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Golpe: Storia di un Colpo di Stato all’Italiana

mercoledì, 4 dicembre 2013
Attentato alla costituzione

Attentato alla costituzione

La decisione presa in un atroce ritardo dalla Consulta (Corte Costituzionale) di abrogare la legge elettorale truffaldina definita il “porcellum” accogliendo il ricorso dei cittadini italiani sveste di ogni ipocrisia il re:

il re è nudo e il parlamento è abusivo.

Questo paese ha vissuto quindi in uno stato golpista ed anti-democratico che ha imposto un metodo elettorale truffaldino al fine di acquisire, detenere e mantenere illecitamente, illegalmente, abusivamente e fraudolentemente il potere pubblico sovrano italiano e di sottomettere il paese reale alle mafie, alla usura, alla evasione fiscale e alla corruzione.

Il tutto orchestrato dalle larghe intese partitocratiche, burocratiche e sindacali e da tutti coloro i quali non volevano che si diffondesse l’informazione che la democrazia italiana sia sempre stata una farsa, una finta-democrazia attuata deliberatamente per frodare ricchezza e benessere al popolo sovrano dei cittadini, delle famiglie e delle aziende italiane.

Un colpo di stato vero e proprio, subdolo e silenzioso, come è tipico delle truffe alla napoletana e all’italiana, senza spargimenti di sangue e all’apparenza del tutto corretto.

Il capo dello stato è rimasto in assoluto silenzio dinanzi a queste evidenti manomissioni del regime democratico, della libera repubblica e della costituzione, di cui egli era ed è il difensore unico ed ufficiale (scopriamo adesso anche abusivo), oltre la stessa Corte Costituzionale, ovviamente, che ha infatti denudato il colpo di stato all’italiana della casta.

Gli atroci dubbi di trattativa traditrice tra stato e mafie accendono ancor più allarmati sospetti che tale golpe abbia messo in mano mafiosa il potere pubblico italiano esercitato in abuso dei principi democratici e repubblicani.

L’esercito tragga le sue conclusioni e prenda il comando esautorando questa casta di dittatori golpisti.

L’esercito deve intervenire per ripristinare l’ordine precostituito democratico e repubblicano violato dalla casta che ha portato il paese ad una vera e propria dittatura, in maniera subdola, violando la costituzione.

Vanno immediatamente azzerate le cariche abusive dello stato e l’esercito deve governare (o chi per esso) sino a nuove LIBERE elezioni, garantondele, e garantendone il loro LIBERO esercizio.

Popolo italiano, cittadini italiani:

vi hanno rubato la democrazia,
vi hanno rubato la sovranità,
vi hanno rubato il voto,
vi hanno rubato ricchezza e benessere,
vi hanno rubato sovranità e voto elettorale,
vi hanno rubato gli istituti democratici e la rappresentatività,
vi hanno rubato la dignità di popolo sovrano,
vi hanno derubato di ogni diritto e libertà,

essi sono dei traditori e vanno puniti con la massima pena prevista per questo gravissimo atto.

L’oste della storia è arrivato:
prego pagare il prezzo del tradimento.

Gustavo Gesualdo
alias Il Cittadino X

La politica senza senso compiuto

giovedì, 3 ottobre 2013

La competizione e l’antagonismo politico in tutto il mondo si compone intorno a maggiore o minore presenza dello stato sulla e nella economia.

Ovunque tranne in Italia, laddove la politica ha il grande limite del vizio.

Vorrei, al fine di farvi comprendere quanto sia singolarmente vizioso il sistema pubblico idagliano fare un piccolo confronto:

se lo stato federale americano ha 800mila dipendenti pubblici rispetto a 300milioni di abitanti ed un territorio centinaia di volte più esteso, perché la piccola italietta si consente l’impagabile lusso di avere oltre un milione e mezzo di addetti (dipendenti pubblici) nel solo settore della scuola rispetto a soli 60milioni di abitanti?

Eppure, tutti affermano che l’Italia sia un paese la cui popolazione divenga ogni giorno più vecchia:

saranno allora le esigenze degli anziani ad assorbire tanta forza lavoro nella scuola?

Come vedete da questo piccolo paragone, l’idaglia degli idagliani appare un ridicolo e pesante carrozzone senza cocchiere.

E la raccapricciante crisi politica vissuta in questi giorni lo prova:

nessuna dichiarazione del bizantinismo politico italiano in questi giorni copre il rapporto fra politica e popolo, fra governo e governati, fra stato e cittadini, fra istituzioni e servizio pubblico.

Nessun pensiero politico espresso interviene fra quello che i politici dicono e quello che lo stato fa, nessun membro della casta si è schierato pro o contro uno snellimento dello stato o un neo-interventismo della cosa pubblica nelle cose private.

In questa condizione dell’assurdo italiano appare invece nitida la centralità politico-strategica della questione del debito pubblico nel mondo.

In questa competizione spesa pubblica versus debito pubblico, se Atene-Londra piange, Washington-Sparta non ride.

Lo shutdown americano dei servizi pubblici mette il presidente e leader democratico Barack Hussein Obama II dinanzi a un dilemma:

tagli lineari alla pubblica amministrazione americana oppure innalzare il tetto del debito pubblico?

Obama sceglie per gli USA la strada viziosa ed affatto virtuosa di pagare con aumenti del debito pubblico i deficit di bilancio.

Ma non è affatto detto che il liberismo radicale repubblicano consentirà di percorrere questa via senza uscita dalla crisi del debito americano, poiché se per pagare debito pubblico si emette e si contrae nuovo debito pubblico si comprende chiaramente che questa spirale non avrà mai fine.

Il caso britannico, nelle dichiarazioni annunciate di nuovi tagli lineari alla spesa pubblica britannica da parte del premier e leader conservatore David Cameron, rende limpido e trasparente il campo di battaglia politica in un paese normalmente arredato, abitato, rappresentato e governato.

Dopo una manovra di quasi 100miliardi di sterline e tagli lineari al welfare con conseguente perdita di circa 500mila posti di lavoro pubblici infatti, ecco prospettarsi una nuova manovra all’orizzonte britannico, ancora con tagli lineari questa volta a danno di sussidi di disoccupazione e alloggi.

Alla luce di questo sempiterno braccio di ferro planetario, i popoli ed i paesi viziosi potranno meglio imparare quanto sacrificio si nasconda dietro il termine “paese virtuoso”:
virtuosi non si nasce, si diventa per volontà e continuità, come pure viziosi.

In questi giorni e mai come in questi giorni è chiaro in tutto il mondo occidentale quali siano le parti politiche, quali le questioni di parte, quali le sempre difficili scelte antagoniste possibili nell’affrontare una devastante crisi del debito pubblico come è quella di questi primi anni del terzo millennio.

