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La mafia uccide La politica pure

giovedì, 19 maggio 2016

La mafia uccide La politica pure

L’esperienza umana e professionale di Falcone e Borsellino ha aspetti sostanziali sociologici, a conferma del fatto che la mafia è un fenomeno sociologico esteso e condiviso

Un mutamento di tale fenomeno è strettamente legato alla emarginazione sociale cui la mancata condivisione di quei comportamenti mafiosi condanna, specie nel sud

E questo avviene in piena violazione dei principi dettati nella prima parte della nostra Costituzione e nel più assoluto interesse e disinteresse delle istituzioni politiche, a seconda che le si voglia allocare nel ruolo di complici dei quei comportamenti ovvero di incompetenti nel governo di quei comportamenti

La mafia è e resta un fenomeno legato alla politica, poiché se esiste una mafia, questo lo si deve esclusivamente al mancato governo del contrasto a questo fenomeno anti-sociale, anti-statuale ovvero ad una interessata complicità con esso

E questa è una cosa che uccide più del terrore mafioso

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

La politica, il metodo, le idee, le ideologie e il controllo della informazione

mercoledì, 13 aprile 2016

La scomparsa di Casaleggio viene abusata per interessi di parte.

Mi dispiace, perché la razionalità di Gianroberto viene confusa con l’ideologia, con le parti, la destra e la sinistra:
Casaleggio non era un ideologo, egli applicava il metodo razionale della informatica alla realtà umana.

La sua non era una idea, ma un metodo nato da una intuizione e condito da una idea buona.

Ogni tentativo di scardinare il sistema italiano della democrazia bloccata ha visto l’informazione e il suo controllo al centro di ogni iniziativa.

Berlusconi aggredisce la politica e la penetra proprio attraverso il mondo della informazione, essendone un imprenditore, un editore.

Scardina il controllo monocratico che la casta detiene in monopolio RAI proponendo una alternativa privata al monolite pubblico, controllato dai partiti.

La sua non era una idea, ma un metodo nato da una intuizione e condito da una idea buona.

La differenza sta tutta in un nome, che rappresenta la distinzione tra due metodi comparabili (sino ad un certo punto), ma non accomunabili:

Marcello Dell’Utri, l’organizzatore di Forza Italia e l’amico degli amici.

Lungi da me assimilare i due momenti storici e gli attori che li hanno incarnati, ma serve una comparazione storica per indicare come, in una democrazia, il controllo della informazione è il vero Grande Fratello, quel signore che in alcuni casi, oscura la verità per non doverla governare e in altri casi fa emergere la verità per governarla.

La differenza c’è e si vede pure.

Sarebbe un grave errore (voluto e volontariamente perseguito a fini di interesse di parte e di partito) quello di voler confondere le idee di Casaleggio con le ideologie:

serve solo a schierare tutto e tutti nel gioco del “dividi et impera”, robetta da politicanti di strada. elemosinanti della società che ambiscono a governarla.

A dimostrarlo è proprio quella riforma della “alternanza” voluta da centro destra e centro sinistra e utile a cristallizzare la politica sull’antagonismo e non sui problemi e le crisi che la politica dovrebbe invece governare.

Dividi il popolo e potrai farne quel che vuoi.

Ecco perché le accuse lanciate a berlusconi di essere un qualunquista mi fanno sorridere:

nulla di più sbagliato per un soggetto politico che ha perseguito la divisione del popolo sovrano e non la sua unità, la divisione dell’Italia e non l’unità degli italiani, nella menzogna politicamente corretta di un partito politico che porta il nome di Forza Italia.

Politicamente corretto, senzadubbiamente, nel pieno solco della casta politica italiana.

L’insegnamento di Casaleggio è invece qualcosa di profondamente popolare, umanamente popolare, di quel popolo che invece puzza al naso dei radical chic, di destra e di sinistra, troppo nobili per interpretare e servire un popolo così popolare, ma altrettanto furbi da volerlo ingabbiare e soggiogare.

