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Maroni, Saviano, il cancro Mafia e le metastasi

giovedì, 17 ottobre 2013

Il caso dello scioglimento del primo comune lombardo per mafia (Sedriano) conferma che la Palma nasce a sud e va a nord.

Aveva ragione Maroni, non Saviano:

il gruppo di ‘ndranghetisti che hanno originato l’allarme che ha portato allo scioglimento del comune lombardo erano calabresi trapiantati in Lombardia.

Il cancro è la calabria, le metastasi sono i calabresi.

Quale sarebbe il male lombardo?

Non aver impedito a calabresi, siciliani e campani l’ingresso in Lombardia e in tutto il nord?

Non aver realizzato la scissione del nord da questo schifo di sud?

Non aver eretto un muro che separasse l’Italia in due:

una Italia povera, viziosa e mafiosa ed una Italia ricca virtuosa e libera dalle mafie?

La mafia al nord non esiste:

l’hanno portata lì i meridionali.

Da questo Sud non sono fuggite solo le migliori intenzioni.

Senzadubbiamente.

Gustavo Gesualdo

La Questione Meridionale, la Crisi Europea e il Modello Elvetico Europeo

mercoledì, 28 marzo 2012

Nella Svizzera di questi giorni, si dibatte politicamente e pubblicamente di una annessione della Lombardia alla Confederazione Elvetica.

Il che, unito alle medesime ipotesi che riguardano due regioni del sud della Germania (Baviera e Baden-Württemberg), propone una interessante quanto affascinante ipotesi di una Nuova Europa che nasce e si estende basandosi sull’ormai consolidato modello elvetico di coabitazione italo-austro-franco-tedesca.

Quel che mi fa rabbia però, è vedere il sud migliore (per me, sicilia, calabria e campania le può anche inghiottire il mare, non ho alcun interesse al loro destino) che si compiace in idiozie di specie simil-culturali ed in finezze convegnistiche senza senso e senza nesso alcuno, allorquando si ergono sfide storiche di questa grandezza da analizzare e da affrontare.

La questione meridionale esiste e resiste:

non è stata nemmeno analizzata e valorizzata sul nuovo modello europeo che sta nascendo in Svizzera.

Dormite, ironizzate, compiacetevi pure:

vedrete che bel futuro vi attende.

Sarà il futuro che voi vi sarete costruiti.

Niente altro che quello.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Intervista ad un soldato: la disfatta italiana

lunedì, 12 marzo 2012

Chi è lei?

Sono un soldato, faccio parte di un esercito a leva obbligatoria, un esercito un po’ anomalo a dire invero.

E’ un esercito di fuggitivi.

Non ha comandanti, non ha ufficiali o sottufficiali.

Non vi sono gradi in questo esercito perché non servono:

questo esercito non fa guerre, ma fugge.

E’ l’esercito che in soli due anni ha mosso l’equivalente di due grandi città di 350.000 abitanti dal sud al nord per cercare fortuna, libertà e futuro.

Ma da cosa fuggite?

Dalla povertà, sia materiale che morale.

Anche se, nel mio caso, è stata quella morale a far scattare la molla.

Dopotutto, il pane quotidiano l’ho sempre guadagnato a Foggia, anche se il mio lavorare mi ha portato all’età di 44 anni ad avere solo pochi anni di contribuzione pensionistica, tanto pochi da poter essere contati sulle dita di una sola mano.

Ma come, anche lei è un fannullone, anche lei ha lavorato così poco?

Magari, magari:

non conosco nella mia esperienza personale, lavoratori maggiormente produttivi del sottoscritto, sia nel sud che nel nord del paese.

E’ che l’unico lavoro che ho trovato è sempre stato quello in nero, con buona pace degli organi di controllo, di giustizia e di ispezione sul lavoro.

Da dove viene il soldato Gesualdo?

Viene da Foggia, la città dalla quale tutti fuggono, per un motivo o per un altro.

Ma perché fuggono, da cosa fuggono, da chi fuggono?

Si fugge dalla povertà di partecipazione, dall’omertà, dai posti di lavoro negati, da quelli pagati, da quelli in uso esclusivo ai gruppi di (pre)potere, si fugge dalla sanità pubblica che funziona male e da quella privata convenzionata che costa troppo.

Si fugge dall’ignoranza, dalla prepotenza, dalla violenza, dalla stupidità.

Parole pesanti, qualunquiste: come si può pensare che una comunità sia così devastata, e chi, o cosa l’avrebbe ridotta in questo stato?

Ha presente un allevamento di bovini?

Ma cosa c’entra …

C’entra, c’entra.

In un allevamento di bovini, si selezionano i capi che producono più latte, quelli che forniscono maggiori quantità di carne.

Un toro non si accoppia più con una pluralità di vacche, producendo così una varietà infinita di vitelli, ma si inseminano le vacche solo con spermatozoi selezionati, che tendono a dare un risultato, sempre lo stesso.

E’ una selezione innaturale.

Sì, sì, va bene: ma cosa c’entra con Foggia?

Ebbene, dalla sua nascita Foggia ha subito una selezione simile, innaturale, immorale, oserei dire.

Pensi al fatto che ogni nuova generazione ha dovuto confrontarsi con una mentalità dura, conservatrice, illiberale, non orientata a svilupparsi e a guardare al futuro.

E allora?

Allora i giovani più volenterosi, quelli più intraprendenti, quelli che avevano un sogno nel cassetto e la voglia di realizzarlo, sono fuggiti, andati via.

E questo, per generazioni e generazioni, provocando una selezione innaturale che ha visto le migliori menti, le migliori braccia e le migliori gambe, fuggire da Foggia.

Da cui l’adagio popolare: “Fuggi da Foggia, non per Foggia ma per i foggiani” …

Già.

