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Il nuovo modello politico europeo

lunedì, 18 ottobre 2010

Il multiculturalismo è “totalmente fallito”.

Gli immigrati devono “adottare la cultura e i valori tedeschi”.

Così, Angela Merkel, apre la strada alla nuova via italiana disegnata dalla Lega Nord di Umberto Bossi.

Ma c’è di più.

Ecco il vertice franco-russo-tedesco in Normandia, un vertice che solleva dubbi e mugugni sia in seno alla Unione Europea che oltreoceano, nell’America multirazziale e multiculturale del presidente (musulmano?) Barack Hussein Obama II.

Il caso greco, il caso rom e quello della gestione dei flussi migratori all’interno della UE, disegnano un futuro diverso per il continente nord-europeo e nord-asiatico, un futuro diverso per l’Unione Europea e diverso per l’alleanza transatlantica.

I segnali della apertissima crisi politica europea ci sono tutti.

Alla base di questa crisi, il principio di territorialità, principio che intende difendere culture, stili di vita, identità socio-economiche.

Appare tutto come l’inizio di un nuovo assetto geo-politico per il vecchio continente.

Le vecchie democrazie rifiutano ogni tipo di espansione ed egemonizzazione culturale che passi attraverso il metodo democratico dei numeri, rifiutano ogni tipo di invasione che non intenda rispettare il principio della territorialità e della tutela degli interessi delle popolazioni che sorreggono, malvolentieri, il peso ed il costo delle sovratrutture politiche europee e transnazionali.

E non è solo un caso di politica interna europea.

Vengono coinvolti, anche e soprattutto, gli assetti internazionali, come è ovvio che sia.

Ad un primo sguardo disattento degli osservatori, queste nuove posizioni dei goveni nord-europei, sembrano piuttosto inseguire il consenso popolare, anche in seguito a quanto sta accadendo in Olanda, Svezia e Danimarca.

Ad una più attenta analisi, appare invece trasparire la ricerca di un “nuovo modello europeo” da questa nuova attività politica europea, un modello che sia maggiormente conforme agli interessi dei paesi che ne sono coinvolti.

Lo sganciamento dall’Europa di Bruxelles, dalle sue idiozie burocratiche e dalle sue visioni piuttosto ideologiche, appare evidente.

E’ solo la naturale conseguenza della caduta del muro di Berlino, come della caduta di quei muri ideologici che si interpongono fra i popoli europei e la soddisfazione dei loro interessi comuni.

E’ la ricerca di un nuovo modello europeo che “parta dal basso”, per poi incontrarsi o ricongiungersi ai vertici in base ad accordi e patti che vanno ancora raggiunti, che vanno ancora disegnati.

Una sorta di “alba federalista”.

Il modello federalista infatti, risulta vincente nei “punti caldi” della ricerca delle soluzioni esecutive ai problemi socio-economici contemporanei nei suoi due punti cardinali:

- l’abbandono del modello di stato che fa economia con il debito pubblico;

- il contrasto all’attacco democrafico e democratico da parte di modelli culturali migrati nei paesi europei ed assolutamente incompatibili con il nostro stile di vita.

Riportando queste due riflessioni sui temi caldi in Italia oggi, ritroviamo non poche coincidenze con questa sperimentazione sociale, politica ed economica avviata da Francia e Germania.

Analizziamole.

L’abbandono del modello di stato che fa economia con il debito pubblico.

Come si fa intervento statale in economia con il debito pubblico?

Il fallimento greco ne è un esempio eclatante:

1 – aumento sconsiderato della fascia di dipendenti pubblici come risposta alla disoccupazione ed alla inoccupazione.

2 – gestione “allegra” della età pensionabile, che nel caso greco consentiva il pensionamento anche a soli 53 anni.

3 – iperburocratizzazione del sistema economico, conseguenza ineluttabile della enorme crescita dell’apparato pubblico.

Il caso italiano è configurato molto meglio di quello greco, sia sotto il profilo del rapporto PIL-deficit che su quello dle versante pensionistico.

Ma l’iperburocratizzazione e la realtiva presenza di un apparato pubblico inefficente e troppo spesso pensato come risolutivo del problema occupazionale, fanno del quadro italiano un dipinto piuttosto scadente.

