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Quando alla destra manca un capo, prevale la coda

lunedì, 5 novembre 2012

Perché quando manca un capo, prevale la coda.

Non amo essere collocato geopoliticamente, e questa disaffezione all’inquadramento la devo alla mia anima innamorata della libertà.

Però, devo ammettere che già nella scuola media inferiore, sotto il mio banco non celavo gomme da masticare usate appiccicate alla rinfusa, ma una copia del quotidiano Il Secolo d’Italia.

Oggi ho visto e più volte quanto accaduto al funerale di Pino Rauti, l’ultimo dei veri fascisti italiani.

Troppo protagonismo, troppi animi agitati, mancanza di rispetto, soprattutto per il funerale di un uomo come Pino Rauti :

avrebbe meritato di meglio.

Certo, “l’uomo di destra che punta al centro” oramai da più di dieci anni, Gianfranco Fini, avrebbe dovuto riflettere meglio in quale “conclave” trascinava la figura della terza carica istituzionale italiana, prima di avventurarsi “senza essere accompagnato” da qualche vecchio camerata.

Occorre distinguere il Gianfranco Fini politico, segretario e rottamatore dell’ex MSI-DN dal presidente della camera dei Deputati, e questa differenza, sia pur non colta dal popolo dei camerati, doveva essere colta dall’ex camerata Fini.

Ma in questa “contesa politica” è leggibile la diaspora interna alla destra storica italiana che, da un canto, nella formazione storica, non evolve verso maggiori consensi e d’altro canto, nella versione moderna, raccoglie consensi al costo di impedire le riforme di chi è ancor “più a destra” (Lega Nord, l’anomalia italiana delle destre identitarie) ed al costo di dover spogliarsi di ogni caratterizzazione, sino al punto di negare la propria identità storica e la propria radice passata.

Tutta qui l’empasse della destra italiana:

divisa, impedita, malintesa, strattonata, troppo vecchia o troppo nuova.

Povero Pino Rauti, che ha dovuto anche assistere agli scandali politici in casa propria poco prima di lasciare questa valle di lacrime.

Chissà che non sia morto per il dispiacere.

Certo, la Questione Morale ha inciso molto nelle vicende politiche contemporanee, colpendo anche quella fascia di estrema destra che dell’ordine (nuovo o vecchio che sia), ha fatto un vessillo da sostenere, una dote in cui credere.

Eppure, se epuriamo il Fascismo storico dagli errori razziali e di scelta di posizionamento nella guerra, potremmo e dovremmo andare tutti fieri di quel periodo :

è stata creata e sviluppata l’Italia nel periodo fascista, come non mai, con un tentativo di eliminare le mafie storiche siciliane e con una infusione di unità e di senso della comunità (Il Fascio delle Corporazioni) mai osservata in seguito.

La democrazia repubblicana sia della cosiddetta prima che della seconda repubblica si è invece dimostrata un mercimonio disgustoso, che ha provocato l’implosione del paese sia orizzontalmente che verticalmente, sia socialmente che politicamente, sia economicamente che finanziariamente.

L’unica cosa che teneva insieme il tutto era il benessere eccessivo e la capacità di diffonderlo che aveva la democrazia Cristiana.

Ma appena finiti i finanziamenti forniti sottobanco e in evasione fiscale degli USA alla DC e della Unione Sovietica al PCI ed abbattuto il muro morale e materiale che divideva la Germania, l’Europa e il mondo intero, sono emersi tutti i limiti di una gestione della cosa pubblica immorale e criminale.

La caduta di questa divisione fra est ed ovest del mondo, ha aperto a nuove e suggestive divisioni fra nord ovest e sud est, ed ha consentito il ritorno delle potenze economiche naturali planetarie : Cina e India.

Ma le “rotture e le divisioni interne” provocate da questi squilibri sono più interessanti da analizzare soprattutto nella visione delle destre nei vari paesi del mondo.

Nei paesi nord europei le destre, pur mantenendo una caratterizzazione identitaria, si sono evolute nell’assorbimento e nella interpretazione dei nuovi stili di vita omosessuali, come nel caso limite del pur bravo Pim Fortuyn, involontario leader olandese delle destre, proveniente dall’area socialista e respinto dall’area comunista, un po come avvenne all’italiano Berlusconi, socialista fedele a Bettino Craxi, che tentò anch’egli invano l’adesione ai post comunisti ostacolato da Massimo D’alema, per poi divenire infine il leader dell’area politica di centro-destra.

E non va meglio alle destre repubblicane americane, incapaci di arginare la presidenza Obama, e comunque incapaci di agguantare la voglia di ordine nel cambiamento socio-economico, la voglia di ripresa economica e la voglia di riagguantare il dominio americano nel mondo perso in conseguenza del crollo del Muro di Berlino.

In questo momento storico in cui si registra una grande voglia di destra, di ordine, di sicurezza, le destre, o meglio, i leader delle destre, si dimostrano incapaci di coglierne al meglio esigenze ed istanze, mutamenti e orizzonti.

Così accade che, quando tutti si aspettano una avanzata delle destre, questa si scomponga in mille rivoli distinti e non raccolga il consenso che sembra meritare.

Ovvero accada come in Italia che, un premier “democratico” come Mario Monti, prenda il potere in mano senza essere stato eletto da alcuno ed aver ricevuto la delega elettorale di nessuno, in un modo che non appare propriamente democratico.

Forse le destre sono effettivamente mutate, evolute e forse si sono anche diversificate nella geopolitica, laddove un espulso dalla destra italiana come Antonio Di Pietro, a causa della presenza di Berlusconi, possa divenire il residente del Colle del Quirinale sostenuto da una cordata di movimenti e di partiti politici dell’area di sinistra e della cosiddetta anti-politica.

Alla fine sono gli uomini con il loro vissuto a prevalere, e non le contrapposizioni ideologiche o polari.

E se qualcuno si lamenta di una destra di stomaco e non di testa, forse è proprio questo deficit umano che ne giustifica l’esistenza.

Perché quando manca un capo, prevale la coda.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Neo-fascismo e fronte Anti-riformista

giovedì, 31 marzo 2011

Bagarre alla Camera dei Deputati e nella piazza antistante.

Ogniqualvolta alla Camera dei Deputati si avvia un nuovo procedimento legislativo riformatore, ecco spuntare come funghi i conservatori ed i provocatori del rinnovato movimento social-nazionalista italiano.

Gli estremi si toccano?

No, si alleano, si fondono.

Il rinnovato spirito nazionalista delle sinistre socialiste incontra il mai sopito social-nazionalismo finiano, per divenire un novello fascismo, dai soliti metodi, però.

Fini in aula abusa del suo potere istituzionale provocando ad arte quella maggioranza di governo che egli stesso ha tradito ripetutamente, alla vigilia di ogni grande rinnovamento, di ogni sforzo verso il cambiamento, di ogni animo e spirito riformista.

