Articoli marcati con tag ‘media’

La mafia non esiste. Lo stato nemmeno.

domenica, 2 novembre 2014
Mappa intensità violenza in Italia

Mappa intensità violenza in Italia

“L’intensità della violenza varia nello spazio:
fattori di contesto / organizzativi possono spiegare la variazione”

Nessun giornalaio come nessun politico, burocrateo sindacalista vi dirà mai la verità sulla questione meridionale, sulla mafia e sulla resa dello stato dinanzi a questi violentissimi attacchi.

Preferiscono nascondere la verità, piuttosto che affrontarla.

Vili.

E vi meravigliate se si nascondano dietro il vilipendio?

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino “X”

Social e Media Network alla prova dei moti popolari

domenica, 17 novembre 2013

Da quando sono nati i primi forum, poi i primi blog e successivamente i media network ed i social network si legge di taluni interrogativi inquietanti rispetto al loro libero uso.

Qualcuno dice sono troppo liberi, taluno scrive che possano aizzare le folle in momenti di crisi come questi sino a spingere i popoli verso moti popolari di rivolta.

Mah, io non sono d’accordo con queste visioni e con queste analisi.

Anzi credo che questi strumenti siano dei veri e propri “sfogatoi” di emozioni negative e di reazioni accese che si susseguono senza veri e propri incidenti reali proprio a causa della “distanza web” che intercorre tra i vari utilizzatori.

Certo, l’abuso è dietro l’angolo, ma come in tutte le faccende umane.

Invece credo piuttosto che i social network insieme ai blog siano divenuti un vero e proprio ammortizzatore sociale delle crisi delle comunità e credo anche che questi mezzi di comunicazione e di socializzazione abbiano invece favorito la libera trasmissione di dati e informazioni prima che media interessati e servizi segreti devianti potessero piegare queste informazioni ai loro usi commerciali e/o politici.

Credo in un grande miglioramento della civiltà umana in questi termini, in un grande avanzamento dell’intera umanità, certamente.

Per quanto riguarda potenziali moti popolari e guerre civili credo che resti un motto napoleonico l’unica vera regola da osservare:

al popolo si può fare di tutto, ma attenti a non far mancare mai il pane quotidiano al desco del popolo, altrimenti il potente cadrà (più o meno, se ricordo bene).

Quindi, se un moto insurrezionale o una rivolta popolare o addirittura una guerra civile dovessero intervenire, non date la colpa ai mezzi di comunicazione e di socializzazione del web.

Piuttosto guardate alla incapacità di governo della politica, guardate alle pance vuote e alle menti disperate.

Una sollevazione popolare ha sempre gli stessi fini ed obbiettivi, da sempre, storicamente:

rivoltare letteralmente le classi sociali consentendo una alternanza al potere e una alternanza nell’accesso alla ricchezza e al benessere (semmai entrambe abusati da quelle caste che non ne ricordano più nemmeno il valore) in favore di nuove comunità più meritevoli, che quel valore osservano, amano e perseguono.

Tutto qui.

Gustavo Gesualdo
alias Il Cittadino X

Crollo Italia – Italien Zusammenbruch – Italy collapse – Italie effondrement

domenica, 25 agosto 2013

Dal 1997 sino ad oggi la spesa pubblica italiana è cresciuta, e di molto, invece di diminuire come promesso e come dovuto dai seguenti governi politici italiani:

Romano Prodi 1996 – 1998
Massimo D’Alema 1998 – 2000
Giuliano Amato 2000 – 2001
Silvio Berlusconi 2001 – 2006
Romano Prodi 2006 – 2008
Silvio Berlusconi 2008 – 2011

Aumentata in soli 15 anni di quasi il 70%, la spesa pubblica italiana si porta a quota 725mld/anno bruciando quasi la metà (48%) del PIL (Prodotto Interno Lordo) cui vanno aggiunti 87mld di interessi sul debito pubblico sovrano pagati nel solo anno 2012, che portano la spesa pubblica a sfondare abbondantemente la quota degli 800mld annui e al 52% la quota di PIL bruciato dalla spesa pubblica.

Il debito pubblico continua anch’esso a correre toccando a giugno di questo anno il 130% del PIL pari a 2.075,71mld di euro.

Per far fronte ad un abnorme debito pubblico come quello italiano, lo stato ha emesso nel solo 2012 titoli per un totale di 471.904mld di euro, su cui dovrà pagare interessi pari a 14,67 miliardi.

