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La cioccolata, la merda e lo sviluppo

sabato, 31 marzo 2012

Perché l’Italia non trova la strada per uno sviluppo che sia umano, politico, economico e finanziario?

Perché in questo paese la cioccolata ha deciso di non condividere più la merda.

Se chi ha responsabilità di governo non elimina la merda dal paese, la cioccolata o si isola e se ne frega, o se ne va in altri luoghi dove la cioccolata venga ricompensata da cioccolata e non da merda e dove la merda, non venga pagata come cioccolata.

Ed è tutto qui, tutto in questa svista l’empasse del paese, una svista che confonde i sensi:

stesso colore, ma non lo stesso sapore ed odore.

La casta politica ha il dovere di agire eliminando questa svista prodotta da un eccesso di benessere che ha privilegiato la merda, e non può ne deve chiedere maggiore partecipazione e coesione sociale ad una cioccolata ormai distaccata ed isolata dai maltrattamenti ricevuti.

La casta politica deve agire, deve ricondurre la cioccolata ad elemento principe da assaporare e deglutire e la merda a mero escremento da defecare.

Altrimenti è tutto inutile.

Altrimenti lo sviluppo non potrà insediarsi un un paese in cui si è commesso un grave errore di valutazione che si pretende paghino cioccolate estere e nazionali.

Non si può pagare la merda al prezzo della cioccolata e pretendere di pagare la cioccolata ad un prezzo di merda.

E men che meno, si può pretendere una fusione ed una coesione fra merda e cioccolata, poiché la cioccolata preferirebbe fuggire piuttosto che essere disciolta in un cesso.

Ed è tutta questa merda che frena lo sviluppo, più di ogni altra cosa.

E non è di alcun interesse che la merda sia maggioranza nel paese e possa prevalere con il pretesto democratico:

merda è, e merda resta.

Una maggioranza di merda non produce il cibo degli dei, ma solo tanta altra merda.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il merito e la dittatura dei mediocri

mercoledì, 2 marzo 2011

Tema antico questo, molto dibattuto, sempre disputato, comunque controverso, e ad ogni modo, tormentato.

Tentiamo una analisi.

Da dove partiamo?

Dal Rapporto Camere Aperte 2010 – 2011.

Il rapporto è una vera e propria classifica dei deputati e dei parlamentari italiani basata sull’Indice di Produttività Parlamentare.

Pare che, in termini spiccioli di interpretazione del dato, solo un terzo (1/3) dei parlamentari italiani producano una attività sufficiente a definirli operativi.

Per il resto dei due terzi, le ombre offuscano grandemente le luci, poche e sparute, a dire il vero.

Senza l’ardire di voler entrare nel merito di questa analisi, tentiamo una sua interpretazione, ovvero, una sua traslazione nel tessuto sociale, economico, produttivo e del lavoro italiano.

Perdonerete la correlazione forse troppo diretta che vi invito a fare ma, in base al rapporto di rappresentanza che produce la connessione “popolo-suoi rappresentanti”, azzardiamo una proiezione:

possibile che anche nel paese vi sia una uguale corrispondenza fra merito e appendice, fra capacità ed incapacità, fra capo e coda?

Possibile che nel paese sia riproducibile una duplicazione di un dato che narra come 2/3 del paese vivano del merito del restante 1/3?

Ed è possibile anche lanciarsi in una considerazione che guarda ad una possibile dittatura dell’immobilismo come al fattore determinante del fallimento di cui la nostra società, vecchia, praticona e parrucona, sembra soffrire in modo quasi permanente?

Possibile che decenni di democrazia cristiana bloccata e malata abbiano distorto sino al punto di una incredibile “dittatura degli ultimi” il termine di solidarietà?

Non è che a forza di slogan in favore degli ultimi, questo paese si ritrovi una classe dirigente selezionata in favore di chi non dovesse cambiare nulla, non dovesse muovere nulla, non dovesse inventare nulla?

E già, perchè oltre ai poeti, in questo paese sono morti pure gli inventori.

Da noi infatti, non si inventa più nulla.

Quello che era il paese della fantasia e della intelligenza applicata, sembra essere divenuto il paese della mediocrità e della conservazione applicata:

di poltrone e di privilegi orizzontali, delle estorsioni e delle prevaricazioni tollerate in nome della integrazione degli ultimi e divenuto inopportunamente, casta dominante conservatrice?

Il primo pensiero di molti sprovveduti, parrebbe soffermarsi su chi detiene oggi il potere.

Niente di più sbagliato.

Chi detiene oggi il potere è invece chi ha osato infrangere tali prevaricazioni, tali assiomi, tali regole divenute prassi e procedure inattaccabili.

Se si fa eccezione dell’apparato burocratico, ovviamente, per decenni selezionato, cresciuto e pasciuto all’ombra di questa regola d’oro:

non fare e non far fare.

Siamo al paradosso che imprenditori di successo che hanno spezzato il monopolio informativo e televisivo in questo paese, vengano attaccati con l’accusa di avere troppo potere informativo e televisivo, sino alla definizione di un conflitto nell’uso di questi poteri.

Chi ha spezzato per la prima volta queste catene dell’informazione bloccata e di regime, viene accusato di essere esso stesso regime che blocca l’informazione!

