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Il Cambiamento non è Utopia, se è sorretto da forte condivisione territoriale

sabato, 1 gennaio 2011

Cambiare un modo di vivere, modificare stili di vita e prassi consolidate è cosa veramente difficile.

Specie nel mondo del lavoro, assistiamo a profondi cambiamenti strutturali nelle aziende industriali cui corrispondono profonde modifiche nei rapporti interni fra datori di lavoro e lavoratori.

Il sindacalismo italiano, arroccato su posizioni arcaiche di contrattazione massimalista, nazionalista e univoca, modifica il suo approccio nei confronti di quelle questioni che impediscono alle aziende italiane di essere competitive a livello globale.

Ovviamente non tutto il sindacalismo italiano cerca una via d’uscita da questa scomoda posizione:

esistono frange sindacali organizzate e di lavoratori più o meno organizzati che non vogliono questo cambiamento, che non desiderano “alcun” cambiamento del loro status quo.

Assumere un giovane appena formato dalla scuola o dalla università ed inserirlo in un mondo del lavoro in rapida evoluzione è cosa molto più facile del modificare prassi, carichi di lavoro consolidati e condivisi, come pure, reinserire in un sistema arcaico ed ormai putrefatto e stabilizzato di lavoro il metodo “meritrocratico” piuttosto che quello della “anzianità di servizio” è cosa che presenta momenti di difficoltà notevole.

Ma all’interno del mondo del lavoro attuale, coloro i quali dovrebbero adeguarsi velocemente ai nuovi ritmi di lavoro ed alle nuove regole di competizione e di strategia aziendale, rappresentano invece essi stessi il primo ostacolo allo stesso cambiamento.

Tale grave condizione di criticità, si rafforza allorquando si intersecano spettanze e competenze fra dipendenti pubblici e privati, messi l’un contro l’altro armati da una crisi che salva sempre e comunque il posto di lavoro pubblico a solo danno dei posti di lavoro privati, dimenticando che, è il settore della produzione di merci e di servizi privato che mantiene in vita tutti e due i sistemi e l’intera struttura produttiva del mondo del lavoro.

Se si aggiunge a tutto questo degrado la già difficile introduzione di nuove energie e nuove mentalità e nuovi meriti nel mondo del lavoro a causa della crisi economico-finanziaria che attanaglia le aziende, si può considerare come sia notevolmente difficile modificare la struttura del mondo del lavoro italiano, sdraiato da sempre su un insieme di privilegi e di sacche di parassitismo e di fannullonismo.

In questa crisi propria di un sistema-lavoro così malformato, maleducato e malcresciuto, il rischio che quelle poche energie che si propongano di cambiare prassi e metodi di lavoro, – restiduendo così efficenza al mondo della produzione di beni e dei servizi – vengano accolte da un organizzato “fronte di contrasto” che fa del mobbing e del frainteso diritto di anzianità un “metodo di lotta di classe”, comporta un rischio notevolmente alto di crash del sistema derivante da conflitto insanabile.

E se a questo crash del sistema-lavoro affianchiamo una differente visione della vita e del lavoro, derivante da un ben diverso stile di vita proposto da presenze territorialmente e mentalmente incompatibili, verifichiamo che, il richiamare mano d’opera da altre realtà territoriali rispetto a quella produttiva, procura solo ulteriori contrasti, verificabili sia nel mondo del lavoro che nella società ospitante stessa, sempre più intollerante a freni e lacciuoli incompresi e non condivisi.

Ed ecco che è all’interno del mondo produttivo privato che si confronta il vecchio modello di lavoro con il nuovo, sempre più avversato, sempre più contrastato.

Ma il male più grande del sistema delle garanzie sindacali italiane è l’intoccabilità del lavoratore giù assunto a tempo indeterminato, il quale trova in questa condizione di non possibile espulsione dal mondo del lavoro, un punto di forza potente e gravante sui nuovi modelli strategici aziendali e sull’afflusso di nuove energie professionali.

