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Il dato ufficiale sui salari è irreale

domenica, 3 marzo 2013

Questo è un tipico esempio di notizia ufficiale, ma irreale.

Nella pubblicazione di molti organi di informazione italiani e tratta da un report dell’ISTAT, compare la notizia che i salari italiani sarebbero oltre 14 punti sotto quelli tedeschi, ma sarebbero comunque poco sopra la media dei salari europea.

Questo dato è falso.

Infatti, per ottenere questo risultato il report prende il dato del salario lordo (senza nemmeno confrontarlo con il potere d’acquisto), compreso quindi della tassazione, che non va al lavoratore, ma allo stato.

Sappiamo tutti che il cuneo fiscale, e cioè la fiscalità presa alla fonte su lavoro dipendente e pensionati in Italia (non si può evadere come fanno i professionisti, gli artigiani, i lavoratori autonomi, gli industriali, ecc) è la più elevata di tutto il mondo occidentale, e non fa la felicità dei datori di lavoro che hanno il costo del lavoro mediamente più elevato e non fa nemmeno la felicità dei lavoratori, che ottengono i salari mediamente più bassi.

Se poi aggiungiamo il dato non ufficiale ma molto reale per cui, il prelievo fiscale avviene oggi per l’80% ai danni di lavoratori dipendenti e pensionati e solo per il 20% nei confronti del mondo del lavoro autonomo, commerciale, delle professioni, del lavoro artigianale e industriale, allora avremo un quadro di squilibrio fiscale terribile, ingiusto, scorretto e disonesto.

Inoltre, integriamo con il dato per cui, lavoratori dipendenti e pensionati (le pensioni non sono agganganciate al costo della vita e all’inflazione da anni ormai) non possono godere dell’ammortizzatore sociale della evasione fiscale, concesso e garantito invece a tutti gli altri protagonisti del mondo sociale e del lavoro.

Ecco come fregano il popolo sovrano:

offrendo dati irreali, quantunque, ufficiali.

Matrix è qui.

Gustavo Gesualdo
alias Il Cittadio X

Non è questa l’Italia: questa è Sodoma, questa è Gomorra

mercoledì, 28 novembre 2012

Good morning Italy, in the most sad and dark day of his second republic.
Buenos días Italia, en el día más triste y oscuro de su segunda república.
좋은 아침 이탈리아, 두 번째 공화국의 가장 슬픈과 어두운 걷습니다.
Guten Morgen Italien, in den meisten traurigen und dunklen Tage seines zweiten Republik.
早上好,在意大利最伤心,最黑暗的一天,他的第二个共和国。
Bonjour l’Italie, dans le jour le plus triste et sombre de sa deuxième république.
Доброе утро, Италия, в самый печальный и мрачный день своего второго республики.
God morgon Italien, i den mest sorgliga och mörka dagen i hans andra republik.
おはようイタリア、彼の第二共和国の中で最も悲しい日と暗いインチ
Buongiorno Italia, nel più triste e buio giorno della sua seconda repubblica.

Tutta l’informazione omertosa regolamentata in violazione del dettato costituzionale tace il colpo di stato perpetrato da poteri forti e dalle mafie a Taranto.

Tace il ricatto mafioso della famiglia Riva, della miserabile industria italiana dalla quale, industrie ed industriali seri come nel caso della Fiat, fuggono via inorriditi, aggrediti, perseguitati.

Tace il ricatto di una politica mafiosa e corrotta, il cui unico scopo è prendere tangenti da queste miserabili intraprese industriali o farsi finanziare da esse, svendere la sanità pubblica e la salute pubblica.

Tace il fatto che, molto probabilmente, gli altoforni dell’insediamento industriale dell’ILVA di Taranto hanno bruciato mafiosamente rifiuti tossici, avvelenando volontariamente l’aria, il mare, il cibo e il futuro della città di Taranto.

Ma tutto questo, i politici, i burocrati, i giornalisti, gli amministratoti pubblici, i funzionari regionali ed i sindacalisti pugliesi non ve lo diranno mai.

Ora l’Italia, attende un decreto legge concordato tra un presidente della repubblica veramente troppo vecchio, in tutti i sensi, ed un premier che mai nessun cittadino del popolo sovrano abbia indicato in una scheda elettorale.

Due presidenti mai eletti dal popolo sovrano, due personaggi politici che non hanno mai ricevuto alcuna delega elettorale diretta dalla sovranità popolare, due istituzioni la cui attribuzione di poteri dello stato è gratuita e priva di sovranità consensuale alcuna sono in procinto di abiurare ogni dettato normativo e costituzionale e di abusare del loro potere per violare l’autonomia del potere della magistratura nello scandalo dell’ILVA di Taranto e della morte per inquinamento da diossina della città di Taranto, che oggi, come ieri, porta e portò all’avvento di un regime dittatoriale, abusivo, arrogante, prepotente.

A breve e nel solco della continuità di un paese mai veramente libero, la cui democrazia è stata sempre “concessa in prestito ed a tempo determinato o part time” ai cittadini, che vengono in ogni caso e repubblica trattati da servi e sudditi piuttosto che da liberi cittadini da servire nel modo migliore possibile, a breve, in questo paese scosso da scandali innumerevoli di corruzione morale e materiale, da questioni meridionali irrisolte, da questioni morali mai affrontate, da oppressioni mafiose intollerabili ed inaccettabili, a breve, in questo paese fallito in ogni senso, verrà ancora una volta prevaricata la legge, prevaricata la magistratura, verrà disconosciuto e negato il diritto alla salute pubblica e alla incolumità personale e pubblica, verrà rinnegato il diritto alla vita.

E tutto questo avviene nel silenzio assordante di una casta della informazione completamente o in gran parte asservita o controllata dalla casta politica, politica che proprio in questi giorni, ne ha confermato e sancito per legge la intoccabilità nelle aule parlamentari come nelle aule di un tribunale.

Corporazioni avvinte in un protocollo mafioso, classi dominanti degradate ed incivili, troppo egoiste ed assassine, imprenditori, politici, burocrati e tecnici della Pubblica Amministrazione il cui unico senso dello stato pare sia quello di prendere e concedere tangenti, corrodere lo stato democratico e collaborare, trattare e rendersi complici delle organizzazioni mafiose.

Un paese mafioso questo, completamente, dannatamete, dolorosamente mafioso.

Non merita di sopravvivere questa italia.

Non è questa l’Italia.

Questa è Sodoma.

Questa è Gomorra.

E ci sgoverna, ci deruba del potere per poterlo usare contro di noi, ci uccide, ci asfissia, ci inquina, ci svende alle mafie.

