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Terrorismo islamista: da organizzato a individuale

venerdì, 24 maggio 2013

Le modalità del terrorismo islamista e islamico mutano da azioni eclatanti come quella dell’11 settembre 2001 ad isolate azioni “fai da te”.

Cambia anche il modello del terrorista che oggi è solitamente un cittadino occidentale convertito all’islam e poi utilizzato per l’azione terroristica.

Ovvero un cittadino immigrato in occidente, non integrato o apparentemente integrato, ed inserito come cellula dormiente di un terrorismo sempre più infiltrante le società occidentali.

La mira del terrorismo internazionale fondamentalista di matrice islamica è quella di creare azioni di disturbo alla sicurezza pubblica e privata, in attesa che il numero dei soggetti di religione, fede, credo ed obbedienza islamica diventino maggioranza nei paesi occidentali, prenderne il potere attraverso il metodo democratico della maggioranza dei numeri e dei voti ed espandere l’islam sino al raggiungimento di una unica religione globale:
l’islam della Shariʿah.

Più volte negli anni i servizi segreti di avveduti paesi occidentali avevano previsto questo andamento ed avevano avvertito sui futuri “cambiamenti di stile” del terrorismo islamico.

Più volte da questo blog, sono partite riflessioni sulle ripercussioni delle politiche filo-arabe italiane, sia di destra che di sinistra, politiche che hanno fondato il convincimento nel terrorismo islamico di avere la possibilità di incidere sulle divisioni interne di un mondo occidentale ed europeo assai degradato, sfiduciato e fallito, democraticamente attaccabile ed infiltrabile.

Il Libano e la sua storia recente (e non la Palestina) è l’esempio più calzante per comprendere come l’islam dei mussulmani procede ad acquisire la maggioranza del consenso democratico di un paese per imporre definitivamente l’islam.

Il multiculturalismo è fallito, ma la mancata integrazione produce violenza

L’insanabile contenzioso sociale europeo

La risposta al suicidio civile euro-occidentale secondo Anders Behring Breivik’s

Il terrorismo, sia di andata (islamico) che di ritorno (anti-islamico) va ricondotto ad una razionale visione di prevenzione della sicurezza, prevenzione che tutti i servizi segreti e di intelligence europei hanno dimostrato non essere sufficienti.

Perché ancora non si è capito, non si vuole capire e non si vuole lasciare ad intendere che la soluzione a questo tipo di attività terroristiche sta nella eliminazione di quei modelli e quegli stili di vita che sono incompatibili con il modello di civiltà avanzata e che rischiano di frammentare e disunire l’occidente, sia viso come monolite della libertà e della civiltà, sia visto come somma di paesi al cui interno gli stili di vita malati, patologici e incivili portano consenso ed attaccano alla stregua del nuovo terrorismo islamico l’unità delle società moderne occidentali, cadute in profonda crisi di identità e di vedute.

In questa battaglia di intelligenza e di razionalità si gioca tutto il nostro futuro, come pure il futuro del globo terrestre.

Forse Anders Behring Breivik non era poi così pazzo di quanto hanno voluto farci credere.

Tanti auguri.

Gustavo Gesualdo
alias Il Cittadino “X”.

Mediterraneo in fiamme – Mediterranean on fire – Mittelmeer in Brand – Méditerranéenne sur le feu

martedì, 12 luglio 2011

Tutto ciò che è a sud del modello nord-europeo sta miseramente fallendo.

Fallisce l’intero bacino del Mediterraneo, con la implosione contemporanea di Siria, Egitto, Tunisia, Marocco, Libia, Libano, Palestina, Giordania, Algeria.

Fallisce la Grecia, sta per fallire il Portogallo, mentre sono in gravi difficoltà la Spagna e l’Italia.

Tutto il bacino del Mar Mediterraneo, tutti gli stati a sud dell’Europa, sono caduti contemporaneamente in una profonda ed irreversibile crisi di identità socio-economica, avendo tutti insieme, fallito la propria mission statuale, errato gli obiettivi comunitari, le politiche del lavoro, della assistenza pubblica, della previdenza pubblica, dello stato sociale, della legalità, del mantenimento ordinato ed efficace dei conti pubblici.

Si tratta di una vera e propria ecatombe di stati, popoli e nazioni che avevano ed hanno un comune fil rouge rintracciabile nello stile di vita, un leitmotiv che è autore ed orchestra del più colossale quanto miserevole falimento:

il fallimento dello stile di vita del sud, l’aborto di una conduzione comunitaria impossibile ed egoista, la bancarotta di un modo errato di abusare del danaro e dei conti pubblici, il crack di un sistema sociale, economico, finanziario e del lavoro impossibile, la disfatta di una serie di comportamenti condivisi quanto dannosi, il fiasco di uno stile di vita che non è in grado di correlarsi al mondo che lo circonda, alle sue esigenze, alle sue risorse.

Fallisce contemporaneamente lo stile di vita più irresponsabile che sia mai esistito, molto ognorante ed arrogante, un mondo che ha sempre risposto alle accuse che indicavano in quell’errato stile di vita motivi di apprensione per la tenuta socio-economica con accuse di ritorno infamanti ed idiote di illiberalità, anti-democrazia ed addirittura, di razzismo.

Tutto quello che umanamente precede, convive, condivide e proietta questo stile di vita, sta miseramente fallendo, franando, rovinando su se stesso, coinvolgendo e chiedendo aiuto proprio a quelle comunità, quegli stati e quei popoli che avevano in passato esposto qualche motivo di riflessione e qualche dubbio sul fatto che, uno stile di vita così sbagliato, potesse prima o poi condurre alla rovina totale.

Il sud del modello europeo, il cosìddetto modello mediteranneo, è collassato, sia pure nelle mille e mille diversità di costume, di religione, di cultura e di assetto politico nazionale e sovranazionale che connotano i paesi prossimi alla bancarotta:

ma è il loro stile di vita comune che li ha uccisi, uno stile di vita che ha desiderato godere senza freni della vita, delle favorevoli condizioni climatiche, mostrando un assoluto disprezzo verso ogni considerazione che fosse invece di base al sistema vitale del nord, completamente orientato alla produzione di beni e servizi di qualità all’interno di un sistema di regole condivise e di norme rispettate, laddove il valore del lavoro rappresenta la centralità valorizzante di ogni attività umana.

L’illegalità diffusa ha incontrato il sistema mafioso, ha sposato le prebende ed i privilegi di casta pagati molto cari con i danari pubblici, i pensionamenti in giovane età, una produttività assai bassa del mondo del lavoro, le continue frodi al sistema sanitario pubblico, previdenziale pubblico, assistenziale pubblico.

Una ben definita infusione e confusione di visioni irrealistiche della vita, una pervicace volontà di mostrarsi irrispettosi nei confronti di quegli stili di vita che invece pagano puntualmente i debiti da loro prodotti per soddisfare le insane voglie di vivere senza lavorare, senza sudare, senza pagare alcun prezzo.