Perché, Lei come pensa si sia selezionata, al contrario, la comunità foggiana, la sua leadership, il suo gruppo dirigente?

Quali menti, quali braccia e quali gambe conducono, sorreggono e trasportano questa comunità?

Ed anche vi fosse rimasta qualche risorsa umana intraprendente, che fine pensa possa fare in una società così chiusa, omologata ad un modello umano fortemente condiviso e mediamente simile a se stesso?

Una brutta fine:

alla fine, a furia di essere respinto dalla comunità, si convince di essere diverso, malato, inutile.

Un mobbing sociale, un razzismo condiviso, comunitario direi …

Già, il fenomeno del mobbing nella sua accezione più autentica, che deriva dal verbo inglese to mob:

l’isolamento e l’avversione violenta contro ogni forma di essere vivente diversa dalla media comunitaria, l’annientamento materiale e spirituale di ciò che viene visto come un pericolo per il sistema sociale, per il suo ordine, per la sua continuità.

E questo, accade in tutto il meridione?

Non so, le realtà sono a macchia di leopardo e l’Italia intera naviga velocemente verso una disfatta totale.

L’Italia meridionale è stata unita a quella settentrionale contro la stessa volontà delle popolazioni del sud, che sono assai diverse fra di loro per stirpe, provenienza, cultura, indole, propensione.

Il fatto comune è che si fugge da tutto il meridione, come dall’italia in generale, per un motivo o per un altro, per una monnezza o per un’altra.

Si fugge perché cacciati, perché sentiti come diversi, non accomunabili, non assimilabili.

Ma per Dio, come potrei essere assimilato ad un mafioso io?

Mai e poi mai!

E le mafie, cosa c’entrano in tutto questo, qual’è il loro peso?

La mafia è una organizzazione delinquenziale unica nel suo genere.

Essa si omologa perfettamente al tessuto sociale, ne aderisce come un cancro, lo infiltra, lo corrode dal di dentro, sino ad impossessarsene completamente.

E questa sua pericolosa tendenza alla omologazione, non la fa sentire come una entità estranea al corpo sociale, che non la combatte, non le resiste, non la avversa, riconoscendola come simile a se stesso.

Alla fine di questo processo, non è più possibile distinguere il corpo sociale dalla società mafiosa.

Non esageriamo, parlare addirittura di società mafiosa …

A Foggia, entrando nel particolare, questo concetto di “società mafiosa” rappresenta una realtà piuttosto tangibile.

La mafia locale tradizionale era denominata “ ‘a uasta ” (nel dialetto locale), cioè il guasto, ciò che è malato, manifestando una estraneità alla normalità sociale, sin nel nome stesso che si era data.

Ma oggi la mafia foggiana viene denominata “la società”, esprimendo così la sua perfetta integrazione negli assetti sociali, pretendendo di essere essai stessa la società, l’unica possibile.

E ripensando alle risorse umane di cui dispone la società foggiana a seguito del continuo dissanguamento umano e della selezione al contrario cui è stata sottoposta, non si può dar loro tutti i torti:

questa presunzione di onnipotenza è reale e concreta, inavversata, non combattuta, non contrastata.

Ecco, è come un virus che entri in un organismo che non lo riconosce come un pericolo, lasciando che esso agisca indisturbato, sino alla morte dell’organismo stesso.

E questo è il pericolo che vive anche il nord del paese.

Non riconosce il fenomeno mafioso come un pericolo mortale, non lo aggredisce perché lo vede lontano da se.

Invece, l’aggressione mafiosa alla società del nord è quantomai contemporanea:

dal sud non sono fuggite solo le migliori intenzioni.

Va bene, l’analisi è incredibile, terribili le conseguenze, temibili le sue evoluzioni, ma cosa si può fare per fermare tutto questo?
Cosa fare per impedire ad un giovane che nasce nel sud, di abbandonarlo, di essere costretto a fuggire da esso, sottraendo allo stesso sud, quella forza vitale che lo aiuterebbe ad uscire dalla questione meridionale?

Ma ha idea di cosa significa essere mobizzati?

Ha idea di come ci si sente ad essere continuamente avversati e combattuti?

Alla fine il giovane intraprendente (non solo anagraficamente) va via, e lo fa per ripicca, per vendetta.

Non ha nel cuore la voglia di aiutare chi lo ha relegato al destino di rompiscatole di turno o di scemo del paese.

Egli è costretto a lasciare la propria madre terra, i propri amici, i propri parenti, tutti i suoi affetti ed i suoi ricordi.

Egli fugge, amareggiato, tradito, fugge da una condizione che egli sa di non poter mutare restando nelle regole democratiche e civili.

La sua integrazione in un altro territorio coincide con la snaturalizzazione della sua personalità:

non puoi aspettarti aiuto da chi hai tradito e vessato per una vita intera.

Tiriamo le somme.
Il meridione non lo possono cambiare i meridionali perché, in fondo, stanno bene così come sono, almeno per il momento.
Non lo aiutano gli ex meridionali migrati altrove, perché segnati profondamente dalle devastazioni morali e materiali subite.
Non lo aiutano le popolazioni del nord sempre più intolleranti al mantenimento di popolazioni che costano troppo e sembrano produrre solo problemi e grattacapi.
Ma allora, chi può risolvere la questione meridionale e conseguentemente quella settentrionale e salvare così il Paese?

Viviamo in un regime di democrazia repubblicana, regime che, purtroppo o per volontà negativa, non ha la forza per imporre un comportamento piuttosto che un altro.

Può solo proporlo, incentivarlo, cercando di dissuadere i comportamenti negligenti, con i risultati che tutti vediamo.

Ma è insufficiente.