Fuori dall’aula, gli alleati del social-nazionalista Fini, attendono ministri (incauti, a dire invero) della maggioranza per aggredirli al suono di termini come “fascisti” e “ladri”.

La sinistra nazionalista e socialista si scatena, rigurgitando il peggio di se stessa.

L’altro attacco, contemporaneo e sovrapposto, parte da quel governatore pugliese naufragato in una marea di scandali nella gestione delle nomine e degli appalti regionali pugliesi.

Anche questo attacco, grossolano e fascista, rientra in una ottica di tambureggiamento delle riforme in itinere, al solo fine di impedirne il varo, la realizzazione.

In tema di riforma della giustizia poi, scintille di attrito potente scoccano ovunque.

Il premier Berlusconi viene sottoposto a continue chiamate in tribunale, mentre, e guarda il caso, la posizione del presidente della Camera Gianfranco Fini rispetto alla indecente vicenda truffaldina della casa di Montecarlo, viene giudicata da quella giustizia oggetto di riforma come “penalmente irrilevante”.

Stessa sorte, e guarda ancora che caso, tocca al governatore pugliese Vendola, attinto da scandali che lo vedevano coinvolto in indagini di concussione nel governo sanitario regionale pugliese, e che ha visto la sua posizione e quella del suo capo di gabinetto, stralciata ed abbandonata dal filone centrale che coinvolge il suo assessore alla sanità Tedesco (all’epoca dei fatti) del Partito Democratico, salvato dapprima in calcio d’angolo dalla “promozione” al ruolo di intoccabile parlamentare e poi, dalle scelte fatte in giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato della Repubbica.

Fini e Vendola (FLI e SEL), sembrano stati arruolati al ruolo di esercito di liberazione nazionale rivoluzionario, esercito molto sfortunato nelle aule parlamentari, ma altrettanto fortunato nelle aule dei tribunali, a quanto pare.

Ma cosa produce, come risultato, l’unione in matrimonio di un comunista come Vendola e di un nazionalista come Fini?

Beh, signore e signori, ecco a voi la nuova visione massimalista italiana del social-nazionalismo.

Come?

Avete già sentito questa definizione?

Beh, può darsi.

Ma era meglio conosciuta con il termine di Fascismo, ovvero, nella versione germanica del nazional-socialismo, era meglio conosciuta come Nazismo.

L’inversione dei termini nazionalista e socialista (comunista, per chi non conosce la storia europea), sviluppa un modello piuttosto di un altro, ma entrambe riscuotono più di un viso stupito ed inorridito ad accoglierli.

Insomma, a seconda che sopra vi sia Fini e Vendola sotto, otteniamo il nazional-socialismo, e nel caso contrario sia Vendola sopra di Fini, otteniamo il social-nazionalismo.

In ambedue i casi, come potete ben vedere, scompare il termine popolo (sovrano).

Si ha come la sensazione che, la casta prepotente della restaurazione conservativa in Italia, abbia fatto un vero e proprio patto con il diavolo per impedire che si varino le riforme necessarie alla sopravvivenza di famiglie ed aziende italiane.

E mentre il Partito Democratico rimpiange la ormai perduta roccaforte napoletana, devastata da una politica immonda e puzzolente, piange l’arresto in flagranza di reato da parte della Polizia di Stato a Palermo (mentre incassava una tangente), del parlamentare regionale PD più suffragato della Sicilia, e mentre tutto il mondo intero cade sulle spalle del Partito Democratico, il suo leader Bersani è costretto ad un ruolo subordinato alla coniugazione neo-fascista Fini-Vendola, ormai proiettata verso una politica antagonista provocatrice e prevaricatrice devastante, che abusa di ogni strumento istituzionale e locale per affermare che è la Lombardia, la regione più mafiosa d’Italia, ovvero che i corrotti sono gli altri.

Che spettacolo squallido, vergognoso ed indecente.

Signore e Signori, questo è il teatrino politico italiano.

Questo, è il possibile ritorno al metodo politico fascista, per raggiungere il potere ed impedire le riforme del paese.

Il prossimo passo?

I tribunali speciali, quelli che condannano gli avversari ed assolvono gli alleati.

Come?

Secondo voi, esistono già?

E allora, ditelo ….

“Avanti o popolo tuona il cannone
rivoluzione, rivoluzione
avanti o popolo tuona il cannone
rivoluzione vogliamo far.
Rivoluzione noi vogliamo far”

Signore e Signori,
benvenuti in Italia.

Welcome, to the real world.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Conflitto di interessi e di poteri nel qualunquismo finiano

sabato, 26 febbraio 2011

L’anomalia istituzionale italiana, che vede sedere nello scranno della terza carica istituzionale Gainfranco Fini, fuoriuscito dal partito di maggioranza di governo per costituire una nuova forza politica, evidenzia un duplice conflitto:

1 – un conflitto di interessi nell’abuso del potere della Presidenza della Camera dei Deputati da parte del leader di un neonato gruppo politico parlamentare;

2 – un conflitto di poteri fra la terza carica istituzionale italiana ed il premier Silvio Berlusconi.

Analizziamo insieme questi conflitti che mettono in serio pericolo la tenuta non solo istituzionale del paese, ma anche quella democratica, in senso stretto ed in quello del con-senso elettorale e della sovranità popolare.

Nel primo caso, il conflitto di interessi incarnato dal Presidente della camera Gianfranco Fini, va ordinato in tre momenti ben precisi:

I.
Il conflitto di interessi fra il Presidente della Camera e la maggioranza di governo
, maggioranza della quale egli faceva parte sin dall’inizio della legislatura, maggioranza con la quale e nella quale Fini aveva sottoscritto il programma elettorale prima e quello di governo poi, maggioranza parlamentare dalla quale deriva il consenso parlamentare che ha prima indicato e poi eletto lo stesso Fini alla presidenza della Camera.

Il conflitto è evidente e propone una distorta quanto pericolosa deriva qualunquista nell’abuso del mandato elettorale.

Qualunquista nel senso del termine in funzione di aggettivo:
apolitico, disimpegnato, agnosta, disinteressato.

Qualunquista nel senso del termine in funzione di sostantivo:
assente, disimpegnato, indifferente.

Il qualunquismo finiano, in questi termini, assume un disegno tutto incentrato sul significato menefreghista e cinico del termine qualunquista, poichè assume il significato di un menefreghismo assoluto nei confronti del mandato elettorale e del consenso popolare e di un cinismo relativo alle qualità pubbliche ed istituzionali che Fini svolge.

II.
Il conflitto di interessi fra il gianfranco Fini Presidente della Camera dei Deputati ed il Gianfranco Fini fondatore di un nuovo gruppo parlamentare.