Il fallimento cui assistiamo in questi giorni non è il fallimento di una ideologia politica, ma è il fallimento di uno stile di vita che ha preteso di vivere molto ben al di sopra delle proprie possibiltà sfruttando senza vergogna alcuna la ricchezza ed il benessere prodotti dolorosamente e faticosamente altrove.

Il fallimento cui assistiamo, è la catastrofe annunciata di un modo di pensare sbagliato e maligno, di un modo di essere arrogante ed egoista, di uno stile ed i un tenore di vita impossibile da sostenere senza invadere i campi inviolabili della moralità e della legalità.

Crolla definitivamente uno stile di vita che tradisce ogni unità di intenti, ogni comunità nazionale, ogni modello di sviluppo razionale.

Così muore miseramente il concetto secondo il quale, all’interno di una comunità, vi debbano essere e per forza, i fessi ed i furbi:

quei fessi che producono incessantemente quella ricchezza di cui i furbi abusano indecentemente.

Finisce qui e per sempre, il mito del modello umano basato sulla furbizia, quella male interpretata parola che non ha mai rappresentato intelligenza e razionalità, ma invece egoismo e sopraffazione violenta e razzista.

Questo modello umano degenerato è fallito.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il Mondo Mussulmano deve riconoscere Israele, oppure accettare il proprio fallimento.

lunedì, 25 aprile 2011

Il quadro politico nel Mediterraneo, si svolge giorno dopo giorno, confermando il fallimento totale delle dittature religiose islamiche camuffate da stati democratici più o meno rivoluzionari.

Il mondo islamico paga il prezzo di una assenza identitaria che superi l’omologazione religiosa mussulmana.

Ora sappiamo più di prima che, dal mondo dell’Islam, noi occidentali non abbiamo proprio nulla da imparare.

Ora, sappiamo con certezza che, l’avversione alla esistenza di un popolo e di uno stato israeliano in Palestina, è solo il frutto di un razzismo e di una xenofobia malcelate che derivano da un certo modo altezzoso ed arrogante di interpretare l’islam nel mondo arabo.

Non c’è amore in questo islam fondamentalista ed estremista, non c’è amore negli attentati terroristici di matrice islamica, non c’è amore nell’invidia e nella gelosia nei confronti del popolo israeliano, che ha fatto di un deserto, un paese ricco e potente, che traina il benessere di moltissimi mussulmani.

Se esiste un islam veramente moderato, oggi dovrebbe cogliere l’occasione per un mea culpa, per una revisione dei concetti di bene e male sinora espressi dal mondo mussulmano, per un riordino delle priorità umane rispetto al dettame di una religione che, non riesce proprio ad emergere dal suo passato tribale e feudatario.

Ma conoscendo l’infinito quanto ingiustificato orgoglio mussulmano, questa opera di revisione, non avverrà mai.

Eppure basterebbe un gesto d’amore per cambiare tutto molto rapidamente, per isolare estremisti e fanatici, folli dittatori e terroristi, basterebbe un solo atto per dare un nuovo corso alla vita dei paesi arabi, per impedire che i loro popoli invadano le coste italiane alla ricerca di quella libertà e di quel benessere che i loro governi ed il loro modo di intendere la religione, gli ha negato e gli nega da sempre.

Basterebbe ammettere di aver sbagliato tutto, basterebbe ammettere che lo stato di Israele esiste ed ha diritto alla sua esistenza per lanciare un messaggio di amore, di speranza.

Mai più kamikaze, mai più guerre e violenze, mai più far prevalere l’odio sull’amore.

Se solo volessero, gli stati islamici potrebbero raccogliere questa opportunità offerta loro dalla storia, per cominciare una nuova via, un nuovo vangelo, un nuovo solco di vita e di speranza.

Ma sapranno andare al di la del bene e del male, sapranno superare ignoranze ataviche e inumanità insopportabili per raggiungere questo immenso bene?

Sapranno riunirsi e dimostrare al mondo che, la loro religione, il loro dio, non sono culla e incarnazione del male assoluto?

Sapranno offrire ad Israele ed al mondo intero una testimonianza umana di bene assoluto?

Sfida terribile e temibile.

Ma se i popoli arabi e mussulmani non sapranno raccogliere questa sfida e superare i loro complessi di inferiorità e la loro insita arroganza sul resto del mondo, se non si dimostreranno capaci di superare le loro profonde insicurezze e le loro tenaci ritualità senza pietà, allora vi è da domandarsi se non sia lecito lasciarli al loro destino, da loro scelto, da loro intepretato e da loro incarnato.

Se questa sfida non verrà raccolta, ancora una volta, se il diritto alla esistenza di Israele non dovesse essere riconsociuto, l’occidente dovrebbe adeguare la propria risposta ad un tale linguaggio odioso e rancoroso, privo di ogni pietà e speranza.

Se il mondo mussulmano non dovesse dare segnali forti, decisi e tempestivi di volontà positiva, l’occidente dovrà trovare il coraggio di chiudere le frontiere del proprio benessere, della propria democrazia e della propria libertà a quei popoli che, negano essi stessi e per primi, una uguale dignità e solidarietà al popolo israeliano.

Non siete capaci di essere umani?

Chiedete l’elemosina di una accettazione benevolente dei vostri figli in fuga dalla vostra disperazione senza pagarne il relativo costo?

Siete voi stessi l’origine del vostro male:

curatelo.

E curate i vostri malati, curate i vostri bisognosi, curate i vostri diritti, curate le vostre libertà, curate il vostro benessere, curate i vostri affetti, curate i vostri stati, curate i vostri territori:

da soli.

Nella solitudine che certa arroganza e certa ignoranza debbono attraversare per divenire amore.

Riconoscete Israele, subito.

Cessate ogni azione terroristica nel mondo e combattete voi stessi il vostro terrorismo fondamentalista ed estremista.

Solo così vi renderete veramente ed umanamente uomini e donne liberi.

E se tutto questo non lo raggiungerete, che sia la vostra ignoranza e la vostra arroganza ad indicare il vostro destino, che si preannuncia un destino di povertà e di dolore, di rivoluzioni, di povertà e di guerre.

Dovete scegliere:

o stare con il resto dell’umanità e starci con responsabilità, ovvero isolatevi nel vostro mondo fatto di quel che voi stessi vi avete messo dentro.

Mussulmani, ora o mai più:

riconoscete lo Stato Democratico di Israele.

O non bussate mai più alla porta dell’odiato quanto desiderato Occidente.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

La sicurezza in Italia va a braccetto con Hezbollah

giovedì, 4 novembre 2010
L'arma inserita nella bandiera è il famigerato AK-47

L'arma inserita nella bandiera è il famigerato AK-47

Dal 26 gennaio 2010, la presidenza del Copasir, è affidata a Massimo D’alema.