Ma proprio in questi giorni abbiamo assistito in Italia, allucinati e raccapricciati, ad una crisi politica e di governo risolta senza mai rendere pubblico con quale metodo il governo affronterà e risolverà la crisi del debito pubblico italiano:

tagli lineari alla spesa pubblica, ovvero innalzamento del tetto del debito pubblico?

Ai posteri l’ardua sentenza, poiché ai contemporanei è vietato anche solo averne coscienza e informazione.

E la chiamano democrazia.

“…. Così muore la democrazia: per abuso di se stessa.

E prima che nel sangue, nel ridicolo.”

Gustavo Gesualdo alias Il Cittadino X

Non hanno capito nulla laggiù al Nord

lunedì, 23 settembre 2013

Ancora una volta un lombardo alla guida della Lega Nord?

Ma, allora, non hanno capito nulla laggiù al nord, non hanno imparato niente dalle passate esperienze di alleanza politica con il demonio.

Se i veneti accetteranno questa “cauzione”, sarebbe l’ennesimo errore del popolo veneto:
con un segretario federale lombardo i veneti non saranno mai indipendenti, non avranno mai la secessione dall’Italia e nemmeno maggiore autonomia, non saranno mai rispettati dallo stato italiano in misura adeguata al loro straordinario apporto al Paese Reale, non saranno mai ammessi alla leaderhip del paese per cambiarlo, rinnovarlo, riformarlo e liberalizzarlo e saranno condannati per sempre a fare i portatori d’acqua al berlusconi di turno, che sia centro, di destra o di sinistra, alleato a mezzo voto di scambio con le mafie meridionali per ottenere una maggioranza parlamentare sufficiente a governare, e questo a causa del porcellum, la legge elettorale voluta dalla casta e incarnata dal lombardo calderoli, legge che serve a mantenere schiavo il nord del vizio del sud imponendo alleanze forzate ed inderogabili che sottomettano il virtuosismo al vizio, che impongano ai politici candidati alle primarie interne dei partiti o alle elezioni ufficiali di trattare con le mafie lo scambio di voti e consenso contro assegnazione concorsi ed appalti pubblici, oppure finanziamenti illeciti personali o ai partiti, nell’evidente tradimento del giuramento solenne di difesa dello stato, del popolo, del territorio e delle istituzioni democratiche al fine di assicurare quella clientela politica, di consenso e di forza mafiosa capace di piegare lo stato alle mafie, la virtù al vizio, l’intelligenza alla furbizia condivisa.

Così nè la questione meridionale, né la questione settentrionale né tantomeno la questione morale, insomma, nessuna di queste questioni assassine della democrazia e della libertà in Italia saranno mai affrontate e risolte.

Idagliani: da nord a sud schiavi e servetti delle mafie e della illegalità diffusa, della corruzione e dell’usura mafiosa, della evasione fiscale e dell’abuso di potere, del vizio e della furbizia scambiata per intelligenza, .

Prima il Nord?

Sì, ma solo dopo il peggio del Sud.

Ed è questo che uccide il Paese, più di ogni altra cosa, quando basterebbe per salvare tutto e tutti mandare in vacanza l’elettorato siciliano, calabrese e campano per un paio di legislture (minimo dieci anni, visto che le legislature in idaglia possono durare anche solo qualche mese), in modo da rendere possibili le formazioni di maggioranze meno aggredite ed infiltrate dalle organizzazioni mafiose e dal vizio, entrambe provatamente anime del sud del mondo, oltre che di quello italiano ed europeo.

Occorre creare un cordone sanitario intorno alla democrazia per salvarla e realizzarla, ovvero rinunciarvi per sempre, essendo essa in totale ostaggio alle mafie.

Scegliete e schieratevi:

il futuro inizia da oggi.

Gustavo Gesualdo alias Il Cittadino X

La Nuova Unione Europea senza Centro e Sud Italia

venerdì, 15 giugno 2012

L’autorevole organo di informazione finanziaria, economica e politica, il Financial Times, lancia l’idea condivisa da molti autorevoli leader politici, economici e finanziari europei di una Nuova Unione Europea che sia sganciata dal malgoverno e dalla inciviltà che rendono incompatibili taluni stili e modelli di vita soprattutto sud europei e mediterranei.

Il nuovo modello europeo, definito “modello ideale”, prevede l’integrazione delle sole Francia, Germania, Benelux e Nord Italia, così come riportato nel disegno.

La Nuova integrazioe Europea include solo Francia, Germania ed i Paesi del Benelux

Nessuna integrazione prevista per Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Centro-Sud Italia.

A ben osservare, sono proprio gli stili di vita ed i modelli socio-politico-economici del sud Europa e del Mediterraneo ad essere estromessi da questa Europa ideale, e sono proprio quelle regioni europee cadute sotto la scure della crisi a soccombere a causa del malgoverno, della corruzione e dei livelli di vita incompatibili con le proprie economie mantenuti in essere da un indebitamento insostenibile.

In più, si osserva che tutti i paesi estromessi da questa futuribile Unione Europea, sono paesi marcatamente cattolici.

Evidentemente vi deve essere un nesso ed una relazione fra il malgoverno, la corruzione, l’inefficacia, l’inefficienza politica e burocratica e l’ispirazione cattolica in quei paesi che sono miseramente falliti.

Deve esserci una certa incompatibilità fra il verbo della Chiesa ed il verbo della civiltà umana avanzata, come se l’avanzamento civile dell’uomo chiedesse un nuovo adeguamento alla condizione umana moderna alla Chiesa Cattolica, quasi un Nuovissimo Testamento che i figli di San Pietro rifiutano evidentemente a causa della verticale perdita di potere temporale richiesta da un tale passo di adeguamento ed aggiornamento religioso alla vita civile e democratica.

Per quanto riguarda le cose italiane, il nuovo modello ideale di una Europa Unita esclude il Centro ed il Sud Italia, integrando solo la ricca e maggiormente civilizzata regione padana.

Si percepisce in questa scelta la volontà di alienare dalla Unione Europea l’inciviltà conclamata di regioni dedite alla adorazione egoistica del dio danaro, nella quali mafia, usura, corruzione, evasione fiscale ed abusi, frodi organizzate e truffe in associazione del potere pubblico la fanno da padrone, pretendendo di godere di un benessere ed una ricchezza che non si è mai prodotta in quelle stesse regioni, ma in altre ad esse asservite con la violenza di una integrazione coercitiva ed oppressiva.

E tutto questo fermento disintegrativo del presente modello europeo sembra prendere forma dal giorno in cui, la più grande organizzazione criminale europea, l’organizzazione mafiosa ‘ndrangheta italiana, ardì commettere una strage denominata Strage di Duisburg o Strage di Ferragosto, evento criminale avvenuto in Germania e messo in atto da esponenti della ‘Ndrangheta, davanti ad un ristorante italiano.