E che Dio ci aiuti.

E che Dio li stramaledica, tutti, senza alcuna eccezione, intoccabilità o impunità che sia legiferata da un parlamento asservito e svenduto ai Poteri Forti ad una politica senza coraggio e lealtà, a delle istituzioni autoreferenziali.

Sudditanza dei cittadini di Taranto :

dovete morire di diossina e restare in assoluto silenzio, perché la malavita imprenditoriale della famiglia riva e le istituzioni dello stato italiano hanno deciso che la vostra vita non vale un fico secco.

Perché la classe dirigente italiana sa solo essere forte con i deboli e debole con i forti.

Che siano maledetti, loro e le loro famiglie, le loro corporazioni, le loro caste e le loro vite inutili e costose.

Nei secoli dei secoli, per sempre.

Amen

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Politica economica e del lavoro

mercoledì, 14 settembre 2011

In tempi di crisi come quelli odierni, ogni paese retto da una classe dominante intelligente e previdente approfitta per fare tutte quelle riforme e quelle liberalizzazioni che in altri tempi differenti da questi, verrebbero rifiutate dal sistema.

In particolare, nel caso italiano, vi sono alcune riforme strutturali che possono trovare una rapida evoluzione benigna, nella considerazione arbitraria che ogni parte sociale, economica e politica messa in gioco, trovi un suo interesse primario soddisfatto, almeno uno.

Ed ecco alcune considerazioni positive, una sorta di piattaforma di “riforme e liberalizzazioni” in equilibrio fra di loro cui ogni parte scoio-economica o casta corporativa vede il sacrificio sofferto dalle altre parti in causa e non può tirarsi indietro rispetto al proprio sacrificio richiesto dalla piattaforma riequilibrativa e riformatrice.

Dunque, posto che il dato prioritario che esige oggi l’osservatore interessato estero dall’italia è il riequilibrio dei conti pubblici unito ad una forte riduzione della spesa pubblica e della pressione fiscale, oltre che ad un ripristino immediato della legalità, ecco la piattaforma in breve esposta.

1 – imposizione del reddito minimo da lavoro dipendente;

2 – imposizione della settimana lavorativa in un massimo di 35 ore di lavoro ordinario;

4 – tassazione fiscale equivalente per il lavoro dipendente ordinario e straordinario;

5 – liberalizzazione del licenziamento del lavoratore dipendente, sia nel settore pubblico che nel settore privato;

6 – riduzione di almeno metà del cosìddetto “cuneo fiscale” che grava sul lavoro dipendente;

6 – unificazione delle casse previdenziali in una unica cassa pubblico-privata;

7 – imposizione fiscale diretta IRPEF ridotta ad un solo scaglione unico con prelievo fisso al 15%;

8 – imposizione fiscale indiretta IVA aumentata al 25%;

9 – abolizione di tutti gli ordini professionali, compreso e per primo quello dei giornalisti che nella figura obbligatoria del direttore responsabile viola l’articolo 21 della costituzione italiana, con liberalizzazione delle relative professioni senza alcun filtro pubblico per l’accesso all’esercizio della professione, eccetto il controllo ispettivo sui requisiti minimi richiesti;

10 – abolizione di tutti gli atenei universitari nel numero eccedente di uno per regione, tranne per le università private e le università con rilevanti professionalità storicamente riconosciute;

11 – imposizione del protocollo automatico, gestito in esclusiva diretta dalla Guardia di Finanza in tutti i contesti pubblici;

12 – riduzione dei livelli di giustizia ove siano compresi in tre a soli due;

13 – imposizione della durata massima del processo penale, civile ed amministrativo in mesi dodici per ogni livello;

14 – imposizione della durata massima del processo del lavoro in mesi uno;

15 – imposizione di un orario di lavoro ordinario per la magistratura da svolgersi esclusivamente in ambito del tribunale:

16 – proibizione assoluta di ogni tipologia di lavoro della magistratura da svolgersi al di fuori degli orari di ufficio e del proprio ufficio materiale in tribunale pena il licenziamento, eccetto quanto previsto al numero 17;

17 – imposizione degli arbitrati fra privati in regime di esclusivo intervento pubblico a mezzo magistrati che si rendano disponibili in orari eccedenti l’orario ordinario, da fatturare alla Pubblica Amministrazione e da retribuire nella misura del 50% al magistrato impiegato (con tassazione del reddito così prodotto al 15% da prelevarsi alla fonte) e 50% alla P.A.;

18 – licenziamento immediato di ogni dipendente pubblico esercente poteri e/o funzioni pubbliche in caso di condanna per reati quali la concussione e la corruzione (sospensione immediata ed allontanamento coatto dalle proprie funzioni, dai propri poteri e dai propri uffici durante le indagini preliminari) con perdita del diritto alla pensione e ad ogni altra indennità contrattualmente prevista, compresa la perpetua esclusione dai pubblici uffici e la perdita perpetua dei diritti civili e politici, sia attivi che passivi;

19 – le indicazioni del punto 18 si applicano anche per tutti gli amministratori pubblici;

20 – il numero complessivo degli incarichi amministrativi, di governo e di rappresentanza politica parlamentare del potere pubblico, sia nazionale che locale, sono fissate in un numero massimo ed invalicabile di mille;

Queste misure, cui debbono contribuire con sacrifici più o meno equivalenti tutti i soggetti che pesano eccessivamente sul settore privato, unico produttivo di quella ricchezza di cui tutti pretendono la distribuzione, possono sicuramente imporre un nuovo modello di riferimento della gestione del potere e delle funzioni pubbliche, in misura di garanzia e di non prevaricazione del mercato del lavoro e della economia privata.

Insomma, addio concorsi pubblici truccati, addio appalti pubblici indirizzati, e soprattutto, addio ai finanziamenti pubblici, in senso totale e definitivo.

Tutto deve poggiare e contribuire nella capacità di produrre ricchezza del settore privato:

ogni potere e funzione pubblica devono essere ricondotti al servizio e non in ostacolo o in prepotere del cittadino e del mondo della produzione di quella ricchezza e e di quel benessere che vanno redistribuiti all’interno della società e dello stato in misura sempre moderata e mai prevaricatrice o dominatrice.

Come si può ben vedere, tutte le parti in causa perdono qualcosa, in funzione della migliore efficacia ed effettività dei servizi alle famiglie e alle aziende.

Full Stop.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

L’università italiana non beve vino

mercoledì, 31 agosto 2011

Una bottiglia di vino su cinque vendute nell’intero globo è italiana.