Il Copasir è il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, un organo del Parlamento italiano, con funzioni di controllo dei Servizi Segreti.

Nell’agosto del 2006, Massimo D’alema, allora ministro degli Esteri e vice presidente del governo Prodi II, provocò una polemica internazionale per essersi fatto riprendere per le strade di Beirut in Libano, a braccetto con un deputato Hezbollah, polemica che lo portò ad essere indicato come unico ministro europeo ad appoggiare apertamente il movimento Hezbollah.

Hezbollah, o Ḥizb Allāh (partito di Dio) è un partito sciita del Libano che conta deputati e ministri nell’attuale governo.
Il movimento politico Hezbollah ha però un’ala militare, nota come al-Muqāwama al-Islāmiyya (Resistenza Islamica), ed è indicata da taluni politici di avere influenza su alcune organizzazioni quali:
l’Organizzazione degli Oppressi;
l’Organizzazione della Giustizia Rivoluzionaria;
l’Organizzazione per il Giusto contro l’Erroneo;
i Seguaci del Profeta Maometto.

Hezbollah ha inoltre sempre sostenuto che il movimento non smetterà mai di combattere, almeno sino alla distruzione dell”entità sionista”, cioè dello stato di Israele, e produdendo una costante attività che alimenta l’odio anti-semita.

Il Parlamento europeo ha adottato il 10 marzo 2005 una risoluzione che di fatto accusa Hezbollāh di aver condotto “attività terroriste”.
La risoluzione afferma che il “Parlamento considera che esiste una chiara evidenza di attività terroriste da parte di Hezbollah. Il Consiglio dell’Unione Europea deve intraprendere tutti i passi necessari per impedire le loro azioni”.
Tale risoluzione è stata approvata dal Parlamento europeo con una maggioranza schiacciante:
473 a favore
8 astenuti
33 contro.

Il Consiglio d’Europa ha inoltre qualificato Imad Mugniyah come un alto responsabile dell’ intelligence del movimento libanese, accusandolo di essere un terrorista.

Hezbollah è stato classificato come organizzazione terrorista dagli Stati Uniti, dai Paesi Bassi, dal Canada, da Israele,

Regno Unito e Australia hanno indicato come organizzazione terrorista solo il braccio armato del movimento Hezbollah.

Il governo statunitense accusa Hezbollāh di diversi attentati, il più grave dei quali avvenuto il 23 ottobre 1983 quando due autobombe esplosero contro una caserma occupata da truppe americane e francesi uccidendo 241 marines statunitensi e 58 paracadutisti francesi.

Hezbollah è sospettato di essere il responsabile del rapimento di numerosi cittadini americani in Libano (di cui cinque furono assassinati) tra i quali particolarmente salienti furono quelli del colonnello dell’esercito degli Stati Uniti William Francis Buckley, capo stazione della CIA a Beirut, rapito dall’Hezbollah il 16 marzo 1984 e morto l’anno dopo nelle mani dei suoi sequestratori, del corrispondente dell’Associated Press a Beirut Terry Anderson, sequestrato il 16 marzo 1985 e liberato il 4 dicembre 1991, dell’inviato della Chiesa Anglicana Terry Waite, rapito il 20 gennaio 1987 mentre cercava di negoziare la liberazione di alcuni ostaggi e liberato il 17 novembre 1991 e del colonnello USA William R. Higgins, capo del Team di osservatori dell’ONU nel Libano meridionale, rapito il 17 febbraio 1988, torturato ed infine ucciso pare nel luglio 1990.

L’organizzatore di tali Rapimenti sarebbe stato Imad Mugniyah, il comandante militare di Hezbollah.

Il coinvolgimento di Mughniyah pare accertato anche per quanto riguarda il dirottamento del volo TWA 847 il 14 giugno 1985, nel corso del quale venne assassinato dai dirottatori il sommozzatore della marina USA Robert Stethem.

Il governo argentino accusa Hezbollah di essere il responsabile di due attentati ad una sinagoga ed ad un centro culturale ebraico avvenuti a Buenos Aires nell’85.

Le Nazioni Unite (ONU) hanno chiesto lo smantellamento dell’ala militare di Hezbollah nella Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU n° 1559.

Hezbollah ha inoltre espresso sostegno verso alcuni gruppi della resistenza terroristica palestinese, come “Hamās” (elencata tra le organizzazioni terroristiche dal Canada, dall’Unione Europea, da Israele, dal Giappone, e dagli Stati Uniti, mentre è addirittura bandita dalla Giordania. Australia e Regno Unito elencano come organizzazione terroristica solo l’ala militare di Hamas: le Brigate Izz ad-Din al-Qassam) e la “Jihād islamica”.

Ora, mi e vi domando:

ci sentiamo proprio proprio sicuri che al controllo dei servizi segreti italiani vi sia un personaggio politico che va a braccetto con codesti signori?

Quale controllo sulla sicurezza può garantire Massimo D’alema agli italiani?

Quale interesse ha il presidente del Copasir Massimo D’alema nel richiedere addirittura l’audizione del premier italiano Silvio Berlusconi?

Sì, la richiesta è ufficiale ed è stata pubblicamente manifestata.

Quale interesse nazionale tende a tutelare il Copasir con questa audizione?

Quali informazioni vuol ottenere il Copasir da questa audizione?

Informazioni sulla sicurezza del paese da parte del pericolo di attacchi terroristici portati da organizzazioni terroristiche di matrice islamica?

No, no: niente di tutto questo.

E allora cosa?

D’alema vuol chiedere chiarimenti sui rapporti fra Silvio Berlusconi ed un soggetto che risponde al nome di Karima El Marhoug.

Allora è un caso di “contatto” fra il premier italiano e potenziali elementi terroristici internazionali?

No, no: niente di tutto questo.

Si tratta solo dell’ennesimo caso di potenziali escort che sono venute in contatto con la vita privata del signor Silvio Berlusconi.

Karima El Marhoug è infatti meglio conosciuta come la signorina Ruby Rubacuori, e di “matrice islamica”, ha solo i “segni” delle frustate ricevute dal padre-padrone di cui porta ancora le tracce “incise” sulla schiena.

Vi sentite tutti più sicuri, adesso?

Beh, io no.

Perchè quel che fa nella sua privata privata il premier italiano, è cosa che interessa solo il Signor Silvio Berlusconi.

Ma quel che fa nella sua vita pubblica un ministro degli Esteri italiano ed il presidente del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, quali rapporti istituzionali egli intraprenda con organizzazioni politiche da più parti indicate ed elencate come organizzazioni terroristiche, quello sì, che mi interessa.

