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Arbeit macht frei – work sets you free – il lavoro rende liberi

lunedì, 19 settembre 2011

Il lavoro rende liberi, il lavoro rende umani, il lavoro rende uguali, il lavoro fa dei ragazzi e degli infanti immaturi, degli uomini e delle donne, degli adulti forti e uniti, decisi e determinati, mai vili ma coraggiosi, sempre attenti al valore del fare, del lavorare, del sudare, del rischiare per avere in cambio il pane quotidiano e quella ricchezza necessaria per vivere in modo onesto e dignitoso, per assicurarsi una discendenza ed una prosecuzione nel tempo.

Questo insegna il mondo del lavoro, a questo educa il lavoro, a questo serve il lavoro, oltre l’aspetto produttivo in senso stretto.

Vi sono paesi nei quali per generazioni e generazioni si è abiurato il lavoro, quello che sporca le mani, quello che sporca le scarpe, quello che impolvera i volti, quello che costa energie e sacrificio.

Il risultato è quello cui assistiamo leggendo la quotidiana decadenza del mondo europeo ed occidentale, preso d’assalto da orde di non occidentali, di non europei, di non cristiani e di anti cristiani che assolvono a quel lavoro che i giovani mai divenuti adulti non vogliono imparare.

L’esempio italiano è quello in cui le mortificazioni, le devianze e gli abusi subiti dal mondo del lavoro appaiono maggiormente evidenti.

In italia la casta dominante infatti, non è stata selezionata in base alla proprie capacità, ai sacrifici affrontati, al sudore versato, ai rischi corsi, ma è stata selezionata per decenni e decenni secondo il metro della familiarità (assimilazione del medesimo metodo di corporazione a fondamento delle organizzazioni mafiose italiane, fondate sul concetto di famiglia, di cosca familiare), assumendo esclusivamente familiari, affini ed iscrittti al partito ed al sindacato nella pubblica amministrazione (creando così il più grande esercito di lavoratori dipendenti pubblici inefficienti e fannulloni di tutte le pubbliche amministrazioni dell’intero pianeta), succedendo al governo della res pubblica di padre in figlio, abusando del potere pubblico per creare enormi patrimoni e ricchezze inaudite senza versare mai il relativo costo richiesto dal mondo del lavoro, quello vero, quello serio:

il sacrificio.

Così il mondo del lavoro e della produzione in italia (sia pubblico che privato, purtroppo, poiché la casta ha invaso anche la sfera del mondo privato, condizionandone negativamente le scelte ed estorcendone le ricchezze) è divenuto il mondo del lassismo e dei raccomandati, un mondo patologicamente ammalato, abusato come ammortizzatore sociale e diretto da legioni di inutili e lavativi, che però appartengono o sono iscritti alla giusta “famiglia” o cosca, o casta corporativa, segreta o meno che sia.

I giovani sono così cresciuti senza mai divenire adulti, spaventati dal sacrificio di avere una compagna od un compagno con cui condividere tutto, ricchezza e povertà comprese, terrorizzati dall’idea di avere dei figli e quindi, delle responsabilità che impongono sacrifici innumerevoli ed enormi, mai ripagati e soprattutto, amorevolmente donati.

Così, questo enorme asilo dell’infanzia a cielo aperto che è divenuta l’italia affronta un futuro denso di nubi nere e funeste con una casta dominante incapace ed una classe dirigente affiliata e sottomessa a ordini di valori ed interessi affatto conciliabili con quelli dell’interesse nazionale o della tutela e difesa degli interessi dle popolo sovrano.

Deficienti maleducati, idioti senza alcuna intelligenza, incapaci senza senso comunitario alcuno rappresentano l’essenza della dirigenza comunitaria italiana, di questa aggregazione inumana ed incivile oltre che maleducata di inetti assai pericolosi, di sciocchi egoisti senza senno, di stipendiati molto lautamente che non lavorano mai, che non producono alcunchè di socialmente rilevante, di pubblicamente utile, di unitariamente incollante.

