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Progetto Gustavo Gesualdo: la sfida per una ripresa economica interna veloce e sicura

lunedì, 6 giugno 2011

L’economia italiana traballa, cercando il modo di venir fuori da una crisi strutturale del paese che si accompagna ad una crisi economico-finanziaria di dimensioni epocali, tempeste finanziarie che distruggono il duro lavoro di decenni di crescita economica imprenditoriale, artigianale e industriale in pochi minuti in un crollo verticale della borsa italiana.

Ma come sarà possibile riprendere la marcia della crescita economica in questa situazione di immobilismo totale?

Ecco, cosa farei se io fossi il premier italiano per un altro giorno?

Affiderei la ripresa della crescita economica del paese alla edilizia.

Stupor mundi.

Ma sei impazzito?

In un paese già grandemente mortificato da una urbanizzazione dei palazzinari più spietati del mondo, vorresti costruire ancora palazzi e palazzi e palazzi?

Beh, non è proprio questa la mia idea.

Avvierei una epocale riqualificazione di quanto già costruito per abbatterlo e ricostruirlo secondo i nuovi criteri geologici, criteri di geologia applicata, di prevenzione del rischio idrogeologico, di prevenzione del rischio sismico, di rispetto dell’ambiente e di risparmio energetico che le moderne tecnologie offrono.

Avete una sia pur minima idea dei numeri che una colossale opera di riqualificazione urbana di questo tipo potrebbero offrire in termini di ripresa economica?

Ci sarebbe da lavorare per almeno mezzo secolo, anzi, per sempre, se si associasse a questa ideuccia un metodo costruttivo che abbandoni le pesanti e sismicamente pericolose strutture in cemento armato, per avviare un nuovo (per l’Italia) modello tecnico della costruzione edilizia con strutture portanti in ferro.

Una struttura costruita con anima portante in ferro, ha infatti una durata ben definita.

Al momento della costruzione si deve anche prevedere il momento in cui quella costruzione andrebbe abbattuta e ricostruita.

I benefici sarebbero enormi:

una economia edilizia continuamente al lavoro, a partire dall’aspetto geologico, a quello ingegneristico, da quello architettonico a quello paesaggistico per “riqualificare” tutto l’esistente edificato nel territorio che non sia di rilevanza storica e/o culturale;

una edilizia che ricostruisce ogni fabbricato apportando innovazioni continue fornite dalla ricerca sui materiali e sui metodi costruttivi.

Un paese che risorge dalle ceneri con una operazione edilizia che non aumenta di un solo metro cubo la volumetria esistente e che procede ad un maquillage nel quale si potrà addirittura donare un “senso culturale ed artistico” (ristrutturazione architettonica e paesaggistica) offrendo la possibilità ad ogni comune di adottare un unico o vari stili architettonici tipicizzanti, in modo da rendere questa operazione anche un volano per un turismo di tipo tutto nuovo:

il turismo storico-contemporaneo architettonico.

Pensate anche alla possibilità che avremmo di rimediare agli sfasci prodotti da decenni di edilizia selvaggia, eliminando brutture achitettoniche che distruggono l’immagine del belpaese che fu e che, soprattutto, non rispettano le normative e le dvoute prudenze in materia di prevenzione del rischio idrogeologico e del rischio sismico.

Una straordinaria e continua opera di ricostruzione che porterebbe il settore edile ad essere un settore portante e trainante di tutta l’economia del paese, che potrebbe sbizzarrirsi nella ricerca universitaria, producendo innovazioni testabili praticamente al momento, avendo un settore edile che non si ferma mai più.

Inoltre, poiché l’intera operazione non potrebbe mai avvenire in pochi anni, ma si dilaterebbe praticamente per sempre, eventuali “errori di calibratura” nella innovazione tecnologica e della progettazione potrebbero incidere su tempi molto brevi, ricadendo solo sul numero di ricostruzioni sviluppate in quel tempo e non ripetendo gli errori progettuali e costruttivi per decenni e decenni, come è invece avvenuto nel passato.