Eccome se mi interessa.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il potere, i potenti e la terza via italiana

domenica, 17 ottobre 2010

Vi sono molte domande nella storia moderna e contemporanea del nostro paese che non hanno risposte, che non sono scritte sui libri ufficiali di storia, che alcuni giornali lasciano solo trasparire, senza mai dichiarare apertamente, senza mai avere il coraggio di rendere pubbliche, al fine di rendere comprensibile il passato come il presente ed il futuro del nostro paese.

Scuserete se sembrerò un po’ disordinato nella esposizione:

non so da dove cominciare, non so come spiegare.

Diciamo che l’indirizzo di questo scritto lo può descrivere bene questa frase:

“I giornali la storia la possono anche raccontare ma la storia non puo’ essere scritta basandosi sui giornali”
Renzo De Felice (Rieti, 8 aprile 1929 – Roma, 25 maggio 1996)

Una storia che potrebbero raccontare e che forse non racconteranno mai i giornali ed i libri, quella storia che possono raccontare “tre borse di cuoio marrone”.

Tento una ricostruzione, non storica, ovviamente, ma umana ed economica, inseguendo gli interessi ed i poteri.

Già, poichè sono sempre le scelte economiche a condizionare fortemente l’agire dei grandi uomini ed i popoli da loro guidati in tutti i tempi, uomini che hanno pagato dolorosamente la loro grandezza “incompresa”.

In tutti i tempi, compreso il nostro, il più (in)comprensibile di tutti.

Forse perchè l’abbiamo già vissuto, ma nessuno ci ha insegnato a riconoscere.

Benito Amilcare Andrea Mussolini – Predappio 29 luglio 1883 – Giulino di mezzegra – 28 aprile 1945,
L’uomo della Provvidenza (o “inviato della Provvidenza” 14 febbraio 1929 – Papa Pio XI).

Quello che univocamente viene ricordato come “il Duce”, non fu però il primo ad essere appellato così.

Prima di lui, il Duce era Pietro Nenni, il socialista Pietro Nenni.

Perché questa digressione che ha l’apparenza di essere una digressione meramente formale?

Perché la storia di questo pianeta degli ultimi due secoli è la storia del socialismo:

la più tormentata, la più osannata, la più lapidata, anche a suon di monetine, come nel caso del socialista italiano Benedetto Craxi detto Bettino (Milano, 24 febbraio 1934 – Hammamet, 19 gennaio 2000).

Socialisti e sindacalisti nascono infatti Adolf Hitler (Braunau am Inn, 20 aprile 1889 – Berlino, 30 aprile 1945) e Benito Mussolini che agganciarono l’ispirazione socialista al concetto di nazione, piuttosto di altri “socialisti rivoluzionari” come Vladimir Ilyich Ulyanov o Vladimir Ilich Uljanov detto Lenin (Simbirsk, 22 aprile 1870 – Gorki Leninskie, 21 gennaio 1924), Iosif Vissarionovic Džugašvili detto Stalin – da un termine russo che significa “d’acciaio” – (Gori, 6 dicembre 1878[1] – Mosca, 5 marzo 1953).

Come potete vedere, l’epoca degli uomini forti, fu l’epoca dei socialisti, legati al concetto di popolo o di nazione, come dichiarò Benito Mussolini in un discorso al parlamento, indicando così la medesima matrice politica fra fascismo e comunismo (all’epoca era conosciuto meglio come socialismo).

E socialiste furono le riforme fasciste, a cominciare dall’unica riuscita riforma agraria realizzata che il mondo conosca, quella riforma che toglieva i terreni agricoli al latifondo per consegnarli ai reduci e al popolo affamato.

Ma tutto questo ci porta lontano dalla considerazione ultima che ognuno di noi fa del fascismo:

perché Mussolini si alleò con Hitler, trascinando l’Italia e tutto il mondo in una guerra totale?

La storia che ci raccontano i libri non può dare una risposta a questo quesito.

Dobbiamo cercare un’altra via, una strada che è sotto gli occhi di tutti noi e che segna ancor oggi il nostro limite maggiore:
la povertà di risorse energetiche (gas, petrolio) italiane.

Da dove partiamo?

Dall’Iraq, naturalmente, e più precisamente da Ninive, la capitale Assira citata nella Bibbia cristiana, oggi conosciuta come Mossul (e non Mosul o Mossoul, come comunemente ed erroneamente viene tradotto).

Come vedete, siamo nel passato e nel presente, siamo sempre nel teatro della contesa internazionale sulle risorse strategiche energetiche:

il petrolio.

Benito Mussolini comprendeva chiaramente che l’italia non sarebbe mai divenuto un paese ricco e potente e non avrebbe mai ricevuto il riconoscimento e la dignità di grande potenza mondiale senza il petrolio, e si prodigò grandemente per sottrarre alla tutela britannica ed alla triplice alleanza egemonica del petrolio planetario – anglo-francese-americana – il giacimento petrolifero di Mossul.

E vi riuscì.

Verso la metà degli anni trenta l’Agip deteneva (ricordate questo nome, sarà ricorrente in questa narrazione insieme a quello dell’Iraq) la concessione per lo sfruttamento dei pozzi petroliferi iracheni.

Ben trentaduemila barili al giorno, corrispondenti a 1.750.000 tonnellate annue consentivano all’italia la piena autonomia petrolifera e, in breve tempo, ne avrebbe fatto un paese esportatore.

Malauguratamente, l’avventura etiopica ed il conseguente isolamento internazionale, costrinse Mussolini a dare mandato all’ Agip di vendere la quota maggioritaria nella Mosul Oil Fields.

L’errore italiano fu quello della imitazione di un modello colonialista che Francia, Inghilterra e America stavano invece abbandonando, proseguendo sulla strada di un diretto e meno costoso controllo delle risorse energetiche piuttosto dell’effettivo e costosissimo controllo dei territori che ne erano ricchi.

Il “sacro egoismo” italiano di territori ci privò sfortunatamente del petrolio che quei territori nascondevano.
Qui inizia il percorso che portò Mussolini a scegliere di entrare in guerra al fianco di Hitler piuttosto che al fianco di Churchill.

Mussolini tenterà inutilmente ancora due carte successivamente per ottenere l’indipendenza petrolifera:

– il sostegno agli indipendentisti iracheni nel 1941, che fallirono nella sollevazione e furono sconfitti dagli inglesi, sostegno che avrebbe portato allo sfruttamento dei pozzi petroliferi di Quayara, nella regione di Mossul.

– il sostegno all’organizzazione “Tetri Giorgi” (Georgia bianca, finanziata e sostenuta da Mussolini) che era una organizzazione politica formata nel 1924 da emigranti georgiani che aveva come principale scopo la liberazione della Georgia dall’occupazione societica e che interessava all’Italia per il controllo del porto di Batumi, scalo strategico sul Mar Nero dei flussi di petrolio che venivano estratti dal Mar Caspio e dell’ Iraq.