In buona sostanza, per modificare stili di vita e di approccio al lavoro e verificare disponibilità e compatibilità con una maggiore elasticità sia nei tempi che nei ritmi di produzione, occorrerebbe spaccare il fronte della conservazione di coloro i quali si dimostrano indisponibili ad ogni cambiamento che metta in discussione, non il loro diritto al lavoro, ma i loro privilegi inaccettabili maturati e tutelati in un mondo dle lavoro malato e malandato, concausa primaria della inefficenza del sistema produttivo italiano e della sua capacità concorrenziale con i sistemi produttivi emergenti nel mondo, sia sotto il profilo quantitativo che qualitativo.

Per assurdo, le aziende che volessero modificare gli assetti e gli equilibri interni al fine di garantire un maggior e miglior impegno nell’offerta di beni e di servizi richiesti dai propri clienti, incontrano grandi resistenze proprio in quella parte della forza lavoro della quale si tenta di salvare stipendio e futuro e che invece non sembra prestarsi a questa unica via di salvezza.

Non c’è da meravigliarsi se le aziende italiane siano orientate a delocalizzare i propri siti produttivi all’estero:

in questa misera condizione esse cercano di salvare il posto di lavoro anche a coloro i quali si frappongono violentemente ad un miglioramento ed un cambiamento delle prassi aziendali, allorquando, sarebbe molto più semplice liberarsi di questa forza lavoro maleducata e dissociata dai fini e dalle strategie aziendali per sostituirla con manodopera più fresca e volenterosa, maggiormente incline ad accettare strategie di elasticità nei carichi e nei tempi e che garantisca un futuro certo a se stessa ed alla propria azienda-datore di lavoro.

La politica dovrebbe dare risposte congrue e decise in tal senso al mondo del lavoro in profonda crisi, senza preoccuparsi del consenso perso in seguito a normalizzazioni che escludano quegli elementi di attrito e di rischio aziendale ulteriore come quelli sopra descritti.

Ed è in questo quadro che si muovono politiche avverse nel nostro paese:

– una politica conservatrice di prassi e di modelli di lavoro inutili e dannosi al paese, modelli che vengono invece tutelati e garantiti al solo fine di raccoglierne il facile consenso elettorale;

– una politica di progresso e di riformismo audace e determinato, capace di trascinare il paese fuori dalla crisi attuale e supportata da un consenso sempre più forte e sostenuto, che vede per la prima volta avanzare insieme datori di lavoro e lavoratori leali e corretti, contro tutto il male che abbiamo ereditato da un passato di fatto di privilegi e non di diritti.

E’ questa la battaglia epocale che si affaccia all’anno 2011 in questo paese.

E’ questa la battaglia che dobbiamo vincere senza alcun dubbio, ma avendo la certezza che non esistono regole certe che garantiscano nel mondo del lavoro coloro i quali tentano disperatamente di adeguare il modello produttivo italiano a quello dei paesi che si dimostrano maggiormente concorrenziali nel mondo.

Avendo la certezza che in ogni battaglia, esistono vinti e vincitori e che, in questa epocale battaglia, debbono perdere solo coloro che si oppongono al cambiamento, coloro i quali, mettono in dubbio il futuro di tutto e di tutti, al costo della conservazione di un modello di lavoro ricco di privilegi e di garanzie grandemente abusate e gravemente offese.

Il codice del diritto al lavoro va completamente riscritto, lasciando il maggior margine di manovra possibile alla contrattazione locale, differenziandola da condizioni territoriali diametralmente opposte e incompatibili, poichè è ben più che certo che nel Veneto, un mondo del lavoro ed uno “stile di vita” come quello napoletano, calabro o siciliano non possono e non potranno mai trovare spazio e vita.

Quando prenderanno coscienza di queste realtà e di queste incompatibilità le istituzioni italiane?

Quando si conprenderà che la territorialità e la compatibilità degli stili di vita sia fatto fondante di ogni aggregazione sociale e comunitaria, come di ogni propulsione industriale e di ogni mondo del lavoro?

Le incompatibilità frenano lo sviluppo.

E sono sempre meno tollerate.

Chi vuol intendere, intenda.