Non tutti hanno sottolineato che l’opera di Casaleggio è stata un’opera a difesa della libertà, proponendo un sistema alternativo alla influenza di televisioni e giornali, partiti e sindacati, un metodo che nel mondo libero di internet, ha dato una vera rappresentanza alla volontà popolare, libera da deviazioni e interpretazioni.

E una cosa del genere è la realizzazione del dettato costituzionale, abiurato e depistato dalla partitocrazia, divenuta mafia aggressiva del sistema invece che traduzione e governo delle esigenze del popolo sovrano.

Il popolo è ignorante:

noi siamo la casta, i nobili, i ricchi, i soddisfatti, gli integrati e adattati.

Se non è discriminazione questa, non so quale sia il significato del termine discriminazione.

La libertà offerta e creata da Casaleggio è stata proprio quella di una scelta alternativa, veramente alternativa al sistema partitocratico, quello dei puzzolenti lontano un miglio che hanno la puzza sotto al naso.

Egli ha profanato il sistema cancerogeno della partitocrazia, delle mafie e della corruzione, sia morale che materiale.

Infatti l’altro elemento di distinzione tra la casta e il progetto Casaleggio sta proprio nella distinzione tra partito politico e movimento popolare come tra onesti e disonesti, corrotti e non corrotti, mafiosi e non mafiosi.

Questa distinzione ha messo in risalto e reso di pubblico dominio l’uso mafioso che si fa del potere pubblico, a danno della tutela e della difesa degli interessi del popolo sovrano.

E questo ha fatto incazzare tutta la casta, tutta la partitocrazia, tutti i corrotti e tutti i mafiosi.

Prova evidente della bontà del progetto, del metodo usato e della buona idea che ne è alla base.

Ha funzionato.

Casaleggio è uno dei pochi esseri umani, viventi e non (almeno sino a qualche giorno fa) che ha cambiato la realtà, l’ha modificata e piegata alla sua volontà, dimostrando così che i prepoteri e i prepotenti hanno tanto potere nei nostri confronti quanto siamo disposti a concederne loro.

In questo senso, Casaleggio ha insegnato qualcosa anche a me.

Nonostante restino le mie perplessità di una applicazione funzionale agli obiettivi e ai fondamenti del suo metodo:

le idee, specie e soprattutto quelle buone, camminano sulle gambe dei malcapitati uomini che le sorreggono ed io non vedo molti Gianroberto in giro.

Attenzione a questo passaggio:

la differenza tra un partito di sistema e un movimento popolare sta nell’esempio che danno i propri leader.

Il segno distintivo è proprio nella leadership intesa come capacità di emergere attraverso un consenso allargato e protetto e la capacità di emergere con i tesseramenti e le regole fatte apposta perché magnifici leader come Casaleggio non possano mai arrivare a gestire il potere pubblico:

immaginate solo per un momento cosa avrebbe potuto fare un leader come Gianroberto disponendo del potere pubblico quando aveva già dimostrato di poter cambiare radicalmente la realtà senza quel potere pubblico, con le sue sole mani, gambe e cervello.

Sarebbe stato semplicemente perfetto, impareggiabile, inarrivabile.

Avrebbe sottomesso il potere pubblico alla influenza del popolo, avrebbe realizzato la costituzione italiana (non nel senso formale, ma in quello sostanziale, reale) come mai nessuno aveva neanche mai provato a fare.

Ed è proprio questo che la casta partitocratica del dividi et impera teme di più:

porterebbe alla sua scomparsa definitiva, con la perdita dei motivi che la reggono e della distorsione delle regole che la sorreggono.

Mi piego in ginocchio dinanzi ad tale e nobile tentativo, davanti a questo sogno a questa speranza che io ho coltivato e sognato ogni giorno della mia vita.

Le idee camminano sulle gambe degli uomini.

Sono molto curioso di vedere quale leader, con quale intelligenza e con quale metodo continuerà questa immane e nobile opera di restaurazione della democrazia, della legalità, della onestà, in un paese paurosamente infiltrato e governato proprio dalla illegalità e dalla disonestà.