Le riforme interventute negli ultimi anni hanno molto influito in questo quadro, come appare risolutiva la riforma federalista.

Inutile dire che l’intero pacchetto delle riforme varate sinora come quella più importante e di prossima attuazione, la riforma del federalismo fiscale, fanno capo alla spinta propulsiva della Lega Nord di Umberto Bossi.

Come il federalismo fiscale potrà incidere nel sistema italiano è cosa da valutare in base alla perpetrazione di quei comportamenti politici ed amministrativi che continuano imperterriti a sostenere l’ingresso della forza lavoro in contesti strategici del pubblico servizio nazionale e regionale in cui la qualità del servizio è messa in forse da assunzioni di massa indiscriminate, che non rispondo al metodo selettivo del merito e della capacità professionale, ma rispondono piuttosto a ambizioni politiche da sostenere con risposte occupazionali veloci e pilotabili, quali sono le assunzioni nel comparto sanità (in Puglia ne abbiamo l’esempio più eclatante) e la stabilizzazione del precariato nel comparto scuola.

Dobbiamo rilevare che, ancor oggi, in italia, taluni elementi politici non comprendono la gravità di un agire così sconsiderato nell’amministrare la cosa pubblica.

E questo agire è incompreso ed ora anche contrastato dal nuovo modello politico europeo lanciato dai tedeschi.

Non bisogna mai dimenticare che sono tedeschi e francesi i primi a pagare il conto delle stoltezze politico-amministrative degli altri popoli europei e che, dopo il caso greco, non vi sono garanzie di “salvataggio” per quei popoli che non avranno dimostrato di aver compreso e digerito la lezione greca.

Ed il modello leghista è l’unico modello italiano che si coniuga perfettamente con il nuovo modello europeo disegnato da Merkel e Sarkozy.

Il contrasto all’attacco democrafico e democratico da parte di modelli culturali migrati nei paesi europei ed assolutamente incompatibili con il nostro stile di vita.

Ecco l’altro versante politico che investe i governi europei.

In Italia, se non fosse stato per il deciso intervento della Lega Nord di Umberto Bossi, questa “via” politica non avrebbe percorso nemmeno un centimetro.

Fortissime le resistenze sia interne che esterne alla risposta in termini di sicurezza che la Lega propone e governa in contrasto al fenomeno della clandestinità, della gestione dei flussi migratori, della micro come della macro criminalità e del più grande e concentrato contrasto che lo stato abbia mai opposto alle organizzazioni criminali mafiose.

L’unificazione dei corpi di polizia in Italia è ancora agli albori e incontra notevoli impedimenti.

Pensate che le forze di polizia che a vario titolo e grado rispondono alla sicurezza dei cittadini italiani, del territorio italiano e del patrimonio pubblico e privato degli italiani sono le seguenti:

Polizia di Stato
alle dipendenze dirette del Ministro dell’Interno

Arma dei Carabinieri
è la quarta forza armata italiana con collocazione autonoma nell’ambito del Ministero della Difesa

Corpo della Guardia di Finanza
alle dipendenze dirette del Ministro dell’Economia e delle Finanze

Polizia Penitenziaria
dipendente dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della giustizia.

Corpo dei Vigili del Fuoco
dipendente dal Dipartimento dei vigili del fuoco, del soccorso pubblico e della difesa civile del Ministero dell’Interno

Corpo Forestale dello Stato
alle dirette dipendenze del titolare del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali

Polizia Locale
servizio di polizia dipendente dagli Enti Locali

Polizia Provinciale
servizio di polizia dipendente dagli Enti Provincia

Polizia Municipale
corpi o Servizi dipendenti direttamente dai Comuni

Tenendo conto che ogni responsabilità politica e di governo della sicurezza in senso lato e in senso stretto viene addebitata al solo ministro dell’Interno, appare un vero miracolo che, nonostante l’articolazione e la sovrapposizione di responsabilità, fini, intenti e servizi, si assista ad un contrasto al mondo delle illegalità diffuse, della clandestinità, delle mafie e del terrorismo così costante e potente.

