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Il Cambiamento non è Utopia, se è sorretto da forte condivisione territoriale

sabato, 1 gennaio 2011

Cambiare un modo di vivere, modificare stili di vita e prassi consolidate è cosa veramente difficile.

Specie nel mondo del lavoro, assistiamo a profondi cambiamenti strutturali nelle aziende industriali cui corrispondono profonde modifiche nei rapporti interni fra datori di lavoro e lavoratori.

Il sindacalismo italiano, arroccato su posizioni arcaiche di contrattazione massimalista, nazionalista e univoca, modifica il suo approccio nei confronti di quelle questioni che impediscono alle aziende italiane di essere competitive a livello globale.

Ovviamente non tutto il sindacalismo italiano cerca una via d’uscita da questa scomoda posizione:

esistono frange sindacali organizzate e di lavoratori più o meno organizzati che non vogliono questo cambiamento, che non desiderano “alcun” cambiamento del loro status quo.

Assumere un giovane appena formato dalla scuola o dalla università ed inserirlo in un mondo del lavoro in rapida evoluzione è cosa molto più facile del modificare prassi, carichi di lavoro consolidati e condivisi, come pure, reinserire in un sistema arcaico ed ormai putrefatto e stabilizzato di lavoro il metodo “meritrocratico” piuttosto che quello della “anzianità di servizio” è cosa che presenta momenti di difficoltà notevole.

Ma all’interno del mondo del lavoro attuale, coloro i quali dovrebbero adeguarsi velocemente ai nuovi ritmi di lavoro ed alle nuove regole di competizione e di strategia aziendale, rappresentano invece essi stessi il primo ostacolo allo stesso cambiamento.

Tale grave condizione di criticità, si rafforza allorquando si intersecano spettanze e competenze fra dipendenti pubblici e privati, messi l’un contro l’altro armati da una crisi che salva sempre e comunque il posto di lavoro pubblico a solo danno dei posti di lavoro privati, dimenticando che, è il settore della produzione di merci e di servizi privato che mantiene in vita tutti e due i sistemi e l’intera struttura produttiva del mondo del lavoro.

Se si aggiunge a tutto questo degrado la già difficile introduzione di nuove energie e nuove mentalità e nuovi meriti nel mondo del lavoro a causa della crisi economico-finanziaria che attanaglia le aziende, si può considerare come sia notevolmente difficile modificare la struttura del mondo del lavoro italiano, sdraiato da sempre su un insieme di privilegi e di sacche di parassitismo e di fannullonismo.

In questa crisi propria di un sistema-lavoro così malformato, maleducato e malcresciuto, il rischio che quelle poche energie che si propongano di cambiare prassi e metodi di lavoro, – restiduendo così efficenza al mondo della produzione di beni e dei servizi – vengano accolte da un organizzato “fronte di contrasto” che fa del mobbing e del frainteso diritto di anzianità un “metodo di lotta di classe”, comporta un rischio notevolmente alto di crash del sistema derivante da conflitto insanabile.

E se a questo crash del sistema-lavoro affianchiamo una differente visione della vita e del lavoro, derivante da un ben diverso stile di vita proposto da presenze territorialmente e mentalmente incompatibili, verifichiamo che, il richiamare mano d’opera da altre realtà territoriali rispetto a quella produttiva, procura solo ulteriori contrasti, verificabili sia nel mondo del lavoro che nella società ospitante stessa, sempre più intollerante a freni e lacciuoli incompresi e non condivisi.

Ed ecco che è all’interno del mondo produttivo privato che si confronta il vecchio modello di lavoro con il nuovo, sempre più avversato, sempre più contrastato.

Ma il male più grande del sistema delle garanzie sindacali italiane è l’intoccabilità del lavoratore giù assunto a tempo indeterminato, il quale trova in questa condizione di non possibile espulsione dal mondo del lavoro, un punto di forza potente e gravante sui nuovi modelli strategici aziendali e sull’afflusso di nuove energie professionali.