Son sempre pronto a cambiare idea su uomini e cose, a patto che essi cerchino e trovino la realizzazione dei loro progetti nella realtà.

Tutto il resto non mi interessa.

E non mi rende nemmeno felice.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino x

Cittadini Antimafia

giovedì, 31 ottobre 2013
Cittadini Antimafia

Cittadini Antimafia

A Palermo la casta ha distrutto il Pool Antimafia.

Mai nessuno potrà eliminare i Cittadini Antimafia.

Cittadini lavoratori, cittadini disoccupati, cittadini carabinieri, cittadini magistrati, cittadini leali e corretti, fedeli alla repubblica e non alle mafie:

questi sono i cittadini Antimafia.

Penso sia giunto il momento di costituire una Libera Associazione dei Cittadini Antimafia.

Se lo stato si arrende alle mafie o tratta con le mafie, se lo stato non prevede e non punisce il reato di comportamento mafioso, se lo stato stenta nella lotta e nel contrasto alla mafia, allora i cittadini si uniscono e dicono
NO alla mafia,
dicono che la mafia si elimina definitivamente, non si contrasta, non si lotta, non si tratta.

Lo stato deve adempiere ai propri doveri.

I liberi cittadini hanno il diritto ed il dovere di agire contro chiunque o contro qualsiasi cosa non punti alla definitiva eliminazione del fenomeno mafioso, per rendere l’Italia un paese normale, virtuoso, forte e rispettato.

I cittadini possono ricorrere a qualsiasi livello di giudizio, sia nazionale che sovranazionale per imporre un comportamento indiscutibilmente antimafia allo stato e a quegli apparati dello stato preposti ad assicurare giustizia, sicurezza e legalità che vengano impediti di agire nel modo giusto e dovuto, vengano evasi, vengano aggirati, vengano traditi.

Ora basta, non si scherza più:

se occorre scegliere fra chi deve soccombere e chi deve essere difeso, non abbiamo alcun dubbio che è il fenomeno mafioso che deve essere ELIMINATO dalla storia, dalla cultura e da discutibili prassi che bypassano liceità e legalità.

E poiché urge una strategia antimafia, ecco quattro sono obiettivi primari da rraggiungere per la eliminazione della mafia in Italia:

1 – istituzione del Ministero Antimafia che diriga e coordini l’azione delle FF.OO. e della magistratura antimafia;

2 – istituzione dei Pool Antimafia in ogni provincia italiana, in piena autonomia e coordinati dal ministero antimafia, composti da magistrati antimafia, poliziotti antimafia, carabinieri antimafia e finanzieri antimafia;

3 – istituzione del reato di comportamento mafioso (anche il solo difendere l’operato della mafia è reato, essere mafioso è reato, aiutare un mafioso è un reato, avallare la mafia è un reato, sostenere la mafia è un reato mafioso), fattispecie che va punita per direttissima da un Pool Antimafia;

4 – inserimento in costituzione del dettato:
la repubblica italiana combatte ogni forma di mafia con ogni mezzo ed in ogni forma e fenomeno essa si presenti.

Siamo pronti a combattere insieme almeno per questi quattro semplici punti da liberi cittadini che intendono liberarsi da tutte le mafie?

Pare che in Italia sia proprio arrivata l’ora di dire:
basta mafia.

Senzadubbiamente.

Gustavo Gesualdo
Cittadino Antimafia

Paesi Viziosi: Sbarazzatevi delle costituzioni antifasciste

mercoledì, 19 giugno 2013

Gli analisti di JPMorgan Chase & Co, la società newyorkese leader dei servizi finanziari globali hanno pubblicato un documento che indica la rotta per il futuro dei paesi sud europei, quelli definiti con l’acronimo “PIGS” dagli operatori dei settori finanziari e “Viziosi” dalla stragrande maggioranza delle persone dotate di buonsenso.

Il documento viene ridotto in alcune frasi che riporto liberamente sintetizzate qui sotto:

Dovete liberarvi delle leggi sinistroidi e antifasciste.