In totale, il debito aggregato di stato, famiglie, imprese e banche in Italia (debito pubblico + debito privato) si attesta a quota 6mila miliardi di euro pari al 400% del Pil.

L’indice PMI italiano resta sotto quota 50 (in contrazione), al contrario di quello francese e tedesco che è tornato in dato espansivo.

La produzione industriale è in caduta libera negli ultimi dieci anni perdendo il 18% circa e continuando a perdere due punti ogni anno.

La Curva di Laffer, l’effetto negativo derivante dalla eccessiva pressione fiscale resta incompatibile con una crescita della economia italiana.

Il dato sconcertante ma affatto sorprendente è quello della crescita parallela della spesa pubblica e della corruzione politica e burocratica, entrambe cresciute in modo verticale da Tangentopoli ad oggi in un circolo vizioso di crescita continua di spesa e debito:

in pratica il debito pubblico si sovrappone perfettamente alla corruzione lanciando dubbi pesanti sulla sua formazione.

Gli attori politici principali di un tale indirizzo nel rapporto diretto fra corruzione politica e burocratica e aumento di spesa e debito, sono quelli iscritti in capo a questo post, figuri altrimenti noti come la tanto vituperata e contestata casta politica italiana, personaggi ancor oggi determinanti nelle scelte del paese, purtroppo.

La perdita di concorrenza dei prodotti e dei servizi italiani nei confronti della economia globale si traduce nell’uscita dalla Top 100 europea della competitvità dell’ultima regione italiana ancora ivi presente, la regione Lombardia, crollata alla 128esima posizione secondo il nuovo indice pubblicato dalla Commissione Europea.

Un tale risutato è stato raggiunto solo grazie agli sforzi congiunti delle forze politiche, sia di cdx che di csx, una casta partitocratica capace solo di distruggere, sprecare, sperperare e derubare ricchezza al Paese Reale, ormai entrato in un rapporto mosso da totale odio repulsivo rispetto allo stato di diritto che lo rappresenta e governa.

Nell’indice di competività europeo, (in)utile dirlo, fra le ultime regioni ad essere rappresentate vi sono quelle meridionali italiane, nonostante dal tavolo politico, economico, di governo e sociale italiano sia del tutto scomparsa la “questione meridionale” insieme alla gemella “questione morale”.

Il mondo della (disin)informazione, dei media, dei blogger e dei social network si allinea all’ordine politico e oscura la questione meridionale, quasi fosse stata già risolta e non fosse una questione determinante nel tracrollo italiano.

In effetti, la negativa influenza di regioni come la Sicilia, la Calabria e la Campania nell’andamento generale della vita pubblica e privata italiana rappresenta un pericolo vitale per lo stato di diritto italiano che ne è grandemente influenzato a causa del rilevante peso politico che queste regioni raggiungono grazie al loro peso elettorale, peso che si traduce in un enorme condizionamento nelle scelte politiche e di governo da parte delle organizzazioni mafiose e da parte di stili di vita e modelli di riferimento assai negativi e parassitari del sistema produttivo e competitivo italiano, rappresentando un peso insopportabile che impedisce al paese di decollare verso un differente futuro da quello che invece lo attende.

E se questa realtà ha un senso ed un (dis)valore allora è da essa che dobbiamo partire per tentare di risolvere i nodi che la casta politica non ha mai veramente affrontato, un po come quella sporcizia che una manchevole domestica seppellisca quotidianamente sotto il tappeto del salotto, rimandando solo il momento in cui il totale della sporcizia prevarrà definitivamente sul totale generale:

ogni problema accantonato, rimandato, irrisolto e ignorato è un delitto, un abuso omissivo inaccettabile, irricevibile.

Pertanto, se un barlume di razionalità e di intelligenza resta negli italiani, non è possibile che vedere come auspicabile una sospensione al suffragio perlomeno decennale di siciliani, calabresi e campani, tempo minimo sufficiente per scarnire le difese dell’anti-stato che infiltra, condiziona, estorce e ricatta lo stato di diritto e per consentire di eliminare definitivamente quei fattori di decrescita, contrazione e depressione imposti con la forza e la violenza alla economia legale.