In buona sostanza, per modificare stili di vita e di approccio al lavoro e verificare disponibilità e compatibilità con una maggiore elasticità sia nei tempi che nei ritmi di produzione, occorrerebbe spaccare il fronte della conservazione di coloro i quali si dimostrano indisponibili ad ogni cambiamento che metta in discussione, non il loro diritto al lavoro, ma i loro privilegi inaccettabili maturati e tutelati in un mondo dle lavoro malato e malandato, concausa primaria della inefficenza del sistema produttivo italiano e della sua capacità concorrenziale con i sistemi produttivi emergenti nel mondo, sia sotto il profilo quantitativo che qualitativo.

Per assurdo, le aziende che volessero modificare gli assetti e gli equilibri interni al fine di garantire un maggior e miglior impegno nell’offerta di beni e di servizi richiesti dai propri clienti, incontrano grandi resistenze proprio in quella parte della forza lavoro della quale si tenta di salvare stipendio e futuro e che invece non sembra prestarsi a questa unica via di salvezza.

Non c’è da meravigliarsi se le aziende italiane siano orientate a delocalizzare i propri siti produttivi all’estero:

in questa misera condizione esse cercano di salvare il posto di lavoro anche a coloro i quali si frappongono violentemente ad un miglioramento ed un cambiamento delle prassi aziendali, allorquando, sarebbe molto più semplice liberarsi di questa forza lavoro maleducata e dissociata dai fini e dalle strategie aziendali per sostituirla con manodopera più fresca e volenterosa, maggiormente incline ad accettare strategie di elasticità nei carichi e nei tempi e che garantisca un futuro certo a se stessa ed alla propria azienda-datore di lavoro.

La politica dovrebbe dare risposte congrue e decise in tal senso al mondo del lavoro in profonda crisi, senza preoccuparsi del consenso perso in seguito a normalizzazioni che escludano quegli elementi di attrito e di rischio aziendale ulteriore come quelli sopra descritti.

Ed è in questo quadro che si muovono politiche avverse nel nostro paese:

– una politica conservatrice di prassi e di modelli di lavoro inutili e dannosi al paese, modelli che vengono invece tutelati e garantiti al solo fine di raccoglierne il facile consenso elettorale;

– una politica di progresso e di riformismo audace e determinato, capace di trascinare il paese fuori dalla crisi attuale e supportata da un consenso sempre più forte e sostenuto, che vede per la prima volta avanzare insieme datori di lavoro e lavoratori leali e corretti, contro tutto il male che abbiamo ereditato da un passato di fatto di privilegi e non di diritti.

E’ questa la battaglia epocale che si affaccia all’anno 2011 in questo paese.

E’ questa la battaglia che dobbiamo vincere senza alcun dubbio, ma avendo la certezza che non esistono regole certe che garantiscano nel mondo del lavoro coloro i quali tentano disperatamente di adeguare il modello produttivo italiano a quello dei paesi che si dimostrano maggiormente concorrenziali nel mondo.

Avendo la certezza che in ogni battaglia, esistono vinti e vincitori e che, in questa epocale battaglia, debbono perdere solo coloro che si oppongono al cambiamento, coloro i quali, mettono in dubbio il futuro di tutto e di tutti, al costo della conservazione di un modello di lavoro ricco di privilegi e di garanzie grandemente abusate e gravemente offese.

Il codice del diritto al lavoro va completamente riscritto, lasciando il maggior margine di manovra possibile alla contrattazione locale, differenziandola da condizioni territoriali diametralmente opposte e incompatibili, poichè è ben più che certo che nel Veneto, un mondo del lavoro ed uno “stile di vita” come quello napoletano, calabro o siciliano non possono e non potranno mai trovare spazio e vita.

Quando prenderanno coscienza di queste realtà e di queste incompatibilità le istituzioni italiane?