Dopo questo rapido quanto inesauriente escursus, torniamo alla domanda fatale:

perché Mussolini si alleò con Hitler, trascinando l’Italia e tutto il mondo in una guerra totale?

Perché nonostante il grande lavoro di “salvatore della pace” di Mussolini, l’italia restava comunque esclusa dal giro delle grandi potenze che gestivano il petrolio nel mondo e perché Hitler, propose l’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania come prezzo di questa indipendenza:

il petrolio a condizione di una guerra.

Se Churchill avesse garantito un accesso privilegiato all’Italia al petrolio invece di Hitler, noi non avremmo perso una dolorosa e sanguinosa guerra.

Non cercate riscontri a questa frase nei libri di storia e nei giornali: non ne troverete.

Forse Churchill non si fidava completamente della lealtà italiana o forse Hitler fu semplicemente più furbo di tutti.

Ma è la garanzia tedesca all’Italia fascista di una indipendenza energetica la goccia che fece traboccare e rompere il vaso italiano, fu la speranza italiana di sostituire Francia e Inghilterra nella gestione globale delle risorse petrolifere, il vero motivo della infelice scelta italiana.

Mussolini pensò alla egemonia italiana in europa senza un intervento americano nel conflitto.

Ma le speranze di Mussolini si infransero sui sogni onirici ed ormai folli di Adolf Hitler, che rispose a muso duro alle critiche avanzate da Mussolini sulla ripresa delle ostilità tedesche nel gennaio 1940:

“O con noi, o sarete relegato a un ruolo subalterno”.

Il sogno fascista della crescita di una Italia che fosse un grande potenza mondiale si infrange sulla scelta:

o subalterni a Francia, Inghilterra e America ovvero subalterni alla egemonia tedesca.

In ogni caso, subalterni.

Mussolini inseguì ancora il suo sogno e scelse chi garantiva di più, senza pensare al prezzo da pagare ed accettò l’offerta di Hitler:

l’Italia ha un debito enorme con la Romania (a causa del petrolio acquistato dall’Italia in una delle più importanti zone di produzione petrolifera dell’epoca, Ploiești), ebbene, la Germania invaderà la Romania e cancellerà quel debito se l’Italia entrerà in guerra con la Germania.

Ecco la goccia che fece traboccare il vaso di Mussolini nel vaso di Hitler invece che in quello di Sir Winston Leonard Spencer Churchill.

Ancora e come sempre, una goccia di petrolio in un mare di assetati.

Ma la storia non finisce qui.

Ecco l’epopea italiana dell’Agip di Enrico Mattei (Acqualagna, 29 aprile 1906 – Bascapè, 27 ottobre 1962).

L’Agip raccolta da Mattei è un involucro vuoto, improduttivo, con nessuna influenza nel mercato degli idrocarburi, mercato controllato dalle cosidette “sette sorelle”, termine “inventato” da Mattei per definire le sette società petrolifere più ricche del mondo che ne detenevano un sostanziale monopolio mondiale.

Esse erano:

1.Standard Oil of New Jersey, successivamente trasformatasi in Esso (poi Exxon negli USA) e in seguito fusa con la Mobil per diventare ExxonMobil – Americana;
2.Royal Dutch Shell – Anglo-Olandese;
3.Anglo-Persian Oil Company, successivamente trasformatasi in British Petroleum e ora nota come BP – Britannica;
4.Standard Oil of New York, successivamente trasformatasi in Mobil e in seguito fusa con la Exxon per diventare ExxonMobil – Americana;
5.Texaco, successivamente fusa con la Chevron per diventare ChevronTexaco – Americana;
6.Standard Oil of California (Socal), successivamente trasformatasi in Chevron, ora ChevronTexaco – Americana;
7.Gulf Oil, in buona parte confluita nella Chevron – Americana.

Notate che, in pratica, si tratta dello stesso cartello che dovette affrontare l’Italia fascista, lo stesso cartello che impedì all’Italia di ottenere una indipendenza energetica, il cartello dei vincitori.

E l’Agip comincia ad estrarre petrolio (poco) e metano in Val Padana.

Le sette sorelle sono attratte da questi ritrovamenti, che come nel caso del petrolio, vengono abilmente utilizzati da Mattei come specchietto per le allodole e prontamente difese e tutelate.

Mattei usa metodi spicci e crea un gruppo di lavoro formato da fedeli collaboratori di Matelica, ex appartenenti alla resistenza ed ex appartenenti alle forze dell’ordine.

Dirà lui stesso di aver violato almeno 8.000 fra leggi, leggine e ordinanze per ossequiare il suo:

“fare prima, discutere poi” (un decisionismo che ritroviamo nel passato mussoliniano e nel presente berlusconiano).

Ed è un successo.

Costruisce metanodotti, una distribuzione di benzina di prima qualità associata a servizi igenici associati sempre puliti, con pompe all’avanguardia e servizi gratuiti come la pulitura dei vetri, il controllo dei liquidi del motore e della pressione dei pneumatici.

Avvia una politica di prezzi bassi per la benzina e produce fertilizzanti prodotti dal metano con un ribasso del 70% del prezzo d’acquisto.

Fonda l’Ente Nazionale Idrocarburi (E.N.I.) di cui diviene presidente nel 1952.

L’11 gennaio 1957 riesce a far approvare una legge che dona ampia autonomia d’azione all’ENI, sia dentro che fuori dal paese.

Il successo continua.

Mattei attacca frontalmente il cartello delle sette sorelle nel suo core business:

l’estrazione petrolifera.

Offre ai paesi produttori di petrolio joint venture societarie che prevedono una partecipazione dell’Agip al 49% e al 51% del paese che gode dei giacimenti petroliferi, contro il contratto capestro offerto dalle sette sorelle che prevede una partecipazione agli utili dell’1% al paese produttore (che generalmente finisce nelle tasche dei loro governanti e non del popolo) e del 99% per loro.

Inoltre Mattei aumenta la cooperazione offrendo una partecipazione occupazionale del lavoro meno qualificato al paese produttore ed un contributo di know how specializzato da parte italiana.

E funziona, eccome se funziona.

L’Italia diviene il maggior produttore di sonde ad alta qualità per l’estrazione petrolifera.

Ma l’azione di Mattei non è solo imprenditoriale, va oltre gli affari, e punta alla promozione di una federazione fra Marocco, Algeria, Tunisia e Libia.

E non è solo un settore ad interessarlo:

l’ENI acquista la Lanerossi ed invade il settore tessile e del vetro, oltre che della meccanica di qualità.

Mentre i metanodotti italiani si snodano fra:

Costa d’Avorio, Etiopia, Marocco, Senegal, Ghana, Somalia, Tunisia, Sudan, Libano, Giordania, India, Iran, Iraq, Pakistan, Argentina.