Il paradosso di dieci anni di non partecipazione al voto di siciliani, calabresi e campani per recuperre il sottosviluppo meridionale che ancora il resto del paese ad un Mediterraneo fallito ed in fiamme piuttoso che lanciarlo in una nuova, grande e forte Europa dei popoli che imponga la sua forza nel contesto globale, producendo crescita e sviluppo capaci di ridurre la distanza (gap) fra nord e sud italiano, fra centro e periferia europea, fra paesi virtuosi e paesi viziosi.

Dieci anni per ricostruire l’Italia e fare, una volta per tutte, gli italiani.

Oppure perire tutti insieme nel contesto attuale, assai mafioso e corrotto, immobile e paralizzante, deprimente e foriero di cattivi presagi.

Essere protagonisti della rinascita europea o pagare l’ira funesta della storia:

è cosa nota a tutti che la storia non attende nessuno, ma travolge quei popoli e quei territori che si presentino impreparati al suoi appuntamenti.

Dieci anni di fare e di lasciar fare, dopo decenni di finto antagonismo politico in brodo di democrazia bloccata che serviva a mascherare un governo nella continuità di poteri forti oscuri e maligni, corrotti e mafiosi.

Dieci anni di razionale conduzione della cosa pubblica incondizionata dal male per assicurarsi un secolo di benessere e di ricchezza.

Mi sembra un buon affare.

Gustavo Gesualdo
alias Il Cittadino X

Italia: lo stato bordello – Italy: the bordello state – Italien: Das Bordell Zustand – Italie: l’état bordel

venerdì, 9 agosto 2013

James Walston, professore di relazioni internazionali all’American University di Roma, scrisse sulla rivista Foreign Policy:
in Italia, non solo “alcune donne arrivano in parlamento attraverso una camera da letto”, ma soprattutto “donne e uomini, giornalisti e professionisti, hanno dato via le loro menti e i loro principi, anziché i loro corpi”.

Questo il duro commento alla credibilità di professionisti e giornalisti, parlamentari e aspiranti tali in Italia.

Il declino italiano marcia su binari criminali e criminogeni ben noti, nell’assoluto immobilismo politico e della governance pubblica, nella mancata moralità ed eticità degli stili di vita e dei modelli di riferimento che sono più comunemente condivisi.

Il guaio più grosso è e resta l’eccessiva diffusione e condivisione dei comportamenti negativi, specie in soggetti portatori di licenza, concessione, funzione, attribuzione e gestione del potere pubblico.

Tale condivisione e tale diffusione sono talmente estese da rende i comportamenti negativi come “comportamenti maggioritari” nel paese, di una assurda maggioranza che pretende impunità ed immunità, grazie alla regola della maggioranza dei numeri in una democrazia come pretende di essere quella italiana.

Impietosa l’analisi dei fattori del sempre più probabile fallimento italiano che viene taciuta ai cittadini italiani, pubblicata da pochissimi mezzi di comunicazione e di informazione racconta di uno sfacelo totale, di un degrado abissale, di un disagio sempre maggiore che indica come risorse queste negatività e rinnegandoli invece come fattori del fallimento stesso per una economia interna.

Non è infatti singolare il caso in cui vasti strati della popolazione guardino positivamente alla economia sommersa prodotta dal riciclaggio di danari sporchi rinvenenti da:
corruzione politica e burocratica;
arricchimento illecito ed illegale;
fatturato mafioso;
evasione ed elusione fiscale;
estorsione;
usura;
lavoro nero;
truffe, abusi e frodi ai danni della pubblica amministrazione.

Il complesso di queste attività e di tante altre attività dal simile impatto distruttivo sulla economia italiana può essere definito come socialmente pandemico che nella sua radice greca di pandemico, pan-demos, significa appunto “tutto il popolo”.

Lo stato bordello è qundi uno stato in cui una significativa maggioranza di cittadini adotta comportamenti illceciti e/o illegali nella convinzione assoluta di non poter essere perseguiti né puniti per questi comportamenti, proprio a causa della loro diffusione:

mal comune in questo caso vale molto più di un semplice mezzo gaudio, un guaio che possa contare almeno su di una maggioranza nel paese.

Ecco che, una rinascita economica, politica, sociale, finanziaria ed industriale dell’Italia appare come un miraggio irragiungibile proprio a causa della forte ed assai condivisa volontà negativa popolare che la sostiene e la alimenta, una maggioranza del male che diviene automaticamente anche maggioranza elettorale e di consenso.