Un dato confortante in un settore industriale come quello del vino che è trainante di molteplici settori:

dal settore agricolo di produzione delle uve, alla raccolta delle uve, al trasporto delle uve, al loro trattamento, alla loro trasformazione in vino, la suo imbottigliamento ed alla sua relativa commercializzazione e distribuzione.

Un intero universo economico si muove attorno ad una bottiglia di vino.

Eppure, pare che la ricerca italiana si tenga a doverosa distanza da questo settore.

Non esiste infatti in italia una “università del vino”, che collabori nella ricerca e nella selezione del vitigno, del terreno adatto al suo impianto, come non esiste una ricerca diretta alla produzione del vino, dei metodi utilizzati, della miscelazione fra vini diversi.

Una deficienza che pare pesa allorquando si tratti di vini di qualità (e non di quantità) e si tratti di incidere sul costo della singola bottiglia di vino, elevandolo alla sua qualità produttiva.

I vini italiani infatti, concorrono verso prezzi sempre più bassi, vista l’enorme produzione nazionale, favorendo e rendendo più economiche in questo modo, le sofisticazioni e le adulterazioni del vino.

Le ispezioni ed i controlli sul vino infatti, sono tutte postume, relative cioè alla verifica dle prodotto già imbottigliato e commercializzato, mentre la collaborazione della ricerca universitaria, offrirebbe l’opportunità di un controllo all’origine del vino e di un controllo diretto durante tutte le fasi della lavorazione come della produzione del prodotto primario:

l’uva.

Le inutili autorità alimentari non sono in grado di offrire quel controllo che solo una ricerca universitaria affiancata al mondo dell’uva e del vino potrebbe offrire.

Così, produciamo vini come fosse acqua, differenti e molteplici vini che fanno la ricchezza di molti, ma non la qualità di un unico marchio produttivo che rechi impresso anche il logo della ricerca universitaria.

Cos’, l’italia vanta una università (come una scuola) fra le più distaccate dal mondo economico e produttivo e sempre più sede di baronie familiari, parenterali e politiche.

Ottima scelta:

continuate così.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

La politica, fra giustizia e governo

domenica, 25 luglio 2010

Empasse nel governo italiano.

La rivolta dei traditori finiani nella alleanza partitica della PDL crea sempre maggiori disagi nel governo del paese.

Inizialmente indirizzate unicamente contro l’alleato leghista, le invettive e le aspre critiche degli ex alleantini confluiti nella pdl, sono recentemente indirizzate sui temi della questione morale e della giustizia.

Tali temi in Italia sono definibili come scottanti.

I sempre più numerosi scandali giudiziari che vedono coinvolti esponenti del governo nazionale e regionale aprono la strada a forti critiche interne alla pdl da parte dei finiani.

La notizia della riapertura delle indagini sulla stagione della strategia stragista della mafia sembra riportare alla luce gravi errori e depistaggi che avrebbero turbato le precedenti indagini, e aprono dubbi atroci sulla eventualità che vi sia stata una “trattativa” fra la mafia e lo stato italiano in quei tempi.

Queste notizie surriscaldano il clima politico più di quanto non faccia il surriscaldamento solare estivo, mettendo in panne la macchina esecutiva del governo, che subisce sempre più i veti incrociati dei politici finiani, ogni giorno più critici sugli episodi che vedono coinvolti esponenti della pdl in polemiche giudiziarie.

I temi della legalità tornano quindi al centro della discussione politica, mettendo in crisi la tenuta della maggioranza di governo e conseguentemente l’azione dell’esecutivo, proprio in un momento in cui, la prospettiva di un triennio senza competizioni elettorali, consentirebbe invece di procedere con relativa tranquillità nella realizzazione del programma di governo approvato dagli elettori e confermato nelle ultime tornate elettorali regionali e locali.

Qualche commentatore politico ha infatti visto in queste “beghe interne di partito” un movente avverso alla realizzazione delle riforme contenute nel programma, prime fra tutte, la inevitabile riforma fiscale contenuta nella riforma del federalismo fiscale, battaglia politica targara Lega Nord.

Altra questione fortemente contesa è rappresentata dal varo del decreto sulle intercettazioni, normativa che molti giudicano eccedente la giusta tutela della privacy dei cittadini ed eccessivamente garantista di una eccessiva tutela della casta politica, sempre più coinvolta in scandali su questioni morali e giudiziarie.

Il quadro, pur nella sua semplice evidenza, non offre garanzie sulla tenuta della maggioranza di governo, che vede capeggiare la rivolta dal presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini, cui più d’uno vorrebbe affidare un incarico ministeriale all’interno dell’esecutivo al fine di responsabilizzare maggiormente nella realizzazione del programma.

Il sistema politico italiano denuncia ancora gravi deficenze di tenuta della maggioranza di governo, causa primaria della ingovernabilità e della discontinuità dei governi sinora espressi.

La partitocrazia ed il correntismo tentano ancora di invadere il campo del riformismo e del buongoverno, causando con una manciata di parlamentari, la paralisi della macchina stato e del suo esecutivo.

Il passaggio fra vecchio e nuovo sistema è visibile anche in altri settori del paese, come quello industriale, laddove le sigle sindacali che si richiamano ad ideologie sconfitte dalla storia, puntano ancora a creare i presupposti per una contrapposizione pericolosa fra lavoratori e datori di lavoro, come nel caso dello stabilimento Fiat di pomigliano D’Arco, laddove il sindacato comunista della FIOM CGIL, sembra fare di tutto per ottenere la chiusura dell’impianto industriale e la delocalizzazione dello stesso all’estero.

La notazione interessante è che appare siano proprio gli eredi della peggiore contrapposizione ideologica della prima repubblica (la destra dei finiani e la sinistra dei sindacati) i fautori dell’insuccesso di questa seconda repubblica.

Indipendentemente dalle battaglie politiche e sindacali che abbiano deciso di abbracciare, tali forze politiche e sindacali tentano costantemente di smarcarsi da una politica unitaria del governo del paese e del mondo del lavoro, assumendo posizioni fortemente critiche rispetto ad ogni unità d’intenti, rispetto a quella politica unitaria cui invece famiglie ed aziende italiane, imprenditori e lavoratori dipendenti, affidano unicamente le proprie speranze di sopravvivenza.

E questo, è definibile come un “gioco pericoloso”.