Da allora, non si contano più i continui richiami della “Europa che conta” a riordinare e riformare non solo i conti ed i bilanci statali, ma anche la penosa politica italiana, incapace di assicurare uno stato democratico efficiente e moderno al popolo italiano, ed in particolare, al popolo meridionale italiano.

La strage mafiosa italiana commessa nel cuore dell’Europa ha avuto una risposta netta e decisa:

non si accettano provocazioni mafiose, non si accettano mafie in Europa, non si accettano mafiosi e corrotti nella Unione Europea.

Se le intuizioni su riportate avessero un che di verità, la situazione presente e futura delle popolazioni del centro-sud Italia muterebbe diametralmente:

un fallimento totale, civile, sociale, statale, politico, economico e finanziario che trascinerebbe le popolazioni meridionali in condizioni di povertà dure e pesanti, premessa di azioni violente a tutela dalla aggressività mafiosa presente in quelle regioni.

Insomma, una guerra civile.

Domanda:

è questo il futuro desiderato dalla popolazioni centro-meridionali italiane?

A giudicare dal comportamento e dall’indirizzo politico-burocratico sinora tenuto dalle classi dirigenti centro-meridionali, sembra non vi sia alternativa al fallimento e ad una probabile esclusione dalla futura ed ideale Unione Europea.

A giudicare dal comportamento delle popolazioni centro-meridionali, sembra non vi sia alcuna spinta popolare sufficiente ad ottenere un cambio di direzione delle classi dirigenti.

Insomma, sembra che con il metodo democratico, non si possa ottenere un cambio di direzione utile e necessario alla salvezza e alla continuità di una Italia unita, veramente unita, veramente solidale, veramente forte.

Forse solo un periodo pluriennale di quarantena in cui vigesse la pena di morte per reati quali il comportamento e l’associazione mafiosa e la dilagante ed imperante corruzione politica e burocratica, unito alla liberalizzazione del mondo del lavoro ed una riforma completa e realizzata del sistema democratico adattato alle peculiari esigenze derivanti dalla caratteristica infiltrazione mafiosa degli apparati del potere pubblico statale, forse solo una serie di misure energetiche che liberino il centro-sud Italia dalla mafiosità e dalla illegalità imperante potranno in un certo periodo riequilibrare storture decennali di democrazia bloccata e ricattata.

D’altronde, non si conosce autovettura rièarabile durante il suo ciclo di trasporto:

per curare un malato grave, occorre trasferirlo in ospedale e sottrarlo ai consueti impegni, così come, per riparare il motore di un’auto, occore fermare quell’auto in una officina.

Come potrebbe essere riparata in essere una democrazia così aggravata, bloccata, ingiusta e disgraziata?

In effetti, queste misure o misure similari, le avrebbero dovute già richiedere a gran voce i procuratori della repubblica, i questori, i prefetti, i sindaci, i presidenti di province e regioni del centro-sud Italia, a tutela degli interessi di famiglie ed aziende.

Ma ciò, non è mai avvenuto.

Forse si riscontra un peso eccessivo della caste mafiose politica e burocratica nella selezione dei concorsi pubblici, come pure degli appalti pubblici.

Tale selezione, ha introdotto nella Pubblica Amministrazione solo omertosi e inattivi, nella certezza che costoro nulla avrebbero mai cambiato e nulla avrebbero modificato nella conduzione forzatamente rallentata ed inefficiente dei servizi al cittadino, alle aziende e alle famiglie:

una vera e propria estorsione mafiosa nella quale, chi si dovesse ribellare, verrebbe contrastato con il potere pubblico.

Geniale l’infiltrazione mafiosa, non c’è che dire:

l’isolamento, estromissione ed il mobbing istituzionale come atto criminoso di intimidazione e repressione dei cittadini partecipativi ed attivi, in favore dei più “controllabili” pigri ed indolenti, che anche dinanzi ad un atto grave e criminoso commesso in loro presenza, non mostrerebbero alcuna reazione.

Così, nella Pubblica Amministrazione italiana si sono commessi e si commettono ancora, delitti e crimini in quantità, coperti sicuramente dalla omertà, dalla complicità o dalla semplice sottomissione di sudditanza, del ricatto e del silenzio dei deboli e dei pigri.

Tutto nel silenzio omertoso delle istituzioni collaborazioniste delle mafie e di una informazione vile completamente sottomessa ed asservita anch’essa alle caste mafiose imperanti.

Il quadro è chiaro, come è ancor più chiaro perché, oltre al nord Italia, il centro sud Italia non lo vorrebbe nemmeno la Nuova Unione Europea.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il Welfare, la Crisi, la partitocrazia e Super Mario Monti

martedì, 10 aprile 2012

Il welfare italiano è tutto da rifare, poiché pieno di privilegi arroganti per i furfanti e totalmente privo di diritti per i cittadini:
siamo in pieno medioevo, ed in questa cosa, Monti non c’è.

Ma c’è invece tutta la partitocrazia che, invece di difendere famiglie ed aziende si è definitivamente compromessa in una Questione Morale Infinita, senza soluzione di continuità.

Qualcuno dice che in italia le leggi le fanno i fuorilegge.

Può darsi.

Certo è che questa casta politica, burocratica, partitocratica e sindacale rappresenta un freno potente contro ogni forma di liberalizzazione e di riforma in senso progressista.

Una sorta di coagulo di sottosviluppati trogloditi riuniti in caste abusa del potere pubblico a fini di arricchimento personale tramite la difesa ad oltranza, anche contro gli interessi dell’intero paese, di uno status quo impagabile da qualunque popolo civile, da qualunque comunità sociale.

In tutta questa follia incivile e mafiosa, il cambiamento è sempre stato punito, invece della dovuta punizione al male oscuro del paese.

Così sono caduti Benito Mussolini, Aldo Moro, Bettino Craxi, Umberto Bossi.

Ognuno di loro, con volontà, obiettivi, modalità, effetti e prassi differenti ha tentato il cambiamento.

Ognuno di loro è stato politicamente ucciso per aver cambiato lo stato o solo per aver tentato di farlo.

Cosicché, in questo paese mafioso, usurato ed assai corrotto, “i peccatori” si salvano sempre, attraverso la loro cancerogena infiltrazione dello stato e di quei poteri che dovrebbero contenere gli eccessi e gli errori del potere politico (informazione, magistratura, sindacati, parti sociali, etc), mentre chi tenta il cambiamento “in meglio”, viene pomposamente redarguito con il solito: “chi è senza peccato, scagli la prima pietra”.