Una occasione irripetibile per censire l’esistente ed adeguare il catasto alla realtà effettiva, snidando e colpendo i casi più clamorosi e pericolosi di abusivismo edilizio, senza andare invece a colpire le piccole modifiche per adeguare una abitazione alle esigenze delle famiglie.

Solo questa piccola idea di un cittadino qualunque, farebbe ripartire la macchina italia in una ripresa economica fenomenale, ambientalmente compatibile, innovativa nel risparmio energetico, di sprone alla ricerca universitaria come alla economia turistica come nessun’altra.

Immaginate pure che una regione normalizzi questa ricostruzione in tutto il territorio regionale o parti architettonicamente differenti di esso con un modello architettonico omogeneo e richiamato ad un passato remoto:

potremmo avere la regione Lazio della Antica Roma, la Lombardia Insubrica, la Toscana Rinascimentale e la Puglia Barocca.

Avremmo infine la possibilità di spostare le abitazioni troppo vicine alle industrie o agli aeroporti, rilocalizzare termovalorizzatori o sedi produttive insediate in malo modo, prevenire le tragedie umane derivanti da costruzioni ad alto rischio idrogeologico e sismico, ridisegnare contemporaneamente l’intera rete stradale, ricostruire acquedotti fatiscenti, mettere veramente “in rete” tutto il paese e razionalizzare (e finalmente!) l’urbanistica di tutta l’Italia:

una possibilità irripetibile, storica, unica, grandiosa, per ripristinare anche la legalità e offrire un lavoro a chi ne vuole uno e, grazie alla nuova progettazione abitativa, risparmiare una enorme quantità di volumetria da destinare alla costruzione di altri fabbricati, di scuole, di ospedali e di servizi in zone urbanisticamente soddisfatte dove prima non era possibile farlo.

Una idea semplicemente fantastica.

La chiamerei “Progetto Gustavo Gesualdo”.

I costi?

Per la metà a carico dei proprietari delle case che dovrebbero sopportare l’imposizione dell’abbattimento e della ricostruzione di un fabbricato cui semmai, si erano anche affezionati emotivamente, e per l’altra metà a carico pubblico, strizzando l’occhio ad una Europa che finanzierebbe volentieri un rilancio italiano piuttosto che pagarne una sua insolvenza, ovvero, finanzierebbe volentieri un sicuro volano della crescita economica italiana piuttosto che essere costretta a rifinanziarne il debito pubblico sine die.

Nel caso vi fossero proprietari di immobili impossibilitati ad affrontare la parte di spesa loro richiesta, si potrebbe procedere con compensazioni fra privati (cessione di vani e/o volumetrie eccedenti il necessario ad altri inquilini) o creare un fondo per metri cubi non ricostruiti cui possano accedere, mediante compensazione in danaro, coloro i quali invece, in altri luoghi o nello stesso, avessero l’esigenza di aumentare la volumetria per modificate esigenze abitative.

Niente male per uno che si crede un leader per un giorno.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il 17 marzo, la confusione identitaria e “le due italie”

giovedì, 17 marzo 2011

Dopo una notte di lavoro, finalmente ho trovato riposo in un profondo e ristoratore sonno nel letto.

Dopo appena mezz’ora, sono stato svegliato da una inopportuna telefonata.

Ormai sveglio, sono andato in cucina, ho preparato un caffè e l’ho bevuto guardando fuori dalla finestra, come al mio solito.

Poi mi sono seduto, ho preparato la mia prima sigaretta mattutina (o ultima di una lunga serie notturna?) ed ho fissato il mio sguardo ancora oltre i vetri della finestra.

Un vessillo sventolava, appeso ad una finestra posta quasi di fronte alla mia.

Era un tricolore italiano.

Ah, già, oggi gli unionisti ed i nazionalisti italiani festeggiano 150 anni di identità storica italiana.

Il famigerato 17 marzo, festa di una unità italiana ancora tutta da dimostrare nei fatti, oltre le mere intenzioni.

Il caffè unito alla sigaretta, stimola il mio organismo e comincio a percepire meglio la realtà circostante.

