Britannica;
4.Standard Oil of New York, successivamente trasformatasi in Mobil e in seguito fusa con la Exxon per diventare ExxonMobil – Americana;
5.Texaco, successivamente fusa con la Chevron per diventare ChevronTexaco – Americana;
6.Standard Oil of California (Socal), successivamente trasformatasi in Chevron, ora ChevronTexaco – Americana;
7.Gulf Oil, in buona parte confluita nella Chevron – Americana.

Notate che, in pratica, si tratta dello stesso cartello che dovette affrontare l’Italia fascista, lo stesso cartello che impedì all’Italia di ottenere una indipendenza energetica, il cartello dei vincitori.

E l’Agip comincia ad estrarre petrolio (poco) e metano in Val Padana.

Le sette sorelle sono attratte da questi ritrovamenti, che come nel caso del petrolio, vengono abilmente utilizzati da Mattei come specchietto per le allodole e prontamente difese e tutelate.

Mattei usa metodi spicci e crea un gruppo di lavoro formato da fedeli collaboratori di Matelica, ex appartenenti alla resistenza ed ex appartenenti alle forze dell’ordine.

Dirà lui stesso di aver violato almeno 8.000 fra leggi, leggine e ordinanze per ossequiare il suo:

“fare prima, discutere poi” (un decisionismo che ritroviamo nel passato mussoliniano e nel presente berlusconiano).

Ed è un successo.

Costruisce metanodotti, una distribuzione di benzina di prima qualità associata a servizi igenici associati sempre puliti, con pompe all’avanguardia e servizi gratuiti come la pulitura dei vetri, il controllo dei liquidi del motore e della pressione dei pneumatici.

Avvia una politica di prezzi bassi per la benzina e produce fertilizzanti prodotti dal metano con un ribasso del 70% del prezzo d’acquisto.

Fonda l’Ente Nazionale Idrocarburi (E.N.I.) di cui diviene presidente nel 1952.

L’11 gennaio 1957 riesce a far approvare una legge che dona ampia autonomia d’azione all’ENI, sia dentro che fuori dal paese.

Il successo continua.

Mattei attacca frontalmente il cartello delle sette sorelle nel suo core business:

l’estrazione petrolifera.

Offre ai paesi produttori di petrolio joint venture societarie che prevedono una partecipazione dell’Agip al 49% e al 51% del paese che gode dei giacimenti petroliferi, contro il contratto capestro offerto dalle sette sorelle che prevede una partecipazione agli utili dell’1% al paese produttore (che generalmente finisce nelle tasche dei loro governanti e non del popolo) e del 99% per loro.

Inoltre Mattei aumenta la cooperazione offrendo una partecipazione occupazionale del lavoro meno qualificato al paese produttore ed un contributo di know how specializzato da parte italiana.

E funziona, eccome se funziona.

L’Italia diviene il maggior produttore di sonde ad alta qualità per l’estrazione petrolifera.

Ma l’azione di Mattei non è solo imprenditoriale, va oltre gli affari, e punta alla promozione di una federazione fra Marocco, Algeria, Tunisia e Libia.

E non è solo un settore ad interessarlo:

l’ENI acquista la Lanerossi ed invade il settore tessile e del vetro, oltre che della meccanica di qualità.

Mentre i metanodotti italiani si snodano fra:

Costa d’Avorio, Etiopia, Marocco, Senegal, Ghana, Somalia, Tunisia, Sudan, Libano, Giordania, India, Iran, Iraq, Pakistan, Argentina.

Stringe accordi con la Cina per la consegna di fertilizzanti e con la Russia dove scambia petrolio con gomma sintetica, tubi e apparecchiature elettroniche a tecnologia avanzata per la ricerca e l’estrazione.

Anche la stessa nascita dell’OPEC in quegli anni, non può essere definita “estranea” all’azione di Mattei.

Nel 1961 sbarca a Bari la prima petroliera con petrolio prodotto in Iran.

Ormai Mattei governa interessi in tutto il mondo, da lavoro ad oltre 55.000 persone, possiede 15 petroliere ed investe in termini di centinaia di miliardi e procura utili che vanno molto oltre le cifre isciritte a piè del bilancio ENI.

Il 27 ottobre 1962, Enrico Mattei perde la vita in un incidente che non pare affatto un incidente e che puzza di mafia siciliana e di tutela di interessi affatto italiani.

E’ la fine di una epopea che porta l’Italia a soddisfare completamente il suo fabbisogno petrolifero e di gas e che ne fa addirittura un esportatore.

E’ la realizzazione, drammaticamente interrotta del sogno di Benito Mussolini.