La reazione delle popolazioni del nord è l’unico cardine di svolta, anche se è visto come una reazione intollerante ed egoistica.

Ma veda, la questione settentrionale nasce come altra faccia di una medaglia che è stata sinora definita come la questione meridionale.

E la questione meridionale è avviluppata in modo definitivo a quella del comportamento mafioso.

Difficile distinguere chi è mafioso da chi non lo è, per i motivi che ho già spiegato prima.

Ma allora?
Non vi è nulla da fare?
I meridionali non possono tentare il riscatto da questa condizione?
Gli italiani non potranno risolvere la questione meridionale, quella settentrionale, quella morale?

Roberto Saviano ci ha provato, ed ora è condannato a nascondere il suo viso sino alla fine dei suoi giorni.

Falcone e Borsellino ci hanno provato e a differenza di Saviano, ci sono anche riusciti nei fatti, per un certo periodo, almeno sino a quando lo stato non è stato piegato al volere delle organizzazioni mafiose.

Nel comune sentire, queste esemplari testimonianze di fedeltà alla propria comunità e allo stato di diritto come quelle dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, risultano efficaci, ma infine perdenti.

Non rappresentano una testimonianza positiva da seguire, purtroppo.

Gli altri, quelli che vogliono fare, stanno andando via, cercando un futuro possibile altrove.

Chi resta, sta bene così come sta, visto che non si organizza nemmeno in movimenti sociali e politici che abbiano come fine ultimo, la liberazione del meridione dalla povertà, dalle mafie e dalla ignoranza.

Veda lei, per me la soluzione ultima non è applicabile in una democrazia repubblicana.

Personalmente io credo nello stato di diritto ed ho giurato fedeltà alla repubblica ed analizzo le questioni italiane esclusivamente da questo punto di vista.

Il problema è serio ed è di difficile soluzione.

Soprattutto se manca una volontà politica forte e l’applicazione della giusta forza, della coercizione sui comportamenti negligenti, della punizione dell’esempio negativo come del premio per quello positivo, oltre all’ottima arma (a doppio taglio) del pentimento.

Forse, come accadde per il terrorismo, sarebbe utile una legislazione speciale.

Forse l’istituzione della pena di morte per i reati mafiosi, forse, questa ed altre soluzioni, darebbero il giusto impeto, applicherebbero la giusta forza per disgiungere il destino del sud da quello delle mafie, per evitare che tutto il paese si ammali e muoia di questo cancro.

Forse punire il reato di mafia con la pena di morte.

Forse punire il sostegno esterno alle mafie con la pena dell’ergastolo (fine vita effettiva) da scontare in regime di carcere duro, potrebbe invertire la tendenza.

Ecco, forse.

Forse aveva ragione Giovanni Falcone quando scriveva che:

“La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine.”

E non è forse la morte la fine naturale di ogni fenomeno umano, fenomeno mafioso compreso?

Ma in Italia, con il potere del Vaticano, la pena di morte non è pensabile come contributo alla soluzione.

E la politica, cosa può fare la politica?

La politica è fatta di uomini e di donne, e la mafia è furba:

non uccide i politici che contano come fa il terrorismo, ma li corrompe, li ricatta, li affilia.

Resto della opinione che solo la forza e la determinazione delle popolazioni del nord possa risolvere questi complicati problemi, almeno sino al giorno in cui, una crisi terribile privi il nord della sua forza economica, rendendolo facilmente aggredibile ed infiltrabile dalle organizzazioni mafiose.

Ma non si può guarire un malato contro la sua stessa volontà.

Abbiamo bisogno di segnali forti dal sud, come pure dal nord, segnali che vanno raccolti, valorizzati e indirizzati.

Ma io non vedo segnali di fumo, vedo solo il fumo.

La brutta fine di inchieste giudiziarie come Poseidon e Why Not poi, la dicono lunga sulla volontà di “certa politica” di abbandonare la condizione di zona franca dalla legalità che offre oggi il meridione.

Il fatto che, le inchieste giudiziarie più importanti e scandalose nel meridione e nella procura della repubblica di potenza e napoli portino il nome di Henry John Woodcock, non lascia molte ombre e dubbi sul dove siano schierati i vari “gennaro” napoletani, i “totò” siciliani ed i “cetto” calabresi.

Nella sia pur breve storia italiana, solo la dittatura fascista combatté duramente la mafia, sino a farla immigrare (anch’essa) nelle americhe, infiltrandole.

Ma l’America non è l’Italia e una dittatura è una cosa che elimina le libertà, ed io per primo, non desidero privarmene.

Ho abbandonato i miei affetti e i luoghi della mia adolescenza per la mia libertà e quella dei miei figli.

Non la voglio perdere.

La voglio solo difendere.

Il solito pessimista: tanta analisi e nessuna soluzione

Beh, io l’ho detto.

Punire i reati i mafia con la pena di morte è una delle soluzioni possibili, come inseguire i flussi finanziari prodotti illecitamente, così come fecero in America con Al Capone.

Ma l’America non è l’Italia e i cannoli alla siciliana, li mangiano in troppi in Italia.

E cercando nei paradisi fiscali le ricchezze della mafia, non si troverebbero solo quelle dei mafiosi.

Ora, giochiamo un po’, ribaltiamo i ruoli e le faccio io una domanda:

lei pensa che troverà un editore che pubblicherà mai queste cose?

Ora si è fatto tardi, devo andare.

Grazie per la collaborazione.

Grazie a lei …

Questa intervista immaginaria, interpretata da un giornalista immaginario e da un intervistato reale, vuol essere un contributo alla comprensione dei problemi che viviamo in questa Italia contemporanea.

Una esperienza di vita come tante altre, troppe altre.