Quando si conprenderà che la territorialità e la compatibilità degli stili di vita sia fatto fondante di ogni aggregazione sociale e comunitaria, come di ogni propulsione industriale e di ogni mondo del lavoro?

Le incompatibilità frenano lo sviluppo.

E sono sempre meno tollerate.

Chi vuol intendere, intenda.

Chi non vuol intendere, si faccia da parte, poichè verrà certamente sconfitto dalla storia.

Come tanti altri prima di lui …..

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Tutti Pazzi per la Lega della Gente

sabato, 13 novembre 2010

L’attacco al federalismo ed al riformismo leghista muove i suoi ultimi passi.

La casta politica peggiore si oppone al cambiamento dello status quo che garantisce privilegi inauditi e spreco di danaro pubblico ingiustificabile.

Questa casta ha paralizzato il governo ed ha abbandonato il paese a se stesso, condannandolo ad un futuro di malessere e di insicurezza.

Gli interessi delle famiglie e delle aziende non trovano alcuna rappresentenza politica, se non nell’azione della Lega Nord.

Il quoziente familiare che avrebbe dovuto tutelare le famiglie italiane non è mai stato varato.

Le aziende trovano in questa casta partitica un ostacolo e non una difesa, un nemico e non un complice.

E mentre il paese chiede almeno che siano eliminati gli sprechi dell’apparato pubblico sia nazionale che locale e che vengano eliminati i fattori che conducono alla delocalizzazione all’estero dei siti industriali italiani, questa indecente casta partitica gioca sporco e pretende di fermare il paese, di piegarlo ancora una volta ad interessi che non hanno nulla a che fare con quelli delle famiglie e delle aziende.

Quale valore e quale senso ha una aprire una crisi di governo in questo momento storico se non quello di affossare ancor più il paese in una crisi già di per se dolorosissima?

Forse il senso di creare fratture socio-economiche tali da rendere irriducibili le distanze fra il paese reale e lo stato di diritto?

Forse il senso di fermare il più grande contrasto al mondo delle organizzazioni mafiose che questa repubblica abbia mai testimoniato?

Ma il compito della politica non dovrebbe essere l’esatto opposto?

E questa “cosa”, la possiamo chiamare politica?

Per fortuna che la Lega c’è, altrimenti questo paese non avrebbe più alcuna speranza per il futuro, altrimenti, le famiglie e le aziende italiane dovrebbero trasferirsi in massa in paesi come la Germania, laddove una casta politica siffatta, non avrebbe motivo di esistere.

E di resistere.

Dopo lo storico fenomeno della migrazione delle famiglie dall’Italia, è iniziato anche il fenomeno della migrazione delle aziende.

Da qui, fuggono tutti, atteriti.

Da questa condizione di “follia politica suicida” scappano via, tutti.

O paventano di farlo.

Di questo passo, per ottenere lo status di rifugiato politico all’estero nel futuro, sarà sufficiente presentare un passaporto o un documento di identità della repubblica italiana, un documento valido e non scaduto che attesti che il soggetto ha avuto la sfortuna di nascere in un paese dove la politica è pura follia e le istituzioni sono spesso piegate e deviate a mero “strumento” di questa follia, dove lo stato viene suicidato e l’anti-stato avanza.

Non è possibile condividere questa follia, come non è possibile che questa follia venga ancora tollerata.

Non ci si può prendere gioco così impunemente degli interessi di un intero paese, non si può ricattare un intero paese a fini di mera bottega partitica, come non si può giocare con il futuro della aziende e delle famiglie.

Queste semplici considerazioni di un cittadino “X”, di un cittadino qualunque, sono utili alla migliore comprensione di quale sia il “vero problema” di questo paese?

E se l’anti-politica avanza, se l’anti-stato corrode e corrompe, perchè nello stato vi è solo la Lega Nord a chiedere e pretendere di cambiare questo status quo?