Fiat, Marchionne e la rivoluzione industriale italiana

venerdì, 9 luglio 2010

Il testo integrale della lettera di Marchionne ai dipendenti Fiat in Italia

“A tutte le persone del Gruppo Fiat in Italia

Scrivere una lettera e’ una di quelle cose che si fa raramente e solo con le persone alle quali si tiene veramente.
Se ho deciso di farlo e’ perche’ la cosa che mi sta piu’ a cuore in questo momento e’ potervi parlare apertamente, per condividere con voi alcuni pensieri e per fare chiarezza sulle tante voci che in questi ultimi mesi hanno visto voi e la Fiat al centro dell’attenzione.
Non e’ la Fiat a scrivere questa lettera, non e’ quell’entita’ astratta che chiamiamo “azienda” e non e’, come direbbe qualcuno, il “padrone”.
Vi sto scrivendo prima di tutto come persona, con quel bagaglio di esperienze che la vita mi ha portato a fare.
Sono nato in Italia ma, per ragioni familiari e per motivi di lavoro, ho vissuto all’estero la maggior parte dei miei anni e conosco bene la realta’ che sta al di fuori del nostro Paese.
Ed e’ questa conoscenza che sto cercando di mettere a disposizione della Fiat perche’ non resti isolata da quello che succede intorno.
Vi scrivo da uomo che ha creduto e crede ancora fortemente che abbiamo la possibilita’ di costruire insieme, in Italia, qualcosa di grande, di migliore e di duraturo.
Prendete questa lettera come il modo piu’ diretto e piu’ umano che conosco per dirvi come stanno realmente le cose.
Ci troviamo in una situazione molto delicata, in cui dobbiamo decidere il nostro futuro.
Si tratta di un futuro che riguarda noi tutti, come lavoratori e come persone, e che riguarda il nostro Paese, per il ruolo che vuole occupare a livello internazionale. Basta pensare a quanto e’ basso il livello degli investimenti stranieri in Italia, a quante imprese hanno chiuso negli ultimi anni e a quante altre hanno abbandonato il Paese per capire la gravita’ della situazione.

Non nascondiamoci dietro il paravento della crisi.

La crisi ha reso piu’ evidente e, purtroppo, per molte famiglie, anche piu’ drammatica la debolezza della struttura industriale italiana.

La cosa peggiore di un sistema industriale, quando non e’ in grado di competere, e’ che alla fine sono i lavoratori a pagarne direttamente - e senza colpa – le conseguenze.

Quello che noi abbiamo cercato di fare, e stiamo facendo, con il progetto “Fabbrica Italia” e’ invertire questa tendenza.
I contenuti del piano li conoscete bene e prevedono di concentrare nel Paese grandi investimenti, di aumentare il numero di veicoli prodotti in Italia e di far crescere le esportazioni. Ma il vero obiettivo del progetto e’ colmare il divario competitivo che ci separa dagli altri Paesi e portare la Fiat ad un livello di efficienza indispensabile per garantire all’Italia una grande industria dell’auto e a tutti i nostri lavoratori un futuro piu’ sicuro. Non ci sono alternative.
La Fiat e’ una multinazionale che opera sui mercati di tutto il mondo. Se vogliamo che anche in Italia cresca, rafforzi le proprie radici e possa creare nuove opportunita’ di lavoro dobbiamo accettare la sfida e imparare a confrontarci con il resto del mondo.

Le regole della competizione internazionale non le abbiamo scelte noi e nessuno di noi ha la possibilita’ di cambiarle, anche se non ci piacciono.

L’unica cosa che possiamo scegliere e’ se stare dentro o fuori dal gioco.

Non c’e’ nulla di eccezionale nelle richieste che stanno alla base della realizzazione di “Fabbrica Italia”.
Abbiamo solo la necessita’ di garantire normali livelli di competitivita’ ai nostri stabilimenti, creare normali condizioni operative per aumentare il loro utilizzo, avere la certezza di rispondere in tempi normali ai cambiamenti della domanda di mercato.
Non c’e’ niente di straordinario nel voler aggiornare il sistema di gestione, per adeguarlo a quello che succede a livello mondiale.

Eccezionale semmai – per un’azienda – e’ la scelta di compiere questo sforzo in Italia, rinunciando ai vantaggi sicuri che altri Paesi potrebbero offrire.

Anche la proposta studiata per Pomigliano non ha nulla di rivoluzionario, se non l’idea di trasferire la produzione della futura Panda dalla Polonia in Italia.
L’accordo che abbiamo raggiunto ha l’unico obiettivo di assicurare alla fabbrica di funzionare al meglio, eliminando una serie interminabile di anomalie che per anni hanno impedito una regolare attivita’ lavorativa.
Proprio oggi abbiamo annunciato che, insieme alle organizzazioni sindacali che hanno condiviso con noi il progetto, metteremo in pratica questo accordo.
Insieme ci impegneremo perche’ si possa applicare pienamente, assicurando le migliori condizioni di governabilita’ dello stabilimento.
So che la maggior parte di voi ha compreso e ha apprezzato l’impegno che abbiamo deciso di prendere.
Credo, inoltre, che questo non sia il momento delle polemiche e non voglio certo alimentarle.
Ma di fronte alle accuse che sono state mosse e che hanno messo in dubbio la natura e la serieta’ del progetto “Fabbrica Italia”, sento il dovere di difenderlo.

Non abbiamo intenzione di toccare nessuno dei vostri diritti, non stiamo violando alcuna legge o tantomeno, come ho sentito dire, addirittura la Costituzione Italiana.

Non mi sembra neppure vero di essere costretto a chiarire una cosa del genere.

E’ una delle piu’ grandi assurdita’ che si possa sostenere.

Quello che stiamo facendo, semmai, e’ compiere ogni sforzo possibile per tutelare il lavoro, proprio quel lavoro su cui e’ fondata la Repubblica Italiana.

L’altra cosa che mi ha lasciato incredulo e’ la presunta contrapposizione tra azienda e lavoratori, tra “padroni” e operai, di cui ho sentito parlare spesso in questi mesi.

Chiunque si sia mai trovato a gestire un’organizzazione sa bene che la forza di quell’organizzazione non arriva da nessuna altra parte se non dalle persone che ci lavorano.

Voi lo avete dimostrato nel modo piu’ evidente, grazie al lavoro fatto in tutti questi anni, trasformando la Fiat, che nel 2004 era sull’orlo del fallimento, in un’azienda che si e’ guadagnata il rispetto e la stima sui principali mercati internazionali.

Quando, come adesso, si tratta di costruire insieme il futuro che vogliamo, non puo’ esistere nessuna logica di contrapposizione interna.

Questa e’ una sfida tra noi e il resto del mondo.