Guardo ancora quella finestra e quella bandiera, ma ….. ma …, mmaaaah, mah!

Ma quella non è la bandiera italiana!

Il nazionalista identitario, per festeggiare la ricorrenza del 150° anniversario dall’unità d’Italia, non ha esposto la bandiera italiana, o perlomeno, non proprio quella.

Guardo ancora, inibitito, inorridito, sconcertato ….

All’improvviso, capisco, comprendo, esterrefatto.

Ma tu guarda che ignorante!

Quel dirimpettaio ha esposto la bandiera italiana al contrario, con un tricolore verticale sì (almeno quello), ma esposto nella serie orizzontale in rosso, bianco e verde!

Rido fino a farmi scoppiare un accesso di tosse, chiamo il mio coinquilino e con lui, ridiamo insieme, ancora.

Non è possibile, gli dico, guarda che idiozia, un nazionalista che festeggia esponendo la bandiera che rappresenta l’unità nazionale al contrario:

neanche la propria bandiera conosce e riconosce; altro che identità nazionalistica!

Sul mio profilo Facebook posto questa cosa, che riscuote subito un commento, anche pesante.

Terminato il momento di ilarità, comincio a riflettere sulla “stranezza espositiva”.

E mi domando:

ma come si può rivendicare l’unità di un paese conteso dalle disuguaglianze e dalle disparità macroscopiche, esponendone il simbolo unitario, il suo vessillo unico ed imperativo in modo così aberrante?

In effetti, dico fra me e me, non è la prima volta che ritrovo questa stranezza nella mia vita, avendola vista anche su alcune vetrofanie attaccate alle automobili, in errate quanto pittoresche colorazioni del volto in occasione di manifestazioni sportive, ovvero, come nel caso odierno, nella esposizione della bandiera unitaria italiana … al contrario.

Un simbolo, al contrario.

Beh, in un paese dualistico, ambiguo e sottosopra come il nostro, in un paese che vive una polemica sostanziale sulla propria condizione unitaria, un paese che per questi motivi è anche benignamente appellato come “le due italie”, una incongruenza come quella che osservo, ci sta tutta.

Infatti, a ben guardare, ogni aspetto della vita italiana sottolinea come vi esista una dislocazione della realtà, una sua scomposizione, una sua duplicazione.

La giustizia formalmente enunciata, garantita e tutelata dalla costituzione italiana e l’altra Italia, l’altra giustizia, quella che attende invano una sentenza per tempi lunghissimi, che arrivano e talvolta superano, la soglia dei dieci anni.

La libertà di informazione, enunciata, garantita e tutelata dalla costituzione italiana, e l’altra Italia, l’altra informazione, che nelle pieghe di leggi e leggine, corporazioni e albi, garantisce in modo sufficiente una informazione passiva (accesso a modi e strumenti per ricevere informazioni), ma restringe grandemente in quantità e qualità i soggetti abilitati a fare informazione attiva (accesso, modi e strumenti per fare informazione) ed arrivando addirittura a minacciare la punizione della legge nazionale, l’arresto e persino la galera, per quei soggetti che volessero fare liberamente informazione senza essersi preventivamente sottoposti alle modalità di iscrizione ad un albo (costituito e voluto dalla dittatura fascista per controllare l’opinione pubblica e mantenuto e, se si può, peggiorato sia nella prima che nella seconda repubblica) che impedisce alla stragrande maggioranza della popolazione di fare informazione attiva liberamente.
Sia che si tratti di un giornale che di un volantino, poichè è punibile con una ammenda, anche colui che volantini idee ed informazioni senza il dovuto assenso di regime.