Come è possibile allora cambiare questo stato bordello in uno stato normale utilizzando i normali strumenti messi a disposizione dalla democrazia repubblicana e costituzionale italiana, se questi stessi strumenti necessitano di maggioranze democratiche per essere utilizzati a pieno titolo?

Non è forse venuto il momento dopo 64 anni di democrazia rappresentativa, 3 repubbliche, 17 legislature, 61 governi, 12 presidenze e 11 capi di stato di arrendersi alla evidenza che, governare gli italiani non è impossibile quanto certamente inutile ai fini del governo stesso in un sistema compiutamente democratico quale quello bloccato ed insabbiato italiano non è mai certamente stato?

Stato, appunto:

Stato.

Gustavo Gesualdo
alias Il Citadino X

L’attacco alla Lega del nuovo che avanza

sabato, 9 ottobre 2010

Più volte ho posto l’accento in questo blog su come le uniche riforme realizzate in questo paese siano di esclusivo stampo leghista.

Questo ormai consolidato governo del cambiamento e dell’adeguamento dello stato di diritto al paese reale, riceve però un fortissimo contrasto da parte della casta della conservazione dei poteri, dei privilegi e delle poltrone del potere pubblico.

Ed è dietro questa cortina fumogena che attacca la Lega che si gioca il futuro di questo paese.

E’ ormai sempre più evidente il coinvolgimento diretto di istituzioni ed apparati dello stato in questa che definirei “la prima vera guerra civile italiana”.

No, non è una guerra in senso stretto, laddove le contrapposte visioni politiche e i differenti stili di vita si confrontano su di un campo di battaglia dove a combattere si incontrano eserciti armati in assetto di guerra, carri armati e divisioni di fanteria, ma è piuttosto una guerra dove il confonto è fra chi vuol riformare e cambiare le regole dello stato di diritto, – adeguandolo ai tempi moderni e colmando la distanza che lo separa dal paese reale – e quei poteri, più o meno democratici e più o meno occulti che invece fondano la loro esistenza, il loro benessere, il loro arricchimento e la loro stessa sopravvivenza presente, passata e futura sulla sussistenza di queto gap, profondamente ancorati al concetto di democrazia bloccata, di estrema rigidità del Sistema ad ogni vento di cambiamento.

In questa disatrosa “guerra civile” a detta degli uni e degli altri, si contrappongono addirittura interi apparati dello stato, istituzioni democratiche, poteri del mondo dell’informazione.

C’è chi accusa la presenza in campo politico di una parte dell’amministrazione della giustizia chi, di contro, vede la presenza sul campo di battaglia addirittura dei servizi segreti, nella formulazione di scandali, e di chi ancora, vede un mondo dell’informazione spaccato fra anti-berlusconiani e raccoglitori di informazioni assemblate in dossier da utilizzare a fini politici.

Un bel parapiglia, non c’è che dire.

Certo, un quadro così fosco, se fosse realmente verificabile, risulterebbe intriso di potenziali conflitti di interessi.

Un esempio chiarificatore è certamente quello della terza carica istituzionale italiana.

E’ infatti incomprensibile (a noi italiani, figurarsi agli osservatori esteri) come sia possibile identificare le ormai quotidiane prese di posizione pronunciate pubblicamente da Gianfranco Fini:
ma parla il leader di un neonato partito o parla il più autorevole il presidente della camera?

Nell’esame delle esternazioni finiane e nell’analisi nel merito, la chiave di lettura di questo conflitto di interessi.

Basta leggerle per dare una risposta alla storica domanda:

Cui Prodest?

Ma questo, è solo un esempio, esso è solo la cima dell’iceberg.

Non mi inoltro in queste considerazioni e mi rivolgo alcune domande cui occorre dare delle risposte in questo immodificabile paese composto da caste di potere e corporazioni affatto convinte che sciogliere i nodi del debito pubblico italiano sia una strada che conduca al futuro, anzi, probabilmente per alcune di queste caste, riformare il paese, eliminare sprechi nella conduzione della pubblica amministrazione, eliminre i poteri mafiosi, e rendere liberi poteri come quello della politica, della giustizia e dell’informazione, sarebbe un biglietto di sola andata per l’inferno.

Già liberi.

Ma liberi da chi, liberi da cosa?