Ed e’ una sfida che o si vince tutti insieme oppure tutti insieme si perde.

Quello di cui ora c’e’ bisogno e’ un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere gli impegni, le responsabilita’ e i sacrifici in vista di un obiettivo che vada al di la’ della piccola visione personale.
Questo e’ il momento di lasciare da parte gli interessi particolari e di guardare al bene comune, al Paese che vogliamo lasciare in eredita’ alle prossime generazioni.
Questo e’ il momento di ritrovare una coesione sociale che ci permetta di dare spazio a chi ha il coraggio e la voglia di fare qualcosa di buono.
Sono convinto che anche voi, come me, vogliate per i nostri figli e per i nostri nipoti un futuro diverso e migliore.
Oggi e’ una di quelle occasioni che capitano una volta nella vita e che ci offre la possibilita’ di realizzare questa visione. Cerchiamo di non sprecarla.
Grazie per aver letto questa lunga riflessione e grazie a tutti quelli, tra voi, che vorranno mettere le loro qualita’ e la loro passione per fare la differenza.

Buon lavoro a tutti.
Sergio Marchionne”.

Pressione fiscale, rendite finanziarie e delocalizzazione delle imprese

lunedì, 28 giugno 2010

La pressione fiscale in italia è aumentata nel 2009 passando dal 42,9 al 43,2 (in rapporto fra pressione delle tasse e dei contributi e PIL) e portando l’italia dal 7° al 5° posto nella infelice classifica dei paesi con le peggiori statistiche nei conti pubblici e della pressione fiscale (ISTAT).

Il picco italiano nel 2009 invece si attesta al 43,7%, uguagliando il record italiano raggiunto di quel governo Prodi che varò l’Eurotassa.

Il dato non è confortante, specie se si guarda a questa pressione come ad una delle principali concause che portano le imprese italiane a delocalizzare i loro siti produttivi all’estero, insieme all’alto costo del lavoro (cui corrisponde invece un basso livello degli stipendi però), frutto della famigerata cuspide fiscale che si insinua fra quanto costa ogni lavoratore e quanto invece quel lavoratore intasca.

E’ sempre l’imponenza di uno stato estremamente costoso a fare la differenza, aggravando seriamente la crisi economica subita da famiglie e aziende italiane.

Peggio dell’Italia in questa classifica fanno l’Austria (43,8), il belgio (45,3), la Svezia (47,8), e la Danimarca (49%), rispetto ad una media europea dei 27 del 39,5%.
La Francia si colloca alla pari del dato italiano.

Occorre sottolineare però che il dato statistico non tiene conto della quantità e qualità dei servizi offerti al cittadino-contribuente, in cambio del prelievo fiscale e del costo contributivo.

Se questo dato fosse rilevato e confrontato, l’Itaia sarebbe certamente regina assoluta di questa graduatoria che misura l’infelicità delle comunità sociali e produttive rispetto allo stato che le governa.

Nn sono infatti paragonabili i servizi e gli aiuti offerti a famiglie ed aziende dei paesi sopra citati con quelli di cui “godono” i cittadini italiani.

Un esempio vale per tutti:
benchè la Francia si presenti secondo il dato statistico alla pari con l’Italia, il corrispettivo welfare che assite i cittadini francesi è enormemente più soddisfacente in qualità e quantità di quello italiano.

Per non parlare della qualità sanitaria francese e dei trasporti (su rotaia ad alta velocità) che colloca la Francia ai vertici nelle posizioni mondiali per qualità dei servizi offerti.

Inoltre, il premier italiano si è pronunciato a sfavore di un umento della pressione fiscale sulle rendite finanziarie italiane (Tobin Tax), varata e caldamente consigliata da Unione Europea e dalla Germania, e non si sa quale decisione prenderà il premier italiano sulla proposta del G20 che prevede la restituzione ai contribuenti di parte dei contributi statali ricevuti dalle banche nel pieno della crisi finanziaria.

La situazione italiana presenta un quadro affatto rassicurante nel suo complesso cui si aggiungono, come al solito, scelte politiche e di governo che non intendono andare nella direzione del bene comune al costo di perdere il relativo consenso elettorale.

Insomma, nelle politiche del governo italiano manca il coraggio di interpretare scelte anche impopolari, ma che apportino certamente un miglioramento della situazione complessiva, come testimonia il continuo ostracismo cui è sottoposto ogni cambiamento del paese ed ogni riforma, prima fra tutte, quella del federalismo fiscale.

Tirando le somme, alla condizione complessiva italiana va aggiunto il costo di una politica timida, costosa, sprecona e piuttosto vile, che non interpreta volentieri il ruolo riformatore imposto dai tempi moderni.

Alla sola eccezione del movimento politico che del federalismo e del riformismo italiano, ha saputo meglio incarnarne scelte ed indirizzi, quella Lega Nord che nonostante sia confinata in scelte di governo del paese che appaiono in un primo momento difficili ed impopolari, ottiene invece sempre maggiori consensi popolari, segno che coraggio e lealtà, pagano ancora in politica in questo paese immobilizzato dal terrore di fare scelte e e di formulare indirizzi politici.

Ma solo chi non fa nulla, non sbaglia e non rischia critiche.

E questo, appare invece sempre più il momento del fare, del cambiare, del riformare un paese che deve ritrovare la fiducia in se stesso e nelle sue principali qualità, non certamente nel segno della tacitazione delle critiche o dell’imbavagliamento di magistratura e informazione, quanto nel senso di un cristallino impegno per il bene comune, per il buongoverno del paese.

Post pubblicato da Radio 24, la radio de “Il Sole 24 Ore”.
A partire dal minuto 5 e secondi 15
http://www.radio24.ilsole24ore.com/main.php?articolo=nazionale-paese-calcio-azzurri

O con la Lega o contro la gente, le famiglie e le aziende

sabato, 22 maggio 2010

Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri:
“Non verranno toccate né la sanità né le pensioni, né la scuola né l’Università. E’ sicuro invece che il governo continuerà a mantenere i conti pubblici in ordine come ha fatto finora con una politica prudente, coniugando il rigore con l’equità e con il sostegno allo sviluppo”.

Berlusconi tenta una strada impossibile.

E’ infatti impossibile coniugare il suo aut aut sulla sanità, con una sanità che è vittima di un sistema di sprechi e di ruberie e naviga in una difficile condizione di evidente illegalità in alcune regioni del paese, condizionata pesantemente da un sistema privato convenzionato che pare dare buoni frutti solo nel nord del paese e che invece assicura una cattiva quanto eccesivamente onerosa qualità dei servizi sanitari nel sud.