Se rubi poco ovvero rubi senza essere autorizzato dal consociativismo delle caste mafiose, vieni scandalosamente additato come il solito moralista preso con le mani nel sacco.

Ma se rubi con il metodo mafioso consociativo, allora sei dei loro, e qualcuno farà la telefonata giusta al giudice giusto, per salvarti, o per ammazzarti, a seconda della convenienza del momento.

Ma, queste caste mafiose così attaccate alle poltrone del potere pubblico non molleranno mai la presa.

Occorre una nuova politica che chiuda il rubinetto delle carote ai membri di queste caste mafiose e lo apra in favore di cittadini lavoratori, delle famiglie, delle aziende.

Occorre un bastone per questa gente, non una carota, ma un lungo bastone nodoso.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Corruzione e Furto

mercoledì, 14 marzo 2012

Ogni volta che la Magistratura e gli investigatori delle Forze dell’Ordine sorprendono un politico o un burocrate italiano con le mani nel sacco della corruzione, ecco arrivare la solita frase giustificativa:

non ho messo un solo euro nelle mie tasche personali, quelli, erano danari per il partito.

Insomma, la vecchia ed irrisolta solfa dei finanziamenti illeciti ed illegali ai partiti politici, ottenuti con l’estorsione, l’abuso d’ufficio, la minaccia di non garantire un diritto acquisito e normalmente esercitabile dal cittadino-lavoratore.

Ma è ora di fare chiarezza, una volta per tutte, su questo equivoco sui termini di ladro e di corrotto.

Rubare per il partito, invece che per se stessi, è sempre rubare.

Essere corruttibile per il partito, invece che per se stessi, è sempre essere corruttibili.

Un ladro non si distingue dal fatto che rubi per se o per altri, ma per il fatto che egli rubi.

Un corrotto non si distingue dal fatto che egli si faccia corrompere per se o per altri, ma per il fatto che egli pretenda ed incassi una tangente.

Insomma, in un paese dove le mafie imperano come primo agente economico e l’usura massacra famiglie ed aziende sane insieme alla evasione fiscale ed alla corruzione, ecco che alla fine della fiera, un corrotto non è nemmeno un corrotto ed un ladro non è un ladro.

Sta di fatto che per me, un mafioso è un morto che cammina, un corrotto è un delinquente che abusa del potere pubblico al fine di arricchire illecitamente ed illegalmente se e/o il suo gruppo politico, ed un ladro è uno che ruba, sia che compia l’atto per se che per conto terzi.

Intanto, la normativa anti-corruzione viene insabbiata da decenni dalla casta politica italiana.

Io rubo, tu rubi, egli ruba, noi, rubiamo, voi rubate, essi rubano.

E tutti stanno zitti, perché semmai, rubano tutti.

E l’italia è di nuovo unita dal nord al sud sotto il segno della corruzione:

ma bravi!

Questa è l’italia.

Ed io, evidentemente, non sono italiano.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il crack italiano e La Divina Provvidenza

venerdì, 30 settembre 2011

La casta politica italiana, sempre più coinvolta in scandali corruttivi e di sospetti di connivenza se non addirittura di concorso, sia pure esterno, con le organizzazioni mafiose, resta immobile dinanzi al paventato fall out del sistema paese.

La causa fondamentale del crack italiano sta tutto nella rigidità del sistema economico e finanziario italiano, nella rigidità del mondo del lavoro (sia in ingresso come nel caso delle mancate liberalizzazioni delle professioni o del settore dei taxi, sia in uscita, nella impossibilità effettiva di licenziare un lavoratore dipendente, sia pubblico che privato), nelle assurde lentezze della macchina della giustizia italiana, nella incapacità da parte della casta politica italiana di governare il cambiamento e di varare realmente quelle riforme strutturali che il paese reale invoca ed attende ormai da decenni.

Attenzione, si usa il termine “realmente” a tutela del rischio tipico italiano:

l’annuncio di riforme strutturali, la loro programmazione, la loro approvazione ed il loro varo, a scapito di una effettiva e reale applicazione delle stesse.

Un trucchetto di cui la casta politica italiana abusa ormai da sempre, posticipando all’infinito la risoluzione dei problemi urgenti e gravi del paese, od approvando pacchetti normativi di riforme necessari quanto impopolari che però non incideranno mai effettivamente sul sistema paese, lasciando inalterati gli status quo della casta politica e di quella burocratica, veri e propri elementi di accelerazione del sistema evolutivo senza freni della spesa pubblica e del conseguente innalzamento del debito pubblico.

In buona sostanza, la casta politica italiana fa solo finta di governare il paese, lasciando invece intatto il sistema di abuso continuo ed aggravato del potere pubblico così come è sempre stato.

La fitta rete di corruttele che unisce politica e burocrazia, resta un esempio perfetto per la comprensione di questo fenomeno della democrazia bloccata volontariamente.

Si pensi infatti, che il paese non riesce a dotarsi di una adeguata normativa anti-corruzione a causa di una serie di veti incrociati fra maggioranza di governo ed opposizioni, che fanno registrare continui rinvii e bocciature da parte della casta politica nella approvazione del ddl anti-corruzione presentato dalla maggioranza di governo, ultimamente fermato dalle opposizioni al senato della repubblica e mai seriamente affrontato, sia nelle proposte della maggioranza che della opposizione.

Un teatrino politico che ha solo il compito di sollevare grossi polveroni di contrapposizione ideologica che trova invece improvvise unità della maggioranza di governo nel mentre si debba negare l’autorizzazione alle richieste di carcerazione per parlamentari, ministri ed ex ministri, sottosegretari e politici di spicco della coalizione politica di maggioranza o addirittura dell’opposizione (il caso Tedesco), spesso accusati di corruzione o addirittura di concorso in associazione mafiosa.

Tale condizione storica è conosciuta con il termine di “democrazia bloccata”, un sistema del potere pubblico bloccato ad arte per impedire la realizzazione e l’attuazione delle garanzie minime fondamentali di tutela dei cittadini, delle famiglie e delle aziende italiane, da sempre sottoposte ai vari ricatti di una casta politica che controlla ferreamente gli accessi ai poteri pubblici, agli incarichi pubblici, ai posti di lavoro pubblici.

Così, nei decenni, si è costruito un sistema che consente la perpetuazione personalistica delle presenze nelle poltrone del potere pubblico, fenomeno che viene spesso definito come “attaccamento morboso alla poltrona del potere”, attaccamento che consente la perpetuazione sine die di caste corporative che impediscono il rinnovamento generazionale del paese, impedendo il libero accesso ai giovani professionisti nel mondo delle professioni, ai giovani tassisti nel mondo del trasporto, ai giovani politici nel mondo del potere pubblico, e così via, in ogni settore, in ogni potere.