Insomma, negli States (USA) le inchieste giornalistiche possono abbattere presidenti del paese più potente del mondo mentre in Italia, le inchieste giornalistiche vengono bollate come dossieraggio ed addirittura coinvolte in indagini della magistratura a seconda del soggetto colpito e del risultato voluto.

La politica non è mi stata unna cosa perfettamente pulita nella storia dell’umanità, ma resto allibito dinanzi al silenzio assordante dei poteri dello stato, quando si attacca brutalmente e frontalmente l’esecutivo, contro l’incredibile successo che dimostrano altre strade, semmai opposte gli interessi del governo.

Ma il governo italiano, non è l’organo che dovrebbe amministrare il paese?

Certamente questo assunto è noto alle organizzazioni mafiose, che da sempre controllano il voto in talune regioni del paese al fine di “contrattare” con il potere politico posizioni di maggiore libertà di manovra, in tutti i sensi.

Poter ricattare, poter gravare di enormi pressioni e di minacce la politica ovvero poter controllare la politica attraverso le più suasive offerte di voti e di finanziamenti, è questa una realtà difficilmente dimostrabile in una aula di tribunale, ma altrettanto certamente rappresentano convinzioni profondamente scolpite negli attenti osservatori delle questioni italiane.

Il problema però, non è comprendere che queste influenze esistano, ma verificare con razionalità che, se in talune regioni le mafie possono aggredire a politica, a maggior ragione esse possono rappresentare l’ago della bilancia nell’accaparramento del consenso nazionale sufficiente alla formazione di una solida maggioranza a livello nazionale.

E questa analisi non può escludere il convincimento che sia il consenso elettorale proveninente da talune regioni, e non di tutte, a condizionare negativamente e pesantemente il governo della cosa pubblica, sia a livello locale che alivello nazionale.

Ed è proprio in questa lettura, è proprio in questa ottica che la cortina fumogena che tenta di dissipare il vento del riformismo e del cambiamento leghista si dissipa, mostrando il limite, disegnando un netto profilo:

è la questione meridionale, quella irrisolta questione che è fondamento del malcontento sempre più montante delle regioni del nord, sempre più identificate nell’azione politica della Lega Nord.

Ed ecco che l’aggressione sistematica alla Lega, trova motivi e giustificazioni, momenti di unione e di conservazione dei (pre)poteri e delle corporazioni trasversali che la fronteggiano, accusandola di essere un elemento “eversivo” del sistema.

Vogliamo insieme analizzare il termine eversione, nella sua etimologia più autentica?

forza che intende abolire, rivoltare, rovesciare qualcosa.

Ora, mi domando:

è lecito abolire le organizzazioni mafiose?
è lecito rivoltare il sistema del malgoverno e dello spreco di danaro pubblico?
è lecito rovesciare un sistema che tende costantemente alla conservazione e alla restaurazione dell’immobilismo politico e democratico della prima repubblica, un sistema corporativo che tenta di sopprimere ogni azione decisionale dell’esecutivo volta ad amministrare la cosa pubblica e a rinegoziare in tal senso quell’equilibrio dei poteri che non ha condotto il paese ad una democrazia realizzata nella prima come nella seconda repubblica?

Ed ecco, in questa chiave di lettura, svolgersi la mappa che fotografa l’attule empasse politico-istituzionale, la contemporanea guerra fra poteri che si svolge quotidianamente sotto i nostri occhi.

Vorrei chiarire ancor meglio il mi pensiero in tal senso ed il mio punto di vista.

E’ giusto consentire alle indagini giudiziarie di raggiungere una verità giudiziaria il più possibile vicina a quella reale e di farlo in un tempo umanamente giusto e breve?

E’ giusto consentire alle inchieste giornalistiche di raggiungere una verità mediatica il più posibile vicina a quella reale e di farlo in un tempo umanamente giusto e breve?

E’ giusto consentire al governo di raggiungere la realizzazione dle programma di governo ricongiungendo stato di diritto e paese reale e di farlo in un tempo umanamente giusto e breve?

In queste tre domande e non nella loro univoca risposta positiva, si nasconde il naturale conflitto di interessi di quei poteri che e di quelle forze che tentano ogni giorno di assicurare verità, giustizia e libertà al paese.

In questa confusione, taluni invocano il concetto del “primato della politica” nel governo dello stato al fie di compattare un paese di fronte alle sfide mortali che lo avvinghiano.