Va notato che molti corpi di polizia su indicati sono strutturati in maniera autonoma, comprendendo a loro volta corpi speciali, servizi e strutturazioni territoriali differenti (si pensi al caso dell’Arma dei Carabinieri, che dispone del più capillare servizio di polizia territoriale – una stazione dei Carabieri è presente ovunque sul territorio – e del nucleo operativo di radiomobile di pronto intervento).

Governare la sicurezza oggi in Italia in queste condizioni, equivale certamente al merito che assegna un premio Nobel, visto il dedalo di competenze di sovrapposizioni verticali, orizzonatali, trasversali, per settore e per territorio che abbiamo oggi a disposizione.

Tutto questo rappresenta oggi una ricchezza, ovviamente, ma il pensiero che induce ad una unificazione delle forze di polizia è un pensiero che offre molti punti positivi alla garanzia della sicurezza nel nostro paese.

Per non parlare della cenerentola della sicurezza italiana:
la vigilanza privata.

Essa non assurge al rango di forza di polizia, ne pubblica, ne privata, non gode della dignità del nome di comparto della sicurezza privata, non viene sorretta in alcun modo da finanziamenti pubblici corrispondenti alla sempre maggiore esposizione che le Guardie Particolari Giurate intepretano nel sempre più avanzato e complesso ruolo della vigilanza moderna, pur offrendo comunque un forte contrasto al mondo delle illegalità in una posizione che si può definire di “prima linea”, mancando però, delle adeguate garanzie e di quei riconscimenti che le consentirebbero di svolgere un ruolo di partecipazione attiva al servizio pubblico che garantisce la nostra sicurezza.

Detto questo, al solo fine di dare una visione minima delle difficoltà del governo della cosa pubblica in Italia, in un settore strategico e determinante come quello della sicurezza.

In questa ottica, prende maggiore consistenza e valore la frase del cancelliere tedesco Angela Merkel, che tenta di imprimere al nuovo modello politico europeo una spinta che sia più legata ad “adottare la cultura e i valori tedeschi”, che, parafrasando, indica un punto di riferimento orizzontale di un rinnovato governo dei paesi europei:
più efficace, più efficente e federalista.

D’altronde, è notorio che in Italia, allorquando ci si indigni di fronte ad una inefficenza del servizio pubblico, si ponga da sempre come riferimento il relativo modello tedesco.

E’ ormai un luogo comune.

E’ ormai un nuovo modello umano e politico, di stile di vita, direi.

Un nuovo modello che cerca condivisione e offre garanzie per un futuro migliore di quei paesi europei che lo volessero condividere e governare.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

La sanità in Calabria

sabato, 24 luglio 2010

Sintesi

Il governatore della regione Calabria analizza la struttura sanitaria regionale:

73 strutture sanitarie fra pubbliche e private, che coprono un numero di 8.874 posti letto;

20 ospedali con meno di 100 posti letto;

11 strutture a rischio sicurezza.

I dati a disposizione disegnano un quadro inefficace ed inefficente.

I casi di malasanità in Calabria parlano di reparti chiusi quando servono e di morti potenzialmente attribuibili alla bassa qualità del servizio offerto.

Tesi

Bisogna alzare la qualità del servizio e tagliare i rami secchi che mettono in pericolo la stessa sopravvivenza di coloro i quali si rivolgono ad essi per ottenere cure sanitarie.

Chiudere le 11 strutture a rischio sicurezza.

Chiudere le 20 strutture con meno di 100 posti letto.

Reinvestire le risorse umane, professionali ed economico-finanziarie rinventi dalla chiusura dei rami secchi nelle rimanenti strutture che funzionano e potenziarle puntando ad un miglioramento del servizio sanitario offerto, miglioramento che va controllato e monitorato settimanalmente.

Rivedere le convenzioni con le strutture private sempre nella ottica del servizio offerto:
se tali strutture non sono all’altezza di erogare servizi efficenti ed economicante interessanti, non vanno rinnovate dette convenzioni.

Potenziare i servizi sanitari territoriali solo se i comuni si impegnano a copartecipare alla spesa per le prestazioni domiciliari.