Perchè questa casta partitica pretende di agire in un sistema di monopolio (non autorizzato, non delegato, non condiviso) nel governo del paese?

Perchè le regole democratiche consentono a questa casta partitica di produrre una politica che non incontra la domanda di cambiamento dello status quo da parte del popolo sovrano?

Forse gli studi di un certo Antoine-Augustin Cournot, – filosofo, matematico ed economista francese – sull’incontro fra domanda ed offerta in un libero mercato possono aiutare a comprendere meglio cos asta accadendo in Italia in questo momento.

Forse, lo studio delle regole che consentono non un primato della politica, ma un primato del monopolio o dell’oligopolio partitocratico, possono aiutarci a capire quella voglia matta che hanno famiglie ed aziende di fuggire da questo paese.

Perchè se la partitocrazia intende ancora produrre una offerta di servizi pubblici (l’impegno politico è il servizio pubblico per eccellenza) in un regime in cui decide essa stessa a quali condizioni di qualità e quantità offrire tali servizi e, soprattutto, a quali costi, ebbene, domanda ed offerta di tali servigi non si incontreranno casualmente formando un “prezzo” economicamente interessante ed un rapporto fra quantità e qualità conveniente, impedendo di fatto al popolo quella partecipazione attiva che contribuisce alla formazione di un “prezzo politico” accettabile, di un “prezzo comunitario” considerabile, di un “patto sociale” interessante.

E se tale punto viene deciso autonomamente dagli interessi delle segreterie partitiche, allora, domanda ed offerta non si incontreranno mai, poichè non ci sarà nessun popolo disposto a pagare un prezzo inaccettabile, punitivo, fuori mercato.

E allora, questo popolo, nelle sue forme fondamentali nucleali di famiglie ed aziende, potrebbe dedicere di rivolgersi altrove, laddove l’offerta di servizio pubblico complessiva, risponda meglio alle loro esigenze.

Ed è proprio quel che sta accadendo.

E non c’è da meravigliarsi se l’offerta politica leghista riscuote sempre maggiori consensi dal popolo sovrano in questo mercato monopolista, poichè la sua è una offerta “ritagliata” per soddisfare le esigenze del popolo, e non per curare gli interessi delle segreterie partitiche.

L’offerta politica leghista quindi, spacca il mercato politico, aprendo strade di libertà mai percorse prima in questo paese “bloccato”.

E la reazione scomposta e indecente della casta partitica peggiore cui stiamo assitendo in questi giorni, valida questa teoria in modo perfetto.

Ecco spiegato perchè la lega della gente è un movimento popolare, mentre tutti gli altri partiti politici sono attanagliati da una profonda crisi che rischia seriamente di mettere in forse il futuro del paese, una crisi “isterica” che è il male assoluto del sistema stato, una crisi di nervi che valida totalmente le scelte leghiste.

Tutti pazzi per la Lega Nord, insomma.

Ancora e per sempre.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il debito pubblico italiano non parla una sola lingua

sabato, 30 ottobre 2010

Angela Merkel e Nicolas Sarkozy ritrovano l’intesa del duopolio europeo franco-tedesco, un asse fra Berlino e Parigi che passa per il vertice di Deauville.

Così inizia il nuovo corso della politica europea, con la delibera del consiglio UE che ha dato il via alla costituzione di un fondo anti-crisi (che salva i paesi UE eccessivamente indebitati dal fallimento) ed alla modifica del patto UE per la stabilità.

La UE dei 27 ha così ceduto le armi dinanzi al diktat franco-tedesco.

Il timore di altri fallimenti statali come quello greco, ha spinto il consiglio europeo ad accelerare i tempi delle necessarie modifiche al Patto UE ed alla costituzione del fondo che salverà gli stati in gravi difficoltà finanziarie.

Il tutto avverrà a condizione di una vigorosa stretta sui debiti pubblici.