Il diritto al lavoro garantito e tutelato dalla costituzione italiana, e l’altra Italia, quella Italia che ha scambiato il diritto al lavoro per un immaginifico diritto assoluto ad un lavoro da dipendente pubblico, ad un lavoro che non richieda fatica, che non impegni personalmente il lavoratore, che non lo obblighi al confronto con un datore di lavore interessato al bene aziendale e per questo, esigente, un lavoro che comunque ed in ogni caso, garantisca un corrispettivo chiamato stipendio che sia uguale per forza di legge, uguale per tutti, indipendentemente dalle differenze territoriali nei costi della vita, come dalla meritocrazia.
Chi lavora e chi no, chi si assenta abusando delle indennità di malattia e chi no, chi sonnecchia beatamente sul posto di lavoro e chi no, chi è raccomandato e chi no, chi produce con fatica seguendo le direttive strategiche aziendali e chi, invece, sembra non voler far altro che ostacolarle, contrastarle, abusarle.

Tutto questo, mi ricorda la lezione di vita che mi impartì il mio professore di diritto al ragioneria.

Egli, fumando incessantemente una sigaretta senza filtro dopo l’altra, spiegava ad un’aula muta e attenta, il diritto per una intera ora.

Poi, egli chiudeva il libro di diritto, lo capovolgeva, lo riapriva al suo contrario opposto e diceva:

“ecco, dopo avervi spiegato “il diritto”, cioè quello che la legge normalizza, prescrive e regola sulla carta, ora vi spiego “lo storto”, cioè quello che invece accade nella realtà quotidiana di ogni palazzo di giustizia.”

E via, a ripercorrere i temi spiegati nella prima ora, nell’altra parte della medaglia, in quella parte del pensiero medio italiano che si può racchiudere nella famigerata frase:

fatta la legge, trovato l’inganno per aggirarla e non osservarla, nella piena legalità che la legge dispone apposta per essere, essa stessa, aggirata.

Magnifico uomo quel professore, mi è rimasto nel cuore.

Egli non è più fra di noi, su questa terra, massacrato prima e ammazzato poi dalle conseguenze orribili che il suo vizio da fumatore senza limiti avevano avuto sulla sua gola e sul suo apparato respiratorio.

Lo incontrai ancora, quando privo della voce e appena tracheotomizzato, lo vidi in ospedale.

Gli rivolsi il saluto immediatamente, facendogli un nugolo di stupide domande alle quali, evidentemente, egli non poteva più rispondere con la voce.

Mi accorsi dell’errore e fu lui, a trarmi d’imbarazzo, conn una gestualità che voleva dire:
son cose che capitano, questo è il mio destino, questa è la mia vita, con quella immensa dignità che io, gli ho sempre riconosciuto.

E fu sempre lui, che incontrammo per strada quando, con un gruppo di compagni, avendo marinato la scuola, ci apprestavamo a decidere quale meta raggiungere quel giorno, con una fiammante auto ed una patente altrettanto nuova.

Ci chiese perchè non fossimo andati a scuola ed ascoltò pazientemente le nostre parole di difesa e di scusa.

Ad un certo punto, tagliò corto, e disse:

“Questo, è l’ultimo anno per voi, è l’anno della maturità.
Vi consiglio di utilizzare bene il tempo sottratto alla scuola in questa giornata, pena, una chiamata alla interrogazione che tenga conto del vostro comportamento “marinaresco”.
Vi consiglio di andare in tribunale e di assistere ad un processo, uno qualsiasi, nella prima aula che acconsenta l’accesso del pubblico.
Quel che ascolterete in quell’aula, sarà oggetto della mia prossima interrogazione nei vostri confronti.”

C’era poco da scherzare.
Il prof di diritto aveva una assoluta capacità di influenza carismatica, sia su di noi che nei confronti dei suoi colleghi, e decidemmo così, di “assoggettarci volontariamente” alla sua richiesta.

Entrammo nell’Aula di Assise del tribunale, un’aula immensa con volte alte decine di metri, con dipinti e decorazioni alle pareti e al soffitto.

Eravamo, in quello spazio immenso, gli unici spettatori.

L’atmosfera che si respirava in quell’aula di giustizia incuteva timore, dannatamente.

La scena cui assistemmo, era desolante:

la corte seduta in posizione sopraelevata, la difesa seduta in posizione sottomessa, una enorme gabbia circondata da carabinieri ed al cui interno, vi era un solo uomo, muto, disfatto e molto preoccupato.