L’incompatibilità dei ruoli, appare evidente, in quanto Gianfranco Fini riveste contemporaneamente il ruolo arbitrale super partes condizionante l’iter di ogni singola decisione governativa, che presiede alle attività parlamentari, ivi compresi privilegi, funzioni, direzioni e poteri, ed il ruolo di fondatore di un nuovo partito politico che non nasce però, da una delega elettorale diretta a questo scopo, ma nasce proprio dalle sue qualità di “presidente”.

Non a caso il neonato gruppo di Futuro e Libertà, conterà all’inizio un numero triplo di parlamentari alla camera rispetto al senato.

Non a caso, sarà successivamente il gruppo al senato a perdere progressivamente pezzi sino a scendere miseramente sotto la soglia numerica minima per la costituzione di un gruppo parlamentare nel Senato della Repubblica.

Il “traino” di un leader che è anche presidente, si vede e si sente.

E si conta, soprattutto.

III.
Il conflitto di interessi fra Gianfranco Fini portatore di consenso al governo Berlusconi e il Gianfranco Fini che chiede incessantemente le dimissioni dello stesso Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi.

Qui siamo al paradosso che investe il ridicolo.

Comprensibile sarebbe il ritorno di Fini ad un gruppo parlamentare autonomo come fu quello di Alleanza Nazionale, gruppo che continuasse però, a sostenere il governo che aveva contribuito ad indicare ed a votare alle elezioni.

Incomprensibile invece è la contestuale fuoriuscita dei finiani dal partito di maggioranza relativa di governo ed il successivo posizionamento opposto alla stessa maggioranza.

Non si può uscire dalla maggioranza di governo migrando in opposizione al governo senza sottoporsi al vaglio di una opinione pubblica tutta da contare in una urna elettorale.

I parlamentari eletti non sono giocatori di calcio il cui cartellino possa sfuggire alla proprietà dello stato sino a rendersi persino di un “libero arbitrio privatistico”.

Questo evento non solo è contro ogni concezione democratica, ma rappresenta una distorsione del sistema democratico stesso che è inaccettabile:

non si piegano contemporaneamente volontà popolare, opinione pubblica, potere esecutivo e potere legislativo ad un pasticcio politico che instaura conflitti trasversali ai poteri costituzionali ed al fondamento democratico del trasferimento della sovranità popolare alla delega elettorale, delega che cambia di posizionamento a seconda del prurito transitorio del primo delfino insodisfatto ed insicuro del proprio futuro politico personale.

Questo significa piegare e contorcere la realtà democratica a fini e scopi personali, singifica sconvolgere pericolosamente le regole del gioco mentre il gioco è pienamente in atto, significa pretendere di essere contemporanemente arbitro di una partita e “prestatore d’opera” ora di una squadra e dopo dell’altra avversaria, a seconda delle convenienze e delle pruriggini isteriche di una mitomania da vagliare su di un lettino psicoanailtico.

Ed operare in questo dissennato senso in un momento in cui il paese ha un disperato bisogno di stabilità politica, significa erigere un nuovo metodo del ricatto politico che, nel senso più menefreghista del termine qualunquista, pretende di dire contemporaneamente a paese reale, sistema democratico, alternanza di governo, equilibrio istituzionale e rispetto delle regole, uno sprezzante “me ne frego di tutto e di tutti: esisto solo io”.

Ma il complesso delle azioni finiane manifesta la sua massima espressione nel conflitto di poteri fra la terza carica istituzionale italiana ed il premier Silvio Berlusconi, conflitto di poteri che si estende rapidamente ad altri poteri dello stato.

Il sistema democratico italiano contempla una serie di “camere di compensazione e di arbitrato” per situazioni come questa, non ultima, quella moderante del capo dello Stato.

Una per tutte, potrebbe essere la avocazione di un conflitto fra poteri costituzionali, che andrebbe arbitrato dalla Corte Costituzionale.

Ma, sfortunatamente, l’esecutivo berlusconiano e la maggioranza di governo sono impegante come non mai in una battaglia di rinnovamento e di cambiamento che investe soprattutto l’arbitrato giudiziario, del quale si vorrebbe riformare prassi, metodi, equilibri, ambiti di potere e ruoli, indipendentemente dal fatto che tale arbitrato giudiziario, sia rivolto alla risoluzione di una lite giudiziaria fra cittadini o fra organi costituzionali, poiché è in gioco un elemento fondante delle regole del gioco stesso:

il primato della politica su tutti gli altri poteri dello stato in un momento di crisi e di forte instabilità internazionale delle entità statuali.

Questo stato di “irrisolvibiltà delle liti”, pesa in modo enorme sull’intero sistema paese, sia nella certezza del diritto che nella sua attuale assoluta incertezza, che è un altro capitolo aperto sul tavolo delle riforme del governo Berlusconi, il quale, proprio in questo clima teso con il potere giudiziario, non ritiene di sottoporsi ad esso per risolvere un conflitto che potrebbe condannare a morte l’esecutivo e rimandare sine die ogni riforma della giustizia.

No, il premier Silvio Berlusconi non offrirà certamente l’opportunità “ai suoi avversari” di prendere due piccioni con una sola fava, quando la fava è l’urgente bisogno di riforme e di stabilità che proviene dal paese per assicurare competitività la potere economico e benessere al potere sovrano:

il popolo.

Sintesi.

Il castello del conflitto di interessi e di poteri edificato da Gianfranco Fini, si rende unico e solo responsabile di un aggravamento del contendere politico, di un peggioramento del già di per se cattivo equilibrio fra poteri dello stato e di un complessvo degrado politico, civile, sociale, economico e comunitario di cui il paese, non sentiva affatto il bisogno.

Certamente.

Qualunquemente.

Dimettinditamente ….

Adios, muchacho.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il figlio prodigo ed il padre misericordioso

sabato, 11 dicembre 2010

Questa parabola del vangelo secondo Luca (15,11-32), racconta di un Padre che ha due figli, di cui il minore, il più stupidamente ambizioso, e nonostante il Padre non faccia mancare nulla a nessuno dei due, rivendica la sua parte di eredità quando egli è ancora in vita.

Il buon Padre concede la parte di eredità al giovane figlio, il quale, avendo ormai perso la testa e la ragione, continua nel suo comportamento irrispettoso nei confronti del Padre e del Fratello Maggiore sperperando la sua parte di eredità fra banchetti e prostitute.

Infine, ridotto alla fame, è costretto ad andare a lavorare per vivere come mandriano di porci.

Il giovane si pente delle sue cattive azioni nei confronti del Padre e del Fratello Maggiore e, spinto dai morsi della sua fame nera e dai rimorsi della sua coscienza ancor più nera, torna a casa a chiedere perdono, pietà e misericordia.

Il Padre Misericordioso lo accoglierà a a braccia aperte andandogli incontro appena lo vede sulla strada del ritorno, accoglie il figlio perso e ritrovato e, addirittura, organizza una grande festa e per l’occasione, e fa uccidere il “vitello grasso” da servire al desco.

