Così, la Lega resta tagliata fuori dal governo della capitale del Nord:
Milano.
E questo accade proprio alla vigilia di un evento che riceverà finanziamenti e creerà ricchezza per molti e molti anni:
l’Expo 2015.
Contemporaneamente ed a causa di un cavillo pretestuoso, il componente leghista del Consiglio Superiore della Magistratura viene silurato.
L’incorruttibilità leghista non viene premiata dalla casta politico-burocratica italiana.
Anzi, viene sonoramente percossa.
L’analisi di questo dato non sorprende un attento osservatore delle cose pubbliche italiane.
La Lega contrasta le organizzazioni mafiose come mai nessuno prima?
La Lega non si piega alla corruzione dilagante?
La Lega non si inchina alla illegalità diffusa?
E allora, fuori la Lega da quei luoghi che gestiscono ricchezza e governano il potere, quello vero.
Il messaggio è molto chiaro, in specie quello che viene fuori dalle urne milanesi.
Certo, dopo qualche anno di sgoverno delle sinistre a Milano, il consenso alla Lega salirà alle stelle, consentendo una candidatura monocolore leghista alla guida del comune di Milano e con ottime possibilità di vittoria al primo turno.
Ma la sensazione è che, “certo modo di interpretare la politica” che sembrava morto e sepolto nella tomba della prima repubblica, sia invece più vivo che mai, incontrando trasversalmente l’intero arco parlamentare, eccetto la Lega, ormai avversata ed attaccata da avversari e da frange dell’alleanza politica.
Un altro momento di riflessione va fatto nella direzione di quel consenso popolare di sinistra che per un certo tempo ha votato per la Lega Nord:
le scelte governative che hanno letteralmente ignorato il grido di aiuto della popolazione lavoratrice che subisce i salari mediamente più bassi di tutti i paesi europei ed occidentali, hanno creato una frattura nel flusso di questo consenso popolare in direzione della Lega.
Stare al governo del paese è un’arma a doppio taglio per la Lega, costretta e ricattata in questo ruolo dalla estorsione sul federalismo, programmato in base alla fine della legislatura per impedire una “secessione” leghista da questo governo.
Il malumore leghista è profondo:
il nord perde colpi, le popolazioni produttive del nord perdono ricchezza, mentre i fenomeni della corruzione, dell’usura e della mafia attaccano con rinnovata violenza.
E se il federalismo significa rinvigorire l’unità del paese, non sono pochi quelli che potranno non condividere questa scelta.
Un patto di unità nazionale rischia certamente di donare stabilità al paese, ma rischia anche di annullare ogni contrasto a fenomeni che sono connaturati in molti, troppi aspetti della vita politica italiana, tanto che, per esserne sradicati, si rischia di uccidere l’intero organismo.
Pare quasi percepire il senso di un tale scellerato patto avverso al nord:
occorre stabilizzare e normalizzare il paese, compresa tutta quella fenomenologia che lo rende quel che è.
Tutti mafiosi?
Nessuno mafioso.
Tutti corrotti?
Nessuno corrotto.
Tutti italiani?
Nessuno Padano.
Ecco la normalizzazione del paese ancora una volta a totale spesa del nord.
Una restaurazione conservativa appare sempre più delineata nel teatrino politico italiano, una restaurazione che intende chiaramente fermare il cambiamento ed il riformismo in virtù di una normalizzazione e di una stabilizzazione di quel che c’è, così come è.
Ma c’è chi dice no.
E lo fa rischiando un impatto tremendo con un sistema corrotto e corruttibile di uno “stato criminale” che appare oggi riunito e più forte, rinato e ricompattato sotto l’egida dell’unità nazionale a tutti i costi.
C’è chi dice NO a tutto questo, consapevole dell’alto rischio che deriva e comporta un atteggiamento di rigidità contro il magna magna generale di certa politica.
Io dico di NO.
E venga quel che venga.
Ogni battaglia per la libertà e la civiltà ha avuto i suoi caduti ed i suoi conti da pagare.
Il cambiamento in un paese che vuole restare immutabilmente corrotto e mafioso, il cambiamento che impedisce l’arricchimento illecito ed illegale di frotte di servitori sleali dello stato, si contra frontalmente contro chi il potere dello stato esercita, appunto.
La corruzione infatti, è un reato che prevede proprio questa prerogativa:
l’esercizio del potere pubblico al fine di un arricchimento personale.
Spezzare questa catena non è facile e non costa poco.
Ma questa è l’unica via che conduce alla libertà.
Vale la pena pagare un costo anche alto per questo.
Ma non si può perdonare e tacere:
bisogna amputare definitivamente il marcio e punire decisamente i corrotti ed i mafiosi.
Pena di morte per i mafiosi ed ergastolo in regime di carcere duro per i reati di concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione, riciclaggio ed usura.
Non c’è altra strada.
Non c’è mai stata.
Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X