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La restaurazione conservativa della repubblica burocratica italiana

sabato, 12 novembre 2011

Il potere pubblico in Italia, è stato a lungo abusato in favore delle caste mafiose e delle corporazioni dell’abuso continuato ed aggravato del (pre)potere pubblico.

Ogni tentativo di spezzare la catena di autoreferenzialità delle caste (politica e burocratica) e delle corporazioni (delle professioni, del lavoro, dell’economia in appalto pubblico, etc) e degli apparati pubblici deviati, ha provocato una forte reazione nel paese.

Ogni tentativo di interrompere il prepotere pubblico della casta politica e burocratica è naufragato miseramente (Devolution 2006 e Riforma Fiscale Federalista 2011).

Il rincorrersi di voci insistenti nei recenti anni di patti e contratti stipulati fra lo stato e l’anti-stato mafioso, aprono scenari pericolosi di colpi di coda reazionari del sistema del potere pubblico deviato, nella prospettiva che le organizzazioni mafiose detengano un potere di condizionamento della politica in Italia molto elevato, in virtù del condizionamento del consenso elettorale in molte regioni italiane, specie in quelle meridionali.

Non possiamo e non dobbiamo dimenticare che la prima azienda per fatturato nel patologico sistema economico italiano risulta essere l’organizzazione mafiosa della ‘ndrangheta.

Ma non si può nemmeno sottovalutare un potenziale abuso del potere pubblico da parte di quelle consorterie che impediscono di fatto ogni liberalizzazione ed ogni riforma strutturale del paese.

Una vera e propria reazione a catena, un organizzato attacco fatto di stillicidi personali, di modulazione della tolleranza nella applicazione della legge (non dimentichiamo che le funzioni pubbliche ed i poteri pubblici sono incarnate da corporazioni e caste che li esercitano da sempre, da vere e proprie baronie corporative), di inflessibilità nella tolleranza, di mancate vigilanze, di inosservate tutele.

Chiunque chieda più libertà, chiunque si esponga pubblicamente al cambiamento vero (non quello delle chiacchiere, ma quello più pericoloso per le caste; un cambiamento vero, autentico e realizzato, che impedirebbe la cooptazione, la baronia, il nepotismo, la familiarità e la mafiosità nelle scelte fondamentali della vita pubblica:
decidere a chi affidare potere pubblico e/o funzioni pubbliche a mezzo concorso e a chi indirizzare ricchezze enormi e potere pubblico attraverso l’affidamento di appalti pubblici),
chiunque chieda il riconoscimento del merito nella società e nel lavoro, come nella Pubblica Amministrazione
rischia come minimo di vedersi garantita una applicazione della legge a tolleranza zero,
se non un vero e proprio mobbing del potere pubblico deviato e deviante le finalità pubbliche e sociali, le libertà irrinunciabili e fondamentali della persona umana.

E non c’è molto da sperare nel controllo della informazione su eventuali abusi o veri e propri attacchi da parte del prepotere pubblico abusato,
poiché in Italia, il mondo dell’informazione è esso stesso casta corporativa, cui si accede esclusivamente per concorso pubblico.

Una realtà devastante e destabilizzante di ogni cambiamento positivo, di ogni mutamento dello status quo di chi detiene un pezzettino sia pur piccolo di potere pubblico e ne abusa per difendere il suo status corporativo, la sua posizione sociale, la continuità nel tempo dell’accesso per i suoi familiari ed affini al potere pubblico.

Una realtà grave e seria, una realtà che non può non essere presa in considerazione e prevenuta, almeno negli aspetti deteriori e del danno causato ingiustamente:

le preoccupazioni e le ingiustizie subite possono uccidere, esattamente come può farlo un attentato mafioso o terroristico.

Il momento storico attuale italiano può essere equiparato al momento storico della fine del comunismo reale in Unione Sovietica, avviato dalla Perestrojka (ricostruzione) e dalla Glasnost’ (trasparenza) intraprese da Mikhail Gorbačëv (Mikhail Gorbaciov) nella estate del 1987, iniziate, ma guarda un po il caso, allo scopo di ristrutturare l’economia nazionale.