Stringe accordi con la Cina per la consegna di fertilizzanti e con la Russia dove scambia petrolio con gomma sintetica, tubi e apparecchiature elettroniche a tecnologia avanzata per la ricerca e l’estrazione.

Anche la stessa nascita dell’OPEC in quegli anni, non può essere definita “estranea” all’azione di Mattei.

Nel 1961 sbarca a Bari la prima petroliera con petrolio prodotto in Iran.

Ormai Mattei governa interessi in tutto il mondo, da lavoro ad oltre 55.000 persone, possiede 15 petroliere ed investe in termini di centinaia di miliardi e procura utili che vanno molto oltre le cifre isciritte a piè del bilancio ENI.

Il 27 ottobre 1962, Enrico Mattei perde la vita in un incidente che non pare affatto un incidente e che puzza di mafia siciliana e di tutela di interessi affatto italiani.

E’ la fine di una epopea che porta l’Italia a soddisfare completamente il suo fabbisogno petrolifero e di gas e che ne fa addirittura un esportatore.

E’ la realizzazione, drammaticamente interrotta del sogno di Benito Mussolini.

Nelle dichiarazioni di Benito Livigni, Assistente personale di Enrico Mattei, leggiamo lo smembramento di questa enorme risorsa creata da Mattei, assistiamo inermi alla follia suicida che ucciderà l’autonomia e la indipendenza italiana nel settore degli idrocarburi e dei suoi derivati.

Nel 1994 viene privatizzata l’ENI, società con struttura anglosassone, integrata con il tessile, il minerario, la tecnologia avanzata, le telecomunicazione.

Viene smembrato l’ENI, chiusa la chimica di base dell’ENI, disgregato il tessile, snaturata la Nuovo Pignone.

Il 70% del pacchetto ENI è in mano ai fondi americani.

Il resto di questo scempio, di questa carneficina, fa perdere in un sol colpo il 36% del PIL italiano.

100.000.000.000.000 di patrimonio ENI (due centri turistici, 2.600 palazzi, il palazzo di vetro dell’ENI, etc) viene ceduto ad un fondo gestito dalla Goldman Sachs, operazione condotta dal governo Amato e dal suo ministro dell’economia Ciampi (che diverrà immediatamente dopo presidente della repubblica) e dal presidente del comitato per le privatizzazioni Mario Draghi, che verrà successivamente chiamato alla carica di Vicepresidente Goldman Sachs prima, Governatore della Banca d’Italia poi ed in seguito, alla guida della Banca Centrale Europea.

La banca d’affari Goldman Sachs è una delle prime al mondo e incontra spesso e volentieri i destini della casta politica, e non solo di quella italiana.

Ecco alcuni esempi:

Romano Prodi, da consulente Goldman Sachs a Presidente del Consiglio in Italia
Mario Draghi, da Vicepresidente Goldman Sachs a Governatore della Banca d’Italia
Mario Monti, dalla Commissione Europea sulla concorrenza alla Goldman Sachs
Massimo Tononi, dalla Goldman Sachs di Londra a sottosegretario all’Economia nel governo Prodi del 2006
Gianni Letta, membro dell’Advisory Board di GS è nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del governo Berlusconi (2008)
Robert Rubin, da dirigente Goldman Sachs a segretario al Tesoro presidenza Clinton
Henry M. Paulson, da vice Presidente di Goldman Sachs a Segretario al Tesoro sotto presidenza G.W. Bush
Robert Zoellich, da dirigente Goldman Sachs a vicesegretario U.S.A.
William Dudley, da dirigente della Goldman Sachs a capo della Federal Reserve Bank di New York, il distretto principale azionista della Federal Reserve
Paul Thain, da Presidente Goldman Sachs nel 2003 a capo del New York Stock Exchange
Philip D. Murphy, da presidente Goldman Sachs in Asia a Responsabile per la raccolta fondi per il Partito Democratico U.S.A.
Joshua Bolten, da dirigente Goldman Sachs, a capo del gabinetto dell Casa Bianca
Gary Gensler, sottosegretario al tesoro
Jon Corzine, da ex presidente Goldman Sachs a Governatore del New Jersey

Una cosa è certa:

se esistessero veramente i cerchi sovrastrutturali di cui si narra spesso, questi cerchi non potrebbero fare a meno di una struttura come questa banca d’affari per influenzare la politica mondiale.

E viceversa.

L’epopea berlusconiana.

Nasce un nuovo imprenditore italiano, è intelligente e punta tutto sul mezzo di comunicazione di massa:

la televisione.

Intraprende una lotta imprenditoriale simile a quella di Mattei, i cui risvolti, non possono essere meramente limitati al normale svolgimento di una impresa d’affari.

Silvio Berlusconi va oltre gli affari e regala agli italiani la prima televisione commerciale nazionale, Canale 5, spezzando così il monopolio dello stato ( e della casta politica) nel settore mediatico, fatto che certi poteri, non gli hanno mai perdonato.

Berlusconi va avanti, diviene il primo imprenditore televisivo italiano ed intraprende la scalata europea approfittando della concessione di due nuove licenze gratuite nella Francia di Mitterand.

Nasce “La Cinq” con l’obiettivo dichiarato di esportare il modello vincente del canale 5 italiano.

Ma viene fermato.

L’avventura francese durerà poco (dal 20 febbraio 1986 al 12 aprile 1992).

Nonostante la copertura dell’80% del territorio francese, la scalata sino alla terza posizione nazionale con il 10,9% degli ascolti e l’avvio di originali format informativi (“Le journal permanent” l’antesignano del “Prima Pagina” italiano, con notizie ogni 15 minuti, la conduzione uomo-donna, il faccia a faccia (“Face à France”) domenicale fra un politico e comuni cittadini scelti dalla società di sondaggi Ipsos, ed il “duello”, che chiudeva le notizie delle 12.45, e a cui prese parte Nicolas Sarkozy) La Cinq, dopo notevoli vicissitudini ed un bilancio in forte perdita, chiuderà i battenti.

Sarà Bourret (il socio francese de La Cinq) ad annunciare che il canale televisivo morirà, parlando poi di pressioni politiche ed economiche volte a “uccidere” il canale.

E torna ancora una volta il mito dei cerchi sovrastrutturali, le banche, il mondo finanziario.

Berlusconi capisce che il contrasto al suo gruppo non si fermerà qui e dopo la caduta verticale della terza via socialista craxiana, fonda un partito politico, scende in campo.

E’ l’era del riformismo, quello vero, è l’era del federalismo fiscale, è l’era di un ritorno al successo internazionale dell’Italia.

Oggi Berlusconi può contare su patti politici che garantiscono l’Italia a livello europeo (il duopolio franco-tedesco), ma fa di più, ed insegue il sogno mussoliniano e matteiano:

l’indipendenza del paese dal fabbisogno energetico e del petrolio.