Nasconde in se una speranza:

che nessuno e mai più sia costretto a fuggire dalla propria terra, poiché la libertà di vivere e morire laddove si nasce, è una libertà che viene prima di qualunque altra.

Solo chi l’ha persa, ne conosce il valore.

Come pure il dolore.

Gustavo Gesualdo
detto
“Il Cittadino X”

Il nord affonda nella mafia e nella corruzione, sia morale che materiale

mercoledì, 7 marzo 2012

Affonda la nave del nord, esattamente come affonda la nave concordia e la nave italia.

Affonda per una secessione mai veramente voluta.

Affonda per un federalismo mai veramente realizzato.

Affonda per uno scandalo omosessuale mai veramente chiarito.

Affonda per uno scandalo di nepotismo mai veramente digerito.

Affonda per uno scandalo corruttivo mai veramente evitato.

Ma soprattutto il nord affonda perché non ha mai veramente difeso le famiglie e le aziende del nord dalla infiltrazione delle organizzazioni mafiose, dalla aggressione della corruzione morale e materiale, dalla violenza dell’usura. dalla grave minaccia di sopravvivenza al popolo dei cittadini-lavoratori da parte della evasione fiscale.

Affonda completamente questo modello lombardo nella leadership del nord.

Non si tratta con i mafiosi, ne ci si allea con partiti politici che prelevano gran parte del loro consenso in quelle regioni laddove le mafie hanno dimostrato di condizionare, orientare e governare il consenso, in un modo o nell’altro.

Se si vuol veramente cambiare “il sistema”, non si va a cena con “il sistema”.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Analisi geopolitica del voto amministrativo

lunedì, 30 maggio 2011

L’Italia non è una, ed il voto amministrativo risponde pienamente a questa disunità e frammentarietà del paese.

Partiamo da Napoli.

Napoli è un conglomerato urbano governato dalla camorra (50 cosche camorristiche nella città e 50 cosche nella sua provincia) che ne condiziona da sempre il voto ed il governo.

Partendo da questa valutazione, il voto dei napoletani incontra per la prima volta una certa ragionevolezza ed una significativa ricerca di libertà dalla camorra stessa.

Fra i tre candidati in ballo, Napoli ha scelto quello meno corruttibile ed attaccabile dalla camorra:

il napoletano Luigi De Magistris.

Scelta intelligente, che rivela una presa di coscienza importante nella città:

se la camorra è il problema principe per cui Napoli è sprofondata nel nulla umano e civile in cui si dibatte quotidianamente, allora occoreva votare l’unico candidato che non avrebbe subito il fascino del richiamo delle sirene mafiose che proponevano, come al solito, un do ut des fra voti e garanzie sugli affari e gli interessi camorristici nella città, emergenza rifiuti in primis.

Questa indicazione che esce dalle urne napoletane non rappresenta però una svolta definitiva nei rapporti fra napoli e la camorra, fra i napoletani ed il mondo della illegalità:

bisogna prestare il massimo dell’attenzione a questo aspetto.

Il sindaco De Magistris infatti, se interpretarà coerentemente la sua lotta al mondo della illegalità e delle organizzazioni camorristiche dovrà, per esempio, ordinare immediatamente l’abbattimento di tutti gli edifici edificati senza il rispetto della legge, provocando nella popolazione una reazione forte e contraria, di profondo dissenso nei confronti della sua amministrazione.

Il voto dei napoletani è quindi leggibile come un voto di profonda protesta rispetto alla casta politica dominante, sia di destra che di sinistra, ma non sembra rappresentare affatto una svolta storica nei rapporti impossibili che intercorrono fra la città e la legalità.

L’altro aspetto da considerare nel prossimo futuro del sindacato napoletano di De Magistris è la gestione dei rifiuti dei napoletani, di quella famigeratata monnezza napoletana che insozza la città di napoli da sempre e macchia l’identità nazionale italiana:

per un cittadino estero, essere napoletano o essere italiano è la medesima cosa, come lo è per chi crede nella inesistente unità italiana, raffigurando un grave errore di valutazione e di pregiudizio storico, morale, politico e sociale, oltre che culturale, economico e territoriale sulla questione dell’unità nazionale italiana, errore che è perdonabile per un cittadino non italiano, ma è imperdonabile per la politica italiana tutta.

Ora, quale interesse dovrebbe avere il premier italiano ad abusare del potere e delle risorse statali per favorire la popolazione napoletana per l’ennesima volta, quando vede non ripagata la sua politica determinante di intervento nella risoluzione del problema comunale della monnezza napoletana visto il risultato elettorale?

Non bisogna infatti dimenticare quale immane sforzo ha dovuto produrre il governo ed a più riprese per ripristinare una condizione di vivibilità e di normalità nella pur ininterrotta emergenza rifiuti a napoli.

Ora, la scelta dei napoletani non corre incontro alla maggioranza politica che sostiene il governo, mordendo così la mano che l’ha difesa, tutelata e ripulita.

La domanda da porsi è:

quale approccio avrà l’amministrazione comunale De Magistris rispetto alla emergenza della monnezza napoletana?

Riuscirà egli con le sole forze della politica comunale a risolvere questa annosa questione?

Questa ipotesi non è credibile.

E allora i napoletani potrebbero ben presto rimpiangere di non essersi turati il naso e di non aver votato il candidato del premier Berlusconi visto che, De magistris, con ogni probabilità, non potrà risolvere da solo alcuna emergenza a napoli, se non ordinando l’immediato abbattimento di una notevole quantità di edifici costruiti illegalmente ed attraverso l’imposizione di gravisssime e pesantissime multe per i napoletani che si rifiutassero di effettuare un conferimento differenziato dei loro rifiuti urbani.