Entrambe le ristrutturazioni russe ebbero vita breve, contrastate aspramente dalle oligarchie interne al passato, ma non deceduto, sistema pubblico-massimalista sovietico, oligarchie burocratiche che detenevano effettivamente il potere pubblico, oligarchie che, dopo la caduta della oligarchia politica, presero il sopravvento sino a portare alle massime cariche russe gli apici del potere pubblico, come nel caso di Vladimir Vladimirovič Putin, dirigente dei servizi segreti russi, il famigerato KGB.

Come vedete, nell’analisi suindicata, nessuna ristrutturazione politica può vincere in un sistema profondamente segnato dal potere immutato delle oligarchie burocratiche, che usano od abusano del potere pubblico prima, durante e dopo ogni mutamento riformista, condizionandone l’evoluzione o bloccandone la riuscita.

Ed è un momento molto simile a quello descritto, quello vissuto nei tempi odierni dall’Italia che tenta di cambiare se stessa.

Ed i pericoli che si affacciano al cambiamento italiano e a chi lo incarna, chi lo favorisce, chi lo invoca, possono essere non molto differenti dai pericoli che si sono vissuti e si vivono tutt’ora in un paese enormemente ricco come la Russia, ma governato da oligarchie burocratiche sopraffattrici di ogni libertà.

Attenzione a ciò che potrà avvenire in Italia nei prossimi tempi:

terrorismo politico, atti di intimidazione, pressioni illecite, subdoli esercizi del potere pubblico e del suo grado di tolleranza.

Chiunque tenti l’ormai irreversibile processo di aggiornamento e di adeguamento della Pubblica Amministrazione, delle sue funzioni e dei suoi illimitati poteri, deve mettere in conto una reazione “burocratica”.

I maggiori ostacoli al processo di ristrutturazione, di liberalizzazione, di mutamento e di cambiamento positivo del paese reale, sono sempre i medesimi:

la casta politica, la casta burocratica, le corporazioni del potere pubblico e le organizzazioni mafiose.

Questo è il nemico dell’Italia e degli italiani, oggi, come ieri.

Questo è l’elemento che tenterà di destabilizzare e di fermare ogni mutamento dello status quo corporativo.

Da questa corte di prepotenti, verranno gli attacchi subdoli, vili e vigliacchi ai giusti che combattono per la libertà.

Che vengano:

li stiamo aspettando.

Oggi come ieri.

Nella seconda come nella prima repubblica burocratica italiana.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il doppio gioco, l’inazione e l’assenza di una leadership politica

giovedì, 11 agosto 2011

La politica, quella bella signora che avrebbe dovuto salvare il mondo dalla crisi, si è rivelata invece come un fenomeno umano senza leadership sufficienti ad incidere sull’esistente.

In Italia, in particolar modo ed evitando la pur gravissima questione di assenza di leadership, la politica continua a mantenere un difficile equilibrio fra due azioni, due giochi che restano ben differenti, benchè afferenti l’uno all’altro:

l’azione politica in quanto tale che in questo momento può e deve agire con urgenza per arginare la spesa pubblica in modo drastico e congruo, rimuovere ogni ostacolo e impedimento (compresa e soprattutto la corruzione politica e burocratica) alla crescita socio-economica e diminuire la pressione fiscale che soffoca famiglie ed aziende italiane.

In questi termini, la politica offre pochi o nessun motivo di speranza, non essendo riuscita ad interpretare nemmeno questi minimi impegni essenziali cui la politica deve rispondere per esistere.

L’altra azione che la casta politica può e deve intraprendere è quella di utilizzare il potere pubblico per rilanciare l’economia, come ben rappresenta un progetto proposto da questo blog:

http://www.ilcittadinox.com/blog/progetto-gustavo-gesualdo-la-sfida-per-una-ripresa-economica-interna-veloce-e-sicura.html

Purtroppo, non si vede nascere ed affermare nessuna delle due azioni, non un riformismo che agevoli l’esecuzione delle scelte politiche e nemmeno una leadership umana e politica in grado di rompere questo muro di gomma prodotto proprio dalla inazione di una casta politica assai vile e dannosa.