Il paradosso non regge.

Specie se correlato ad una attività politica successiva a quella imprenditoriale che narra di governi dal riformismo potente e vincente.

Ma non è questo il punto.

Il punto sta nel fatto che esiste ancora un potere forte della conservazione che contrasta con una forza mediatica veramente importante, quelle forze sociali, economiche, politiche e del lavoro che stanno veramente e finalmente cambiando questo paese, incredibilmente, miracolosamente, ferreamente.

Ma lasciamo da parte l’aspetto politico che si presta indubbiamente a opinioni diverse e differenti e rientriamo nell’alveo analitico del sistema del “non fare e non far fare” che è dominante in molti, in troppi aspetti della vita di questo paese.

Guardatevi attorno e ditemi, cosa vedete intorno a voi?

Vedete l’efficienza dominare?

Vedete il merito trionfare?

Vedete la giustizia regnare?

Sì, lo so.

Nessuno di voi vede queste cose, e siamo un po troppi a non vedere queste cose perchè un miracolo di Santa Lucia le renda visibili ai nostri occhi.

Esse, semplicemente, non sono visibili perchè non ci sono.

Non esistono.

Il merito.

Beh, siamo il paese che idolatra un uomo che, venuto in nome di Dio, avrebbe meritato ben altra fine che quella di finire inchiodato ad un crocifisso.

E sembra questa la medesima fine che attende chiunque apra nuove strade al futuro di questo paese.

Quasi che la mediocrità imperante, vittima della sua incredibile ignoranza, faccia pagare il prezzo di una diminuzione dei propri privilegi di casta al novello meritevole che osa affacciarsi nella vita pubblica e privata.

Non è l’evolvere del tempo che li sta sopraffacendo, ma è la impersonificazione e la carnificazione umana di quel cambiamento che essi assumono come capra espiatoria di tutti i mali, anche e soprattutto quando i mali, sono causati proprio da loro.

Sembra inutile tentare di spiegare ad un mediocre cosa è il merito, quasi quanto spiegare ad un furbo che egli non è affatto intelligente, così come è convinto di essere.

Sta di fatto che di furbi ne abbiamo sin troppi e ben pasciuti in questo paese, a danno di chi invece potrebbe veramente cambiare il futuro, così, come si accende un fiammifero o come si schioccano due dita.

Ed è proprio questa facilità nella capacità di fare che terrorizza il mediocre, attaccato come non mai alle sue abitudini, al suo status sociale, al suo grado di improduttività e di danno al bene comune.

Il mediocre è furbo, e comprende benissimo il pericolo che proviene dal merito nei suoi confronti.

Ed essendo il mediocre scevro di ogni autentico atteggiamento di umiltà personale e di solidarietà comunitaria, ecco che insorge il suo lato oscuro peggiore:

l’antagonismo a tutti i costi.

Egli si prefigge un unico scopo nella vita:

attaccare il nuovo, attaccare il merito, attaccare ogni cambiamento, aggredire chi lo incarna, con ogni mezzo, con ogni strumento.

Sembra quasi una reazione immunitaria di un organismo ad un attacco virale e/o batterico.

Solo che è una reazione immunitaria falsa, poiché sbaglia ad interpretare il nuovo agente ed a classificarlo come nemico, e lo attacca violentemente, dimenticando così, di attaccare infine se stesso, il proprio organismo.

Questa ipersensibilità, diviene quindi una sollecitazione che mette a rischio l’intero organismo come la sua stessa sopravvivenza.

Questa reazione auto-immunitaria è comunemente conosciuta come reazione allergica.

Insomma, la mediocrità è allergica al merito.

Sino al punto di minacciare la morte dell’organismo ospite comune in cambio della sua stessa sopravvivenza.

La dittatura dei mediocri impone il suo ultimo ricatto.

Che desolazione.

Che paradosso voler affermare la propria sopravvivenza in uno status quo che non è relativo alle proprie capacità, imponendo a tutto e tutti un diktat di sudditanza alla mediocrità ed ai suoi limiti infiniti.

P. S.
Domanda assolutamente tendenziosa:
ma quanta pazienza deve utilizzare il valore in questo paese per resistere all’attacco numerico della mediocrità ed a quello demografico della ignoranza?
E dove è scritto che il volgere l’altra guancia sia sempre e solo un bene?
Bisogna saper discernere.
Ecco, è questo il punto.
Il discernimento di chi tenta di spiegare a chi fa finta di non capire che la propria pazienza è terminata.
Forse in questa frase è contenuto il riscatto del merito in virtù di un riscatto comune, in questo paese.
E non il riscatto della mediocrità in virtù della sua mera sopravvivenza.
Troppo poco.
Troppo costoso.
Non ce lo possiamo più permettere.
ma che prurito alle mani …
Sarà colpa dell’allergia.
E mica è esclusiva dei mediocri pure l’allergia?
E no, eh.
Non ricominciamo con il buonismo a senso unico, per favore.
Anche i mediocri hanno i loro diritti, ma non ad escludendum dei diritti altrui.
Soprattutto quando sono quegli “altrui” a produrre quella qualità e quella quantità assolutamente necessaria (oggi, più che mai) al benessere di tutti.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X