Anche la politica nazionale potrà e dovrà punire i colleghi parlamentari napoletani che hanno a più riprese chiesto di fermare l’abbattimento degli edifici illegali in cambio di un maggior consenso dei napoletani ai due principali partiti di riferimento, PDL e PD, e potrà farlo ripristinando l’immediata esecuzione degli abbattimenti stessi.

Il che, tutto sommato, potrebbe non rappresentare per forza un male, se si vuol civilizzare, normalizzare e porre sotto il controllo della legge una città impossibile come è quella di napoli.

In ultimo va sottolineato come, l’eccezionale contrasto alla camorra napoletana non sia da attruibuire all’opera del PDL o del PD, ma va invece riconosciuto all’opera dello straordinario ministro dell’Interno Roberto Maroni, leghista DOC e varesino, mica napoletano.

Sinora infatti, nessun politico napoletano ha mai messo in discussione l’egemonia della camorra a napoli così come ha fatto Maroni.

Vedremo nel prossimo futuro cosa accadrà:

la battaglia della civiltà a napoli è appena iniziata e De Magistris deve ancora dimostrare tutto in quanto a capacità di amministrare una città impossibile come è la sua napoli.

Ed usiamo volutamente in questo caso il termine “impossibile” per mera pietà umana e carità cristiana.

Passiamo all’analisi del voto a Milano.

La debacle del PDL nella capitale non solo finanziaria del nord appare evidente.

No, non hanno vinto le sinistre, come non ha vinto Pisapia:

ha perso il candidato Moratti (il che rappresenta un fattore molto differente) ed occorre evitare di farsi inutili illusioni su questo aspetto se si vuol condurre una ragionata analisi del dato milanese.

La Moratti era un candidato PDL, affatto carismatico e capace.

Questo pericolo lo aveva intuito il leader leghista Umberto Bossi, che aveva chiesto al premier di lasciare spazio ad una candidatura autorevole e leghista al comune di Milano.

Ma nel PDL esiste una componente politica di contrasto al buongoverno che è molto simile ai suoi candidati:

affatto carismatica e piuttosto incapace.

Per la identica pietà umana e carità cristiana usata nei confronti dei napoletani, evitiamo di approfondire l’aspetto della corruttibilità della popolazione politica pidiellina.

Ma non possiamo soprassedere sulla arroganza con cui la PDL non ha accolto la felice (come sempre) intuizione politica bossiana:

l’arroganza di chi non ha nemmeno intuito politico sufficiente a capire quando è il momento di tacere.

Sintesi.

Il centro sinistra non ha vinto mentre il fantomatico terzo polo fa la figura del pollo, non dimostrandosi determinante in nessuna situazione locale.

Non perde Berlusconi, se non per mera responsabilità di una parte della dirigenza del PDL, che va cambiata e rinnovata al più presto.

Resta immutata, se non addirittura aumentata, la presenza della Lega Nord, che, anche dove perde qualcosa il PDL, mantiene le posizioni precedenti o le supera addirittura divenendo il primo partito (sopra PDL e PD!) come nel laboratorio politico di Gallarate, laddove, pur perdendo la possibilità di esprimere il sindaco, la Lega dimostra che senza questo PDL essa cresce tantissimo, in modo esponenziale.

Il quadro riassuntivo espone in sintesi un centro sinistra ancora immaturo ed affatto rinnovato nella mentalità e negli uomini che deve ancora dimostrare tutto sulla capacità di non mollare un eventuale alleato leghista durante il governo di una città come del paese.

Nel contempo, il quadro politico nella alleanza di governo fra Lega e PDL fa pendere la bilancia ancor più sul fedele e capace alleato leghsita.

In definitiva, si appura come nessuna nuova o vecchia maggioranza può fare a meno della Lega.

Fatto che il PDL dovrà accettare o soccombere.

Fatto che il PD dovrà meglio interpretare, non potendo sputare continuamente sul buongoverno leghista nelle campagne elettorali e pretendere contemporanemente di imporre una alleanza politica alternativa a quella attuale senza presentarsi con uomini e idee all’altezza del compito.

Ancora una volta, si realizza che nella politica italiana, sono Tutti Pazzi per la Lega Nord.

In un modo o nell’altro ….

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Lega Nord batte Europa: 3 a 0 – L’Europa di Roberto Maroni

venerdì, 15 aprile 2011

Roberto Maroni, ministro dell’Interno del governo italiano:

“… Italia e’ stata lasciata sola. Mi chiedo se ha senso continuare a far parte dell’Unione Europea”.

Questa dichiarazione, pur nella sua semplicità espressiva, ha da sola messo in gioco l’attuale identità europea.

L’Europa è in crisi da quando la malgovernata Grecia è fallita, trascinando nella polvere una unione europea che non è unita, affatto.

Le idiosincrasie e le dicotomie interne alla visione europea dei trattati, dei protocolli e della burocrazia, trovano così un momento di riflessione profonda dinanzi alle parole dell’Onorevole Maroni:

che senso ha, oggi, restare nella Unione Europea?

La riflessione ha scosso non poche coscienze, sia fra gli europeisti che fra gli anti-europeisti, toccando un punto nevralgico dello stare insieme.

Marine Le Pen, leader politico in fase di crescente consenso nell’elettorato francese , ha fatto propria la riflessione maroniana ed ha chiesto un incontro al ministro italiano Maroni, per riflettere su di una Unione Europea che “brilla della luce di una stella morta”.

In realtà, la visione del leader francese presuppone una identità comunitaria europea unita, che poi va in crisi, mentre è annotato da alcuni attenti osservatori che, l’Unione Europea si sta sciogliendo come neve al sole su elementi emergenziali tutto sommato di semplice governo e soluzione, come il fallimento degli stati europei malgovernati e spreconi, e come l’emergenza dei flussi migratori.