Il fatto che vi sia un rapporto insegnati-alunni di 1 a 10 nella scuola pubblica italiana, – il più grande datore di lavoro europeo con un qualità formativa, sia in entrata che in uscita, fra le più basse del mondo occidentale – la dice lunga sulle quelle regole sulle quali si fonda e vive una scuola così malfatta.

E’ altresì impossibile coniugare il concetto di buongoverno dello sviluppo con una rete universitaria costosissima e capillare – un ateneo in ogni provincia italiana rappresenta una vera e propria follia gestionale ed organizzativa – che in molti casi, specie nel sud del paese, risulta essere completamente sganciata ed avulsa dai territori in cui è insediata e nulla apporta in fatto di ricerca alle aziende, al mondo della produzione e del lavoro.

E come si coniuga l’esigenza disperata di questo paese di infrastrutture nei trasporti snelle, veloci, economiche ed a basso impatto ambientale con un trasporto su gomma eccessivo, che nuoce gravemente alla sicurezza stradale, con la costruzione della TAV italiana, costata in altri paesi europei fra i 4 ed i 9 milioni di euro per chilometro e strapagata dagli italiani anche 70.000.000,00 di euro per chilometro?
E perchè si è scelto di collegare con la TAV territori come quello napoletano e salernitano, ignorando assolutamente il cuore produttivo del nord, il Veneto?

E con quale coraggio si vuol coniugare l’impressionante aggressione da parte di forze dell’ordine e della magistratura al mondo della illegalità troppo diffusa, della corruzione dilagante e della presenza derlle organizzazioni mafiose, sempre in prima fila in tema di appalti pubblici, con una politica che pare solamente contrastare i metodi investigativi?

E come si contempera questo contrasto alla malavita con la politica dell’indulto, del condono, dello stop alle intercettazioni, del ritardo nel varo del DDL anti-corruzione, e dell’aggressione meschina a giornalisti-cittadini del calibro di Roberto Saviano, che rappesenta certamente un simbolo eroico in un paese dove l’omertà viene scambiata con la tutela della privacy, ma che in un paese normale rappresenterebbe solamente un esempio di impegno civico e civile da seguire?

Ciò che trascinato nel baratro la Grecia sono stati proprio elementi come la corruzione dilagante, l’enorme debito pubblico derivante da una spesa pubblica impressionante e da un sistema pensionistico fuori da ogni logica.

Questi elementi rendono impossibile alle aziende italiane competere commercialmente e strategicamente con la prima azienda italiana per fatturato, la mafia calabrese, e incentivano le aziende migliori e più competitive a delocalizzare altrove i loro sistemi produttivi.

Chi produce ricchezza e lavoro sta fuggendo da questo paese.

Ma allora, chi pagherà questa sanità, questa scuola e questa università?

E’ ora di scelte storiche e drastiche:
bisogna decidere quali interessi si vuol tutelare.

E non sono ammessi errori o perdite di tempo.

O il governo italiano si stringerà attorno alla politica del buongoverno del ministro Tremonti e della Lega di Umberto Bossi, ovvero Berlusconi dovrà sempre più scendere a patti con alleati-traditori o ex tali e con la politica infausta del no al cambiamento e alle riforme leghiste, prime fra tutte, il federalismo fiscale.

Una lotta politica senza quartiere disegnerà il futuro di questo paese.

E se bersani, fini e casini continueranno la loro sventurata politica di avversione al cambiamento (a cominciare dalle loro ormai vetuste e stanche leadership), interpreteranno sempre più la parte di coloro i quali, in un momento di difficoltà del paese, tentano di emergere e di governare a suon di indulti, di perdonismo lassita e di buonismo spicciolo e fasullo, a danno del merito e dei sacrifici del popolo, delle aziende e delle famiglie italiane.

Berlusconi deve decidere, deve scegliere:
o con il futuro o contro il futuro, o con il cambiamento o contro il cambiamento, o con la Lega o contro la gente.

Poichè oggi, più che mai, le proposte leghiste incarnano le esigenze del popolo, il popolo sovrano.

Delocalizzazione delle imprese

venerdì, 14 maggio 2010

Non sono un economista (e ne sono felice, come direbbe il ministro Tremonti) e men che meno mi occupo di sistemi finanziari, bancari o del mondo delle imprese e dei lavoratori.
Tento, in queste righe, un contributo alla comprensione di quei fattori di rischio che favoriscono la delocalizzazione delle aziende italiane all’estero.
Mi scuserete per questo se non sarò completo ed esaudiente nell’affrontare questo tema complesso ed articolato.

Analisi dei fattori di rischio
ed economia degli insediamenti produttivi

1.Il costo del lavoro in Italia

L’alto costo del lavoro, caratterizzato dal salario più basso della media europea per il lavoratore (con conseguente caduta di entusiasmo e di adesione alle scelte aziendali da parte dei dipendenti), rappresenta un onere eccessivo a carico delle aziende nel prelievo fiscale eccessivamente oneroso sia nel corrispettivo delle ore di lavoro ordinarie, che nella retribuzione delle ore di lavoro straordinarie, letteralmente tartassate, rese anti-economiche e in qualche modo punitive, in speciale riguardo al lavoratore volenteroso e disponibile che è costretto a lavorare per molte ore di lavoro straordinario per un aumento salariale inadeguato.
Il risultato è una rigidità strutturale che immobilizza la gestione delle risorse umane nelle imprese operanti sul territorio nazionale.

2.La pressione fiscale ed i servizi alle imprese e alle persone

L’eccessiva pressione fiscale cui non corrisponde una adeguata offerta di servizi in quantità e qualità alle imprese e alle persone (il lavoratore, come il datore di lavoro, sono anche cittadini fruitori di servizi pubblici utili alla migliore conduzione del lavoro), si oppone come una forte resistenza all’investimento produttivo aziendale, al suo sviluppo e alla sua stessa continuazione nel tempo.
Il prelievo fiscale diviene così motivo di forte condizionamento nella scelta della localizzazione di una impresa, sfavorendo nettamente la scelta della localizzazione in territorio italiano.