Dal 2011 la UE si salvaguarda dalle brutte sorprese che potrebbero arrivare da quei paesi europei che non garantiscono un rientro del debito pubblico nelle medie concordate.

Il punto cruciale è proprio questo:
come dovranno rientrare i paesi eccessivamente indebitati, in quanto tempo dovranno farlo, con quali criteri di rientro?

Il primo distinguo viene dalla considerazione del dato del debito pubblico comparato con quello del debito privato.

Ma è ancora argomento oggetto di discussione.

Di certo vi è che verranno imposti calendari di rientro stringenti, con sanzioni che si prevede saranno automatiche ed improrogabili, oltre alla più volte paventata “sospensione del diritto di voto”, la più temuta delle sanzioni non finanziarie.

In pratica, i paesi europei meno virtuosi, si troverebbero nella condizione di partecipare al finanziamento della Unione Europea, senza godere del diritto di voto nelle scelte esecutive e legislative.

In tema del budget 2011 alcuni paesi, fra i quali l’Italia, hanno chiesto che gli aumenti non superino la soglia del 2,91% piuttosto che quella del 6% richiesta da commisisone e parlamento europeo.

La richiesta è guidata dalla Gran Bretagna, impegnata in una formidabile stretta sul debito pubblico interno che punta ad una drastica riduzione in soli quattro anni, con una perdita in posti di lavoro pubblici prevista in una cifra molto prossima al mezzo milione, senza contare i tagli ai budget ministeriali che comporteranno conseguenze occupazionali anche sul fronte del privato convenzionato che offra servizi pubblici.

Per quanto riguarda la crisi economico-finanziaria che investe tutti i paesi membri invece, si apre una prospettiva futura di lacrime e sangue.

I tagli cui dovranno necessariamente ricorrere i paesi meno virtuosi saranno sicuramente dolorosi quanto inevitabili.

Il caso italiano offre diversi spunti di riflessione in tal senso, avendo l’Italia un gran numero di dipendenti pubblici, molto al di sopra della media europea, e localizzati proprio nelle regioni economicamente depresse.

Come si potrà diminuire drasticamente l’enorme debito pubblico italiano (che ne nasconde uno di euguali dimensioni rinvenente dalla situazione debitoria degli enti locali) senza incidere sulla occupazione nella pubblica amministrazione nazionale e locale e conservando una offerta di servizi in quantità e qualità sufficienti a soddisfarne la domanda?

Questo problema è ancora tutto da affrontare e questa domanda non sembra trovare risposta.

Va sottolineato come siano sempre le regioni italiane depresse a rappresentare una continua violazione di ogni patto di stabilità a fronte di una erogazione quanti-qualitativa dei servizi ben al di sotto della media italiana supportata da una contemporanea quanto eccessiva ed ingiustificata presenza di risorse umane.

Il federalismo fiscale appare l’unica risposta concreta da dare a queste domande, ma l’indirizzo politico delle regioni italiane depresse e meno virtuose non sembra coincidere con l’esigenza di un rientro del debito pubblico.

La continua delocalizzazione dei siti industriali italiani, l’eccessiva pressone fiscale ed il fenomeno della evasione fiscale tollerata in virtù delle deficenze statali, aggrava il quadro complessivo, portando la massa dei problemi da risolvere ad una condizione di estrema criticità, cui, il continuo flagello di una politica governativa fortemente contrastata e vilipesa da tradimenti interni e assalti alla diligenza delle opposizioni, non appare offrire prospettive di serenità, stabilità e continuità necessarie all’adempimento di riforme strutturali urgenti come quelle richieste dal momento internazionale.

Sembrano in troppi coloro che giocano al “tiro della corda” oggi in Italia.

Sembrano invece pochi coloro che hanno responsabilmente coscienza del fatto che una corda troppo tirata, inevitabilmente si strappa.