La questione infatti, non rientra sull’ordine di grandezza delle crisi emergenziali da affrontare, quanto discende da una inesistente politica comune in temi, questi sì, strategici, come la difesa dei confini europei, l’interventismo armato di alcuni paesi europei nel Mediterraneo, il fallimento di quegli stati che non sanno governare il proprio bilancio.

Il deficit è l’unione, non il suo governo:

questa Unione Europea semplicemente non esiste nei presupposti, nella mancanza di una comune visione condivisa in tutti i settori strategici, a cominciare dal motivo fondante l’unione per cui stare insieme.

Sarkosì, il nuovo condottiero neo-colonialista e guerrafondaio, viene così fermato in ogni sua azione presente e futura, poiché deve fare i conti con il consenso della Le Pen, che è invece seguace di una nuova indicazione politica che non è francese, ma italiana.

Di quella Italia che è stata messa in grave difficoltà dall’intervento armato anglo-francese a due passi dalle coste italiane, di quella Italia che ha sottratto il comando militare in Libia alle forze anglo-francesi e lo ha portato sotto il comando NATO, di quella Italia che, sempre più ispirata e sorretta dalle scelte politiche maroniane, appare meno debole di quanto molti politici europei si aspettassero.

Cosa accadrà del duopolio europeo franco-tedesco, messo in crisi dalle politiche aggressive francesi?

Cosa sarà di questa Unione Europea senza fondamento, che corre il rischio di essere semplicemente spazzata via da una raffica di referendum che diano una indicazione negativa nei confronti di questa europa delle nazioni e della burocrazia piuttosto di una europa dei popoli e dei territori?

La risposta a questi quesiti, va ricercata in quella nuova e vincente scia politica italiana che trova sempre maggiore consenso nei popoli europei, una scia che, per quanto italiana, non parla il linguaggio centralista e burocratico che unisce Roma e Bruxelles, ma parla un linguaggio lombardo e varesino, un linguaggio popolare e federalista, un linguaggio politico sempre più riconosciuto ed apprezzato su tutti i tavoli europei.

E’ la nascita di una nuova stella, che brilla e illumina nel buio e nella confusione italiana ed europea.

E questa stella, ha un nome ed un cognome:

Roberto Maroni.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Lettera aperta al governatore pugliese Nichi Vendola

venerdì, 25 marzo 2011

“La Lombardia è la regione più mafiosa di Italia”

E’ triste, anzi, tristissimo, per un ex pugliese quale io sono, leggere attonito le dichiarazioni incredibili del governatore della Puglia Nichi Vendola.

E non mi vergogno ad affermare pubblicamente quanto io ami ancora quella terra magnifica che è la Puglia, come non mi vergogno a denunciare altrettanto pubblicamente che ho abbandonato la mia terra, i miei affetti e tutto quello con cui sono cresciuto insieme, per responsabilità di quei pugliesi che, come Vendola, non sanno far altro che sputare lordume e ciarpame sul prossimo suo, invece di lavorare duramente per il benessere comune.

Dalle dichiarazioni del governatore pugliese, bollato come “un miserabile, probabilmente sotto effetto di qualche sostanza” dal governatore lombardo Formigoni, si evince quale etica, quale sporcizia morale e si legge benissimo tutto il sudiciume rabbioso che il governatore pugliese cova dentro la sua miserevole anima.

Formigoni:
“Vendola è un miserabile e sotto effetto di sostanze, dica piuttosto perché non è in galera: ha commesso gli stessi reati del suo ex assessore Tedesco, che non è in prigione perché il Pd lo ha fatto senatore”.

Ma Vendola, non è miserevole con il prossimo suo, anzi, egli dimostra una cattiveria profonda, incarnata nel suo animo che rifiuta ogni senso di normalità umana in quel termine “diverso” con il quale si propose nella sua prima campagna elettorale alla poltrona di governatore pugliese.

Diverso, recitava quel manifesto 6×3 metri.

Nulla diceva invece quel manifesto, della sua capacità di governo della regione Puglia, della sua competenza amministrativa, della sua capacità di condurre una giunta regionale nei solchi di una Puglia, purtroppo ampiamente usurata dall’assalto mafioso.

Ed infatti, la prima giunta Vendola, si infranse spesso e volentieri in scandali temibili messi a nudo da indagini sia della magistratura ordinaria che da quella antimafia.

L’ultimo atto di questa epopea governativa, lo abbiamo visto in quelle indagini della magistratura che hanno coinvolto parti importanti del governo della sanità in Puglia, a partire dagli assessori Tedesco e Loizzo, passando per direttori ed ex direttori di ASL di riferimento, dal capo di gabinetto di Vendola, di responsabili dell’area del personale, funzionari, e imprenditori.

Troppe indagini, troppe figure di rilievo coinvolte, per non pensare che il governo della cosa pubblica sia influenzato, governato e indirizzato da interessi che, con il bene massimo della tutela della salute dei pugliesi, poco o niente hanno a che fare.

Poiché, che si tratti di interferenze massoniche, come dice lo stesso Vendola nelle intercettazioni telefoniche con il suo assessore alla sanità Tedesco, che si tratti di imprenditori con enormi capacità di influenzare le scelte nelle nomine dei direttori delle ASL pugliesi e negli appalti sanitari, ovvero che si tratti di tentativi ipotizzati di occupazione e radicamento nel potere pubblico da parte della politica, o che si tratti delle solite infiltrazioni mafiose nella gestione degli appalti pubblici, questo poco importa ai pugliesi, i quali si vedono ancora una volta negare il diritto ad una sanità che sia unicamente, univocamente ed universalmente orientata a curare la salute dei pugliesi e non ad essere interpretata come strumento per raggiungere il potere per il potere.