Chi non vuol intendere, si faccia da parte, poichè verrà certamente sconfitto dalla storia.

Come tanti altri prima di lui …..

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

La Lega delle riforme e la casta conservatrice

martedì, 21 dicembre 2010

Una vasta fetta del parlamento italiano si è messa di traverso alle riforme che urgono al paese per uscire dal vicolo cieco in cui la crisi economico-finanziaria lo ha chiuso.

Ancor oggi è scoppiata la bagarre al Senato della Repubblica a causa della presentazione della riforma dell’università presentata dal ministro Gelmini.

Le baronie e le signorie che vivono benissimo succhiando e sprecando ricchezza dello stato non vogliono che vengano avviate quelle riforme che l’attuale governo e la sia pur risicata maggioranza che lo sostiene tenacemente difende.

Tali riforme infatti, sono frutto della tutela delle istanze di cambiamento che provengono dal popolo sovrano e vanno nella direzione della tutela degli interessi di imprese e famiglie italiane.

Ma gli interessi di famiglie e aziende italiane sono avversati tenacemente da una vasta pletora parlamentare che le vuole impedire.

Questa pletora non è altro che la parte peggiore della casta politico-burocratica italiana, tutta protesa a difendere egoisticamente i propri interessi e gli interessi dei propri affiliati, dei propri coscritti e delle loro “fulminanti” carriere realizzate all’ombra del debito pubblico italiano, della maggiore pressione fiscale del mondo occidentale e di uno dei deficit peggiori dei paesi industrializzati.

Questa “zavorra” è ciò che impedisce al paese di uscire dalle paludi aquitrinose e fangose nelle quali è scivolato.

A questa casta corporativa non interessa nulla che il mondo della produzione sia sganciato dal mondo della ricerca universitaria e non importa nulla che il mondo della ricerca universitaria sprechi enormi energie finanziarie nel tenere in piedi atenei, sedi universitarie, facoltà e corsi di laurea che assorbono tutte quelle energie che dovrebbero invece andare esclusivamente nella direzione della ricerca, poichè a questa insulsa corporazione conservatrice appendicolare e parassitaria, non interessa nulla della università come luogo di ricerca a sostegno della produzione di beni e di servizi di qualità, ma risulta invece molto interessata all’università come industria generalista e generalizzata di lauree facili quanto inutili e di posti lavoro ben pagati ed assolutamente poco od affatto faticosi.

Il tutto a spese di quelle imprese e di quelle aziende italiane che producono quella ricchezza che queste baronie e queste signorie vogliono così insulsamente distruggere e sprecare.

Il tutto a danno del settore produttivo del paese che, al minimo fugge a delocalizzare altrove i propri siti produttivi, ed al massimo, viene costretto alla evasione fiscale, al fine di impedire lo sperpero e lo spreco di quel danaro pubblico e di quella ricchezza da loro così faticosamente prodotta, così inverecondamente dissipato e dilapidato, estorto e disciolto in un dispendio di energie vitali per imprese e lavoratori italiani, al solo ed infimo fine di assicurare un posto di lavoro “sicuro” ed uno stipendio “regalato” alle folte schiere di coscritti di codesta casta indecente.

Ecco svelato il motivo per cui è quasi impossibile riformare e cambiare questo paese, il motivo per cui l’evasione fiscale ha un “fondamento ragionevole” e per cui le migliori menti e le migliori aziende fuggono a gambe levate.

Volete salvare il paese?

Dovete sovrastare gli interessi di questa casta politico-burocratica che vuol portare il paese allo scontro frontale, nelle piazze e nelle strade, nelle sedi parlamentari e nelle poltrone istituzionali.

E’ una sfida mortale, una sfida epocale.

Non si può perdere questa occasione unica e storica per cambiare finalmente un paese che ambisce a tornare ad essere uno dei paesi più ricchi ed avanzati del pianeta terra.

Un paese che vuol prendere il volo, un popolo che ha bisogno di gettare la zavorra che lo trattiene ingiustamente al suolo.