3.Il labirinto burocratico e la non corrispondenza infrastrutturale

La stratificazione, la molteplicità degli enti erogatori e la non omogeneità di detti servizi sul territorio sono un’altra freccia nell’arco delle aziende che tendono a delocalizzare.
Va inoltre osservato che, non esiste una diversificazione sostanziale quanti-qualitativa dei servizi offerti alle aziende misurata sulla tipicità produttiva e delle differenti realtà regionali dei territori.
Cosicché il medesimo sostegno offerto alla produzione ed alla commercializzazione del prodotto o del servizio offerto dalle aziende, non mostra significativi indirizzi nella considerazione che, un sistema produttivo come quello veneto sia totalmente asimmetrico con il sistema produttivo umbro o siciliano.
Ovvero si assiste ad aberrazioni maturate nel tempo in tema di sostegno alle regioni meno sviluppate che possono talvolta (non sempre e non tutte ovviamente) contare su un sistema infrastrutturale viario sovraadeguato ovvero sotto-adeguato (come nel caso del Veneto) alle esigenze dei comparti produttivi.
Funesta a tal proposito fu l’intenzione di favorire lo sviluppo nel sud con la costruzione di infrastrutture mastodontiche (le famose cattedrali nel deserto), inservibili per un sistema produttivo che non c’era e che non nasceva sol perché vi era una ramificazione viaria adatta ad un intenso traffico anche pesante.
Di contro, nel motore produttivo del Veneto, laddove insistono grandi ed importanti realtà industriali (Geox, Luxottica, Benetton, etc), si percorrono strade provinciali (penso alla Treviso-Belluno) a singola carreggiata e doppia corsia (piccola e stretta) che costringe in un budello il trasporto delle merci prodotte nel motore industriale italiano.

4.L’assenza di univocità negli interlocutori territoriali dell’azienda

L’inesistenza di un interlocutore unico o di univoca politica strategica nelle amministrazioni pubbliche con cui occorre relazionarsi al fine di insediare nel miglior modo possibile una nuova realtà produttiva in un determinato territorio, risulta essere un altro fattore sfavorevole all’insediamento.
L’instabilità politica accentua tale rischio e propone all’impresa un futuro condizionato dal continuo ricambio nei ruoli del governo amministrativo, sia locale che regionale e nazionale.

5.I partiti politici

L’eccessivo protagonismo di certa partitocrazia si impone come interlocutore di riferimento, aumentando ancor più la moltiplicazione dei soggetti che si interpongono fra il servizio erogato ed il suo fruitore ultimo, e questo, avviene con modalità invadenti ed arroganti in alcune parti del paese (sud), laddove il fenomeno manifesta condizioni di
insopportabile condizionamento delle scelte strategiche aziendali, dal rilascio delle autorizzazioni amministrative a quello della selezione del personale da assumere secondo criteri di qualità formativa e di merito, oltre che di esperienza e non piuttosto secondo criteri di vicinanza, affinità o parentela con potentati politici.

6.Le mafie, il pizzo e l’evasione fiscale

La presenza nel territorio italiano di organizzazioni criminali che condizionano fortemente la presenza e la sussistenza stessa di un comparto imprenditoriale vivo e vitale, attraverso l’imposizione di fattori coercitivi che definiamo di ulteriore tassazione, quali il pizzo e l’usura.
A tal proposito, sarebbe significativo uno studio che analizzi il rapporto che esiste fra evasione fiscale erariale e pagamento della tassazione all’anti stato mafioso denominata “pizzo”, poiché potrebbe emergere che laddove lo stato (come nel caso del sud del paese) abbia tollerato l’evasione fiscale in virtù di una crescita economica asfittica, si potrebbe
di contro riscontrare una forte imposizione estorsiva del pizzo, creando un nesso di reciprocità inversamente proporzionale fra evasione fiscale e imposizione del pizzo.
Una nota a parte merita il fenomeno dell’usura, che si giustifica con l’assenza di un sistema bancario e del credito sano e
contemporaneamente con la necessità delle organizzazioni mafiose di infiltrarsi nel sistema economico reale del paese, al fine di produrre una giustificazione “cartacea” dei redditi prodotti illecitamente e del riciclo di detti redditi attraverso il fenomeno tutto italiano delle imprese-lavatrice, addette appunto a “lavare” i redditi di provenienza illecita.
Non secondario è l’intento espansivo delle mafie che si caratterizza nella forte volontà di monopolizzare l’economia del paese.
Affatto di misura inferiore è ancora la valutazione che, se la prima azienda italiana per fatturato risulta essere statisticamente (fonte: Il Sole 24 Ore) l’organizzazione mafiosa denominata ‘ndrangheta, il fronte di attacco al comparto produttivo italiano diviene immediatamente visibile nelle sue molteplici forme, compreso il fatto che, la prima azienda
italiana, evade evidentemente in gran parte la contribuzione erariale, producendo un sicuro svantaggio per le imprese sane che debbono competere in tali condizioni sfavorevoli, dettate da una posizione dominante difficilmente attaccabile sotto il profilo meramente commerciale.

7.Il confronto con le organizzazioni sindacali dei lavoratori

L’impossibilità di una contrattazione soddisfacente fra datore di lavoro elavoratori nasce dalla già affrontata cuspide fiscale che si insinua nel dialogo lavoratori-imprese, reso ancor più difficile dalla impossibilità delle parti di muoversi in un terreno contrattuale libero, adeguato al differente costo della vita territoriale, e che offra ritorni interessanti per entrambe.
In mezzo c’è sempre lo stato, con una legislazione sul lavoro rigida ed inadeguata ai tempi, che apre il campo della lotta antagonista piuttosto che andare nel senso di un agonismo positivo e produttivo, corporativo in senso trasversale, aziendale, di squadra, di gruppo umano, economico, sociale e finanziario unito indissolubilmente in unico destino.
Di più, vi è che tale cuspide fiscale non è contrattabile, modificabile e/o sindacabile, nonostante conti, e non poco, sul costo finale della produzione aziendale:
la politica ancora una volta resta sorda ai richiami del comparto produttivo che domanda di diminuire la pressione fiscale subita.
Questa condizione frappone notevoli ostacoli al necessario dialogo fra parti entrambe interessate al futuro aziendale, sia pure per motivi diversi.

8.Il merito, la inibizione dei comportamenti negligenti ed il premio di quelli favorevoli alla produzione

In questo quadro di divaricazione fittizia degli interessi reciproci fra le parti aziendali, vive il difficile contrasto ai comportamenti negligenti e l’impossibilità di premiare invece quelli favorevoli alla creazione del clima
più favorevole alla produzione.
Gli strumenti attualmente nelle mani degli imprenditori nella gestione delle risorse umane vengono gravemente condizionati da fattori esterni al ciclo produttivo, rendendo insicuro ed irto di ostacoli il procedere sempre e comunque verso il risultato finale di piena soddisfazione dei lavoratori.
Questi fattori sono riconducibili alla cultura attuale interessata a mantenere distanti gli interessi di ceti sociali differenti, sia pure in comunione di interessi legati all’azienda e che fa vedere la concordia fra il datore di lavoro e le maestranze più fedeli, come un tradimento della causa comune sindacale, di classe, di ceto.
Estremi che non si toccano, che non condividono, che non lavorano insieme, ma che sono invece obbligati a farlo.
Ecco un altro fattore sfavorevole alla scelta del terreno culturale italiano come territorio d’insediamento aziendale.