Questa accozzaglia di uomini e donne mai nati, di mogli e mariti mai divenuti, di padri e di madri senza figli, questa accozzaglia di imberbi egoisti ignoranti ed arroganti, questi esseri umani malnati e maleducati, esattamente questa casta corporativa rappresenta il problema da risolvere, il nodo da sciogliere, il contrario del senso dello stato, l’esatto opposto del signficato di politica al servizio dei cittadini.

Ancor oggi, la continuazione perpetua della casta familiare delle cosche al potere è perfettamente leggibile nello schieramento degli emergenti:

immaturi che non hanno mai lavorato un solo giorno della loro vita.

Un tempo, vi erano famiglie baronali e potentati economici familiari che per mantenere il contatto con la realtà introducevano i propri figli a generazioni alternate nella amministrazione dell’industria di famiglia, non senza averli inseriti segretamente com semplici operai nei processi produttivi, nel più assoluto anonimato, per poter toccare con mano il peso del lavoro, il sacrifico e la fatica che il lavoro impone, l’effettiva o manacata collaboraizone degli operai alle strategie aziendali.

Ma questo metodo, questo esempio, non è stato seguito dalla casta i cui raccomandati di famiglia venivano inseriti in banca direttamente nei consigli si amministrazione e non a partire dal livello operativo bamcario di base: lo sportellista.

Così le banche han smesso di capire cosa avveniva al loro interno ed hanno perso ogni indirizzo, ogni utilità.

Così anche il governo, i poteri e le funzioni esecutive della pubblica amministrazione a tutti i livleli della cosa pubblica è oggi affidato a generazioni di inutili parassiti.

Il lavoro rende liberi, certo.

Ma non è questo il caso italiano, certamente.

In italia il lavoro viene abusato al solo fine di sottomettere i meritevoli ed i capaci al giogo degli inutili e dei parassiti, con la conseguenza che ogni governo è oggi senza significato, senza senso, senza direzione, appunto, avendo letto la casta della nomina a direttore il solo lauto stipendio, i privilegi connessi e i carichi di lavoro inesistenti, invece di leggervi sacrificio personale e spirito di servizio.

Per questo motivo l’italia non si salverà:

perchè non è più in grado di cambiare se stessa in modo evolutivo e normale, se non in modo anormale e rivoluzionario.

Perchè ormai solo una sanguinosa rivoluzione civile potrebbe cambiare le cose, anche se non si vede in qual senso, mancando quelle qualità materiali e morali degli uomini e delle donne maturi, selezionati sin dai tempi della scuola per avere un ruolo nella società che sia compatibile con le proprie capacità e meriti, mancando assolutamente una classe dirigente che conosca il senso ed il valore della leadreship.

Non vi sono leader in italia, ma solo boss.

E questo racconta bene la miserevole condizione italiana e dice tutto sulle inesistenti qualità che sorreggono chi gestisce il potere, che definiscono chi governa il destino.

Non vi sono pastori, non vi sono guide, non vi sono leader in italia, ma solo boss regrediti al livello animale.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il cambiamento e l’atmosfera astiosa

martedì, 11 gennaio 2011

Fra le numerose notizie che ogni giorno ci informano che il mondo sta rapidamente cambiando con processi e tempi che superano la tollerabilità di personalità immature, ignoranti, malformate, ineducate o solo maleducate, rileviamo una costante crescita di notizie in cui la violenta reazione di soggetti mentalmente instabili si evidenzia con sempre maggiore frequenza.

Si parte dalla famigerata conferenza stampa del presidente americano Bush, nella quale uno scalmanato bersaglia il presidente più potente del mondo con le sue scarpe, si passa dal film nel quale si incita ad uccidere il premier italiano alla riproduzione del duomo milanese lanciata da un individuo disturbato che sfigura lo stesso premier italiano e, si arriva sino ai nostri giorni nei quali, una deputata americana viene fatta segno di colpi di arma da fuoco.