Osare per credere.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Fiat, Marchionne e la rivoluzione industriale italiana

venerdì, 9 luglio 2010

Il testo integrale della lettera di Marchionne ai dipendenti Fiat in Italia

“A tutte le persone del Gruppo Fiat in Italia

Scrivere una lettera e’ una di quelle cose che si fa raramente e solo con le persone alle quali si tiene veramente.
Se ho deciso di farlo e’ perche’ la cosa che mi sta piu’ a cuore in questo momento e’ potervi parlare apertamente, per condividere con voi alcuni pensieri e per fare chiarezza sulle tante voci che in questi ultimi mesi hanno visto voi e la Fiat al centro dell’attenzione.
Non e’ la Fiat a scrivere questa lettera, non e’ quell’entita’ astratta che chiamiamo “azienda” e non e’, come direbbe qualcuno, il “padrone”.
Vi sto scrivendo prima di tutto come persona, con quel bagaglio di esperienze che la vita mi ha portato a fare.
Sono nato in Italia ma, per ragioni familiari e per motivi di lavoro, ho vissuto all’estero la maggior parte dei miei anni e conosco bene la realta’ che sta al di fuori del nostro Paese.
Ed e’ questa conoscenza che sto cercando di mettere a disposizione della Fiat perche’ non resti isolata da quello che succede intorno.
Vi scrivo da uomo che ha creduto e crede ancora fortemente che abbiamo la possibilita’ di costruire insieme, in Italia, qualcosa di grande, di migliore e di duraturo.
Prendete questa lettera come il modo piu’ diretto e piu’ umano che conosco per dirvi come stanno realmente le cose.
Ci troviamo in una situazione molto delicata, in cui dobbiamo decidere il nostro futuro.
Si tratta di un futuro che riguarda noi tutti, come lavoratori e come persone, e che riguarda il nostro Paese, per il ruolo che vuole occupare a livello internazionale. Basta pensare a quanto e’ basso il livello degli investimenti stranieri in Italia, a quante imprese hanno chiuso negli ultimi anni e a quante altre hanno abbandonato il Paese per capire la gravita’ della situazione.

Non nascondiamoci dietro il paravento della crisi.

La crisi ha reso piu’ evidente e, purtroppo, per molte famiglie, anche piu’ drammatica la debolezza della struttura industriale italiana.

La cosa peggiore di un sistema industriale, quando non e’ in grado di competere, e’ che alla fine sono i lavoratori a pagarne direttamente - e senza colpa – le conseguenze.

Quello che noi abbiamo cercato di fare, e stiamo facendo, con il progetto “Fabbrica Italia” e’ invertire questa tendenza.
I contenuti del piano li conoscete bene e prevedono di concentrare nel Paese grandi investimenti, di aumentare il numero di veicoli prodotti in Italia e di far crescere le esportazioni. Ma il vero obiettivo del progetto e’ colmare il divario competitivo che ci separa dagli altri Paesi e portare la Fiat ad un livello di efficienza indispensabile per garantire all’Italia una grande industria dell’auto e a tutti i nostri lavoratori un futuro piu’ sicuro. Non ci sono alternative.
La Fiat e’ una multinazionale che opera sui mercati di tutto il mondo. Se vogliamo che anche in Italia cresca, rafforzi le proprie radici e possa creare nuove opportunita’ di lavoro dobbiamo accettare la sfida e imparare a confrontarci con il resto del mondo.

Le regole della competizione internazionale non le abbiamo scelte noi e nessuno di noi ha la possibilita’ di cambiarle, anche se non ci piacciono.

L’unica cosa che possiamo scegliere e’ se stare dentro o fuori dal gioco.

Non c’e’ nulla di eccezionale nelle richieste che stanno alla base della realizzazione di “Fabbrica Italia”.
Abbiamo solo la necessita’ di garantire normali livelli di competitivita’ ai nostri stabilimenti, creare normali condizioni operative per aumentare il loro utilizzo, avere la certezza di rispondere in tempi normali ai cambiamenti della domanda di mercato.
Non c’e’ niente di straordinario nel voler aggiornare il sistema di gestione, per adeguarlo a quello che succede a livello mondiale.