E non sarà l’ennesimo rabberciato governicchio del “tutti dentro”, ne’ tantomeno una paventata modifica della legge elettorale a garantire una maggiore continuità ed una decisa e determinata stabilità al governo del paese.

Ma questo linguaggio, dettato dalla prudenza e dal rispetto della dignità di un popolo, dei suoi interessi e delle sue istituzioni, pare non sia un linguaggio comunemente condiviso, tanto da avvalorare l’ipotesi che l’italia non sia un paese unico ed indivisibile, nemmeno nella semplice comprensione di un linguaggio comune, minimo comune denominatore di ogni aggregazione umana.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Incongruenze nella solidarietà nazionale

sabato, 2 ottobre 2010

Sergio Marchionne, l’AD di Fiat, si sfoga dichiarando la solitudine nella quale vengono lasciate le aziende oggi in italia.

Sfogo utile a comprendere cosa accade nel sistema industriale italiano e nelle sue relazioni con la burocrazia e il governo del paese.

Marchionne lamenta un disperso senso delle istituzioni e punta il dito su coloro i quali alimentano in italia un clima di tensione che riduce il dialogo aziende-lavoratori e istituzioni-paese, al livello di un dialogo fra sordi.

In effetti, la migliore risposta che poteva dare la politica italiana alla scelta della Fiat di non delocalizzare all’estero i siti produttivi italiani (ca 50.000 posti di lavoro) non poteva e non doveva essere l’ennesima crisi politica avviata funestamente da Fini, bocchino & co.

Come pure i segnali che vengono da alcune sigle sindacali ed all’eco che fanno loro alcune istituzioni, non sono dei migliori e dei più auspicabili.

In sintesi, il marchionne-pensiero andrebbe riprodotto in uno slogan che la Lega lancia da qualche tempo, slogan non recepito da certi ambienti politico-istituzionali e da alcune sigle sindacali:
premiare le aziende italiane che non delocalizzano e percorrere strade alternative di contrattazione del lavoro, come quelle intraprese anni or sono in Germania e che oggi, rappresentano la forza del sistema produttivo tedesco e non la sua debolezza.

Certo, non come è stato fatto nel disgraziato passato di questo paese, con gli interventi a pioggia ed i finanziamenti gratuiti a certo mondo imprenditoriale:
questa strada va abbandonata e dimenticata, per sempre.

Ma altrettanto certamente, bisogna che la politica intervenga in favore di quelle aziende che restano a combattere per salvare produttività italiana, occupazione e identità aziendale italiana.

Ma cosa determina la delocalizzazione delle imprese italiane all’estero?

Certamente il costo del lavoro, che però corrisponde ai più bassi salari medi europei.

Di mezzo c’è la cuspide fiscale, cioè quello stato centralista che aumenta il costo del lavoro con strumenti di prelievo fiscale, di fiscalità nazionale e locale, di strumenti previdenziali ed eccesiva tolleranza verso il ricorso alla assenza dal lavoro per malattia che si sospetta sia solo il sintomo (ingiustificato ed ingiustificabile, sia ben chiaro) di un malessere che vive il mondo del lavoro.

Ciliegina sulla torta è certamente quel sindacalismo che cavalca questo malessere alimentando dissidi e contrasti fra datori di lavoro e lavoratori e certa burocrazia che nei suoi insopportabili tempi di attesa nella erogazione dei servizi come nella concessione delle licenze e delle autorizzazioni, potrebbe nascondere, in alcuni casi, interessi affatto pubblici.

Il costo dell’energia elettrica in Italia è più alto che in altri paesi europei, a causa della dipendenza energetica che soffre un paese povero di risorse energetiche come il nostro.

La fonte di energia nucleare, potrebbe risolvere questo gap, ma incontra l’ostracismo di parti politiche che sono da sempre state l’ombra di certo sindacalismo ostruzionista ed antagonista.