L’Austerity farà parte del panorama europeo per un periodo molto prolungato.

«Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica: debito pubblico troppo alto, problemi legati ai mutui e alle banche, tassi di cambio reali non convergenti, e varie rigidità strutturali. Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei Paesi del Sud, e in particolare le loro Costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea. Quando i politici tedeschi parlano di processi di riforma decennali, probabilmente hanno in mente sia riforme di tipo economico sia di tipo politico».

«I sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo».

«I sistemi politici e costituzionali del Sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche:

esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti;

governi centrali deboli nei confronti delle regioni;

tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori;

tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo;

e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo.

La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche.

I Paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle Costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)».
(Nota del Blogger: traduzione non mia e da verificare, raccolta nel web).

Insomma, troviamo elencati i motivi che da decenni appaiono essere alla base di un mancato sviluppo sociale, politico ed economico dei paesi del sud europa, motivi che solo menti libere e serene riescono ad accogliere e a comprendere.

Ma in paesi come l’Italia il solo elencare “questi motivi” potrebbe addirittura portare alla violazione della legge ordinaria Scelba e della XII disposizione finale della Costituzione italiana che addirittura vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista, disposizione che viola a sua volta e in un sol colpo sia la Libertà di Manifestazione del Pensiero che la Libertà Associativa entrambe riconosciute dalla medesima Costituzione in altre e più importanti e fondamentali parti della stessa Carta.

Certo, dare un colpo alla botte del socialismo sinistroide ed uno al cerchio di certa finanza autoreferenziale e slegata dal mondo della produzione cui JPMorgan Chase & Co. non può apparire estranea, sarebbe un sereno ed equilibrato modo di affrontare la crisi contemporanea.

Il problema è che sono troppe le corporazioni assai corrotte e mafiose che non desiderano modificare il loro status quo in favore di un miglioramento effettivo delle condizioni socio-economiche e troppo forte è quella cattiva casta politica e burocratica che impazza in Italia come in tutti paesi viziosi come il nostro.

La “resistenza partigiana” è divenuta classe dominante e non ne vuole sapere di tornare a lavorare per vivere.

A meno che non li si costringa a colpi di manganello e di bottiglie di olio di ricino.

La via della libertà e della democrazia appare ancora distante dal sentire e sapere comune italiano.

Vi lascio con alcune citazioni, fra le mie preferite:

Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere
Aldo Moro

Governare l’Italia non è impossibile, è inutile
Giovanni Giolitti

Governare gli italiani non è impossibile, è inutile
Benito Mussolini

Sarà per questa disaffezione al dovere e questa difficoltà nel governo che è nato il Fascismo?

E potrebbe sempre a causa di queste medesime disaffezioni tornare il Fascismo?

E se la risposta alla domanda fosse sì, quale fascismo sarebbe?

Un fascismo maturo che ha imparato a non commettere i medesimi errori che mutarono e fecero fallire la storia dell’era fascista italiana di Benito Mussolini?

Ovvero una triste riedizione sic et simpliciter di un fascismo totalitario e violento, a dimostrazione del fatto che la democrazia è pianta troppo delicata e pregiata le cui radici non attecchiscono nella nostra terra arsa dalla ignoranza?

Così come Giacinto Pannella detto Marco sfidava l’autorità e la legge fumando spinelli per propugnare la libertà di drogarsi, potrebbe servire travestirsi da fascista e chiedere udienza ad un prefetto per cambiare le cose in questo immobile stato vegetativo?

A Noi !

Immaginate l’espressione del viso del piantone di servizio?

Gustavo Gesualdo
alias Il Cittadino X

Dittatura assoluta burocratica e partitocratica

lunedì, 22 aprile 2013

gifuni dopo gifuni

segretario generale onorario del Quirinale dopo segretario generale

napolitano dopo napolitano

presidente della repubblica dopo presidente della repubblica:

al Quirinale è oramai dittatura assoluta burocratica e partitocratica.