Nelle dichiarazioni di Benito Livigni, Assistente personale di Enrico Mattei, leggiamo lo smembramento di questa enorme risorsa creata da Mattei, assistiamo inermi alla follia suicida che ucciderà l’autonomia e la indipendenza italiana nel settore degli idrocarburi e dei suoi derivati.

Nel 1994 viene privatizzata l’ENI, società con struttura anglosassone, integrata con il tessile, il minerario, la tecnologia avanzata, le telecomunicazione.

Viene smembrato l’ENI, chiusa la chimica di base dell’ENI, disgregato il tessile, snaturata la Nuovo Pignone.

Il 70% del pacchetto ENI è in mano ai fondi americani.

Il resto di questo scempio, di questa carneficina, fa perdere in un sol colpo il 36% del PIL italiano.

100.000.000.000.000 di patrimonio ENI (due centri turistici, 2.600 palazzi, il palazzo di vetro dell’ENI, etc) viene ceduto ad un fondo gestito dalla Goldman Sachs, operazione condotta dal governo Amato e dal suo ministro dell’economia Ciampi (che diverrà immediatamente dopo presidente della repubblica) e dal presidente del comitato per le privatizzazioni Mario Draghi, che verrà successivamente chiamato alla carica di Vicepresidente Goldman Sachs prima, Governatore della Banca d’Italia poi ed in seguito, alla guida della Banca Centrale Europea.

La banca d’affari Goldman Sachs è una delle prime al mondo e incontra spesso e volentieri i destini della casta politica, e non solo di quella italiana.

Ecco alcuni esempi:

Romano Prodi, da consulente Goldman Sachs a Presidente del Consiglio in Italia
Mario Draghi, da Vicepresidente Goldman Sachs a Governatore della Banca d’Italia
Mario Monti, dalla Commissione Europea sulla concorrenza alla Goldman Sachs
Massimo Tononi, dalla Goldman Sachs di Londra a sottosegretario all’Economia nel governo Prodi del 2006
Gianni Letta, membro dell’Advisory Board di GS è nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del governo Berlusconi (2008)
Robert Rubin, da dirigente Goldman Sachs a segretario al Tesoro presidenza Clinton
Henry M. Paulson, da vice Presidente di Goldman Sachs a Segretario al Tesoro sotto presidenza G.W. Bush
Robert Zoellich, da dirigente Goldman Sachs a vicesegretario U.S.A.
William Dudley, da dirigente della Goldman Sachs a capo della Federal Reserve Bank di New York, il distretto principale azionista della Federal Reserve
Paul Thain, da Presidente Goldman Sachs nel 2003 a capo del New York Stock Exchange
Philip D. Murphy, da presidente Goldman Sachs in Asia a Responsabile per la raccolta fondi per il Partito Democratico U.S.A.
Joshua Bolten, da dirigente Goldman Sachs, a capo del gabinetto dell Casa Bianca
Gary Gensler, sottosegretario al tesoro
Jon Corzine, da ex presidente Goldman Sachs a Governatore del New Jersey

Una cosa è certa:

se esistessero veramente i cerchi sovrastrutturali di cui si narra spesso, questi cerchi non potrebbero fare a meno di una struttura come questa banca d’affari per influenzare la politica mondiale.

E viceversa.

L’epopea berlusconiana.

Nasce un nuovo imprenditore italiano, è intelligente e punta tutto sul mezzo di comunicazione di massa:

la televisione.

Intraprende una lotta imprenditoriale simile a quella di Mattei, i cui risvolti, non possono essere meramente limitati al normale svolgimento di una impresa d’affari.

Silvio Berlusconi va oltre gli affari e regala agli italiani la prima televisione commerciale nazionale, Canale 5, spezzando così il monopolio dello stato ( e della casta politica) nel settore mediatico, fatto che certi poteri, non gli hanno mai perdonato.

Berlusconi va avanti, diviene il primo imprenditore televisivo italiano ed intraprende la scalata europea approfittando della concessione di due nuove licenze gratuite nella Francia di Mitterand.

Nasce “La Cinq” con l’obiettivo dichiarato di esportare il modello vincente del canale 5 italiano.

Ma viene fermato.

L’avventura francese durerà poco (dal 20 febbraio 1986 al 12 aprile 1992).