Ed ecco il patto con la Russia di Vladimir Vladimirovic Putin, con la Libia del Mu’ammar Abu Minyar al-Qadhdhafi, con il Brasile di Luiz Inácio Lula da Silva, tutti leader di paesi produttori ed esportatori di petrolio e di gas.

Ma, esistono ancora le sette sorelle?

Certo che esistono, ma sono cambiate nel frattempo, ed eccole nella classifica del 2007 redatta dal Financial Times:

1.Saudi Aramco ( Arabia Saudita)
2.JSC Gazprom ( Russia)
3.China National Petroleum Corporation ( Cina)
4.National Iranian Oil Company ( Iran)
5.Petróleos de Venezuela S.A. ( Venezuela)
6.Petrobras ( Brasile)
7.Petronas ( Malesia)

Come vedete, il fronte anglo-americano è scomparso e spuntano i nomi di produttori mondiali con cui il cavalier Berlusconi ha sapientemente coltivato patti di amicizia.

Ma restano in mano a questo fronte, le maggiori banche d’affari mondiali, quelle banche che porteranno disgraziatamente alla più grande e grave crisi finanziaria mondiale, banche d’affari, che continuano a condizionare le scelte dei governi mondiali.

E’ il secondo atto della trasformazione di questi poteri sovrastrutturali:

dapprima abbandonano il colonialismo dei territori in virtù del mero controllo delle risorse dei territori mondiali, ed ora abbandonano il diretto controllo delle fonti energetiche in virtù del controllo finanziario globale, condizionante ogni momento ed ogni settore strategico del mercato mondiale, ivi comprese, le scalate politiche e le scelte dei governi, considerati amici o nemici che siano.

Ma per l’italia, è ancor oggi la necessità di indipendenza energetica a tenere banco, compresa la fonte nucleare che il Berlusconi tenta di inserire come fattore energetico determinante nel disperato bisogno energetico italiano.

La storia è quella dei nostri giorni:

lo scissionismo politico finiano, lo scandalismo alla D’addario, il dossieraggio e, ancora una volta, i cerchi sovrastrutturali, quei poteri che contrastano da sempre l’emersione dell’Italia nel firmamento delle grandi potenze mondiali, a pieno titolo, in piena dignità.

Il percorso del movimento politico della Lega Nord nella storia italiana di questi anni, non è affatto secondario, anzi.

E’ un percorso fatto di nuovo metodo politico meno formalista e più sostanziale, è la testimonianza politica comportamentale che negli ultimi venti anni ha modificato e riformato il paese come mai prima e che ha consentito al decisionismo berlusconiano (figlio di quel “fare prima, discutere poi” di Enrico Mattei che da tanto fastidio ai finiani della restaurazione dei poteri slegati dal consenso popolare) di adeguare il paese reale allo stato di diritto, agganciando come non mai, il metodo democratico del consenso popolare con le scelte dell’esecutivo.

Ed è proprio “popolare” il termine più indicato per identificare il movimento della Lega Nord.

Eppure, poteri mai pubblici, tentano di contastare questa nuova quanto antica via che conduce al riscatto italiano.

Ma, chi e cosa sono questi poteri che sovrastano gli interessi del popolo italiano e del suo governo?

Non si sa, ma a me va di fare un piccolo elenco di potenziali interessi.

Forse coincidono con quei famigerati “cerchi sovrastrutturali”, forse no, non lo sappiamo.

Ma rileviamo una serie di analoghe coincidenze.

Pare che si muovano interessi americani in questi giorni, contro Berlusconi.

Io li definirei ovvi ed evidenti, visto che il padre padrone delle televisioni americane (e non solo quelle) che tenta l’invasione del mercato italiano si chiama Rupert Dylan Murdoch, imprenditore e produttore televisivo australiano naturalizzato americano, che con la News Corporation, monopolizza il mercato dei mezzi di comunicazione di massa mondiale.

Così torna un interesse americano a pesare sulle vicende di casa nostra, interesse che non è confutabile, in quanto l’elenco dei finanziatori della campagna elettorale del 2008 che condusse Barack Hussein Obama II alla poltrona di presidente degli Stati Uniti d’America, non è mai stato reso pubblico.

Anche l’interesse negli states mostrato da gruppi imprenditoriali italiani da sempre avversi alla epopea berlusconiana offre il fianco a considerazioni e domande:

– perchè il gruppo Fiat (guidato dall’AD Marchionne e precedentemente dal dirigente d’azienda Luca Cordero di Montezemolo – dal 2004 al 2010 -) investe e conseguentemente ottiene finanziamenti dalla presidenza Obama per salvare il gruppo automobilistico Chrysler, quando il gruppo che conta quasi 50.000 dipendenti è in enormi difficoltà in Italia?

– perchè allorquando la Fiat decide di avviare un rinnovamento gestionale profondo nel settore automobilistico italian, il suo alfiere Montezemolo lascia la guida Fiat e nasce il “pugile” Marchionne?

Forse nel futuro di Montezemolo si aspira alla premiership italiana?

Forse le scelte impopolari di Fiat in Italia non dovevano ricadere su chi la popolarità la desidera “ripulita” dall’altra faccia della medaglia del riformismo?

Forse l’avventura della Fiat di Montezemolo nell’America di Barak Obama si connette a poteri sovrastrutturali che tentano di condizionare e di piegare il governo italiano sino alle dimissioni del premier Berlusconi?

E’ come sempre, una storia fatta di potere e di interessi quella umana, certamente.

Ma una cosa è certa:

quella linea, quel filo che collega i momenti storici di un “certo socialismo” che va dal fascismo di Mussolini a quella famosa “terza via” sognata e realizzata da De Gasperi e Mattei, che va da quel socialismo che diviene “terza via” politica che sblocca il sistema della democrazia bloccata e sdogana la nuova destra del tradimento storico finiano e la nuova sinistra del’incapacità di perseguire gli interessi di quel “popolo” che pretendeva di rappresentare, quel filo che lega “un certo modo di difendere e tutelare gli interessi italiani” e che conduce alla storia contemporanea dell’uomo imprenditore e dell’uomo politico Berlusconi, ebbene, quel filo, quella storia, quella aspirazione di tutela degli interessi italiani, si scontra spesso e volentieri con “certo modo di fare politica” che in qualche modo è collegato (se mi chiedete come, non so spiegarlo) a quei poteri sovrastrutturali che hanno sempre negato all’Italia la piena dignità e l’indipenenza energetica, economica e soprattutto, politica.

Non è scritto che in alcuni libri di storici contemporanei che quel filo esiste, che quel filo che collega gli interessi del popolo a quelli della nazione, traccia il percorso di personalità storiche il cui destino è sempre più cristiano, poiché essi finiscono tutti “crocifissi” alla difesa e alla tutela degli interessi del popolo.