Il costo di una difficoltosa ed incolpevole politica governativa, che tenta disperatamente il superamento di quelle meline e di quelle crisi politiche che, in alcuni casi, potrebbero nascondere interessi affatto pubblici, governo che, nella frenetica attività decretativa, viene ingiustamente accusato di essere troppo decisionista, quando invece, tenta solo di dare risposte tempestive ai settori produttivi e di salvare un paese in piena crisi socio-economica.

In sintesi:
– eliminazione delle inutili propaggini burocratiche,
– produzione energetica abbondante ed a basso costo da fonte nucleare,
– aumento della capacità di intervento del governo nello sciogliemento di quei nodi che stringono un cappio letale al collo del mondo produttivo italiano,
– difesa dell’azione del governo dall’ostruzionismo antagonista a tutti i costi, attraverso la semplificazione all’accesso di quegli strumenti che aumentano la capacità di intervento tempestivo dell’esecutivo nel governo del paese.

Le grandi opere?

Le mega infrastrutture?

Per il momento, le metterei da parte, soprattutto guardando agli incredibili appettiti mostrati dalla cricca di turno nel compromettere le finalità e la efficacia dell’intervento pubblico, minato anche dalla capacità di intervento delle organizzazioni mafiose nel mondo degli appalti pubblici.

In specie, andrebbero evitate quelle grandi opere che potrebbero restare sul territorio come vere e proprie cattedrali nel deserto.

Va infatti ricordato a tutti che, le grandi opere sono un mezzo, sono uno strumento utile al rilancio delle attività produttive sane e competitive, ma che non si è mai visto una infrastruttura, per quanto grande possa essere, divenire essa stessa il fine ultimo e il volano di un rilancio socio-economico.

Abbandonare ogni futile quanto costosa speranza in questo senso, assumerebbe il senso di un notevole livello di crescita politica e civile, esso sì, propedeutico ad una vera ed autentica ripresa economica, poichè non è certamente una autostrada, un ponte o una superviabilità a produrre quella industrializzazione che necessita in alcune regioni italiane.

Le infrastrutture servono a potenziare un sistema produttivo, non a crearne uno, come ci insegnano gli interventi della Cassa del Mezzogiorno nel passato.

Molto più utili al rilancio socio-economico delle regioni depresse, sarebbero:
– la copertura totale della rete informatica e telematica capace, potente e veloce, ed a basso o nullo costo,
– l’eliminazione totale e definitiva delle organizzazioni mafiose,
. una nuova politica sindacale che veda nel datore di lavoro un soggetto fortemente cointeressato al benessere aziendale e dei lavoratori, e non un nemico da abbattere,
– una nuova classe politica e dirigente meridionale, ben formata, competente e sganciata da quelle logiche che sino ad oggi hanno impedito al sud di superare la questione meridionale,
– una giustizia tempestiva e più giusta, che dirima le questioni e le liti in tempi accettabili e con sentenze mirate al buon funzionamento del sistema produttivo, con la redazione di una giurisprudenza che sia vista come utile e snello strumento di arbitrato, piuttosto che subita come ulteriore impedimento di sviluppo e di coesione al sistema-lavoro.

Poche cose, ben fatte e fatte in fretta.

Il governo in alcuni casi è già molto attivo, incontrando forti resistenze in quelle corporazioni e in quelle parti politiche meno attente e sensibili al tema buon del governo del bene comune.

Ma il governo ha bisogno di essere maggiormente condiviso e suppportato nella realizzazione di quei cambiamenti e di quelle riforme che puntano alla responsabilizzazione a tutti i livelli nella gestione della cosa pubblica, piuttosto che essere rallentato e/o ostacolato nella sua azione.

Se questa nuova intesa comunitaria, se questo nuovo patto sociale non verrà frainteso, queste incongruenze nella solidità e nella solidarietà nazionale potranno essere superate, tutte insieme, comunitariamente.

Altrimenti, si salvi chi può.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X