Una leadership veramente “stupefacente”.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il potere logora chi non ce l’ha. Ma corrode chi non sa resistergli.

sabato, 2 luglio 2011

L’alternanza.

L’eterna incompiuta italiana frutto di un blocco generazionale dei quadri dirigenti e della società tutta.

E’ vero che il potere logora chi non lo ha, ma è altrettanto vero che, il potere corrode dal di dentro chi lo esercita per troppo tempo senza resistergli, ma abbandonandosi ad esso, confondendosi in esso.

Pare impossibile, ma la dirigenza politica italiana porta gli stessi nomi, da Tangentopoli ad oggi.

Dalla democrazia bloccata della prima repubblica siamo passati ad una democrazia bloccata della seconda repubblica.

In venti anni, non è cambiato nulla.

Siamo caduti dalla padella, alla brace.

Quali le cause?

Certamente il sistema istituzionale e quello elettorale, appaiono ancora inadeguati ad accogliere una governabilità del paese che sia garantita e rafforzata nei poteri dell’esecutivo e nel potere propositivo delle opposizioni.

Una incredibile schiavitù del quarto potere, quello dell’informazione, che non oppone al potere politico un efficace potere di controllo.

L’assenza di una Pubblica Opinione che sia rispettata ed ascoltata dai vertici istituzionali.

L’assenza di una alternanza significativa e reale all’interno degli schieramenti che si propongono come alternativi l’uno all’altro.

Una inesistente tutela e garanzia del bene comune che sovrasti il prepotere politico peggiore, quello che si insedia sulle poltrone del potere praticamente per sempre, di generazione in generazione.

L’abuso che si fa delle proposte politiche riformatrici, approvate con una lentezza straordinaria, al solo fine di assicurare un consenso infinito, come infinita è la impervia strada cui sono sottoposte.

Da tangentopoli ad oggi, nulla è cambiato, nemmeno sotto il profilo della condotta morale e legale della classe dirigente italiana.

Lo stallo, mette il paese a rischio di una indignazione popolare che assume ogni giorno di più, l’immagine di un insanabile conflitto generazionale.

La crisi che investe il paese, mette a rischio la sua stessa sopravvivenza, come un paese forte e ricco.

L’antagonismo ed il personalismo sfrenato che vede l’opposizione avere come unica proposta politica l’antiberlusconismo e la maggioranza di governo chiusa a riccio in un anticomunismo storicamente provato, mette in seria difficoltà il procedere del paese verso un cambiamento vero, un mutamento autentico, dei costumi, delle prassi, delle regole, della morale e dei metodi della politica.

Ognuno vede nell’altro, un demone, l’altro vede in ognuno, il demonio.

Non esiste reciproco riconoscimento, vi è una mancanza assoluta di fiducia.

Chissà perchè mi sovviene alla mente un antico adagio:

“è sempre il ladro che paura di essere derubato, perchè egli sa come si ruba”.

In questa catarsi della ignoranza e della arroganza, in questo misero teatrino della furbizia all’italiana, si divide un intero popolo, per imperarlo senza soluzione di continuità.

Restano sul tavolo, tutti i problemi irrisolti ricevuti in eredità dalla prima repubblica.

Compresa e per prima, l’impunibilità della casta politica italiana, che, nella sua stragrande composizione, si dimostra affatto utile al popolo sovrano, dal quale riceve la delega alla rappresentanza ed al governo del paese.

L’età anagrafica del capo dello stato (86 anni) e del premier in carica (77 anni) raccontano benissimo di questa triste condizione di un paese nel quale diviene impossibile accedere al potere per le nuove generazioni, di qualunque potere si tratti.

Il dissanguamento che espone la secessione individuale, familiare e imprenditoriale di fuggitivi da questo paese, comporta inoltre una selezione innaturale del tessuto sociale, composto sempre più dai meno intraprendenti, dai pigri e dagli indolenti, tanto amati e coccolati da un potere politico che voglia restare immutato per sempre.

Anzi, a ben guardare, sembra proprio questa la linea politica di maggiore successo della casta politica italiana e della sua eterna reiterazione e del suo mantenimento sine die alla guida del potere politico e pubblico:

cacciare a pedate nel deretano dal paese tutti coloro i quali non si assoggettano allo status quo e che siano potenziali concorrenti al raggiungimento del potere stesso.

