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Cuneo fiscale, detassazione salari ed evasione fiscale

mercoledì, 5 settembre 2012

Detassare i salari riducendo il cuneo fiscale è cosa che i politici italiani (per quel che valgono sia come politici che come uomini-donne-altro) promettono e puntualmente non mantengono da sempre.

Oggi, più che mai, la detassazione dei salari dei lavoratori dipendenti e la drastica riduzione del cuneo fiscale sono azioni esecutivamente impossibili da attuare, pena il decesso della pubblica amministrazione e dello stato stesso.

La crisi che avvolge ogni sistema italiano ha fatto emergere la terribile verità che in questo paese mafioso e corrotto, le tasse, le hanno pagate sempre e solo i lavoratori dipendenti ed i pensionati, entrambe sottoposti ad un prelievo fiscale forzoso alla fonte, unico caso Euro-Occidentale di tipo illiberale e delittuoso.

In buona sostanza, si tratta di un impedimento coatto alla libertà di evadere il fisco consegnato coercitivamente alle due corporazioni sociali ed economiche dei lavoratori dipendenti, sia pubblici che privati e dei lavoratori dipendenti pubblici e privati pensionati.

Le caste corporative che si arricchiscono in abuso del potere pubblico dei professionisti (avvocati, commercialisti, agenti di commercio, giornalisti, politici, amministratori pubblici e lavoratori autonomi) e degli imprenditori (industriali e artigiani) si sono unite in una vergognosa devastazione socio-economica che procede sin dalla prima repubblica a negare ogni diritto alle classi più popolari e popolose dei lavoratori dipendenti e dei pensionati.

Ed il prelievo forzoso alla fonte per queste due categorie popolari e numerose diviene un vero e proprio delitto aggravato, continuato e realizzato in associazione a delinquere (di stampo mafioso-corporativo) alla luce di un dato certo e sicuro:

l’80% (ottanta per cento) del prelievo fiscale italiano proviene proprio dai lavoratori dipendenti e dai pensionati.

Per cui, eliminare il cuneo fiscale è cosa impossibile da realizzare per due motivi:

1 – l’eliminazione del cuneo fiscale farebbe precipitare e crollare l’introito fiscale, cosa che metterebbe lo stato in misura di fallimento;

2 – non esiste alcuna garanzia che il diminuito prelievo fiscale così ottenuto possa essere compensato dalle altre corporazioni italiane, da sempre disinteressate a pagare le tasse.

Così, si dimostra che lo stato italiano è stato sinora abusato per ottenerne una feroce dittatura corporativa travestita da democrazia bloccata, che rende schiavi i contributori cittadini lavoratori dipendenti e successivamente pensionati da sempre e per sempre.

Roba da tribunale internazionale dei crimini contro l’umanità.

Decenni di dittatura smascherati in poche righe di un post su di un blog.

I fenomeni della corruzione politica, della evasione fiscale, della usura ed il fenomeno mafioso (da sempre infiltrante il potere pubblico) che patteggia la resa dello stato appaiono i veri nemici del cittadino x, del cittadino qualunque italiano.

L’orientamento per il prossimo futuro di queste corporazioni delittuose in associazione dai comportamenti mafiosi appare quello di continuare ad estorcere benessere e corrodere il potere pubblico da usare in abuso.

E codesto orientamento delittuoso continuativo ed aggravato non potrà che avvenire che in due modi:

1 – nella ricerca del consenso elettorale così come è stato governato e gestito sinora, e cioè nella umiliante e delittuosa contrattazione do ut des del voto di scambio, soprattutto in quelle regioni (sicilia, calabria e campania) nelle quali le organizzazioni mafiose si sono da sempre dimostrate in grado di condizionare pesantemente e gravemente il popolo sovrano nelle sue scelte elettorali, ovvero di ribaltarne il voto attraverso misure di distorsione nella conta dei voti, nella loro quantificazione e nella loro relazione fra voto espresso nella scheda elettorale e voto riportato nei registri e voto trasferito agli organi di controllo.

2 – nella ricerca di una alternativa al modello di dittatura feroce travestita da “democrazia bloccata ed infiltrata nei punti nevralgici”, nella ricerca e nella promozione cioè, di una dittatura basata sul modello storico del Fascismo, una dittatura nella quale si possa ancora manovrare come sudditi e schiavi i cittadini-lavoratori dipendenti e pensionati in una condizione di sudditanza rispetto alle altre corporazioni socio-economiche che andrebbero a “fasciarsi” insieme.