La deputata, Gabrielle Giffords, aveva peraltro già denunciato il clima astioso che taluni avversari politici muovevano e fomentavano contro di lei, così come il premier italiano aveva anch’egli manifestato timori rispetto a gesti inconsulti che potessero provenire da quelle mani armate da attacchi politici di incredibile violenza verbale, attacchi che sfociavano in un vero e proprio incitamento alla violenza fisica, anche se non in modo espresso e/o diretto.

In taluni casi, purtroppo, il gesto violento di questi individui dalle personalità deboli e deficienti, viene addirittura immortalato come un “gesto eroico” da quegli stessi ambienti che lo hanno promosso e favorito, sino al paradosso incredibile di intitolare strade e piazze, od addirittura un’aula parlamentare, ad un soggetto come il Carlo Giuliani, reo di aver attentato alla integrità fisica ed alla vita stessa di un Carabiniere in servizio di ordine pubblico a mezzo di un estintore durante le violenze che seguirono il G8 di Genova.

Cosicché si evidenzia che, in momenti di destabilizzazione mondiale dei criteri di subordinazione e di ordinamento, degli equilibri planetari e delle fisiologie globali, gli animi meno educati e vocati al cambiamento, proprio perché i più insicuri, si attivano sotto la sollecitazione degli eventi e delle “manovre di condizionamento ideologico” che si accompagnano sempre a mutamenti epocali, abusandone e tentando una lettura in chiave ideologica che porti acqua al proprio mulino di parte sindacale, politica, corporativa, etc.

Insomma, alla devastazione che sempre si accompagna ad ogni momento di crisi economica e sociale, dobbiamo aggiungere il danno beffardo di chi tenta di utilizzare il malumore popolare non al fine di supportare nuove ed originali proposte alternative politiche, ma quanto versare quanta più acredine e malumore possibile sul proprio avversario politico che, in quel momento storico, rappresenta il potere, la sua stabilità e la sua continuità di azione.

Sono infatti i simboli del potere politico, economico e religioso ad essere colpiti dal nuovo terrorismo internazionale, come nel caso delle Twin Towers, della Casa Bianca e del Pentagono dell’11 settembre 2001, ovvero come nell’attentato a Papa Giovanni Paolo II.

Ma vi è un “caso italiano” in questa casistica, un caso che si raffigura con una stella a cinque punte:
quella delle Brigate Rosse, frangia terroristica che ha segnato gli ultimi decenni di questo paese, ogniqualvolta questo paese ha tentato di voltare pagina verso una democrazia meno bloccata, massimalista e totalitaria in favore di una democrazia più liberale ed adeguata ai tempi moderni.

Il ritrovamento nella Torino della Fiat di stelle a cinque punte e di messaggi minacciosi nei confronti dell’AD Marchionne di Fiat, nel suo inedito ruolo di apripista di nuovi modelli di sviluppo industriale, di contrattazioni e di rapporti fra datore di lavoro, lavoratori e sindacati, riaprono profonde ed ancor fresche ferite nella storia di questo paese.

Infatti, ogniqualvolta si è tentato di aprire nuove strade di dialogo sociale fra corporazioni, strati sociali, imprese e lavoratori, famiglie ed aziende, destra politica moderata e sinistra politica moderata, è esplosa l’ignorante violenza brigatista.

La lista dei caduti sotto questa “violenza conservatrice” è ormai lunga, e va dal Moro al Ruffilli, dal D’antona al Biagi.

Ogni volta che si è tentato di riformare il mondo del lavoro donandogli maggiore libertà e flessibilità, i difensori di uno status quo impossibile da mantenere e che difende principalmente parassiti e fannulloni che infestano il mondo del lavoro italiano, sia pubblico che privato, si sono attivati ed hanno ucciso, nella convinzione che il terrore avrebbe indotto a non percorrere quelle strade di libertà e di benessere, comune e condiviso.

Ma non per questo quelle riforme non sono state realizzate, non per questo, quelle strade non sono state percorse sino in fondo.