Da questo punto di vista, si comprendono e si condividono maggiormente le definizioni di “stato criminale” e di “stato criminogeno” coniate da ministri della repubblica italiana.

L’antiberlusconismo e l’anticomunismo si rimpallano responsabilità storiche e politiche, mentre ministri della repubblica illuminati, creano invece storiche strade di affermazione della legalità e di contrasto alle mafie e alla corruzione, vere battaglie politiche dalla difficile incarnazione.

Si smarriscono nei meandri di questa casta corporativa le politiche anticorruzione, disperse in assurde pantomime di battaglie politiche finte e spudoratamente anti-legalitarie, accolte in silenzio da un mondo dell’informazione che fa paura, che terrorizza nella sua eccessiva accondiscendenza a “certo potere politico”.

L’ultima frase del ministro della giustizia italiana poi, appena acclamato nuovo leader del PDL (uomo che viene definito come un professionista della politica, un figlio d’arte, uno che non ha mai dovuto lavorare per vivere), raggela letteralmente il sangue nelle vene:

“voglio un partito degli onesti”.

E cosa significa questa frase, non è forse una ammissione implicita che prima di oggi, quel partito non era composto di onesti?

Paradossi delle convergenze parallele di una disonestà intellettuale, morale e materiale che pervade il tessuto non solo politico italiano.

Un politico onesto non teme la pubblicazione delle sue telefonate, che non sono private, ma pubbliche, poiché egli riveste funzioni, riceve attribuzioni e incarna poteri pubblici.

Un avvocato onesto non opera all’interno di studi legali di avvocati poi incriminati per associazione mafiosa, non accetta di difendere da avvocato professionista esponenti di spicco della mafia, così come ha fatto il presidente del Senato Schifani, collega di partito e conterraneo del guardasigilli Alfano.

E allora, si pone un quesito:

cosa è la questione morale per questa politica e per questi politici?

Come si concilia una questione morale e la espressa volontà di costruire un partito degli onesti con la presenza all’interno dello stesso partito, di presenze che, per le proprie scelte personali, profesionali e politiche appaiono in aperto contrasto una qualunque moralità politica, sia pubblica che privata?

La moralità non si annuncia, ma si dimostra nelle scelte quotidiane di ogni uomo e di ogni donna, dalla sua dedizione al lavoro e non dalla sua assoluta inesperienza nel mondo del lavoro.

Chi non conosce il sacrificio del lavoro quotidiano, non potrà mai governarne positivamente le sorti.

Perchè non le conosce, perchè non le condivide, perchè non le ha vissute, incarnate.

In questo paese, si può essere già vecchi anche a quaranta anni.

Vecchi e decrepiti, inutili orpelli caricaturali di una ragion politica che non parte dal popolo e non va verso il popolo, non parte dal lavoro e non difende il lavoro.

Questa è l’italia, questa è la sua classe dirigente, questi sono i suoi inguaribili ed irrimediabili problemi endogeni.

E’ vero, il potere logora chi non ce l’ha.

Ma corrode irrimediabilmente chi non ha sufficiente forza morale, maturità umana e coscienza civile per resistergli.

No, non è nobile tutto questo, e nemmeno giusto.

Ma esiste e governa, purtroppo, senza soluzione di continuità e senza alternative valide che abbiano il coraggio di agire in contrasto ad esso.

Il mondo dei giusti non è ancora nato in Italia:

è stato ucciso quando era ancora in culla.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Roberto Maroni, Giulio Tremonti: Capitani Coraggiosi

martedì, 28 giugno 2011

Il governo naviga in acque agitate ormai da più di un anno, vedendo sollecitare la propria maggioranza di governo dai tradimenti politici, dalle indecenze personali elevate a virtù pubbliche, dagli scandali politici elevati al ruolo di battaglie politiche, dai molteplici aspetti che narrano quotidianamente di una corruzione straripante, sia morale che materiale.