Il primo caso è ancora possibile, purtroppo, a causa della elevata corruttibilità politica e burocratica e della interferenza delle mafie nel sistema di potere pubblico italiano.

Il secondo caso invece, dovrà fare i conti con la vocazione socialista del modello fascista e sulla alta probabilità che non sarebbero le corporazioni dominanti attuali a godere del potere di scelta in una dittatura nella quale il popolo potrebbe essere leader indiscusso, almeno nei primi tempi.

Ecco perché, secondo me, non si potrà incidere su di una significativa detassazione dei salari che elimini il cuneo fiscale che sorregge invece questo stato di fatto, di diritto e di mafia.

Ecco perché, secondo me, per fare dell’Italia un paese normale e credibile, occorrerà eliminare ogni mafia punendo il comportamento mafioso con la pena di morte e si dovrà eliminare o ricondurre a fisiologica realtà l’evasione fiscale (fenomeno stimato in 200 miliardi di euro/anno), la corruzione (fenomeno stimato in 60 miliardi euro/anno) e l’usura (40 miliardi di euro/anno), veri e propri cunei anti-sociali, anti-democratici ed anti-repubblicani.

Ecco spiegato perché, senza l’eliminazione delle mafie, della evasione fiscale, della corruzione e dell’usura, nessun altro cuneo fiscale potrà essere ridimensionato.

Ed ecco spiegato perché, in Italia non vi potrà mai essere alcun cambiamento positivo, nessuno sviluppo socio-economico, nessuna normalizzazione ed alcuna riforma civile o liberalizzazione realizzata senza:

– l’estromissione dall’Unione Europea e dall’Italia delle regioni sicilia, calabria e campania;

– la punizione del comportamento mafioso con la morte;

– la punizione della complicità, attiva, passiva o semplicemnente omertosa ai comportamenti mafiosi con l’ergastolo fine vita in un regime carcerario duro e punitivo;

– la punizione della corruzione e della concussione con l’ergastolo fine vita in un regime carcerario duro e punitivo;

– la punizione di ogni abuso commesso nella funzione, attribuzione ed esecuzione del potere pubblico con l’ergastolo fine vita in un regime carcerario duro e punitivo;

– la punizione della evasione fiscale con l’ergastolo fine vita in un regime carcerario duro e punitivo;

– la punizione della usura con l’ergastolo fine vita in un regime carcerario duro e punitivo.

Tutto il resto è solo chiacchiere da politci e distintivo abusato.

Non c’è alternativa a queste misure, non c’è mai stata.

Perché nessuno mai l’ha veramente cercata, creata, sostenuta.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Fiat, Marchionne e la rivoluzione industriale italiana

venerdì, 9 luglio 2010

Il testo integrale della lettera di Marchionne ai dipendenti Fiat in Italia

“A tutte le persone del Gruppo Fiat in Italia

Scrivere una lettera e’ una di quelle cose che si fa raramente e solo con le persone alle quali si tiene veramente.
Se ho deciso di farlo e’ perche’ la cosa che mi sta piu’ a cuore in questo momento e’ potervi parlare apertamente, per condividere con voi alcuni pensieri e per fare chiarezza sulle tante voci che in questi ultimi mesi hanno visto voi e la Fiat al centro dell’attenzione.
Non e’ la Fiat a scrivere questa lettera, non e’ quell’entita’ astratta che chiamiamo “azienda” e non e’, come direbbe qualcuno, il “padrone”.
Vi sto scrivendo prima di tutto come persona, con quel bagaglio di esperienze che la vita mi ha portato a fare.
Sono nato in Italia ma, per ragioni familiari e per motivi di lavoro, ho vissuto all’estero la maggior parte dei miei anni e conosco bene la realta’ che sta al di fuori del nostro Paese.
Ed e’ questa conoscenza che sto cercando di mettere a disposizione della Fiat perche’ non resti isolata da quello che succede intorno.
Vi scrivo da uomo che ha creduto e crede ancora fortemente che abbiamo la possibilita’ di costruire insieme, in Italia, qualcosa di grande, di migliore e di duraturo.
Prendete questa lettera come il modo piu’ diretto e piu’ umano che conosco per dirvi come stanno realmente le cose.
Ci troviamo in una situazione molto delicata, in cui dobbiamo decidere il nostro futuro.
Si tratta di un futuro che riguarda noi tutti, come lavoratori e come persone, e che riguarda il nostro Paese, per il ruolo che vuole occupare a livello internazionale. Basta pensare a quanto e’ basso il livello degli investimenti stranieri in Italia, a quante imprese hanno chiuso negli ultimi anni e a quante altre hanno abbandonato il Paese per capire la gravita’ della situazione.