Il Fratello Maggiore ricorderà (inascoltato) al genitore che egli, gli aveva sempre obbedito ciecamente, fedelmente e lealmente, e non aveva comunque mai ricevuto anche un piccolo capretto per far festa con gli amici, figurarsi il sacrificio del vitello più grasso …..

Ed ecco, raccontata una parobola della vita che potrete riscontrare nella realtà odierna italiana ed identificarla nella crisi di nervi isterica ed infantile di taluni figli degeneri, sempre delfini e mai re, che ha creato una crisi politica grave e dannosa per il paese.

Ecco raccontato come in Italia il merito, la lealtà, la fedeltà, il rispetto dei ruoli ed il coraggio degli uomini, non siano mai giustamente ricompensati, se non addirittura puniti.

Chi tradisce, chi sperpera e spreca, chi attenta alla sopravvivenza altrui con egoismo assoluto e pregiudizievole nei confronti dl prossimo suo, in Italia rischia di vedersi anche perdonato e premiato, mentre in altri paesi civili, sarebbe stato messo all’indice di tutta la comunità sociale e civile, per tutti i secoli dei secoli.

Nelle varie interpretazioni che nella storia si sono susseguite nella ricerca di chi fosse “l’eroe biblico” nella parabola su esposta, ritroviamo coloro i quali indicano come eroe il figlio prodigo (definizione più centrata di quella di figlio perso e ritrovato e che segue l’indirizzo filosofico delle due precedenti parabole della pecora perduta e della moneta smarrita ed anche in riferimento al significato del termine prodigo che si traduce come “dissipatore”), incarnazione di quella idiozia comportamentale umana che sbaglia avendo certezza di essere perdonata e, finanche premiata per i propri errori, ovvero eroe è la figura del Padre Misericordioso, che aspetta il figlio prodigo (dissipatore, spendaccione) e che anzi, gli ava incontro e lo festeggia.

Per quanto mi riguarda, ed in assoluto contrasto alle varie interpretazioni filosofiche che si sono succedute nel tempo sul vero significato della parabola del figlio prodigo o del padre misericordioso, l’unica figura che svetta su tutte le altre come figura eorica di autentica testimonianza cristiana è per me quella del Fratello Maggiore, l’unico a non tutelare il suo interesse egoistico in questa faccenda.

Il Padre Misericordioso prima cede al ricatto estorsivo del figlio minore cedendogli la sua parte di eredità nell’egoistico sentimento di padre che non vuol perdere il proprio figlio, e poi, ancora nel suo egoistico interesse di padre, accoglie come un grande vincitore quel figlio che torna a casa dopo aver sperperato tuttta la ricchezza estorta al padre.

Il Figlio Prodigo per puro egosimo prima ricatta il padre e gli estorce la sua quota di eredità quando il padre è ancora in vita abbandonandolo, poi, dopo aver sperperato quella ricchezza, torna per egoismo a chiedere al padre di essere reintegrato nel suo posto di figlio sfamato, tutelato, curato e difeso da quel padre che egli aveva tradito.

Il Fratello Maggiore è quindi l’unica figura non egoistica in questa parabola, l’unico che non estorce, non ricatta, non abbandona il padre ed il fratello, non spreca la ricchezza familiare, accetta che il padre paghi il ricatto estorsivo e accetta che il padre sacrifichi il “vitello grasso” per festeggiare il fratello ritornato.

Il Fratello Maggiore è l’unica figura in questa vicenda autorizzata a mandare al diavolo tutto e tutti, a chiedere anch’egli la sua parte di eredità con il padre in vita e ridurre in povertà padre e fratello minore, vittime entrambe del loro cieco egoismo.

Il Fratello Maggiore è l’unica figura umana responsabile e cristiana di questa parabola.

Come?

Vi ricorda qualcuno o qualcosa?

Beh, sì, potrebbe essere.

Potrebbe essere un uomo coraggioso e responsabile, leale e fedele, tenace e inabbattibile.

Un uomo con una camicia verde ….

Tutti Pazzi per la Lega.

Ora e per sempre.

Amen.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Gesù: “Non ho forse scelto io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!”

domenica, 5 dicembre 2010

La politica italiana è stata tradita.

L’economia italiana è stata tradita.

La finanza italiana è stata tradita.

L’interesse comunitario è stato tradito.

Il patto sociale è stato tradito.

Il governo del paese è stato tradito.

La lotta alle mafie è stata tradita.

Le riforme del paese sono state tradite.

Il voto del popolo sovrano è stato tradito.

La questione morale della politica è stata tradita

La questione etica della politica è stata tradita.

Ogni cambiamento così necessario ed urgente per difendere e tutelare l’interesse di aziende e famiglie italiane è stato reso impossibile da un gruppo di parlamentari, il cui consenso elettorale, non è mai appartenuto loro.

Questo gruppo di parlamentari, non nasconde una unica volontà traditrice condivisa e così riassumibile:

eliminare ogni garanzia di libertà nel futuro del paese

eliminare ogni vento riformatore nel paese

impedire ogni cambiamento che possa riavvicinare il paese reale allo stato di diritto

aggravare la crisi socio-economico-finanziaria con una pretestuosa e suicida crisi politica

attentare alla stabilità democratica del paese ed alla sua unità comunitaria minandone il fondante patto sociale

provocare e aggredire continuamente il riformismo, al fine di ottenere una reazione scomposta da indicare come “inaffidabilità politica”

incarnare e testimoniare il tradimento in un momento in cui il paese ha bisogno di sostegno

distruggere famiglie ed aziende, nucleazioni fondanti del patto sociale da loro tradito.

I responsabili umani e politici di questa violentissima restaurazione conservativa che nega al paese un futuro fatto di libertà e di benessere sono qui sotto elencati, in modo da offrire l’opportunità di conoscere il nome ed il cognome di chi incarna la peggiore conservazione in questo paese, quella dei privilegi e non quella dei diritti, quella che guarda la passato e non al futuro:

Italo Bocchino
Giulia Bongiorno
Luca Barbareschi
Benedetto Della Vedova
Fabio Granata
Chiara Moroni
Catia Polidori
Flavia Perina
Adolfo Urso
Andrea Ronchi
Roberto Rosso
Alessandro Ruben
Daniela Melchiorre
Daniele Toto
Giorgio La Malfa
Giorgio Conte
Claudio Barbaro
Luca Bellotti
Carmelo Briguglio
Antonio Buonfiglio
Giuseppe Consolo
Giulia Cosenza
Aldo Di Biagio
Francesco Divella
Donato La Morte
Nino Lo Presti
Roberto Menia
Silvano Moffa
Angela Napoli
Gianfranco Paglia
Carmine Patarino
Francesco Proietti
Enzo Raisi
Giuseppe Scalia
Maria Grazia Siliquini
Mirko Tremaglia
Gabriella Mondello
Roberto Commercio
Ferdinando Latteri
Angelo Lombardo
Carmelo Lomonte
Aurelio Misiti
Maurizio Grassano
Italo Tanoni
Paolo Guzzanti

“La politica è stata definita la seconda più antica professione del mondo.