Nonostante la copertura dell’80% del territorio francese, la scalata sino alla terza posizione nazionale con il 10,9% degli ascolti e l’avvio di originali format informativi (“Le journal permanent” l’antesignano del “Prima Pagina” italiano, con notizie ogni 15 minuti, la conduzione uomo-donna, il faccia a faccia (“Face à France”) domenicale fra un politico e comuni cittadini scelti dalla società di sondaggi Ipsos, ed il “duello”, che chiudeva le notizie delle 12.45, e a cui prese parte Nicolas Sarkozy) La Cinq, dopo notevoli vicissitudini ed un bilancio in forte perdita, chiuderà i battenti.

Sarà Bourret (il socio francese de La Cinq) ad annunciare che il canale televisivo morirà, parlando poi di pressioni politiche ed economiche volte a “uccidere” il canale.

E torna ancora una volta il mito dei cerchi sovrastrutturali, le banche, il mondo finanziario.

Berlusconi capisce che il contrasto al suo gruppo non si fermerà qui e dopo la caduta verticale della terza via socialista craxiana, fonda un partito politico, scende in campo.

E’ l’era del riformismo, quello vero, è l’era del federalismo fiscale, è l’era di un ritorno al successo internazionale dell’Italia.

Oggi Berlusconi può contare su patti politici che garantiscono l’Italia a livello europeo (il duopolio franco-tedesco), ma fa di più, ed insegue il sogno mussoliniano e matteiano:

l’indipendenza del paese dal fabbisogno energetico e del petrolio.

Ed ecco il patto con la Russia di Vladimir Vladimirovic Putin, con la Libia del Mu’ammar Abu Minyar al-Qadhdhafi, con il Brasile di Luiz Inácio Lula da Silva, tutti leader di paesi produttori ed esportatori di petrolio e di gas.

Ma, esistono ancora le sette sorelle?

Certo che esistono, ma sono cambiate nel frattempo, ed eccole nella classifica del 2007 redatta dal Financial Times:

1.Saudi Aramco ( Arabia Saudita)
2.JSC Gazprom ( Russia)
3.China National Petroleum Corporation ( Cina)
4.National Iranian Oil Company ( Iran)
5.Petróleos de Venezuela S.A. ( Venezuela)
6.Petrobras ( Brasile)
7.Petronas ( Malesia)

Come vedete, il fronte anglo-americano è scomparso e spuntano i nomi di produttori mondiali con cui il cavalier Berlusconi ha sapientemente coltivato patti di amicizia.

Ma restano in mano a questo fronte, le maggiori banche d’affari mondiali, quelle banche che porteranno disgraziatamente alla più grande e grave crisi finanziaria mondiale, banche d’affari, che continuano a condizionare le scelte dei governi mondiali.

E’ il secondo atto della trasformazione di questi poteri sovrastrutturali:

dapprima abbandonano il colonialismo dei territori in virtù del mero controllo delle risorse dei territori mondiali, ed ora abbandonano il diretto controllo delle fonti energetiche in virtù del controllo finanziario globale, condizionante ogni momento ed ogni settore strategico del mercato mondiale, ivi comprese, le scalate politiche e le scelte dei governi, considerati amici o nemici che siano.

Ma per l’italia, è ancor oggi la necessità di indipendenza energetica a tenere banco, compresa la fonte nucleare che il Berlusconi tenta di inserire come fattore energetico determinante nel disperato bisogno energetico italiano.

La storia è quella dei nostri giorni:

lo scissionismo politico finiano, lo scandalismo alla D’addario, il dossieraggio e, ancora una volta, i cerchi sovrastrutturali, quei poteri che contrastano da sempre l’emersione dell’Italia nel firmamento delle grandi potenze mondiali, a pieno titolo, in piena dignità.

Il percorso del movimento politico della Lega Nord nella storia italiana di questi anni, non è affatto secondario, anzi.

E’ un percorso fatto di nuovo metodo politico meno formalista e più sostanziale, è la testimonianza politica comportamentale che negli ultimi venti anni ha modificato e riformato il paese come mai prima e che ha consentito al decisionismo berlusconiano (figlio di quel “fare prima, discutere poi” di Enrico Mattei che da tanto fastidio ai finiani della restaurazione dei poteri slegati dal consenso popolare) di adeguare il paese reale allo stato di diritto, agganciando come non mai, il metodo democratico del consenso popolare con le scelte dell’esecutivo.

Ed è proprio “popolare” il termine più indicato per identificare il movimento della Lega Nord.

Eppure, poteri mai pubblici, tentano di contastare questa nuova quanto antica via che conduce al riscatto italiano.

Ma, chi e cosa sono questi poteri che sovrastano gli interessi del popolo italiano e del suo governo?

Non si sa, ma a me va di fare un piccolo elenco di potenziali interessi.

Forse coincidono con quei famigerati “cerchi sovrastrutturali”, forse no, non lo sappiamo.