Non nascondiamoci dietro il paravento della crisi.

La crisi ha reso piu’ evidente e, purtroppo, per molte famiglie, anche piu’ drammatica la debolezza della struttura industriale italiana.

La cosa peggiore di un sistema industriale, quando non e’ in grado di competere, e’ che alla fine sono i lavoratori a pagarne direttamente - e senza colpa – le conseguenze.

Quello che noi abbiamo cercato di fare, e stiamo facendo, con il progetto “Fabbrica Italia” e’ invertire questa tendenza.
I contenuti del piano li conoscete bene e prevedono di concentrare nel Paese grandi investimenti, di aumentare il numero di veicoli prodotti in Italia e di far crescere le esportazioni. Ma il vero obiettivo del progetto e’ colmare il divario competitivo che ci separa dagli altri Paesi e portare la Fiat ad un livello di efficienza indispensabile per garantire all’Italia una grande industria dell’auto e a tutti i nostri lavoratori un futuro piu’ sicuro. Non ci sono alternative.
La Fiat e’ una multinazionale che opera sui mercati di tutto il mondo. Se vogliamo che anche in Italia cresca, rafforzi le proprie radici e possa creare nuove opportunita’ di lavoro dobbiamo accettare la sfida e imparare a confrontarci con il resto del mondo.

Le regole della competizione internazionale non le abbiamo scelte noi e nessuno di noi ha la possibilita’ di cambiarle, anche se non ci piacciono.

L’unica cosa che possiamo scegliere e’ se stare dentro o fuori dal gioco.

Non c’e’ nulla di eccezionale nelle richieste che stanno alla base della realizzazione di “Fabbrica Italia”.
Abbiamo solo la necessita’ di garantire normali livelli di competitivita’ ai nostri stabilimenti, creare normali condizioni operative per aumentare il loro utilizzo, avere la certezza di rispondere in tempi normali ai cambiamenti della domanda di mercato.
Non c’e’ niente di straordinario nel voler aggiornare il sistema di gestione, per adeguarlo a quello che succede a livello mondiale.

Eccezionale semmai – per un’azienda – e’ la scelta di compiere questo sforzo in Italia, rinunciando ai vantaggi sicuri che altri Paesi potrebbero offrire.

Anche la proposta studiata per Pomigliano non ha nulla di rivoluzionario, se non l’idea di trasferire la produzione della futura Panda dalla Polonia in Italia.
L’accordo che abbiamo raggiunto ha l’unico obiettivo di assicurare alla fabbrica di funzionare al meglio, eliminando una serie interminabile di anomalie che per anni hanno impedito una regolare attivita’ lavorativa.
Proprio oggi abbiamo annunciato che, insieme alle organizzazioni sindacali che hanno condiviso con noi il progetto, metteremo in pratica questo accordo.
Insieme ci impegneremo perche’ si possa applicare pienamente, assicurando le migliori condizioni di governabilita’ dello stabilimento.
So che la maggior parte di voi ha compreso e ha apprezzato l’impegno che abbiamo deciso di prendere.
Credo, inoltre, che questo non sia il momento delle polemiche e non voglio certo alimentarle.
Ma di fronte alle accuse che sono state mosse e che hanno messo in dubbio la natura e la serieta’ del progetto “Fabbrica Italia”, sento il dovere di difenderlo.

Non abbiamo intenzione di toccare nessuno dei vostri diritti, non stiamo violando alcuna legge o tantomeno, come ho sentito dire, addirittura la Costituzione Italiana.

Non mi sembra neppure vero di essere costretto a chiarire una cosa del genere.

E’ una delle piu’ grandi assurdita’ che si possa sostenere.