Sulla questione della corruzione umana, vorrei aprire una doverosa parentesi, non essendo io un magistrato e non essendo questo blog un’aula di tribunale:

la differenza fra corruzione morale e corruzione materiale per il sottoscritto non esiste nella realtà dei capitani coraggiosi, poiché ambedue traggono origine dalla debolezza e dalla viltà umana e morale elevata a testimonianza umana, cristiana e politica.

Quindi, quando mi lancio in accuse di corruzione, non richiedete le prove provate di tale corruzione, poiché potrei offrirvi solo la dimostrazione che è l’assenza del coraggio di vivere dignitosamente la vera madre di tutte le corruzioni
.

E questo detto, senza alcun dubbio e senza alcun timore di poter essere smentito.

Colui il quale è corrotto e corruttore vive sempre nella penombra della vita, senza mai esporsi troppo ovvero senza mai porre rimedio veramente alle ingiustizie, ma richiamandole ogni volta che gli è comodo e confacente farlo.

Un corrotto non avrà mai il l’ardire dei Capitani Coraggiosi, non minaccerà mai le dimissioni dalla sua sfera di potere per una causa comune e/o ideale, non avrà mai l’audacia dell’esporsi all’attacco degli sleali e degli scorretti, e soprattutto, non avrà mai la dignità di un uomo che lotta con passione per l’amore, quel bene infinito che solo da, e mai riceve.

Un corrotto potrà mostrarsi al massimo arrogante, mai audace, potrà apparire potente, mai forte, potrà sembrare intoccabile, ma è toccabile.

Un corrotto è ricattabile, acquistabile, vendibile, spendibile, rivendibile, affiliabile.

Un uomo coraggioso no, non è acquistabile ne ricattabile:

egli può anche minacciare di abbandonare la poltroncina del potere sulla quale è scomodamente seduto, a dimostrazione del fatto che il proprio interesse non è arricchirsi nel potere a danno del popolo, ma è arricchire il potere nell’interesse esclusivo del popolo.

Ed è la storia dei Capitani Coraggiosi, questa, la storia eterna di uomini che navigano contro corrente, quando la corrente spinge nella direzione sbagliata, ovvero quando la corrente è tumultuosa ed imperiosa, tanto da rischiare il naufragio della nave.

I Capitani Coraggiosi sono uomini da sempre incompresi dai propri simili, ma sentiti simili e condivisi in toto dal popolo.

I capitani coraggiosi sono quegli uomini e quelle donne che scrivono intere pagine dei libri di storia, anche involontariamente, poiché è l’istinto che li guida nella battaglia per la vita e non esclusivamente l’interesse.

E sono sempre i Capitani Coraggiosi che sanno prendere in prima persona decisioni a prima vista impopolari, poiché certi che il popolo alla fine li comprenderà e li condividerà, riconoscendosi in essi.

I Capitani Coraggiosi non hanno bisogno di farsi una banca o un giornale o una televisione per esistere o per affermare la loro forza:

essi sono coraggiosi indipendentemente da tutto questo, anzi, contrariamente a tutto questo, fermamente convinti di avere ragione, tirando dritto quando gli altri tentennano, scuotendo l’albero quando i frutti son maturi per cadere, lavorando incessantemente per il raggiungimento di mete ideali che sì, possono portare anche benessere e privilegi, ma nella certezza che tali Capitani Coraggiosi, non ne abuseranno.

Per meglio chiarire questa posizione, offro un parametro di misura che garantisce la politica dagli eccessi e dalle deviazioni:

in politica, secondo me, non bisogna agire nell’esclusivo interesse di un ideale, poiché il rischio di diventare dei terroristi assassini è molto alto, se nell’affermare le proprie idee, si potrebbe tranquillamente passare sui cadaveri delle persone che sorreggono idee differenti e contrarie dalle proprie, come è altresì un errore, l’agire politico dettato dal solo interesse personale, poiché il rischio di diventare dei subdoli faccendieri mascalzoni e farabutti, criminali e criminogeni, è in questa visione altissimo, quasi certo.

Come si può ben vedere, in tutti e due i casi sopra esposti, si rischia un agire politico che spalanchi le porte di un carcere:

per una infinita avidità mai contemperata dall’ideale ovvero per un ideale mai contemperato dal rispetto delle idee altrui.