Ma cosa avrà mai fatto quell’uomo, per essere trattato in un simile modo, guardato a vista da numerosi carabinieri armati, rinchiuso e letteralmente incatenato in una gabbia simile a quelle ove trovano rifuglio gli animali esposti in uno zoo?

Ci guardammo fra di noi, muti, perplessi ed interrogativi.

Finalmente il silenzio venne rotto dalla voce del Presidente della Corte, che chiamava a testimoniare, la moglie dell’uomo ingabbiato ed incatenato.

Finalmente, ora sapremo quale malefico crimine avrà commesso quest’uomo.

“Signora, ci dica come sono andati i fatti.”

“Beh, io, veramente ….”

“Parli, parli pure signora, non abbia timori”, continuò il giudice.

“Beh, io, quel giorno, dovevo andare come ogni sabato, dal parrucchiere, per la messa in piega settimanale dei miei capelli.”

“Continui, signora, continui”, esortava ancora il giudice.

“Dissi a mio marito (l’incatenato ndb) che avevo bisogno di soldi per pagare il parrucchiere, ma lui mi rispose che non ne aveva e che, essendo sabato, non aveva modo di prelevarne (non erano ancora i tempi dei bancomat ndb)….”

“E allora, cosa successe”, incalzò ancora il giudice.

“Mio marito mi firmò un assegno, di importo superiore alla spesa prevsita, perchè il parrucchiere lo cambiasse, come accadeva qualche volta, per una intesa ed una conoscenza personale fra i due.
Mi raccomandò di dire al parrucchiere che l’assegno avrebbe dovuto incassarlo non prima della fine mese, momento in cui, sarebbe stato pagato lo stipendio di mio marito.”

“Bene, signora. E dopo, cosa accadde?”

“Andai dal parrucchiere dove incontrai le mie solite amiche e…”

“E…? Chiese il giudice”.

La donna scoppiò in lacrime, e singhiozzando, continuò:

“io … io … pagai con l’assegno, come aveva detto mio marito, ed incassai il resto della somma che avrei portato dopo a mio marito … e .. e. ehh …..”

“Signora, si calmi, non si preoccupi, qui lei è al sicuro, cerchi di raccontarci i fatti con serenità”, disse ancora il giudice intervenendo fra i singhiozzi e le lagrime della donna.”

“E .. e …. e io … e io dimenticai di dire al parrucchiere che non avrebbe dovuto mettere allincasso quell’assegno prima del 27″ (il famigerato giorno di San Paganino dell’epoca, giorno in cui si corrispondevano gli stipendi. ndb).

Ci guardammo stupefatti.

Quel processo, quella udienza, quella corte d’assise, quei giudici, quei carabinieri, tutto quell’impegno non solo giudiziario, per una ipotesi di reato a carico di un pover’uomo reo solo di avere una moglie distratta.

Le porte della detenzione e della privazione della libertà fondamentale di un uomo, si aprivano ad accogliere un povero disgraziato che non arrivava nemmeno al grado di ladro di polli, poichè ladro egli non era affatto, e neppure omicida o violentatore e squartatore di povere donne inermi.

Che spreco, che assurdo, con una malavita organizzata che invadeva liberamente una città come quella dove noi vivevamo, la giustizia invece colpiva con matematica quanto possente durezza un povero disgraziato.

“Ora, avete compreso perchè io, dopo avervi insegnato “il diritto”, vi insegno anche “lo storto”, seppure non obbligato e nemmeno retribuito per fare questo.
La legge che dovete temere è quella di un bancario che non avverte tempestivamente un suo cliente che il suo assegno emesso senza la dovuta data di emissione, possa condurlo incatenato dinanzi ad una cieca ingiustizia.
la legge che dovete temere, è quella della non conoscenza di “quello storto” che vi ho insegnato, di quei mille e mille modi attraverso i quali si elude la giustizia e la legge, quella maglia attraverso cui, i potenti ed i ricchi di ogni tempo passano indenni, ed i poveri disgraziati restano impigliati.
Questa è la giustizia in Italia, questo è “il diritto” e questo è “lo storto”.”