Mi domando:

ma in tutto questo, chi è al servizio di chi?

Chi cura gli interessi dei pugliesi?

Chi o cosa governa i pugliesi?

Perchè il ministro dell’interno Roberto Maroni ha innalzato il livello di allerta sulle mafie pugliesi, portandolo allo stesso livello di guardia delle storiche mafia siciliana, ‘ndrangheta calabrese e camorra napoletana?

Ma io, io uomo, io non diverso ma uguale agli altri uomini, io lombardo, io varesino, io, voglio essere miserevole nei confronti del governatore Vendola, non volendo credere che egli, possa essere coinvolto in ambiti e circostanze riferibili ad ambienti mafiosi.

Ma io, non posso nemmeno credere che tutto quanto sia accaduto in Puglia durante il governo vendoliano, non possa essere lontano da quella stanza dei bottoni che muove la politica.

Anche la semplice omissione di azione politica e di governo, può avere conseguenze pesanti sulla sorte dei pugliesi.

Come avrebbero altrimenti potuto verificarsi tutti questi crimini ipotizzati dalla magistratura?

E se questo, sembra essere il destino consegnato al governo della cosa pubblica in Puglia, perchè aizzare ingiustamente l’odio e l’astio dei pugliesi verso i lombardi, quando, quella stanza dei bottoni e quelle leve del comando, le impugnava saldamente proprio il governatore Nichi Vendola?

Qualcuno vuol dividere l’Italia?

Qualcuno vuol mettere gli uni contro gli altri armati?

Sì, questo appare evidente.

Ma appare ancora più evidente che questo qualcuno, non è la Lombardia, regione che ha accolto per decenni i fratelli pugliesi in cerca di un futuro migliore, offrendo loro un lavoro che la mafiosità trasversale pugliese negava, una casa che la politica delle caste negava, un posto dignitoso in una società, quella lombarda, dove il rispetto per la persona e per il cittadino è cosa autentica e consolidata, laddove la tutela e la cura della salute dei lombardi, sono garantite ai massimi livelli mondiali e non è certo paragonabile al quel carrozzone malgovernato che appare invece la sanità pugliese.

E se è anche vero che a livello politico, il federalismo leghista sta ricucendo questo paese mai veramente unito, allora, signor Vendola, qual’è quella forza politica che sta cercando di spaccare il paese a metà, mettendo ingiustamente i pugliesi contro i lombardi?

Chi, si sta assumendo responsabilità incredibili comparando gradi di mafiosità incomparabili?

In Lombardia, c’è il benessere, certo, ancora quel che ne rimane, certo.

Sarà per questo che la Lombardia viene presa d’assalto dalle mafie, nel tentativo di infiltrarne l’economia e corroderne la società dall’interno?

Certo, anzi, sicuro.

Ma, goverantore Vendola, visto che Le piace il gioco al massacro, Le domando:

da dove provengono queste mafie che tentano l’assalto alla capitale morale e finanziaria italiana?

Quali cognomi portano?

Dal sud, da “questo sud”, non sono evidentemente fuggite solo le migliori intenzioni.

E “questo sud”, governatore Vendola, non lo amministra certamente ne il governatore lombardo Formigoni, ne il presidente del consiglio regionale lombardo Davide Boni.

Le consiglio, caro governatore Vendola, appena sarà rientrato abbastanza in se da comprendere il danno che hanno prodotto le sue deliranti invettive mistificatorie contro la Lombardia ed il popolo lombardo, di chiedere scusa a questi due signori, che rappresentano il territorio lombardo, il popolo lombardo, la sanità lombarda e non rappresentano certo le mafie di origine meridionale che tentano sempre più di prevalere sui lombardi.

Ma questo, non accadrà mai.

Poiché è proprio lombardo e varesino, quel ministro dell’interno che sta portando il più grande e grave attacco alle organizzazioni mafiose che la storia della nostra democrazia repubblicana abbia mai conosciuto, quel Roberto Maroni che ha innalzato il livello di attenzione sulle mafie pugliesi, e non quelle lombarde, che non esistono e non sono mai esistite in quanto tali, ma infiltrate ed importate dalle regioni meridionali, nelle quali originano e nelle quali certamente ancora influenzano il voto, la politica e la tutela della salute dei meridionali.

Consiglio di fare una doverosa telefonata di scuse anche al ministro varesino Maroni.

E consiglio anche di darsi una bella calmata.

Qui, in Lombardia, nessuno è fesso come nessuno è mafioso.

C’è un’Italia migliore?

Sì, certamente.

Ma certamente, non è la “sua italia”.

Saluti affatto cordiali.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Roberto Saviano: il nord, la Lega, e il contrasto alle mafie

mercoledì, 28 luglio 2010

Mi sono appena cancellato dal gruppo su facebook “Nessuno Tocchi Saviano”.

Perchè?

Perchè appare evidente che il saviano usi la sua notorietà contro l’unico movimento politico che ha reso possibile il più grande contrasto alle mafie che questo paese abbia mai vissuto.

Al contrario di tanti altri partiti politici, che il contrasto alle mafie lo preferiscono parlato in tv e scritto sui giornali, la Lega Nord lo ha incarnato e lo ha portato al governo del paese come mai nessuno, in tutta la storia di questo paese.

Dalle parole che leggo nelle interviste rilasciate dal Saviano in questi giorni, appare quasi che le infiltrazioni mafiose provenienti dal sud del paese siano state agevolate al nord, ignorate, sottostimate, quasi accettate.

Invece la realtà ci dice che sono state represse e contrastate con una grande azione giudiziaria e investigativa che ha tarpato le ali al tentativo mafioso di agire liberamente nel nord, quel nord che non ha mai amato le mafie, non le mai condivise, non le ha mai difese.