Eccezionale semmai – per un’azienda – e’ la scelta di compiere questo sforzo in Italia, rinunciando ai vantaggi sicuri che altri Paesi potrebbero offrire.

Anche la proposta studiata per Pomigliano non ha nulla di rivoluzionario, se non l’idea di trasferire la produzione della futura Panda dalla Polonia in Italia.
L’accordo che abbiamo raggiunto ha l’unico obiettivo di assicurare alla fabbrica di funzionare al meglio, eliminando una serie interminabile di anomalie che per anni hanno impedito una regolare attivita’ lavorativa.
Proprio oggi abbiamo annunciato che, insieme alle organizzazioni sindacali che hanno condiviso con noi il progetto, metteremo in pratica questo accordo.
Insieme ci impegneremo perche’ si possa applicare pienamente, assicurando le migliori condizioni di governabilita’ dello stabilimento.
So che la maggior parte di voi ha compreso e ha apprezzato l’impegno che abbiamo deciso di prendere.
Credo, inoltre, che questo non sia il momento delle polemiche e non voglio certo alimentarle.
Ma di fronte alle accuse che sono state mosse e che hanno messo in dubbio la natura e la serieta’ del progetto “Fabbrica Italia”, sento il dovere di difenderlo.

Non abbiamo intenzione di toccare nessuno dei vostri diritti, non stiamo violando alcuna legge o tantomeno, come ho sentito dire, addirittura la Costituzione Italiana.

Non mi sembra neppure vero di essere costretto a chiarire una cosa del genere.

E’ una delle piu’ grandi assurdita’ che si possa sostenere.

Quello che stiamo facendo, semmai, e’ compiere ogni sforzo possibile per tutelare il lavoro, proprio quel lavoro su cui e’ fondata la Repubblica Italiana.

L’altra cosa che mi ha lasciato incredulo e’ la presunta contrapposizione tra azienda e lavoratori, tra “padroni” e operai, di cui ho sentito parlare spesso in questi mesi.

Chiunque si sia mai trovato a gestire un’organizzazione sa bene che la forza di quell’organizzazione non arriva da nessuna altra parte se non dalle persone che ci lavorano.

Voi lo avete dimostrato nel modo piu’ evidente, grazie al lavoro fatto in tutti questi anni, trasformando la Fiat, che nel 2004 era sull’orlo del fallimento, in un’azienda che si e’ guadagnata il rispetto e la stima sui principali mercati internazionali.

Quando, come adesso, si tratta di costruire insieme il futuro che vogliamo, non puo’ esistere nessuna logica di contrapposizione interna.

Questa e’ una sfida tra noi e il resto del mondo.

Ed e’ una sfida che o si vince tutti insieme oppure tutti insieme si perde.

Quello di cui ora c’e’ bisogno e’ un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere gli impegni, le responsabilita’ e i sacrifici in vista di un obiettivo che vada al di la’ della piccola visione personale.
Questo e’ il momento di lasciare da parte gli interessi particolari e di guardare al bene comune, al Paese che vogliamo lasciare in eredita’ alle prossime generazioni.
Questo e’ il momento di ritrovare una coesione sociale che ci permetta di dare spazio a chi ha il coraggio e la voglia di fare qualcosa di buono.
Sono convinto che anche voi, come me, vogliate per i nostri figli e per i nostri nipoti un futuro diverso e migliore.
Oggi e’ una di quelle occasioni che capitano una volta nella vita e che ci offre la possibilita’ di realizzare questa visione. Cerchiamo di non sprecarla.
Grazie per aver letto questa lunga riflessione e grazie a tutti quelli, tra voi, che vorranno mettere le loro qualita’ e la loro passione per fare la differenza.

Buon lavoro a tutti.
Sergio Marchionne”.

Le famiglie piangono e le aziende delocalizzano mentre la casta litiga

domenica, 4 luglio 2010

La politica italiana si trova di nuovo (ma che novità…) in una condizione di stallo.

Le famiglie piangono il benessere di cui non dispongono più, le aziende delocalizzano i loro siti produttivi cercando migliori condizioni di sviluppo e quella ragionevolezza politica e sindacale che non trova una corrispondenza in questo paese.