La mia personale ammirazione per quell’uomo che interrogava dal banco consentendo di avere il libro di diritto aperto, pur accorgendosi immediatamente allorquando qualche impreparato tentasse di leggere e recitare più di un solo rigo di quel libro, la mia assoluta amirazione per quell’uomo, crebbe a dismisura, nella pur infelice constatazione che, di professori di quella qualità, non ne avevo mai incontrato uno uguale, in tutta la mia carriera scolastica ed anche universitaria.

Ed ecco ancora “le due italie” a confronto, nella duplice faccia della stessa medaglia del diritto e del suo contrario, con una vittoria assoluta, quotidiana ed indiscussa, proprio del suo contrario.

Ed ecco come, una telefonata inopportuna ed un risveglio brutale dal sonno dopo una notte di lavoro, portino ad alcune riflessioni sulla esposizione di un simbolo unitario come la bandiera italiana al suo contrario di-storto, che sveli improvvisamente, una unità meramente formale del paese ed una sua assoluta difformità nei fatti e nei simboli che la rappresentano, a cominciare dalla conoscenza storica e civile, civica e nazionale di come è fatta la propria bandiera nazionale e su come vada giustamente esposta.

Come pure della consapevolezza che, un assassino ed un mafioso, corrono (sarebbe meglio dire correvano, grazie a Roberto Maroni) meno rischi in Italia di un povero disgraziato dalla moglie distratta come di un affamato ladro di polli.

Ecco ancora le due facce, le due medaglie, ed ecco ancora quella bandiera italiana esposta “al contrario”, a manifestare con fierezza, l’assoluta inunicità ed ingiustizia di questo paese.

Caro professore, avevi ragione tu.

A te dedico queste mie mattutine riflessioni, originate dalla tua grande capacità umana e professionale di interpretare un libro didattico, come la realtà umana.

E’ grazie a te che io oggi, mi sento più uomo di quanto non possa mai essere stato.

Umanamente uomo, consapevole del rischio che si corre a percorrere la sola strada de “il diritto” per scelta, omettendo quella de “lo storto”, anch’essa per scelta, consapevole che un tale comportamento, potrebbe causare molto danno al mio presente come al mio futuro, ma altrettanto consapeole del fatto che tu, caro professore, carissimo padre mio, hai inseminato questo seme, al fine di veder sorgere un nuovo futuro, fatto di persone consapevoli e coerenti, mai appagate dalla strada più facile ed ovvia del vissuto quotidiano, completamente assorte in un dovere civico e civile responsabile, assolutamente immerse in una sete di giustizia vera e giusta che ancor oggi, a distanza di anni dalla tua dipartita, esiste e pervade il nostro presente.

Con immenso affetto ed ammirazione, tuo

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Aboliamo l’Ordine dei Giornalisti, aboliamo la casta della disinformazione

sabato, 27 marzo 2010

L’Ordine dei Giornalisti rappresenta una casta inutile e dannosa che si interpone fra il libero esercizio della informazione ed il popolo sovrano cui questo esercizio vieneconcesso di diritto e precluso di fatto.
L’ordine dei giornalisti e la figura del direttore responsabile violano l’articolo 21 della costituzione italiana, impedendo l’accesso a chi fa informazione, filtrando e controllando così l’informazione in Italia.

“Parliamoci chiaro, le nostre leggi sull’ordinamento della professione giornalistica per tanti aspetti si collegano alla struttura del fascismo a cominciare dalla figura del direttore responsabile (io l’ho ricoperta per quasi vent’anni) che non esiste in nessun’altra legislazione del mondo.
Una figura derivata da un ordinamento in cui i direttore responsabile era nominato da un partito politico autoritario e onnipotente, in contrapposizione all’editore e mantenuto con privilegi economici, ma senza il controllo politico della testata”.
Giovanni Spadolini. Citazione tratta dal libro “Come si diventa giornalista” – Piero Morganti – Ed.Einaudi.

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