Quello che stiamo facendo, semmai, e’ compiere ogni sforzo possibile per tutelare il lavoro, proprio quel lavoro su cui e’ fondata la Repubblica Italiana.

L’altra cosa che mi ha lasciato incredulo e’ la presunta contrapposizione tra azienda e lavoratori, tra “padroni” e operai, di cui ho sentito parlare spesso in questi mesi.

Chiunque si sia mai trovato a gestire un’organizzazione sa bene che la forza di quell’organizzazione non arriva da nessuna altra parte se non dalle persone che ci lavorano.

Voi lo avete dimostrato nel modo piu’ evidente, grazie al lavoro fatto in tutti questi anni, trasformando la Fiat, che nel 2004 era sull’orlo del fallimento, in un’azienda che si e’ guadagnata il rispetto e la stima sui principali mercati internazionali.

Quando, come adesso, si tratta di costruire insieme il futuro che vogliamo, non puo’ esistere nessuna logica di contrapposizione interna.

Questa e’ una sfida tra noi e il resto del mondo.

Ed e’ una sfida che o si vince tutti insieme oppure tutti insieme si perde.

Quello di cui ora c’e’ bisogno e’ un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere gli impegni, le responsabilita’ e i sacrifici in vista di un obiettivo che vada al di la’ della piccola visione personale.
Questo e’ il momento di lasciare da parte gli interessi particolari e di guardare al bene comune, al Paese che vogliamo lasciare in eredita’ alle prossime generazioni.
Questo e’ il momento di ritrovare una coesione sociale che ci permetta di dare spazio a chi ha il coraggio e la voglia di fare qualcosa di buono.
Sono convinto che anche voi, come me, vogliate per i nostri figli e per i nostri nipoti un futuro diverso e migliore.
Oggi e’ una di quelle occasioni che capitano una volta nella vita e che ci offre la possibilita’ di realizzare questa visione. Cerchiamo di non sprecarla.
Grazie per aver letto questa lunga riflessione e grazie a tutti quelli, tra voi, che vorranno mettere le loro qualita’ e la loro passione per fare la differenza.

Buon lavoro a tutti.
Sergio Marchionne”.

Mai visto un chiacchierone risolvere un problema, tranne i propri

domenica, 11 aprile 2010

Mai visto un pessimista arrivare da nessuna parte, dichiara il premier italiano Silvio Berlusconi in risposta alla leader degli imprenditori italiani, Emma Marcegaglia che dichiara che tre anni per fare le riforme sono veramente troppi e che il paese in declino, rischia nel frattempo di naufragare.
Beh, caro Berlusconi, vaglielo a dire a chi non ha un lavoro, ha da pagare un mutuo o il fitto per la casa o per il capannone aziendale, la luce, il gas, la bolletta elettrica, il riscaldamento, le rate della macchina che è stato incentivato dal governo ad acquistare, la benzina per muovere la macchina, a chi vede la domanda di commesse azzerate per la sua azienda, i dipendenti in attesa dello stipendio che arriva sempre più in ritardo, i debitori e le banche dietro la porta della propria industria, gli usurai, i mafiosi ed i farabutti pronti a togliergli l’impresa dalle mani per farne una lavatrice che lavi i soldi sporchi di sangue.
Caro Berlusconi, il momento è topico:
o la politica vara le riforme per cui si è candidata a realizzare, o se ne va casa propria a vivere la vita di tutti i giorni.
Soldi da buttare per corrotti e corruttori, per gli amici degli amici dei mafiosi e per gli evasori fiscali a tutti i costi, non ce ne sono più.
Caro berlusconi, o dalla crisi ne esce tutto il paese, o se qualcuno crede di fare il furbo, è meglio che prenoti subito un biglietto per la Tunisia.
Volo diretto, senza scalo sul ponte dello stretto di Messina.
Per fare mega appalti in bocca alle mafie i danari ci sono?
Per avere lucrosi appalti gli avvoltoi della squallida mafia auspicano un nuovo terremoto, attendono il nuovo ponte sullo stretto?
Per i cittadini, le famiglie e le imprese allo stremo danari non ce ne sono?
E allora prepariamoci alla resa dei conti, prepariamoci a vivere un vero disastroso terremoto.
Riforme subito, o andate tutti a casa a fare quello che non volete fare nella casa dove si amministra il bene comune.