In questa confusione taluni tentano di rompere l’unità politica e di governo al fine di condizionare il governo dello stato e far prevalere altri poteri a quello decisionale dell’esecutivo.

Ecco, questa è la realtà:

un conflitto di interessi e di poteri.

In tutto questo, l’unica politica che conduce ad un futuro certo e giusto resta quella leghista.

In tutto questo, l’unica politica che viene aggredita con vilolenza è quella leghista.

Ecco infine, la chiave di volta della politica italiana:

la Lega Nord per l’Indipendenza della Padania.

Senza di essa e della sua azione politica, tutto sarebbe restato fermo a prima di Tangentopoli, nessuna riforma avrebbe visto la luce in questo paese, nessun governo avrebbe goduto di quella autorevolezza necessaria che discende dalla capacità di restare fedeli ai patti assunti con il popolo sovrano e leali a quelle solide maggioranze che hanno sinora dimostrato che, governare con continuità e stabilità questo paese è possibile.

Nonostante quelle anomalie e quelle eccezioni che confermano la regola della stabilità e della unità di un paese rispetto al proprio stato e al proprio governo nazionale.

Ma questa è un’altra storia, una storia che parte dalla crocifissione di quell’uomo che liberò l’umanità dal male ed arriva ai nostri giorni, laddove la difesa di un vessillo tricolore, non corrisponde alla difesa effettiva del paese che quel vessillo rappresenta.

Ed è la storia di certa umanità, sempre in posizione di difesa rispetto al nuovo che avanza.

« Ma essi, udendo queste cose fremevano d’ira, e si proponevano di ucciderli. Ma un fariseo, di nome Gamaliele, dottore della legge, onorato da tutto il popolo, alzatosi in piedi nel sinedrio, comandò che gli apostoli venissero un momento allontanati. Poi disse loro: «Uomini d’Israele, badate bene a quello che state per fare circa questi uomini. Poiché, prima d’ora, sorse Teuda, dicendo di essere qualcuno; presso di lui si raccolsero circa quattrocento uomini; egli fu ucciso, e tutti quelli che gli avevano dato ascolto furono dispersi e ridotti a nulla. Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, ai giorni del censimento, e si trascinò dietro della gente; anch’egli perì, e tutti quelli che gli avevano dato ascolto furono dispersi. E ora vi dico: tenetevi lontani da loro, e ritiratevi da questi uomini; perché, se questo disegno o quest’opera è dagli uomini, sarà distrutta; ma se è da Dio, voi non potrete distruggerli, se non volete trovarvi a combattere anche contro Dio». »
(Atti 5,33-39)

Ora, non sarà venuta l’ora per la civiltà umana di consentire alla razionalità di prevalere sull’istinto e di creare un precedente storico che unisca vecchio e nuovo verso un futuro univoco, piuttosto che vecchio e nuovo del mondo si combattano atrocemente, il primo per prevalere e conservare ed il secondo per prevalere ed avanzare?

Una cosa insegna la storia, sia pure nel suo avvolgimento vichiano:

indietro non si torna.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Aboliamo l’Ordine dei Giornalisti, aboliamo la casta della disinformazione

sabato, 27 marzo 2010

L’Ordine dei Giornalisti rappresenta una casta inutile e dannosa che si interpone fra il libero esercizio della informazione ed il popolo sovrano cui questo esercizio vieneconcesso di diritto e precluso di fatto.
L’ordine dei giornalisti e la figura del direttore responsabile violano l’articolo 21 della costituzione italiana, impedendo l’accesso a chi fa informazione, filtrando e controllando così l’informazione in Italia.

“Parliamoci chiaro, le nostre leggi sull’ordinamento della professione giornalistica per tanti aspetti si collegano alla struttura del fascismo a cominciare dalla figura del direttore responsabile (io l’ho ricoperta per quasi vent’anni) che non esiste in nessun’altra legislazione del mondo.
Una figura derivata da un ordinamento in cui i direttore responsabile era nominato da un partito politico autoritario e onnipotente, in contrapposizione all’editore e mantenuto con privilegi economici, ma senza il controllo politico della testata”.
Giovanni Spadolini. Citazione tratta dal libro “Come si diventa giornalista” – Piero Morganti – Ed.Einaudi.

Link al gruppo su facebook:
http://www.facebook.com/Il.Cittadino.X?ref=profile#!/group.php?gid=111842495498815&ref=mf