L’analisi storica di questo fenomeno fa comprendere meglio perché le migliori menti, le migliori braccia e le migliori gambe italiane, migrano continuamente all’estero, in rapida fuga da un paese immobile, sempre uguale a se stesso, gravemente aggredito dalla organizzazioni mafiose e dalla illegalità diffusa, fenomeni negativi che si estendono a macchia d’olio in tutto il paese.

La condizione generale di crisi economico-finanziaria globale dei nostri tempi, ha messo completamente a nudo questa condizione di blocco sociale, economico, professionale, comunitario, della ricerca e dello sviluppo di un paese che è ormai fermo al palo della decrescita da ben dieci anni, perlomeno.

Il rischio di crack italiano definitivo, aumenta di giorno in giorno, accompagnato da un crescente e diffuso sentimento di sfiducia da parte del mondo intero sulle capacità politiche e di governo italiane di trovare una via d’uscita.

Il fall out italiano appare ogni giorno più concreto, essendo le probabilità di rischio del fallimento italiano, direttamente correlate alla crescita della spesa pubblica e del suo debito pubblico.

Un rischio che, in pochi mesi, ha superato quello greco e quello spagnolo, portando in evidenza il rischio italiano come il rischio europeo, laddove un fall out greco potrebbe anche essere “digerito” dalla potenza economica e politica tedesca, sempre più leader europea indiscussa, mentre il fall out di un paese complesso come l’italia, segnerebbe anche la fine della unione europea, messa in profonda crisi di identità proprio dalle divergenze nate sulla obbligatorietà e sulla convenienza del salvataggio dei paesi meridionali e mediterranei europei.

Così, il fallimento annunciato italiano, resta a pesare sul piatto politico europeo in modo determinante, stante anche l’insolvenza dell’esecutivo italiano rispetto alle precise richieste delle autorità europee preposte al salvataggio della stessa italia.

Così, nel terzo millennio, appare sempre più evidente che, lo stile di vita italiano, sai un peso eccessivo per gli italiani come rappresenti un pasto indigeribile per i partner europei, chiamati a rispondere con il sacrificio dei popoli del nord europa, alla deficienza cronica , alla inettitudine, alla corruzione morale e materiale ed alla mafiosità italiana.

Vincerà un rinnovato senso di unità europea, ovvero deflagrerà questa europa nata e cresciuta come l’europa delle nazioni e della burocrazia, piuttosto che una europa dei popoli e della integrazione identitaria europea?

Servirà il fallimento italiano come monito perché gli abusi che sono alla base del crack italiano vengano definitivamente abiurati e non difesi e tutelati?

L’impressione più forte che si riceve da questa analisi è che un paziente, per quanto bravo, non può fare la diagnosi e trovare la cura per il proprio male patologico.

L’impressione è che, se le autorità europee non dovessero imporre in modo deciso ed ultimativo un cammino fatto di profondi sacrifici e di abbandono di quei comportamenti che aprono dubbi atroci sulla monumentale corruzione materiale e morale della casta politica e burocratica italiana, allora, il paziente diverrebbe un malato terminale inguaribile, ed andrebbe abbandonato al proprio destino.

Analisi ed impressioni a parte, l’unica certezza che salta agli occhi anche dell’osservatore meno attento è che non sarà mai capace questa casta politica e burocratica, ignorante, arrogante, egoista e presuntuosa, di mettersi umilmente al servizio del paese, dimostrando improvvisamente di avere quella voglia e quella capacità di fare, di riformare, di governare e di indirizzare il paese nella giusta direzione e in un clima di umiltà e di rispetto reciproco, umiltà che sinora, non ha dimostrato di avere, e soprattutto, di incarnare.

Dopotutto, un pallone gonfiato resta tale, come un mafioso resta un mafioso ed un corrotto resta pur sempre un corrotto.

Quali speranze si possono nutrire, allora?

«Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ‘l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate».

(Dante Alighieri – La Divina Commedia – Inferno, Canto III, vv. 1-9)

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

L’orizzonte degli eventi, la democrazia bloccata, la speranza delusa ed il punto di non ritorno

venerdì, 15 luglio 2011

Analizziamo i fenomeni, gli eventi e le condizioni che coinvolgono l’italia in questi tempi.

Il peso di un debito pubblico importante, una spesa pubblica che sembra non trovare alcun freno, una volontà politica non sufficiente a cambiare effettivamente lo status quo delle caste, delle corporazioni, delle organizzazioni mafiose e dei gruppi di potere che risultano capaci di indirizzare le scelte politiche e di sottomettere ogni esecutivo.

Il debito pubblico in continua crescita viene solo e a malapena contenuto, senza intaccarne mai le misure e gli elementi che sono alla base della sua maligna evoluzione.

La spesa pubblica non fa alcun riferimento al merito dei funzionari preparati, onesti, leali e corretti, ma persegue solamente le follie politiche che inseguono e comprano il consenso, invece di interpretarne le volontà e soddisfarne le esigenze popolari.

Lo prova la nuova stabilizzazione dei cossìddetti precari del comparto scuola, nella misura di circa 67.000 nuove assunzioni a tempo indeterminato di soggetti che in pratica non potranno mai essere puniti o licenziati se il loro comportamento e la loro produttività non si dimostrassero almeno al livello della media dei paesi occidentali ed europei.

In una scuola pubblica che in italia vede già impegnati ben 1.500.000 addetti (divenuti tali con l’ultima stabilizzazione di più di 70.000 precari da parte dell’ultimo governo Prodi) ed il cui impegno di risorse umane la vede eleggere al primo posto nella incredibile classifica europea delle aziende con il più alto numero di addetti e nonostante un risultato di effcienza e di produttività che la vede invece classificata negli ultimi posti del mondo, non solo europeo ed occidentale, vediamo ancora impegnate notevoli risorse e speranze occupazionali abusive.

Evidentemente questo è stato il ticket pagato dal governo per ottenere il voto favorevole delle opposizioni politiche alla manovra finanziaria.

Il risultato complessivo dell’analisi sulla spesa pubblica vede ancora concorrere una insostenibile condizione di parcheggio di disoccupati e di inoccupati cronici e di abuso della pubblica amministrazione come ammortizzatore sociale invece che come amministrazione erogatrice di servizi efficienti e competitivi che rispondano alle esigenze dei cittadini, cosa che non risulta affatto in itinere in questi tempi, come nel passato anche recente, come nel putativo futuro di una entità statale caduta in una profonda e forse, irrebersibile crisi.

Le battaglie del ministro Renato Brunetta nei confronti del fannullonismo, delle conurbazioni del degrado civile, sociale ed economico calabro-campane e dei precari (definiti giustamente dallo stesso ministro come “l’italia peggiore”), del lassismo e dell’assenteismo sul luogo di lavoro nella pubblica amministrazione avevano disegnato in qualche modo una prassi del governo, procedimento che è stato invece moderato, frenato, impedito.