Nonostante il riformismo ed i nuovi indirizzi di dialogo e di contrattazione fra le parti socio-economiche che formano il mondo del lavoro trovino sempre più la quadra di un assetto comune adeguato in risposta ai tempi moderni della “concorrenza selvaggia globale”, il terrorismo brigatista comunista tenta in ogni caso di impedire che il paese determini un assetto comunemente condiviso che faccia a meno dell’ideologia antistorica denominata “lotta di classe”.

Ed il nodo della novazione strutturale che consentirebbe alla economia italiana di competere con le grandi potenze economiche mondiali è proprio quello del mondo del lavoro e della sua eccessiva rigidità:

1 – l’eccessiva rigidità nella regolamentazione dei licenziamenti, specie in direzione di quei dipendenti che non ottemperano all’adempimento delle indicazioni strategiche aziendali;

2 – l’eccessiva rigidità nella regolamentazione dei negoziati e dei contratti giuridici.

Nel primo caso, urge spezzare il paradosso che garantisce e difende il parassitismo ed il fannullonismo piuttosto della disponibilità, della buona volontà e della operosità nel lavoro subordinato, lavoro che prevede fra l’altro, un unico corrispettivo uguale per tutti (altro retaggio comunista), sia per i dipendenti che lavorano operosamente sia per quelli fannulloni, demotivando i primi e rinforzando le fila dei secondi.

Nel secondo caso urge spezzare l’inutile rigidità della contrattualistica privata e pubblico-privata, incapace di garantire finanche nelle aule di un tribunale, il pieno adempimento degli obblighi delle parti coinvolte, e rendendo impossibile confermare, per esempio, una data certa della fine dei lavori appaltati da un ente pubblico, ovvero l’adempimento in generale delle obbligazioni contratte.

In tutti e due i casi su esposti, si evidenzia come nel caso del licenziamento di un lavoratore dipendente e come nel caso di un qualsiasi altro inadempimento contrattuale, la scelta di ricorrere in giudizio risulta parecchio mortificante in entrambe i casi, viste le lungaggini processuali italiane.

Si riflette se non sia più efficace un sistema fortemente liberale e liberistico nel quale, in assenza di un adempimento contrattuale qualunque (ma importante, sostanziale, che ingeneri insoddisfazione profonda nell’altra parte), vi sia l’immediata risoluzione del contratto stesso, sia che si tratti di contratti di lavoro che di altri contratti privatistici o contratti fra pubblico e privato, come nel caso di molti paesi occidentali e liberali a democrazia ed economia avanzata.

Le “ruggini” provocate da decenni di “ingiustizia contrattuale”, decenni di “prevaricazioni autorizzate e garantite” da parte di parassiti e fannulloni, decenni di democrazia bloccata frutto di una politica ingessata e parruccona, decenni di inesistenti ed artificiali conflitti di classe sociale, decenni di ipergarantismo buonista ed idiota, decenni di antagonismo a tutti i costi, ebbene, tutte queste ruggini ultradecennali portano oggi il loro frutto avvelenato:

un clima astioso all’interno del quale risulta difficile fare politica, fare impresa o semplicemente lavorare in contrattazione subordinata.

Risulta difficile, ovunque e non solo in Italia, ridurre quegli spazi di ipergarantismo sterile costruito sul boom economico degli anni ‘60.

Risulta difficile oggi licenziare un dipendente poco operoso sostituendolo con un giovane più preparato e volenteroso se non si modifica l’intera struttura all’interno della quale si muovono gli operatori del mondo del lavoro, coniugando nel miglior modo possibile i concetti di anzianità e di merito, di esperienza e di formazione.

Inoltre si evidenzia come oggi sia più gravoso il clima astioso creato ad arte dai conservatori di ogni genere e grado che il fannullonismo stesso.

E’ questo clima che uccide, moralmente e materialmente, più di ogni altra cosa al mondo.

E’ questa ruggine, è questa continua frizione che impedisce al nostro paese di decollare, oltre la presenza oppressiva delle mafie e la iperburocratizzazione ad ogni livello, e crea intralci sospettati di essere essi stessi il fondamento artificioso di ogni corruzione estorsiva.