Nell’agire politico, debbono coesistere entrambe le condizioni, dell’interesse personale e dell’idealismo incarnato, per evitare il rischio delle degenerazioni che la nostra storia politica racconta con sempre maggiore evidenza.

Alla unica condizione che, l’interesse personale, sia mosso da una sana competizione umana e politica e non da un insano e malato egoismo e materialismo.

Questa è per me, e da sempre, l’unica via della politica con la P maiuscola, senza successive numerazioni degenerative del 2 del 3 e del 4 e senza sigle terrificanti del brigatismo terrorista dalle variabili colorazioni che vanno dal rosso al nero.

Troppo del nostro tempo e troppa della nostra storia si sono macchiati di questi insulti umani e politici, propagandati come ricerca della giustizia sociale o dell’arricchimento corporativo e personale al mero scopo di far prevalere le proprie idee con la violenza, od anche solamente, con la propria forza economica e finanziaria.

E’ venuto il tempo di sganciarsi da questi archeotipi selvaggi e rozzi, arretrati ed incivili.

E’ venuto il tempo per questo popolo e per questa terra, di divenire adulto ed emancipato, democratico e civile.

Non nei meri termini, ma nella sostanza, nel concreto quotidiano di una popolazione adulta e matura, e di una politica che ne rappresenti degnamente questa maturazione ed evoluzione positiva.

Questo è il tempo del fare contemperato da sano idealismo e da sane ambizioni personali.

Questo è il tempo in cui, l’insanità mentale e morale deve essere debellata, sconfitta, reclusa.

Questo è il tempo delle scelte e del coraggio.

Questo è il tempo di proporre la forza delle idee e le ragioni del cuore.

Questo, è il tempo dei Capitani Coraggiosi.

Forza e Onore capitano, forza e onore o mio capitano!

E venga quel che venga:

il coraggio, non ha paura del domani.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Faites vos jeux

martedì, 5 ottobre 2010

Le parti sociali, lo stato di diritto e il paese reale.

La leader degli industriali italiani, Emma Marcegaglia (un ottimo esempio di come nelle leadership le donne abbiano qualche carta in più da giocare rispetto a “certi uomini” contemporanei – i miei complimenti a Confindustria per la scelta -) riunisce le parti sociali in un tavolo di confronto fra imprese e sindacati per concordare «convergenze chiare su analisi, obiettivi e cose da fare».

La capacità di riunire attorno ad un tavolo sereno ed equilibrato datori di lavoro e rappresentanti dei lavoratori in un autunno caldo che sembra non dover mai finire, pretende però altrettanta capacità di ascolto e di sensibilità da parte della politica.

A tal proposito però la Marcegaglia precisa che l’iniziativa promossa dagli industriali ed abbracciata da ben 17 sigle di rappresentanza corporativa, «non è un tavolo politico», e che, anzi, rifiuta anche la definizione di «approccio corporativo» dell’iniziativa, e che, sottolinea ancora la Marcegaglia, «non nasce per criticare la politica. Non è un tavolo che si fa dettare l’agenda dalla politica ma non è neanche contro la politica».

Quanta intelligenza e sensibilità “politica” dietro queste dichiarazioni.

Peccato non avere allo sviluppo economico una Emma Marcegaglia.

Ma ecco gli obiettivi concordati in questo tavolo di quelle forze sociali «che sono le colonne portanti dell’economia del Paese»:

1 – «una riforma fiscale condivisa a invarianza di pressione fiscale, con una ricomposizione a favore dei lavoratori e delle imprese. Indicheremo dove aumentare la pressione fiscale se vogliamo diminuirla da altre parti»;

2 – semplificazione delle procedure burocratiche e degli assetti normativi in favore di uno snellimento dei vincoli che incidono sulle strategie e sugli obiettivi aziendali, riforma già avviata con l’abrogazione di ben 375.000 inutili provvedimenti, e con tagli ancora da attuare «alla burocrazia inutile» e «tagli alla spesa pubblica improduttiva»;

3 – una nuova metodologia di lavoro ed un nuovo approccio al dialogo fattivo fra le parti sociali, con la costituzione di tavoli tecnici dai tempi rapidi e proponendo insieme la «proroga degli ammortizzatori in deroga, la detassazione del salario di produttività e la garanzia di pensione per quei lavoratori in mobilità che rischiano di perdere l’aggancio alla finestra di accesso al pensionamento».