Il freno maggiore alla corsa della spesa pubblica doveva essere una riforma fiscale che tagliasse ogni spreco ed ogni eccesso pubblico, consentendo una immediata lettura del buongoverno o del cattivo governi delle pubbliche amministrazioni, una riforma fiscale che venne definita come il “federalismo fiscale” e rinviata nella sua completa attuazione al 2019.

Qui si ha il dovere di evidenziare come sia praticamente impossibile con una resistenza così forte e potente delle caste e delle corporazioni che effettivamente governano il paese, portare ad una autentica riforma delle entrate e della spesa nel settore pubblico a tutti i livelli che incida sullo status quo e sull’arricchimento delle caste e delle corporazioni del potere.

A tal proposito, si rinvia alla già citata stabilizzazione dei precari che non servono a nulla e a nessuno (non vi è alcuna esigenza effettiva da coprire, anzi, l’attuale enrome ed inutile forza lavoro della scuola pubblica andrebbe almeno dimezzata se non ridotta ad un terzo dell’attuale per avvicinarla ai modelli europei), ed al ricatto imposto dalle corporazioni professionali che hanno deviato profondamente il senso e il valore della liberalizzazione delle professioni, riducendola ad una mera frase scritta su di un pezzo di carta e resa impossibile nella realtà, dimostrando nel contempo di avere un potere assoluto e tempestivo di condizionamento del potere esecutivo.

A tutta questa serie di analisi dei fenomeni e delle condizioni che pesano evidentemente sulla vita quotidiana di famiglie ed aziende oggi come ieri in italia, va aggiunta la formidabile aggravante di uno stato centralista ed accentratore, di una illegalità estremamente diffusa, di una corruzione che sfonda ogni termine di paragone con lo stesso scandalo di Tangentopoli (essendosene dimostrata la sua perfetta continuazione organica e non certo interruzione inorganica al sistema), ed infine, ma non certo finale nella classifica dei condizionamenti che stanno massacrando lo stato di fatto come lo stato di diritto italiano, l’imperativo del potere mafioso, di quelle organizzazioni criminali di stampo mafioso che hanno dimostrato di saper condizionare il voto popolare anche al di fuori di quelle regioni dalle quali traevano storico radicamento, sino ad insidiare il potere economico e finanziario sin nel cuore della ricca Lombardia, nella sua capitale finanziaria milanese, che è oggi tragicamente divisa in aree di influenza mafiosa delle famiglie e delle cosche mafiose, molto ben precise, contornate e determinate.

La stessa vicenda della eterna emergenza rifiuti campana meglio conosciuta come quella della monnezza napoletana, lascia ben comprendere quali limiti gravosi abbia lo stato nella difesa e nella tutela degli interessi nazionali rispetto al degrado sociale, civile ed economico che vivono molte aree del meridione d’italia, degrado che accende serie e pesanti ipoteche sul futuro della intera collettività, senza che mai nessuno ne sia costretto a pagare veramente ed effettivamente il costo ed a risarcirne il danno ingiusto causato a tutta la società, a tutta la collettività, in nome di una identità nazionale che non esiste e non è mai esistita storicamente.

Resta infatti iscritta nella storia di questo paese una identità legata molto più agli scandali ed alle evenienze e conseguenze negative dei comportamenti illeciti ed illegali, condivisi ed incarnati, piuttosto che da segni significativi di valore a se stante, fondante e fondente di identità estremamente differenti, inconciliabili ed incompatibili fra di loro.

Quel che resterà scritto nei testi di storia di questo paese resta infatti la storia di una prima repubblica assai corrotta e ricolma di dubbi pesanti su condizionamenti ideologici contrapposti, imposti ad arte alla base di una “democrazia bloccata” che è servita esclusivamente a far arricchire in modo indecente poteri, potentati e caste politiche di un certo colore e di una certa colorazione, lasciando inalternativo a se stesso il sistema del potere.

Quel che resterà scritto nei testi di storia di questo paese resta infatti la storia di una seconda repubblica nata dalle ceneri della prima, andata in fiamme sull’onda della indignazione popolare contro il fenomeno malavitoso della “corruzione eretta a sistema istituzionale e democratico” e cresciuta nella speranza di un vero cambiamento sorretto da nuove forze politiche che offrivano differenti visioni future e promettevano cambiamenti epocali.

Entrambe queste repubbliche denunciano pubblicamente invece, limiti grossolani di attaccamento al potere in quanto tale e non di effettive volontà riformatrici, sventolate al vento della indignazione popolare ed ora sotterrate insieme ai rifiuti tossici, nascoste e disconosciute.

La vera differenza fra le due repubbliche sta nel fatto che la prima, era pienamente cosciente di essere profondamente corrotta e non si è sottratta al suo destino di punizione che passò attraverso le vicende delle mani pulite e di tangentopoli.

La vera differenza sta proprio in questa presenza di ipocrisia di cui soffre terribilmente questa seconda repubblica, nata sotto il segno della moralizzazione, del cambiamento e del riformismo e consclusasi in questi giorni con la resa incondizionate di quel berlusconismo foriero di speranze e di benessere per tutti e di quel leghismo che doveva smarcare il nord dalla schiavitù del sud e che invece oggi ne resta imprigionato proprio ad opera della dirigenza leghista, che ha deciso di salvare il sud ed il potere di questo governo al costo di un disinteresse assoluto per il nord, per il suo territorio e per il suo popolo, accettando compromessi sempre più stringenti con la dirigenza meridionale del partito berlusconiano, tutta orientata a ricattare i leghisti con un federalismo che serve solo come trampolino di lancio del loro potere personale nei prossimi anni, serve solo come assicurazione a garanzia della loro vecchiaia politica.

La differenza fra la prima e la seconda repubblica infine, è nella razionale continuazione di un sistema scandaloso di gestione del potere pubblico, inchinato e prono alla difesa esclusiva degli interessi di caste politiche e di corporazioni sociali e professionali che puntano alla loro esclusiva salvezza e garanzia.

Tale differenza fa quindi apparire la diversa numerazione fra prima e seconda repubblica solo come un accessorio, un orpello estetico:

nella sostanza nulla è cambiato, sia nella gestione che nell’abuso del potere pubblico, sia nella questione morale che in quella settentrionale (ampiamente tradita) e quella meridionale (pozzo nero dentro il quale spariscono enormi entità di danari pubblici).

Questi signori al governo sono degni figli dei craxi come degli andreotti, dei forlani come dei fanfani.