Il clima astioso frena la produttività:

è una attività anti-aziendale, è una attività anti-sociale, e come tale, andrebbe punito e perseguito, in specie se si vuole sostenere il cambiamento in atto.

Altro che attività anti-sindacale….

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Fiat, Marchionne e la rivoluzione industriale italiana

venerdì, 9 luglio 2010

Il testo integrale della lettera di Marchionne ai dipendenti Fiat in Italia

“A tutte le persone del Gruppo Fiat in Italia

Scrivere una lettera e’ una di quelle cose che si fa raramente e solo con le persone alle quali si tiene veramente.
Se ho deciso di farlo e’ perche’ la cosa che mi sta piu’ a cuore in questo momento e’ potervi parlare apertamente, per condividere con voi alcuni pensieri e per fare chiarezza sulle tante voci che in questi ultimi mesi hanno visto voi e la Fiat al centro dell’attenzione.
Non e’ la Fiat a scrivere questa lettera, non e’ quell’entita’ astratta che chiamiamo “azienda” e non e’, come direbbe qualcuno, il “padrone”.
Vi sto scrivendo prima di tutto come persona, con quel bagaglio di esperienze che la vita mi ha portato a fare.
Sono nato in Italia ma, per ragioni familiari e per motivi di lavoro, ho vissuto all’estero la maggior parte dei miei anni e conosco bene la realta’ che sta al di fuori del nostro Paese.
Ed e’ questa conoscenza che sto cercando di mettere a disposizione della Fiat perche’ non resti isolata da quello che succede intorno.
Vi scrivo da uomo che ha creduto e crede ancora fortemente che abbiamo la possibilita’ di costruire insieme, in Italia, qualcosa di grande, di migliore e di duraturo.
Prendete questa lettera come il modo piu’ diretto e piu’ umano che conosco per dirvi come stanno realmente le cose.
Ci troviamo in una situazione molto delicata, in cui dobbiamo decidere il nostro futuro.
Si tratta di un futuro che riguarda noi tutti, come lavoratori e come persone, e che riguarda il nostro Paese, per il ruolo che vuole occupare a livello internazionale. Basta pensare a quanto e’ basso il livello degli investimenti stranieri in Italia, a quante imprese hanno chiuso negli ultimi anni e a quante altre hanno abbandonato il Paese per capire la gravita’ della situazione.

Non nascondiamoci dietro il paravento della crisi.

La crisi ha reso piu’ evidente e, purtroppo, per molte famiglie, anche piu’ drammatica la debolezza della struttura industriale italiana.

La cosa peggiore di un sistema industriale, quando non e’ in grado di competere, e’ che alla fine sono i lavoratori a pagarne direttamente - e senza colpa – le conseguenze.

Quello che noi abbiamo cercato di fare, e stiamo facendo, con il progetto “Fabbrica Italia” e’ invertire questa tendenza.
I contenuti del piano li conoscete bene e prevedono di concentrare nel Paese grandi investimenti, di aumentare il numero di veicoli prodotti in Italia e di far crescere le esportazioni. Ma il vero obiettivo del progetto e’ colmare il divario competitivo che ci separa dagli altri Paesi e portare la Fiat ad un livello di efficienza indispensabile per garantire all’Italia una grande industria dell’auto e a tutti i nostri lavoratori un futuro piu’ sicuro. Non ci sono alternative.
La Fiat e’ una multinazionale che opera sui mercati di tutto il mondo. Se vogliamo che anche in Italia cresca, rafforzi le proprie radici e possa creare nuove opportunita’ di lavoro dobbiamo accettare la sfida e imparare a confrontarci con il resto del mondo.

Le regole della competizione internazionale non le abbiamo scelte noi e nessuno di noi ha la possibilita’ di cambiarle, anche se non ci piacciono.

L’unica cosa che possiamo scegliere e’ se stare dentro o fuori dal gioco.