Quel che dice Saviano contro la Lega è ingiusto e tradisce una posizione politica, un pregiudizio politico.

In passato ho stimato saviano che ha fatto semplicemente il suo dovere di cittadino e di cronista nel pubblicare le infamie mafiose, un dovere che risonosco non essere comune nel sud del paese, ed è questo,forse, il motivo del successo mediatico e giornalistico del mito di Saviano e dei suoi scritti di denuncia.

Ho dovuto ricredermi oggi, dopo che vedo la sua azione diretta ingiustamente contro chi le mafie le ha contrastate veramente e, forse, per la prima volta (visti i risultati mai ottenuti in precedenza, da nessun governo), dal governo del paese.

Questa posizione di Saviano è ingiusta e pregiudizievole.

Non è giusto prendersela propio con il movimento politico che ha garantito legalità e sicurezza più di chiunque altro in questo paese.

Ed ancora più ingiusto è il suo alludere che qui al nord, sinora la Lega abbia dormito e non abbia contrastato adeguatamente le mafie.

Ma si accorge il Saviano dell’assurdità di quel che dice?

E si rende conto il Saviano che con queste accuse offusca e getta ombre terribili e temibili sull’operato dell’autorità giudiziaria e degli investigatori di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza?

Cosa vorrebbe dire il Saviano, che magistratura e forze dell’ordine abbiano anche loro sottostimato le infiltrazioni mafiose provenienti dal sud e dirette a infestare anche il nord del paese?

Nessuno di loro ha dormito, caro Saviano, mentre le mafie del sud tentavano di estendere i loro tentacoli nel nord.

Ed i risultati si vedono.

Le ultime operazioni narrano di investigazioni, intercettazioni, pedinamenti, installazione di telecamere e di un duro lavoro da parte di tutti gli operatori della giustizia e delle forze dell’ordine nel nord come nel sud del paese, al fine di impedire alle mafie di penetrare nel tessuto sociale, nella politica, negli affari, nei grandi appalti, a cominciare da quello dell’Expo di Milano.

Nessuno nel nord ha dormito nel contrasto alle mafie, men che meno, magistratura e forze dell’ordine.

Compresa quella “Lega della gente” che il Saviano dimostra di odiare così profondamente, quella Lega che ha più volte dichiarato dagli scranni del governo che il livello di vigilanza delle istituzioni sulle infiltrazioni delle mafie del sud nel nord sarebbe stato massimo e che il governo assicurava (per la prima volta nella storia d’Italia) misure preventive per impedire che le mafie mettessero le mani sui grandi appalti dell’Expo.

E la risposta dello stato, del governo, della magistratura e degli investigatori tutti, c’è stata, eccome se c’è stata.

Una risposta alle mafie che profuma di legalità, che odora di maggiore sicurezza nella vita dei cittadini.

Ma evidentemente, il nuovo ruolo politico assunto dal Saviano offusca la sua visione e lo rende attore di una brutta pagina della sua vita, una pagina che non lo vede a sostegno di chi, nel proprio duro lavoro quotidiano, nel proprio impegno politico, nelle proprie funzioni pubbliche, dimostra che le mafie le combatte con i fatti, e non con le parole.

Fatti, non parole ci vogliono in politica come nella vita di tutti i giorni.

Quei fatti che Saviano oggi pretende di non vedere.

Quei fatti che oggi danno torto a Saviano e alla sua visione distorta del nord.

Quei fatti che oggi riportano alla ribalta l’ottimo lavoro congiunto fra forze dell’ordine e magistratura nel contrasto alle mafie nel nord.

Il nord ha risposto, la gente del nord ha risposto, le isitituzioni hanno risposto, le autorità hanno risposto, la politica ha risposto:

subito.

Al nord, nessuno rende la vita facile alle mafie.

Riveda la sua posizione, signor Roberto Saviano:

è ingiusta.

E ricordi che il contrasto alle mafie esisteva prima di saviano, esisterà dopo saviano, esisterà senza saviano ed esisterà anche nonostante saviano.

Poichè lo stato esiste ben oltre un saviano.

Nutella: dopo tocca a Panettoni Lombardi e Pandoro Veneti

sabato, 19 giugno 2010

Un vero e proprio attacco a tutta la produzione dolciaria tradizionale italiana si celava dietro la legge definita come anti-nutella.

Infatti nel mirino del commissario europeo Dalli c’erano anche i Panettoni Lombardi ed i Pandoro Veneti.

Sotto la spinta di indignazione e di protesta create da questo blog e dal gruppo di Facebook (oltre 1.100 iscritti in meno di 24 ore) e dalla presa di posizione della Lega con la creazione del comitato creato dal vice-ministro Castelli ed al quale ha subtio aderito il governatore del Piemonte Cota, si è ottenuto il risulato di attirare l’attenzione dell’europa della burocrazia sorda e cieca sulla volontà popolare di continuare a consumare prodotti dolciari tradizionali, senza l’apposizione di bollini rossi punitivi in etichetta ed il divieto di pubblicizzarli.

Bisogna continuare questa azione sino a quando non verranno inserite nella normativa europea deroghe per i prodotti dolciari tradizionali.

Continuiamo a protestare e stare attenti alla evoluzione di questa normativa.

Si ringrazia la Lega Nord, l’unica forza politica che si è battuta per impedire questa ennesima ingiustizia europea nei confronti di famiglie e aziende italiane, anzi, soprattutto padane.

Infatti la nutella è piemontese, il panettone è lombardo ed il pandoro è veneto:

l’attacco era ben diretto al motore produttivo italiano, guarda il caso.

Il gruppo di Facebook “Salviamo la Nutella” lo trovate a questo link:

http://www.facebook.com/home.php?#!/group.php?gid=130956840261317&ref=mf