Questi signori hanno profondamente tradito ogni promessa elettorale, ogni orizzonte degli eventi, hanno mantenuto volontariamente bloccata l’alternanza democratica al fine di restare al potere per sempre, hanno deluso la speranza di chi ha creduto nel vento moralizzatore e riformatore che oggi non spira più, assassinato alle spalle dalla volontà infinita di potere di cui sembrano ebbri.

Il punto di non ritorno verso un futuro denso di incognite e di miseria per questa italia è ormai stato sorpassato, volontariamente soprassato da una casta politica, burocratica e partitocratica che resta essa stessa, il primo e più grande limite e difetto dell’intero paese.

L’improvvisa condivisione di intenti e di forze politiche intorno alla manovra finanziaria del governo, ha scoperto le carte della pletora politica italiana, pronta a sostenere e difendere se stessa contro gli interessi di aziende e famiglie italiane.

Questo rappresenta un punto di non ritorno assoluto per l’italia, che assegna la massima sfiducia verso l’intera casta politica da parte del popolo sovrano e contestualmente la massima sfiducia dei mercati esteri, assai preoccupati che un tal governo scandaloso del paese, sia in grado di mettere rimedio ai danni provocati dalla sua stessa incapacitàe non volontà di cambiare alcunchè.

Siamo molto vicini alla resa dei conti.

L’oste della storia sta preparando il conto da pagare e si ode nell’immaginario collettivo, un tintinnar di monete che rimbalazano sul selciato, lanciate da indignati e sempre più disperati cittadini frodati, non tutelati, dissanguati e immiseriti da una casta politica che non pare meritare proprio più di qualche centesimo di euro.

Di elemosina.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

La Costituzione italiana. Interpretazione formale, sostanziale e contestuale

venerdì, 13 maggio 2011

E siamo alle solite.

Sull’intervento armato dell’Italia in territorio libico, la lettura dell’articolo 11 della Costituzione italiana viene interpretata in un modo piuttosto che in un altro, a seconda della convenienza del momento storico, piuttosto che da una autentica volontà garantista.

Non se ne può più:

la carta costituzionale è divenuto un belissimo esempio di arte letteraria inapplicato e costantemente violato nella realtà, per colpa della sua vetustà e della sua assoluta inadeguatezza, in molti punti, ai tempi ed alle condizioni contemporanee.

L’articolo in questione è il seguente:

Articolo 11

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Analizziamo per definizioni:

L’Italia ripudia la guerra

Il senso di questo dettato è chiaro e lampante, in specie, nel significato del termine utilizzato “ripudiare”, che significa: “rifiutare un’ideologia, un credo, un’ipotesi, un comportamento”.

Il termine guerra ha invece il seguente significato:
“conflitto armato fra Stati o popoli per motivi politici, ideologici o economici, combattuto sul territorio di uno o più contendenti con armi di varia natura”.

Se l’italiano è ancora una lingua unica e condivisa, non possiamo che interpretare così le prime parole dell’articolo 11 della costituzione:

L’Italia rifiuta il comportamento del conflitto armato fra stati o popoli per motivi politici, ideologici o economici, combattuto sul territorio di uno o più contendenti con armi di varia natura.

L’Italia invece, in questo momento, sta bombardando uno stato indipendente intervenendo militarmente nel conflitto armato del popolo libico, diviso in due fazioni, ovvero diviso in due popoli che si combattono per motivi politici, ideologici ed economici.

La violazione della carta costituzionale appare di una evidenza assoluta, se restiamo in questi termini.

Proviamo ora a leggere in modo leggermente differente il termine guerra, che applicato all’odierno conflitto interno libico, può essere definito come una “guerra civile”.

Ecco elencate le definizioni delle varie tipologie di guerre:

Guerra civile, intestina, combattuta da fazioni opposte di cittadini all’interno del territorio nazionale
Guerra coloniale, per la conquista delle colonie, o in area coloniale
Guerra convenzionale, combattuta con armi tradizionali
Guerra di indipendenza, contro un’occupazione straniera
Guerra di Secessione, combattuta da una parte della popolazione che si allontana dallo stato (dal latino “secedere”, cioè allontanarsi)
Guerra lampo, offensiva che prevede il massimo dispiegamento

Nel caso preso in considerazione di guerra civile, il conflitto fra fazioni opposte di cittadini all’interno del territorio nazionale, come oggi avviene in territorio libico, rientra nella definizione esatta di guerra, così come enunciata nel dettato dell’articolo 11.

Quindi, una esatta interpretazione dello stesso articolo, sia in senso formale che sostanziale, detta esattamente e senza ombra di dubbio un ripudio (rifiuto) della guerra (comportamento bellico), sic et simpliciter.

Le cose stanno così, e non vi è nulla di complicato da chiarire ulteriormente.

Analizziamo ora l’articolo per intero nel suo primo comma:

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;”

Salta all’occhio che lo strumento della guerra, viene inibito all’Italia “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”.

Resta qui da vedere come considerano taluni massimi interpreti della carta il significato di “libertà degli altri popoli”.

Se il popolo libico viene considerato un unico popolo, si avalla il senso di proibizione assoluta di adozione dello strumento della guerra nel conflitto interno libico, oltre alla anche più evidente ingerenza nella libertà di altri popoli nelle loro questioni interne, nel caso di intervento armato a favore di una parte ed a sfavore di un’altra parte di uno stesso popolo.

Se invece si vuol considerare il concetto di guerra civile come una guerra “intestina, combattuta da fazioni opposte di cittadini all’interno del territorio nazionale”, il rischio di violazione delle libertà fondamentali dei popoli di scegliersi un futuro piuttosto che un altro, rappresentà ben più di una semplice ingerenza, ma invade il campo della definizione di guerra coloniale mascherata da intevento armato umanitario.

Analizziamo ora il secondo comma dell’articolo 11:

“consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

Il concetto nazionalistico, tipico del periodo in cui è stata scritta la nostra costituzione, prevale nettamente sul concetto di popolo, negando ulteriormente la conformità costituzionale all’attuale intervento militare italiano in Libia.

La nostra costituzione è assai vecchia e vetusta, in molti, troppi aspetti del suo dettato, e si legge benissimo la sua inadeguatezza ai tempi moderni.

Di fatto resta il netto divieto di intervento militare “che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni”, poichè il conflitto libico è resta un conflitto interno e non nazionale o internazionale.