Certe volte trovo che assomigli molto alla prima.”

Ronald Reagan

Condivido pienamente

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

La negazione volontaria dell’evidenza, la travisazione intenzionale della realtà

martedì, 16 novembre 2010

L’attacco alla Lega continua, vergognoso, impudente, violento, insinuante, devastante.

Un attacco concentrico che tende a terrorizzare il popolo sovrano, a devastare un intero paese, a negare l’evidenza ed a travisare la realtà.

E’ ancora una volta “dall’eroe Saviano” che proviene l’ennesimo “attacco cronometrico” alla Lega, nel contesto di una “volontariamente procurata crisi politica” che sta devastando il paese, piegando le istituzioni e negando alle nucleazioni fondamentali della società, le famiglie e le aziende, una via d’uscita dalla crisi, aggredendo consapevolmente e premeditatamente il buongoverno, il riformismo e l’unica speranza di questo paese:

la Lega Nord.

L’obiettivo del tradimento di Fini, l’obiettivo dell’attacco a testa bassa di Saviano, l’obiettivo dei Casini, dei Bersani, dei Vendola, dei Rutelli è sempre stato uno, ed uno solo:

– aggredire violentemente la Lega,

– delegittimarla,

– provocarla continuamente nella illusoria speranza di ottenerne una reazione errata che sia prova della sua
“illegittimità politica” a governare il paese.

Questa italietta ipocrita e scorretta che disconosce in modo assoluto il valore della sicurezza e del suo governo è uno squallore assoluto.

Questa politica omicida è una malversazione intenzionale dell’interesse generale.

Questa volgare indecenza senza alcuna valorizzazione con la realtà, questa “monnezza mediatica” che la realtà distorce, che la realtà piega, è la prova che in questo momento storico, vi è una “intenzione omicida” nel paese:

si vuole uccidere l’unico movimento politico che ha realizzato il più grande contrasto alle organizzazioni criminali di stampo mafioso che la storia repubblicana italiana conosca,
attraverso la semplice negazione della verità.

E quando in un paese civile e democratico si nega pubblicamente e senza alcuna vergogna o remora morale la verità storica dell’unico impegno politico che possa essere definito sano, onesto, leale e corretto, allora possiamo ben affermare che questo stato di diritto, questo stato di fatto, questo stato democratico, ha fatto il suo tempo.

Se uno stato democratico, in virtù della libera espressione della parola e delle idee, consente linciaggi pubblici mediatici che accusano incredibilmente e senza alcuna prova oggettiva di voler “costituzionalizzare le mafie” quell’unico movimento politico che non si sottopone al ricatto elettorale mafioso in quelle regioni dove le mafie provano ampiamente di “indirizzare e prostituire” il libero voto del popolo sovrano,
se uno stato democratico lascia che uno squallore simile avvenga alla luce del sole, attraverso i canali televisivi della televisione pubblica e negando il “diritto ad alcuna replica”, nello stesso luogo pubblico che ha originato un simile “danno”, allora è lecito pensare ed affermare che:

Questo Paese non si salverà, la grande stagione dei diritti risulterà effimera, se non nascerà in Italia un nuovo senso del dovere ”

E che ad affermarlo fosse un filosofo della politica, un filosofo del diritto, un profondo conoscitore dei termini di “stato” e di “democrazia”, un democratico cristiano e non un leghista, questo è un dato di fatto incontrovertibile.

Questo paese non si salverà, poichè è da sempre orientato al suicidio, moralmente orientato a crocifiggere il bene e ad esaltare il male.

No, questo paese, non si salverà.

Poichè è sempre più chiara ed evidente l’intenzione di molti, di troppi,

di volerlo premeditatamente suicidare.

Ma che sia ben chiaro a tutti:

nonostante si sprechino enormi energie nel senso della delegittimazione politica della Lega Nord, nonostante esista una volontà costante e continua in molti settori di questo paese che resistono alle riforme ed al cambiamento (oranizzazioni mafiose in primis) di attentare alla stessa esistenza della Lega Nord,
io, leghista per scelta avversa ad “ogni cultura mafiosa”, affermo che la Lega non si vende, non si piega e non si spezza.

Perchè i leghisti sono persone per bene che tentano di cambiare un paese disgraziatamente condizionato dalle mafie, dalle caste mafiose e da quelle caste e quelle corporazioni che vivono e vivono bene di questo “status quo criminale e mafioso”, sia pur per vendere libri coraggiosi che non intaccano le mafie nella realtà nemmeno di striscio.

Perchè le mafie si combattono con i fatti, e non con le parole.

Perchè gli unici uomini e le uniche donne che hanno dimostrato di saper combattere le mafie con i fatti, sono i leghisti.

Ed ora potete anche impazzire di invidia e di gelosia, sbavare rabbia e odio per quel che non siete e non sarete mai, potete pure tutti impazzire per la Lega, ma sia ben chiaro che voi la Lega non la fermerete, così come non avete mai fermato – se non con le parole – le mafie, allorquando la Lega non ancora esisteva e non ancora governava la sicurezza di questo paese.

E allora, ancora Tutti Pazzi per la Lega.

E allora, viva la Lega, viva i leghisti.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il tasto Reset

sabato, 6 novembre 2010

Il quadro politico italiano

Continua la frammentazione politica italiana.

Nella maggioranza di governo il tradimento finiano aumenta la pressione, portando volutamente alla paralisi l’esecutivo.

Il danno che sta creando al paese (in)coscientemente Gianfranco Fini con la sua pattuglia di parlamentari è elevatissimo e diviene esponenziale ogni giorno che passa, se intersechiamo il dato della crisi politica provocata ad arte da Fini e il dato della crisi socio-economico-finanziaria che attanaglia il paese.

Inevitabili le conseguenti scomposizioni all’interno del PDL, che non influiscono affatto sull’alleato politico leghista, fedele, leale e corretto al programma di governo ed alla sua attuazione, almeno sino al momento in cui, lo stallo provocato volontariamente da Fini, non porterà ad un movimento di dissenso popolare eccessivo e di dissesto economico tale da divenire non gestibile, non più governabile.

Infatti, le prospettive aperte dai finiani risultano tutte essere negative per il paese e per la cura degli interessi del popolo sovrano, mentre risultano “positive” solo per i finiani stessi, ormai giunti al paradosso di rappresentare solo un “problema aggiuntivo” al già degradato quadro politico complessivo, piuttosto che una soluzione.