Non c’e’ nulla di eccezionale nelle richieste che stanno alla base della realizzazione di “Fabbrica Italia”.
Abbiamo solo la necessita’ di garantire normali livelli di competitivita’ ai nostri stabilimenti, creare normali condizioni operative per aumentare il loro utilizzo, avere la certezza di rispondere in tempi normali ai cambiamenti della domanda di mercato.
Non c’e’ niente di straordinario nel voler aggiornare il sistema di gestione, per adeguarlo a quello che succede a livello mondiale.

Eccezionale semmai – per un’azienda – e’ la scelta di compiere questo sforzo in Italia, rinunciando ai vantaggi sicuri che altri Paesi potrebbero offrire.

Anche la proposta studiata per Pomigliano non ha nulla di rivoluzionario, se non l’idea di trasferire la produzione della futura Panda dalla Polonia in Italia.
L’accordo che abbiamo raggiunto ha l’unico obiettivo di assicurare alla fabbrica di funzionare al meglio, eliminando una serie interminabile di anomalie che per anni hanno impedito una regolare attivita’ lavorativa.
Proprio oggi abbiamo annunciato che, insieme alle organizzazioni sindacali che hanno condiviso con noi il progetto, metteremo in pratica questo accordo.
Insieme ci impegneremo perche’ si possa applicare pienamente, assicurando le migliori condizioni di governabilita’ dello stabilimento.
So che la maggior parte di voi ha compreso e ha apprezzato l’impegno che abbiamo deciso di prendere.
Credo, inoltre, che questo non sia il momento delle polemiche e non voglio certo alimentarle.
Ma di fronte alle accuse che sono state mosse e che hanno messo in dubbio la natura e la serieta’ del progetto “Fabbrica Italia”, sento il dovere di difenderlo.

Non abbiamo intenzione di toccare nessuno dei vostri diritti, non stiamo violando alcuna legge o tantomeno, come ho sentito dire, addirittura la Costituzione Italiana.

Non mi sembra neppure vero di essere costretto a chiarire una cosa del genere.

E’ una delle piu’ grandi assurdita’ che si possa sostenere.

Quello che stiamo facendo, semmai, e’ compiere ogni sforzo possibile per tutelare il lavoro, proprio quel lavoro su cui e’ fondata la Repubblica Italiana.

L’altra cosa che mi ha lasciato incredulo e’ la presunta contrapposizione tra azienda e lavoratori, tra “padroni” e operai, di cui ho sentito parlare spesso in questi mesi.

Chiunque si sia mai trovato a gestire un’organizzazione sa bene che la forza di quell’organizzazione non arriva da nessuna altra parte se non dalle persone che ci lavorano.

Voi lo avete dimostrato nel modo piu’ evidente, grazie al lavoro fatto in tutti questi anni, trasformando la Fiat, che nel 2004 era sull’orlo del fallimento, in un’azienda che si e’ guadagnata il rispetto e la stima sui principali mercati internazionali.

Quando, come adesso, si tratta di costruire insieme il futuro che vogliamo, non puo’ esistere nessuna logica di contrapposizione interna.

Questa e’ una sfida tra noi e il resto del mondo.

Ed e’ una sfida che o si vince tutti insieme oppure tutti insieme si perde.

Quello di cui ora c’e’ bisogno e’ un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere gli impegni, le responsabilita’ e i sacrifici in vista di un obiettivo che vada al di la’ della piccola visione personale.
Questo e’ il momento di lasciare da parte gli interessi particolari e di guardare al bene comune, al Paese che vogliamo lasciare in eredita’ alle prossime generazioni.
Questo e’ il momento di ritrovare una coesione sociale che ci permetta di dare spazio a chi ha il coraggio e la voglia di fare qualcosa di buono.
Sono convinto che anche voi, come me, vogliate per i nostri figli e per i nostri nipoti un futuro diverso e migliore.
Oggi e’ una di quelle occasioni che capitano una volta nella vita e che ci offre la possibilita’ di realizzare questa visione. Cerchiamo di non sprecarla.
Grazie per aver letto questa lunga riflessione e grazie a tutti quelli, tra voi, che vorranno mettere le loro qualita’ e la loro passione per fare la differenza.

Buon lavoro a tutti.
Sergio Marchionne”.