Inoltre, il presupposto di un intervento letto fra le pieghe di un “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”, non regge il confronto con la realtà dl conflitto libico e dell’intervento armato in esso da parte dell’Italia:

l’ordinamento sovranazionale europeo e delle nazioni unite, non ha mai consentito all’Italia una condizione di parità con gli altri stati (vi siamo costantemente trascinati ora dall’interventismo di una nazione, ora da quello di un’altra, successivamente “coperto da un cappello sovranazionale che usurpa la libertà del popolo italiano e viola apertamente la sua costituzione), e soprattutto, è storicamente dimostrato che l’interventismo armato internazionale non ha mai assicurato ne pace, ne giustizia nei paesi in cui si è attuato, nei quali continua per decenni una condizione di forte instabilità interna derivante dalle irrisolte questioni interne, che sfociano in una infinita guerra civile, nel nuovo modello della guerriglia e del terrorismo, fra l’altro non non contemplati dalla nostra costituzione come motivi di cessione di sovranità popolare ai fini della violazione del dettato costituzionale principe.

Inoltre, appare sempre più evidente un “interesse geo- politico ed economico” dei paesi aggressori in molti degli interventi internazionali definiti come interventi umanitari, apparso di solito come un “interesse nazionale” piuttosto di un interesse internazionale.

In questo quadro, non si riconosce alcun diritto ad una struttura sovranazionale nei confronti del dettato costituzionale italiano che ripudia la guerra.

La violazione è evidente, l’usurpazione di potere e di sovranità a fini affatto umanitari, pure.

Ma la deviazione peggiore della lettura interpretativa che invece avalla e favorisce un intervento armato in un paese caduto nel baratro di una guerra civile è la concessione di ingerenze inaccettabili e di viloazioni delle libertà dei popoli impossibili nei casi di guerra civile o di di guerra di secessione o di indipendenza, vista soprattutto l’interpretazione constestuale che si fa del dettato costituzionale.

Infatti sempre più appare evidente che sotto l’interventismo umanitario, si nascondono vendette nazionalistiche, esigenze di riequilibrio geo-politico di favore e di interessi nazionali, la gestione delle risorse strategiche globali.

Altro che favorire quelle organizzazioni internazionali che assicurino pace e giustizia nel mondo:

esse, non hnno mai prodotto condizioni di pace e di giustizia, ne durante, ne dopo l’intervento armato, anzi, pare aggravino decisamente le pre-condizioni che hanno portato al conflitto interno, quasi se ne nutrano e le utilizzino come giustificazione morale e contestuale dell’intervento stesso, dell’uso della forza e delle armi in conflitti che, di tutto hanno bisogno, tranne che di ulteriori motivi di inasprimento.

L’interpretazione contestuale della costituzione italiana stravince quindi su ogni altro modello interpretativo, piegando la sovranità popolare ad un interventismo armato che viene sempre più evidentemente speso sui tavoli della contrattazione di poltrone del potere sovranazionale e del “business della ricostruzione”, il vero motivo fondante di ogni intervento armato nel mondo, oltre al godimento a prezzi e condizioni di favore delle risorse del paese che subisce l’intervento stesso.

No, non è questo il risultato che volevano ottenere i padri costituenti, certamente.

Scritta all’uscita del paese da una dittatura e da una gravissima guerra mondiale, tutto i padri costituenti avrebbero voluto intendere e fa intendere ai garanti, agli interpretatori ed ai lettori della carta costituzionale, tranne che l’uso della forza bellica, per qualunque motivo e qualunque situazione che non fosse la difesa del popolo e del territorio nzionale italiano.

Negli ultimi anni, tutti i limiti storici della nostra costituzione, si sono mostrati evidenti e pesanti nella guida politica e nella vita quotidiana del suo popolo, lasciando sempre più spazio ad interpretazioni che recuperino questa inadeguatezza formale e sostanziale del dettato costituzionale alle sfide della vita moderna, ultima non ultima, quella interpretazione contestuale che piega ogni interesse del popolo sovrano a corrispondenze mai volute garantite dalla massima carta legislativa italiana.

Ma le forze della conservazione del potere e dei privilegi della prima repubblica italiana, insistono nella immodificabilità del dettato costituzionale, proprio in virtù di una misera condizione interpretativa che supporti questa o quella volontà politica, questo o quell’interesse di casta, contestuale e momentaneo.

Questa vacatio legis costituzionale per difformità dalla realtà della vita moderna, rende impossibile governare questo paese, ottenerne giustizia, vedere garantito il rifiuto di ogi uso della guerra da parte di un popolo che dalla guerra è morto e risorto, attraversando un sacrificio umano che non si vuole mai più avallare, nemmeno per far piacere al potente di turno.

Tutto il resto è prevaricazione e surroga, cose cui il riformismo italiano si oppone, intuendolo come suo naturae nemico, indicandolo come sopravvivenza sopra ogni interesse delle caste politiche anti popolari che sono solo da dimenticare.

Per sempre.

Quello che viviamo è un prolungato periodo di vacatio legis che dura dalla nascita di questa repubblica, tutto orientato a invalidare ogni cambiamento, ogni interesse popolare.

La nostra democrazia è ancora una democrazia bloccata, anche in questa seconda repubblica.

Bloccata dalla esigenza di sopravvivere di intere legioni di nullafacenti che, fra le pieghe della legge, nella sua megalitica confusione istituzionale, produce un sistema in cui chi governa non può governare e chi dovrebbe invece garantire l’autentica ispirazione dei padri costituenti, governa in condizione di preter legem, ovvero di contra legem, in unalettura distorta e contestualizzata di un dettato costituzionale che è tutto da riscrivere, se si vuol assicurare a questo paese un futuro di libertà, invece che di deformazione istituzionale e di oppressione de popolo da parte delle caste del (pre)potere.

Questo blocco favorisce l’insorgenza modelli interpretativi che possono governare il apese al di fuori o addirittura contro il dettato costituzionale.

E questa condizione, è francamente inaccettabile, oltre che invivibile.

La Costituzione non va interpretata, ma incarnata, difesa e garantita, anche contro i suoi stessi limiti storici.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

17 marzo 2011 – La Festa dell’Unità

lunedì, 28 febbraio 2011

Una volta, la festa dell’Unità era il modo per propagandare e finanziare il pensiero sconfitto dalla storia del Partito Comunista Italiano.

Oggi, la Festa dell’Unità italiana, viene propagandata e sbandierata ai quattro venti, largamente finanziata e supportata.

Posto che il paese è tutt’altro che unito, dopo 150 anni di disperati tentativi per unire ciò che non è conforme, mi domando perchè dovremmo festeggiare.

Dovremmo forse festeggiare 150 anni di dittatura, di democrazia bloccata, di terrorismo politico, di governi senza potere, di poteri senza consenso, di casta partitocratica indecente, di corruzione incredibile, di ladrocinio inaudito, di incertezza del diritto e della pena, di questione meridionale pagata migliaia di volte e mai risolta, di espansione e di radicamento mafioso dal sud al nord?

Questo dovremmo festeggiare?

A cosa sono serviti questi 150 anni di stare insieme?

A chi sono serviti questi 150 anni di stare insieme?

Queste domande dovrebbero avere delle risposte.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X