Nel parlamento lo stallo si ripercuote evidentemente, anche in virtù dell’abuso politico e personale che Gianfranco Fini sta facendo della terza carica istituzionale:
la presidenza della camera dei deputati.

Le forze politiche di opposizione, sono anch’esse colpite dalla crisi di frammentazione politica, non avendo altro obiettivo che l’attacco personale al premier Berlusconi e non avendo esse alcuna proposta politica e di governo che superi quella attualmente in forza al programma ed alla maggioranza di governo.

Il Partito democratico è infatti prossimo ad una spaccattura derivante da un movimentismo di base che non accetta la “leadership a vita” di dinosauri politici incompatibili con le sfide della modernità.

L’Italia dei Valori non approfitta del momento favorevole per dare la spallata definitiva ad un modo di concepire la politica a sinistra che non funziona più, sia pure abbia mai funzionato in Italia.

Questa condizione ripropone l’antico dilemma sulla errata collocazione a sinistra dell’IDV, derivante dalla incompatibilità dell’attuale leader Antonio Di Pietro con la figura politica di Silvio Berlusconi.

I resti di quello che era il Partito Comunista escono allo scoperto chiedendo la candidatura di coalizione alle prossime elezioni politiche, con la giustificata convinzione che a sinistra non vi sia un leader capace di battere il candidato Berlusconi e non vi sia nella sinistra moderata alcun momento unificante nell’agire politico, se non una continua lotta intestina che non porta mai ad un vero cambiamento di rotta, ma solo a vittorie derivanti da macroscopici errori degli avversari politici e comunque mai rinvenenti da una proposta politica giusta e condivisa, mai discendenti da una leadership adeguata e carismatica.

Nel paese avanza la convinzione che una simile casta politica votata all’ambizione personale e alla disgregazione continua, non sia in grado di produrre quelle scelte politiche utili ad un rilancio dell’economia.

Quali sono queste scelte?

L’abolizione di ogni spreco pubblico, compreso il mantenimento di una classe politica senza “scopi pubblici” ma con evidenti “Fini privati” e di parte.

L’abolizione di ogni costoso privilegio e del patologico “poltronismo” e “parassitismo” di cui godono ingiustamente la classe politica e quella burocratica.

Secondo dati recentemente forniti dalla CGIA di Mestre infatti, l’iperburocratizzazione italiana pesa per un 4,6% sul Prodotto Interno Lordo, con un costo annuale sulla collettività prossimo ai 70miliardi di euro.

L’unica risposta utile di fronte a questa come ad altre condizioni di spreco infìgiustificato di danaro pubblico è evidentemente la riforma del federalismo fiscale associata ad un maggior dimagrimento del pesantissimo centralismo politico romano e dei suoi assurdi costi economici e finanziari.

Ma se si fa eccezione per la Lega Nord per l’Indipenza della Padania, quasi tutti gli altri partiti politici traggono consenso e utilità nel mantenere in piedi e, addirittura, nel rafforzare l’abuso che si fa dell’apparato politico e burocratico, apparato che rapprresenta il vero male del paese, la vera intersezione negativa sulla dinamica imprenditoriale e commerciale italiana, il vero momento di aumento del costo del lavoro e relativa diminuzione dei salari, vero motivo di crescita continua e smisurata del debito pubblico complessivo, sia a livello locale che nazionale.

Queste considerazioni sono ormai sempre più condivise nel paese, sia fra la classe imprenditoriale ed industriale, sia nei vari settori produttivi di quella ricchezza che a Roma, una certa politica del “fottere e piangere, straccia le vesti e tira i capelli” vuole agguantare e dilapidare.

Lo stesso presidente della repubblica, nelle sue ultime dichiarazioni, ha fatto intendere che l’empasse politica non è più sostenibile dal paese, lasciando forse percepire che sarà proprio la prima carica dello stato a premere quel tasto che porterà a nuove elezioni, quel tasto che non apre le porte ad inutili revisioni elettorali di governi tecnici non risonosciuti dal popolo sovrano, quel tasto che dovrebbe condurre ad una nuova tornata elettorale nella quale il malcontento nel paese contro la casta politica italiana si potrebbe tradurre in un notevole aumento percentuale della Lega Nord, unico movimento politico che ha dimostrato di avere in tasca la ricetta per uscire dalla crisi.

Ma il mondo politico italiano sembra più interessato ad arginare l’avanzata della Lega Nord che a difendere e tutelare gli interessi del popolo, dei lavoratori, degli inoccupati e dei disoccupati, delle famiglie e delle aziende italiane.

Ma se non si esce da questo ricatto politico di bassa lega avviato dai finiani, qualcuno dovrà far uso del tasto di Reset del sistema, ormai impazzito e divenuto esso stesso un grave problema ed un ostacolo alla realizzazione di quelle riforme e di quelle ristrutturazioni che consentiranno il trapasso di questi anni di crisi ed eviteranno al paese un vero e proprio salto nel buio.

Qualcuno quel reset dovrà avviarlo.

Prima che sia troppo tardi.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Faites vos jeux

martedì, 5 ottobre 2010

Le parti sociali, lo stato di diritto e il paese reale.

La leader degli industriali italiani, Emma Marcegaglia (un ottimo esempio di come nelle leadership le donne abbiano qualche carta in più da giocare rispetto a “certi uomini” contemporanei – i miei complimenti a Confindustria per la scelta -) riunisce le parti sociali in un tavolo di confronto fra imprese e sindacati per concordare «convergenze chiare su analisi, obiettivi e cose da fare».

La capacità di riunire attorno ad un tavolo sereno ed equilibrato datori di lavoro e rappresentanti dei lavoratori in un autunno caldo che sembra non dover mai finire, pretende però altrettanta capacità di ascolto e di sensibilità da parte della politica.

A tal proposito però la Marcegaglia precisa che l’iniziativa promossa dagli industriali ed abbracciata da ben 17 sigle di rappresentanza corporativa, «non è un tavolo politico», e che, anzi, rifiuta anche la definizione di «approccio corporativo» dell’iniziativa, e che, sottolinea ancora la Marcegaglia, «non nasce per criticare la politica. Non è un tavolo che si fa dettare l’agenda dalla politica ma non è neanche contro la politica».

Quanta intelligenza e sensibilità “politica” dietro queste dichiarazioni.

Peccato non avere allo sviluppo economico una Emma Marcegaglia.