Ed è scritto qui, in questo lungo e un po’ folle ripercorrere la storia italiana che, questi uomini, questi grandi uomini, trovano un contrasto forte e potente in quella famiglia che di sorelle ne ha tante, sorelle che da ricche petroliere, si sono trasformate in ricche banchiere, senza perdere il pessimo vizio di influire sulla storia e sugli interessi di questo paese.

Ed è scritto nella storia degli ultimi lustri che la difesa degli interessi italiani passa solo nella difesa di quel nuovo principio politico della “territorialità”, di quella identità territoriale qualcuno tenta di far passare come elemento di divisione del paese, ma che invece è esso stesso, l’unica salvezza della integrità di questo paese.

Ma guai a dirlo.

Guai a dire che gli americani sono dei razzisti perchè controllano i flussi migratori dal Messico e da tutti i paesi mondiali con un metodo molto deciso e perentorio.

I “razzisti” per certi poteri, sono sempre gli altri.

Con buona pace di quei traditori e di quei venduti agli interessi non italiani.

E andiamo avanti, sempre avanti.

Avanti!

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

La questione palestinese, la lezione della storia, l’ignoranza e l’idiozia

domenica, 13 giugno 2010

I rapporti fra stato di Israele e istituzioni palestinesi sono da sempre fortemente condizionati da questioni che, con la creazione di uno stato palestinese riconosciuto da Israele, poco hanno a che fare.

Ancora una volta si è dimostrato che esistono stati canaglia e stati avvoltoio che, pur sbandierando la questione palestinese, in realtà non desiderano la creazione di uno stato palestinese libero e autonomo, alleato con e semmai difeso dal vicino stato israeliano.

A queste canaglie interessa che l’area del vicino e del medio oriente sia instabile politicamente, al fine di impedire un punto di incontro, una via di mediazione, una serena convivenza fra popoli di fede musulmana e popoli e stati di fede differente da quella musulmana.

L’esempio storico del Libano è lampante.

Laddove un paese di fede musulmana trovasse la strada del benessere e della integrazione con culture ed economie differenti da quelle che sorreggono la maggior parte degli stati etici musulmani, – vere e proprie feroci dittature mascherate da stati democratici a sovranità popolare – esso verrebbe aggredito e terrorizzato, sino farlo implodere dall’interno.

Ed è questa la storia del Libano.

Ancora e sempre il Libano implode quando la cultura e la economia occidentale si rendono protagoniste dell’arricchimento e della crescita di benessere di un popolo e di uno stato musulmano, rendendosi così testimone e prova vivente che, il sistema degli stati etici musulmani, è inadeguato a dare quelle risposte che servono alle genti ed ai popoli arabi e non.

Il Libano diviene ricco e potente sino a venir definito come la “Svizzera del medio oriente”?

E allora i fratelli musulmani lo fanno implodere, impoverendo e massacrando il popolo libanese per conseguire fini estranei a quelli dei libanesi.

E proprio quando lo stato di Israele e autorità palestinesi, sotto la spinta della fratellanza delle democrazie occidentali arrivano molto vicine a trovare un accordo, ecco che il Libano viene fatto implodere dall’interno, nuovamente.

Il tentativo di creare un iran forte ed egemone, che sia baluardo e cosntrasto assoluto al demone occidentale, allo stile vincente di vita occidentale, al benessere e al progresso che garantisce la cultura occidentale, vive eslusivamente di questo antagonismo artificioso, surrogato da tanto odio e violenza, da desideri di guerra e sogni di potenze nucleari, da volontà omicide e viollentatrici dei diritti fondamentali dell’uomo e della donna.

La questione palestinese è arma in mano a queste canaglie assassine, come la fondazione di uno stato palestine libero ed autonomo, soprattutto libero ed autonomo da quella fratellanza musulmana che crede nel terrorismo, che in fondo desidera solo e solamente di affermare l’egemonia di un islam visto come arma da guerra, e non come religione dell’amore.

Morte ai miscredenti.

E morte ai fratelli musulmani che tentano una convivenza pacifica con i miscredenti, convivenza che grantisce loro un benessere ed una stabilità politica che siano propedeutiche irrinunciabili di una crescita sociale e culturale straordinaria, di una garanzia della tutela della propria sicurezza interna ed esterna dalle follie del folle dittatore di turno (dopo l’iraq, ecco il turno dell’iran), della tutela della vita e della salute pubblica che prevede un enorme dispednio di energie nella costruzione di ospedali e acquedotti, piuttosto del dissennato acquisto di armi di distruzione di massa.

Paesi come iran, siria e libia farebbero invero meglio a investire le loro ricchezze per far crescere i propri popoli, invece di gettare queste ricchezze nel fomentare inutili quanto sanguinarie guerre religiose.

Insomma, se gli stati canaglia costruissero ospedali e scuole invece di finanziare terrorismo e odio razziale e religioso, i popoli arabi medio orientali vivrebbero molto ma molto meglio di come sono costretti a vivere da sempre.

E se tutto questo è comprensibile sia difficilmente assimilabile da popoli tenuti in schiavitù e povertà, lasciati languire nella ignoranza di una fede religiosa che predica solo violenza e razzismo, molto meno comprensibile sono quegli pseudo-pacifisti occidentali che appoggiano le tesi degli stati canaglia, contribuendo anche loro a fare della questione palestinese, una questione che con il presente ed il futuro della palestina, ha ben poco a che fare.

Insomma, registriamo che anche nelle libere democrazie occidentali esistono sacche di povertà morale e di ignoranza tali da rendere la questione palestinese, un ricco nutrimento per idioti dagli occhi bendati da prosciutti ideologici piuttosto che da prosciutti religiosi.

Tali pseudo-pacifisti non sono degli eroi, piuttosto potremmo considerarli al minimo come degli sciocchi maldestri facilmente influenzabili da idee e religioni che dalla storia, hanno già avuto le sconfitte necessarie alla loro estinzione definitiva.

Ma un idiota conosce evidentemente quel limite che la ragione umana non dovrebbe mai incontrare:
la follia che non riconosce le lezioni della storia.

E continua a sbagliare, ben sapendo di sbagliare.

Idioti perfetti, antistorici senza tempo, traditori senza coscienza, falliti senza speranza.

In uno stato etico musulmano verrebbero appesi per il collo in pubblica piazza.

Noi fratelli delle libere democrazie occidnetali li tolleriamo e li rispettiamo.

Forse troppo.

Sicuramente inutilmente.

Certamente ricevendone un danno eccessivo.

Sarà venuto il momento di cercare di far comprendere ad un idiota la sua idiozia?

O forse sarebbe sufficiente punirlo come la lezione della storia fa ripetutamente e senza sconti?

Io propendo per la punizione:

forse non riuscirà a far comprendere ad un idiota la propria idiozia, però può certamente impedirgli di continuare a far danni.

E vi sembra poco?