Bene, anzi benissimo: ottimo lavoro.
Ora però, resta da chiarire quale identità e quale forza avrà l’interlocutore privilegiato delle parti sociali nei prossimi e decisivi anni, e cioè, il governo.

Un governo c’è, come vi è pure una ampia maggioranza che lo sorregge.

Ma solo in apparenza.

Appena il governo accenna alla risoluzione di uno solo dei mille problemi che il paese vive con estremo malessere, ricompare una componente della maggioranza di governo che appare cieca e sorda dinanzi ad ogni decisione che voglia intraprendere il premier Berlusconi, pretendendo “la preventiva discussione” (in camera caritatis) di ogni singolo documento e di ogni singolo testo, come di ogni singolo aspetto delle riforme che intenda varare l’esecutivo.

Ed ecco sorgere il quesito prospettato dal sempre attento ministro dell’interno italiano:
“il problema è verificare se la maggioranza ha la possibilità di operare, altrimenti, come ho già detto, è meglio votare subito. Noi volevano votare subito, poi abbiamo appoggiato lealmente il governo. Vedremo nelle prossime settimane se ci saranno veramente le condizioni di continuare”.

Ci saranno le condizioni per consegnare al paese un governo forte che assicuri la realizzazione delle riforme in tempi stretti?

Oppure il paese rischia di dover subire una nuova discontinuità governativa causata dall’erosione del potere decisionale da parte delle minoranze che sostengono il governo a tutto scapito delle scelte sulla attuazione del programma della maggioranza?

“Sarebbe terrificante finire come il governo Prodi”, così termina la sua disamina il ministro dell’interno Roberto Maroni.

Bene, anzi male.

Siamo alle solite con il vecchio e brutto vizio del parlamentarismo italiano, siamo di fronte, ancora una volta, al ricatto che piccole minoranze impongono al paese, alle parti sociali, allo stato di diritto, alle famiglie e alle aziende italiane.

La politica dell’ago della bilancia, la piccola politica di bottega di piccole botteghe politiche arse dall’ambizione di governare senza averne il mandato, governare senza averne i numeri ed il consenso.

Personalmente, non riesco ad abituarmi a questo titanismo da nanismo politico, non mi abituerò mai a questo continuo ricatto che deve subire un paese in piena crisi socio-politico-economica da parte di una pirateria politica che non fa onore al nostro paese e ci squalifica al livello di paesi del terzo e del quarto mondo.

E questo pensiero viene fuori ben chiaro dalle dichiarazioni del ministro Maroni.

Siamo ad un punto di svolta:

o si continua a governare o si va tutti di fronte agli elettori, a farsi valutare per le proprie (ir)responsabilità politiche.

Sempre che nel mezzo del cammino per le elezioni, si insinui un altro vecchio e brutto vizio della politica italiana:
l’inciucio del cosidetto “governo tecnico”, termine generico che nasconde la pericolosa volontà di cambiare le regole del gioco poco prima del voto, al fine di proiettare migliori condizioni per la raccolta del consenso per se stessi o anche solo per negarle ad altri, anche e soprattutto se, “gli altri”, è quella maggioranza che sosteneva il governo dimissionario e che ha impedito alla minoranza nel governo di realizzare l’ennesimo infimo ricatto politico da piccole botteghe, chiare od oscure che siano.

Già, poichè dietro tutta questa vicenda vi è il motivato sospetto che forti poteri occulti ancora presenti trasversalmente nelle istituzioni italiane vogliano conservare, mantenere e restaurare un forte potere di condizionamento delle istituzioni democratiche, potere che con riluttanza andrebbe al voto senza tentare di vincere la mano barando.

In questa ottica, la scelta più sensata e ragionevole, sarebbe proprio quella di restituire al popolo sovrano il ruolo di mazziere della democrazia, decretando con il voto, la sconfitta definitiva di un modo di “fare politica” che è da dimenticare.

Per sempre, per tutti, per un futuro vero ed una libertà autentica.

Faites vos jeux.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X.