Ma ecco gli obiettivi concordati in questo tavolo di quelle forze sociali «che sono le colonne portanti dell’economia del Paese»:

1 – «una riforma fiscale condivisa a invarianza di pressione fiscale, con una ricomposizione a favore dei lavoratori e delle imprese. Indicheremo dove aumentare la pressione fiscale se vogliamo diminuirla da altre parti»;

2 – semplificazione delle procedure burocratiche e degli assetti normativi in favore di uno snellimento dei vincoli che incidono sulle strategie e sugli obiettivi aziendali, riforma già avviata con l’abrogazione di ben 375.000 inutili provvedimenti, e con tagli ancora da attuare «alla burocrazia inutile» e «tagli alla spesa pubblica improduttiva»;

3 – una nuova metodologia di lavoro ed un nuovo approccio al dialogo fattivo fra le parti sociali, con la costituzione di tavoli tecnici dai tempi rapidi e proponendo insieme la «proroga degli ammortizzatori in deroga, la detassazione del salario di produttività e la garanzia di pensione per quei lavoratori in mobilità che rischiano di perdere l’aggancio alla finestra di accesso al pensionamento».

Bene, anzi benissimo: ottimo lavoro.
Ora però, resta da chiarire quale identità e quale forza avrà l’interlocutore privilegiato delle parti sociali nei prossimi e decisivi anni, e cioè, il governo.

Un governo c’è, come vi è pure una ampia maggioranza che lo sorregge.

Ma solo in apparenza.

Appena il governo accenna alla risoluzione di uno solo dei mille problemi che il paese vive con estremo malessere, ricompare una componente della maggioranza di governo che appare cieca e sorda dinanzi ad ogni decisione che voglia intraprendere il premier Berlusconi, pretendendo “la preventiva discussione” (in camera caritatis) di ogni singolo documento e di ogni singolo testo, come di ogni singolo aspetto delle riforme che intenda varare l’esecutivo.

Ed ecco sorgere il quesito prospettato dal sempre attento ministro dell’interno italiano:
“il problema è verificare se la maggioranza ha la possibilità di operare, altrimenti, come ho già detto, è meglio votare subito. Noi volevano votare subito, poi abbiamo appoggiato lealmente il governo. Vedremo nelle prossime settimane se ci saranno veramente le condizioni di continuare”.

Ci saranno le condizioni per consegnare al paese un governo forte che assicuri la realizzazione delle riforme in tempi stretti?

Oppure il paese rischia di dover subire una nuova discontinuità governativa causata dall’erosione del potere decisionale da parte delle minoranze che sostengono il governo a tutto scapito delle scelte sulla attuazione del programma della maggioranza?

“Sarebbe terrificante finire come il governo Prodi”, così termina la sua disamina il ministro dell’interno Roberto Maroni.

Bene, anzi male.

Siamo alle solite con il vecchio e brutto vizio del parlamentarismo italiano, siamo di fronte, ancora una volta, al ricatto che piccole minoranze impongono al paese, alle parti sociali, allo stato di diritto, alle famiglie e alle aziende italiane.

La politica dell’ago della bilancia, la piccola politica di bottega di piccole botteghe politiche arse dall’ambizione di governare senza averne il mandato, governare senza averne i numeri ed il consenso.

Personalmente, non riesco ad abituarmi a questo titanismo da nanismo politico, non mi abituerò mai a questo continuo ricatto che deve subire un paese in piena crisi socio-politico-economica da parte di una pirateria politica che non fa onore al nostro paese e ci squalifica al livello di paesi del terzo e del quarto mondo.

E questo pensiero viene fuori ben chiaro dalle dichiarazioni del ministro Maroni.

Siamo ad un punto di svolta:

o si continua a governare o si va tutti di fronte agli elettori, a farsi valutare per le proprie (ir)responsabilità politiche.

Sempre che nel mezzo del cammino per le elezioni, si insinui un altro vecchio e brutto vizio della politica italiana:
l’inciucio del cosidetto “governo tecnico”, termine generico che nasconde la pericolosa volontà di cambiare le regole del gioco poco prima del voto, al fine di proiettare migliori condizioni per la raccolta del consenso per se stessi o anche solo per negarle ad altri, anche e soprattutto se, “gli altri”, è quella maggioranza che sosteneva il governo dimissionario e che ha impedito alla minoranza nel governo di realizzare l’ennesimo infimo ricatto politico da piccole botteghe, chiare od oscure che siano.

Già, poichè dietro tutta questa vicenda vi è il motivato sospetto che forti poteri occulti ancora presenti trasversalmente nelle istituzioni italiane vogliano conservare, mantenere e restaurare un forte potere di condizionamento delle istituzioni democratiche, potere che con riluttanza andrebbe al voto senza tentare di vincere la mano barando.

In questa ottica, la scelta più sensata e ragionevole, sarebbe proprio quella di restituire al popolo sovrano il ruolo di mazziere della democrazia, decretando con il voto, la sconfitta definitiva di un modo di “fare politica” che è da dimenticare.

Per sempre, per tutti, per un futuro vero ed una libertà autentica.

Faites vos jeux.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X.

Gianfranco Fini: cui prodest?

mercoledì, 8 settembre 2010

Quel che Silvio Berlusconi non ha capito sin dall’inizio del tradimento finiano è che più passa il tempo per una reazione, e peggio è per il paese.

Lo ha capito invece subito Umberto Bossi, che preme per un ritorno alle urne sin dai primi vagiti bocchiniani del tradimento finiano.

Ogni giorno che passa, il paese perde posti di lavoro, perde aziende che sfiduciate da questa pessima politica finiana delocalizzano all’estero aziende e siti produttivi, perde cervelli, che sono in fuga alla ricerca di paesi maggiormente meritocratici, laddove la raccomandazione non governa l’accesso al mondo del lavoro e dove la politica è meno ricattabile dalle ambizioni del nano politico di turno.

Ci impoveriamo sempre più, giorno dopo giorno.

E non è solo a causa della crisi economica, ma anche e soprattutto dell’empasse creata ad arte da questa crisi politica voluta egoisticamente dal Presidente della camera dei Deputati Gianfranco Fini, il quale, richiesto di sloggiare dalla terza carica istituzionale, risponde con un deciso niet.

E già, altrimenti come potrebbe ricattare governo, paese e popolo italiano Gianfranco Fini se perdesse la poltrona di presidente?

E come potrebbe fermare l’azione del governo che più di tutti, ha contrastato, mortificato e devastato le organizzazioni criminali mafiose?

E come può garantire sicurezza e legalità agli italiani se Fini intende aprire il rubinetto alla immigrazione clandestina cui corrisponderebbe solo una gratificazione per il mondo del lavoro nero, per il sottobosco mafioso e per il mondo della illegalità diffusa?

E come si spiega questa sua determinata avversione all’azione di contrasto alle mafie del ministro dell’Interno on. Roberto Maroni con la scelta di campo manifestata a Mirabello di difendere in esclusiva gli interessi del sud?

Non dobbiamo dimenticare che il sud è quel luogo elettorale in cui le mafie hanno sempre dimostrato di sapere, potere e volere indirizzare il consenso, il voto.

E come farà questo novello super eroe della casta politica italiana a raccogliere consenso esclusivamente nel sud senza inciampare nel potere mafioso di condizionamento del voto?