9.L’azienda e l’innovazione

L’innovazione in Italia è lasciata alla sola responsabilità aziendale, essendo inesistente o incompresa la strada che conduce a ricerca ed innovazione nella condivisione di intenti ed interessi fra comparto produttivo e ricerca universitaria.
E’ un dialogo fra sordi, molto spesso, aggravato dalle pregiudiziali sugli obiettivi economici non condivisi:
l’azienda deve innovarsi per sopravvivere, mentre il mondo universitario non riscontra differenze salariali fra un ricercatore universitario utile all’economia aziendale ed un altro che si limita a sostituire il barone di turno nella valutazione dei laureandi negli appelli d’esame.
Il mondo pubblico e quello privato devono trovare una strada comunemente percorribile, come talvolta capita alle università che hanno sede in territori ricchi di elementi privati produttivi, che sono stimoli costanti alla ricerca finalizzata e controllori interessati a valutare la spesa pubblica fatta con i tributi raccolti dall’erario.
Alcune università appaiono invece come delle infrastrutture slegate dai sistemi produttivi coabitanti:
vere e proprie cattedrali nel deserto.
E nonostante in talune aree (nel sud del paese) le produzioni agricole siano di grande interesse economico, in nessuna università appare il lampo di un genio di finalizzare gli studi e le ricerche universitarie specificamente per settori, come avviene peraltro in altri paesi europei.
Penso alla università del vino, in Francia, ma anche allo sviluppo di nuovi metodi di conservazione, distribuzione e commercializzazione dei prodotti agro-alimentari.
Auspicabile sarebbe la creazione di marchi di garanzia della qualità dei prodotti agro-alimentari da parte delle università, i cui prodotti così marchiati, sottoposti a continui controlli e indirizzati alla novazione, potrebbero creare una immensa ricchezza, duratura, produttiva, occupazionale, sociale e di benessere condiviso, oltre che un fattore di attrazione degli investimenti e degli insediamenti industriali affini alle vocazioni territoriali.

Considerazioni finali

Non mi sembra di dover aggiungere altro.

Se non che ogni singolo aumento del rischio nell’insediamento produttivo in Italia, viene moltiplicato (ancora!) nel caso si tratti di PMI, piccole e medie aziende ed imprese che non hanno un potere contrattuale sufficiente e non detengono una posizione dominante.

Anzi, dinanzi allo stato, all’anti stato, alle amministrazioni pubbliche e alla partitocrazia esse sono in condizioni di subordinazione assoluta, incapaci di alcuna difesa, inermi e, sostanzialmente, lasciate sole a combattere la battaglie
per quel futuro di sviluppo economico e sociale che tutti vogliono condividere, e nessuno partecipare.

Ora vi domando:
perché una azienda non dovrebbe delocalizzare la sua attività economica verso paesi che offrono migliori condizioni rispetto a quelle sopra elencate?

E se le aziende italiane continuano a delocalizzare all’estero le loro attività, chi contribuirà fiscalmente a tenere in piedi quello che appare uno stato di fatto e di diritto con molti, troppi problemi irrisolti, problemi che contribuiscono ad accrescere i fattori di rischio all’insediamento aziendale e imprenditoriale in Italia?

Non è forse il Federalismo Fiscale, l’unica proposta politica in grado di dare delle risposte anche a questa gravissima fuga, oltre che di cervelli, anche di aziende, di imprenditori e di investimenti dall’Italia?

E allora, cosa aspettiamo, che vadano via proprio tutti?

Federalismo Fiscale subito.

L’Italia dei depistaggi, delle meline e degli insabbiamenti

lunedì, 19 aprile 2010

Le riforme proposte nella bozza Calderoli sono state oscurate dalle solite meline e dagli insabbiamenti di chi non vuol cambiare questo paese, lasciando i suoi cittadini così come sono:
poveri, poco partecipativi ed indifesi.
Scandaloso il silenzio in cui la maggioranza dei canali informativi abbia dimenticato il DDL anti corruzione ed ignori la sostanza delle riforme, soffiando invece sul fuoco del depistaggio.
Dopo la scomparsa del DDL anti corruzione dobbiamo attenderci la medesima sorte per ogni valida proposta di riforma del paese?
E se il DDl anti corruzione dovesse perire in questa arte del depistaggio, con quale coraggio si contasterebbe la voce di chi vuole gli italiani un popolo di furbetti fraudolenti e truffaldini?
I leghisti non sono tipi da mollare la presa, e le riforme ottengono così un validissimo sostegno.
Ma in parlamento non ci sono solo loro, purtroppo.
Le aziende italiane attendono il varo delle riforme.
Le famiglie italiane attendono il varo delle riforme.
I lavoratori italiani attendono il varo delle riforme..
Confindustria attende il varo delle riforme.
Gli imprenditori italiani attendono il varo delle riforme.
I disoccupati italiani attendono il varo delle riforme.
I precari italiani attendono il varo delle riforme.
Tutti i cittadini italiani fruitori e contribuenti dei servizi erogati dallo stato attendono il varo delle riforme.
Ma le riforme restano imbrigliate nelle pastoie dell’interesse personale politico, così come accadde al DDL anti corruzione.
Ancora una volta l’anti-stato dimostra di avere più potere dello stato stesso, ancora una volta, i poteri e gli interessi non istituzionali e non manifesti, sembrano prevalere sull’interesse del popolo, della gente qualunque.
Ancora una volta, questa casta politica, nel suo variegato complesso (decine e decine di gruppi politici e di partiti, sintomo negativo del non saper stare insieme per un ideale comune, ma solo al fine di perseguire un ristretto interesse di casta e di parte e non di popolo), dimostra di non voler cambiare il paese, lasciandolo annegare nella povertà e nella sudditanza, inquinandolo nel sistema della illegalità diffusa ed associata.
Vedremo.
Spero propio di avere torto, questa volta.
Ma, che io ricordi, non ho mai sbagliato una analisi politica in questo paese.
Vinceerà ancora una volta la casta?
Perderà ancora una volta il popolo dei cittadini qualunque?