Gli imprenditori ed i lavoratori assistono inermi a contese e battaglie politiche che sentono ancora una volta distanti, inutili alla risoluzione dei loro problemi quotidiani.

Resta incomprensibile ad un padre di famiglia che naviga in un mondo del lavoro sempre più a rischio, la lettura di battaglie libertarie come quella sulle intercettazioni.

Se fosse questo padre di famiglia ad essere intercettato, egli non avrebbe nulla da temere:

che interesse avrebbe un investigatore o un magistrato nei suoi resoconti giornalieri che narrano di scelte sul tipo di pasta da mettere sul desco quotidiano, sulle pene serali di un genitore preoccupato per i suoi figli che ritardano il rientro, sul confronto con i colleghi di lavoro nella valutazione del rischio che il datore di lavoro delocalizzi l’impresa e li lasci a casa, sull’innalzamento dei prezzi dei servizi indispensabili (acqua, luce, gas, etc), sui commenti che fa una madre di famiglia in apprensione per il suo bebè a fronte delle violenze che hanno vissuto inermi bimbi in mostruosi asili nido, sulle disquisizioni fra tifosi sui mondiali di calcio, …..

Il buon padre di famiglia, non teme di essere intercettato, e non comprende come mai, la nuova legislazione in itinere sulle intercettazioni debba influire sul progresso di quel cambiamento e di quel riformismo che dovrebbe asciugare le spese pazze ed irragionevoli di uno stato eccessivamente centralizzato e costoso, spese che aumentano a dismisura quel debito pubblico cui egli sarà costretto a contribuire con una sempre maggiore pressione fiscale.

Il buon padre di famiglia non comprende perchè la maggiore tutela della casta politica italiana tradotta in lodi, legittimi impedimenti, limitazioni a indagini investigative, inchieste giudiziarie e mondo dell’informazione siano così importanti quando, il popolo sovrano, ha ben altri e seri problemi con cui confrontarsi quotidianamente.

Il buon padre di famiglia non comprende l’istituzione di un ministero per l’attuazione del federalismo quando sa benissimo che la riforma federalista vede già ministri leghisti impegnati lavorare a tutto spiano fra assurdi veti incrociati per realizzare quel federalismo fiscale che diminuirà lo spreco e lo sperpero di danari pubblici che fanno diminuire ogni mese la sua busta paga in maniera sempre più vistosa.

Il buon padre di famiglia non comprende perchè il suo posto di lavoro attuale e quello futuro dei propri figli debba essere messo seriamente a rischio da un pesante cuneo fiscale e contributivo che non rende felice il lavoratore dipendente italiano con il salario medio più basso d’Europa, ma nemmeno fa la felicità del suo datore di lavoro che conosce il più alto costo medio del lavoro in Europa.

Il buon padre di famiglia non riesce a comprendere e giustificare il perchè il reo di un omicidio in Italia non paga mai la propria pena detentiva, ed esce dal carcere perchè depresso o perchè le carceri sono inadeguate o perchè l’amministrazione della giustizia non riesce a completare l’iter processuale prima della scadenza dei termini previsti dalla legge.

Tutto questo, il buon padre di famiglia non lo comprende, non lo può comprendere, non lo vuole comprendere.

Certa casta politica dovrà pur comprendere che la misura è colma e qualcuno dovrà pur fare un passo indietro.

Il buon padre di famiglia di passi indietro, ne fa ormai decine al giorno.

Ora, ad eccezione dei politici leghisti che di passi indietro ne fanno ormai decine al giorno al fine di realizzare le riforme ed il cambiamento di questo paese, vi sono politici della casta disposti ad interpretare ed incarnare il principio giuridico del buonpadre di famiglia?

E se la risposta è sì, prevarranno essi sull’egoismo e sulla cura di interessi che con il futuro di famiglie ed aziende, di lavoratori e di imprenditori, non hanno nulla a che fare?

Il buon padre di famiglia attende risposte.

Risposte concrete:

fatti, non parole.