E come farà questa armata di Brancaleone a modernizzare e responsabilizzare l’amministrazione locale nel sud senza l’insostituibile arma del federalismo fiscale?

Quesiti molto interessanti questi, a cui Gianfranco Fini ha sempre evitato accuratamente di dare risposte.

E invece sarebbe interessante comprendere come si potrà fare buon governo senza il federalismo fiscale e come si potrà avversare le mafie senza incontrare la loro influenza elettorale.

Questo governo ha raccolto il consenso del sud assicurando una devastante guerra alle mafie, alle loro proprietà e alle loro capacità finanziarie, e questo governo è stato fermato da Gianfranco Fini.

Questa è la nuda e cruda realtà.

Il ricatto politico è evidente, i pericoli cui Fini sottopone il paese li stiamo già pagando.

Le mafie sono in rotta di collisione con il governo italiano e cercano nuove vie da percorrere, nuovi galoppini da finanziare, nuovi partiti da strutturare.

In questo vuoto di rappresentatività, si interpone la crisi politica aperta ad arte da Gianfranco Fini, che sembra affatto casuale, nell’odierno contesto.

L’etica e la morale finiana si incontra con la voglia matta delle mafie di abbattere il governo del ministro dell’interno Roberto Maroni.

Cui prodest?

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Fini, è ora di tornare a casa: la sua.

giovedì, 19 agosto 2010

Non mi sono volutamente interessato dello scandalo della casa monegasca donata ad Alleanza Nazionale e poi entrata in qualche modo nella disponibilità del cognato di Gianfranco Fini.

Non me ne sono interessato perchè secondo me, il tradimento politico finiano è lo scandalo più grande che coinvolge la figura politica di Fini, che ha tradito il mandato elettorale conferitogli dagli elettori per un programma di governo, per un premier (che non è lui e mai sarà lui) e per una maggioranza di governo, alleata esclusivamente a questo fine.

Trovo interessante occuparmi ora dello scandalo della casa di Montecarlo, a seguito del battibecco che si è creato fra Gianfranco Fini e il quotidiano Il Giornale, che pubblica sempre nuovi e più interessanti elementi a prova di questa scandalosa vicenda, che getta ombre inquietanti sulla figura morale e poltica di Gianfranco Fini.

Ora, queste ombre sembrano dipanarsi.

Fini non sapeva della casa e della disponibilità della stessa di cui suo cognato godeva?

Oggi sul sito www.ilgiornale.it è possibile ascoltare la testimonianza diretta di un signore che dichiara di aver visto Gianfranco Fini in quel condominio, in quella casa.

Di più.

Egli dice che erano presenti anche una ventina di inquilini in quella occasione ed alcuni agenti della polizia monegasca.

Molti elementi di questa scandalosa vicenda sono stati smentiti da Gianfranco Fini.

Ma molti di questi elementi trovano ogni giorno maggiori riscontri nelle prove addotte da Il Giornale.

La parola di gentiluomo e di politico al di sopra di ogni sospetto del Presidente della camera dei Deputati Gianfranco Fini è messa seriamente in discussione, in una pubblica discussione.

Forse Il Giornale avrà anche interessi (peraltro manifesti, non nascosti, non clandestini, non subdoli, ma diretti, limpidi e aperti alla valutazione di tutti) diretti ad occuparsi dello scandalo che coinvolge sempre più la terza carica istituzionale dello stato.

Già, poichè Gianfranco Fini riveste un ruolo istituzionale di rilievo:
la presidenza della camera dei deputati.

A dire invero, tale carica oggi risulta priva di validità sostanziale (delle validità formali costituzionali non me ne occupo, c’è già qualcuno che è pagato per questo), essendo venuto meno, e proprio per mano e volontà diretta di Gianfranco Fini (ma guarda che casualità), quel largo consenso parlamentare che lo ha eletto alla presidenza della camera.

Che la costituzione indichi cose diverse da queste mie considerazioni, non è fatto che interessi molto famiglie ed aziende, imprenditori e lavoratori, pensionati e disoccupati italiani, la gente comune, i cittadini X, insomma.

Vi sono regole etiche e morali, prassi consolidate e modelli di pensiero che superano molto spesso l’eccesiva rigidità di una carta costituzionale che non incontra il consenso del paese, che non avvicina stato reale e stato di diritto.

Bene, è proprio in virtù di queste considerazioni che io mi permetto, che mi sia consentito o meno, da libero cittadino italiano qualunque, di chiedere le immediate dimissioni di Gianfranco Fini da presidente della camera dei deputati.

Chiedo le sue dimissioni per i motivi che ho appena addotto e per una semplice considerazione umana e politica:

se veramente Fini ha mentito pubblicamente sullo scandalo della casa di Montecarlo, egli non ha alcun diritto di sedere su una poltrona di elevato rilievo isituzionale.

Che si difenda pubblicamente, che porti prove della sua equlibrata condotta morale su questa faccenda e sul come egli la stia gestendo, rifiutandosi perentoriamente di rispondere alle chiamate ed ai dibattiti pubblici televisivi e non sull’argomento.

Oppure che si dimetta, facendo così cessare immediatamente l’ondata di risentimento che cresce quotidianamente fra la gente comune nei confronti della casta politica italiana, sempre irresponsabile e sempre più attaccata alle poltrone del potere.

Si assuma le sue responsabilità umane, personali, familiari, politiche e morali, signor Gianfranco Fini e scinda queste sue responsabilità dalla dignità e dall’onore della terza carica istituzionale da lei rivestita.

Quando è l’uomo che siede su una poltrona dal potere ad ottenere più vantaggi dalla carica assunta, piuttosto dei vantaggi che derivano dalla carica pubblica dal comportamento della persona che la ricopre, bisogna accettare la propria sconfitta e non farla pagare a istituzioni e popolo sovrano, peraltro già duramente impegnati in crisi socio-economiche ben più importanti.

Gettare la terza carica istituzionale nello scontro diretto politico, è stato già un errore che stiamo pagando tutti molto caro.

Farsi scudo della terza carica istituzionale nella guerra stoltamente avviata contro la stabilità e la continuità governativa, è stato un errore gravissimo ed imperdonabile, specie se rapportato agli interessi di natura personale e tutti legati alle ambizioni personali di leadership da parte di chi rivesta detta carica.

Ma gettare discredito e ombre quotidiane sulla presidenza della camera dei deputati rispetto a scandali personali e politici che nulla hanno a che vedere cone le funzioni ed i prestigio ricoperti, bene, questo è davvero troppo.

Signor Gianfranco Fini, ci faccia un piacere a tutti:

si dimetta.

Così potrà godersi tutte le proprietà mobiliari ed immobiliari a sua disposizione senza che questo arrechi danno alla collettività, al prestigio delle isitituzioni, all’immagine del paese.

Vada a casa, signor Fini.

La sua.

Il Cittadino X
alias
Gustavo Gesualdo