Ma rileviamo una serie di analoghe coincidenze.

Pare che si muovano interessi americani in questi giorni, contro Berlusconi.

Io li definirei ovvi ed evidenti, visto che il padre padrone delle televisioni americane (e non solo quelle) che tenta l’invasione del mercato italiano si chiama Rupert Dylan Murdoch, imprenditore e produttore televisivo australiano naturalizzato americano, che con la News Corporation, monopolizza il mercato dei mezzi di comunicazione di massa mondiale.

Così torna un interesse americano a pesare sulle vicende di casa nostra, interesse che non è confutabile, in quanto l’elenco dei finanziatori della campagna elettorale del 2008 che condusse Barack Hussein Obama II alla poltrona di presidente degli Stati Uniti d’America, non è mai stato reso pubblico.

Anche l’interesse negli states mostrato da gruppi imprenditoriali italiani da sempre avversi alla epopea berlusconiana offre il fianco a considerazioni e domande:

– perchè il gruppo Fiat (guidato dall’AD Marchionne e precedentemente dal dirigente d’azienda Luca Cordero di Montezemolo – dal 2004 al 2010 -) investe e conseguentemente ottiene finanziamenti dalla presidenza Obama per salvare il gruppo automobilistico Chrysler, quando il gruppo che conta quasi 50.000 dipendenti è in enormi difficoltà in Italia?

– perchè allorquando la Fiat decide di avviare un rinnovamento gestionale profondo nel settore automobilistico italian, il suo alfiere Montezemolo lascia la guida Fiat e nasce il “pugile” Marchionne?

Forse nel futuro di Montezemolo si aspira alla premiership italiana?

Forse le scelte impopolari di Fiat in Italia non dovevano ricadere su chi la popolarità la desidera “ripulita” dall’altra faccia della medaglia del riformismo?

Forse l’avventura della Fiat di Montezemolo nell’America di Barak Obama si connette a poteri sovrastrutturali che tentano di condizionare e di piegare il governo italiano sino alle dimissioni del premier Berlusconi?

E’ come sempre, una storia fatta di potere e di interessi quella umana, certamente.

Ma una cosa è certa:

quella linea, quel filo che collega i momenti storici di un “certo socialismo” che va dal fascismo di Mussolini a quella famosa “terza via” sognata e realizzata da De Gasperi e Mattei, che va da quel socialismo che diviene “terza via” politica che sblocca il sistema della democrazia bloccata e sdogana la nuova destra del tradimento storico finiano e la nuova sinistra del’incapacità di perseguire gli interessi di quel “popolo” che pretendeva di rappresentare, quel filo che lega “un certo modo di difendere e tutelare gli interessi italiani” e che conduce alla storia contemporanea dell’uomo imprenditore e dell’uomo politico Berlusconi, ebbene, quel filo, quella storia, quella aspirazione di tutela degli interessi italiani, si scontra spesso e volentieri con “certo modo di fare politica” che in qualche modo è collegato (se mi chiedete come, non so spiegarlo) a quei poteri sovrastrutturali che hanno sempre negato all’Italia la piena dignità e l’indipenenza energetica, economica e soprattutto, politica.

Non è scritto che in alcuni libri di storici contemporanei che quel filo esiste, che quel filo che collega gli interessi del popolo a quelli della nazione, traccia il percorso di personalità storiche il cui destino è sempre più cristiano, poiché essi finiscono tutti “crocifissi” alla difesa e alla tutela degli interessi del popolo.

Ed è scritto qui, in questo lungo e un po’ folle ripercorrere la storia italiana che, questi uomini, questi grandi uomini, trovano un contrasto forte e potente in quella famiglia che di sorelle ne ha tante, sorelle che da ricche petroliere, si sono trasformate in ricche banchiere, senza perdere il pessimo vizio di influire sulla storia e sugli interessi di questo paese.

Ed è scritto nella storia degli ultimi lustri che la difesa degli interessi italiani passa solo nella difesa di quel nuovo principio politico della “territorialità”, di quella identità territoriale qualcuno tenta di far passare come elemento di divisione del paese, ma che invece è esso stesso, l’unica salvezza della integrità di questo paese.

Ma guai a dirlo.

Guai a dire che gli americani sono dei razzisti perchè controllano i flussi migratori dal Messico e da tutti i paesi mondiali con un metodo molto deciso e perentorio.

I “razzisti” per certi poteri, sono sempre gli altri.

Con buona pace di quei traditori e di quei venduti agli interessi non italiani.

E andiamo avanti, sempre avanti.

Avanti!

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X