Avvisate l’ONU e la NATO:

l’Italia non è più un paese libero e democratico, sia pure lo sia mai stato in passato.

P.S.
E dove sarebbe scritto nella Costituzione Italiana che il Capo dello Stato o il Premier debba avere necessariamente una tessera di partito o di sindacato in tasca e debba obbligatoriamente provenire dalla casta corporativa partitocratica?
Cosa fanno di male e quali bassezze morali e materiali raggiungono i cittadini qualunque per non poter aspirare a cariche istituzionali e costituzionali:
hanno forse la lebbra o la tubercolosi?
Puzzano di popolo sovrano, forse?

Gustavo Gesualdo
alias Il Cittadino X

La Costituzione italiana. Interpretazione formale, sostanziale e contestuale

venerdì, 13 maggio 2011

E siamo alle solite.

Sull’intervento armato dell’Italia in territorio libico, la lettura dell’articolo 11 della Costituzione italiana viene interpretata in un modo piuttosto che in un altro, a seconda della convenienza del momento storico, piuttosto che da una autentica volontà garantista.

Non se ne può più:

la carta costituzionale è divenuto un belissimo esempio di arte letteraria inapplicato e costantemente violato nella realtà, per colpa della sua vetustà e della sua assoluta inadeguatezza, in molti punti, ai tempi ed alle condizioni contemporanee.

L’articolo in questione è il seguente:

Articolo 11

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Analizziamo per definizioni:

L’Italia ripudia la guerra

Il senso di questo dettato è chiaro e lampante, in specie, nel significato del termine utilizzato “ripudiare”, che significa: “rifiutare un’ideologia, un credo, un’ipotesi, un comportamento”.

Il termine guerra ha invece il seguente significato:
“conflitto armato fra Stati o popoli per motivi politici, ideologici o economici, combattuto sul territorio di uno o più contendenti con armi di varia natura”.

Se l’italiano è ancora una lingua unica e condivisa, non possiamo che interpretare così le prime parole dell’articolo 11 della costituzione:

L’Italia rifiuta il comportamento del conflitto armato fra stati o popoli per motivi politici, ideologici o economici, combattuto sul territorio di uno o più contendenti con armi di varia natura.

L’Italia invece, in questo momento, sta bombardando uno stato indipendente intervenendo militarmente nel conflitto armato del popolo libico, diviso in due fazioni, ovvero diviso in due popoli che si combattono per motivi politici, ideologici ed economici.

La violazione della carta costituzionale appare di una evidenza assoluta, se restiamo in questi termini.

Proviamo ora a leggere in modo leggermente differente il termine guerra, che applicato all’odierno conflitto interno libico, può essere definito come una “guerra civile”.

Ecco elencate le definizioni delle varie tipologie di guerre:

Guerra civile, intestina, combattuta da fazioni opposte di cittadini all’interno del territorio nazionale
Guerra coloniale, per la conquista delle colonie, o in area coloniale
Guerra convenzionale, combattuta con armi tradizionali
Guerra di indipendenza, contro un’occupazione straniera
Guerra di Secessione, combattuta da una parte della popolazione che si allontana dallo stato (dal latino “secedere”, cioè allontanarsi)
Guerra lampo, offensiva che prevede il massimo dispiegamento

Nel caso preso in considerazione di guerra civile, il conflitto fra fazioni opposte di cittadini all’interno del territorio nazionale, come oggi avviene in territorio libico, rientra nella definizione esatta di guerra, così come enunciata nel dettato dell’articolo 11.

Quindi, una esatta interpretazione dello stesso articolo, sia in senso formale che sostanziale, detta esattamente e senza ombra di dubbio un ripudio (rifiuto) della guerra (comportamento bellico), sic et simpliciter.

Le cose stanno così, e non vi è nulla di complicato da chiarire ulteriormente.

Analizziamo ora l’articolo per intero nel suo primo comma:

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;”

Salta all’occhio che lo strumento della guerra, viene inibito all’Italia “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”.

Resta qui da vedere come considerano taluni massimi interpreti della carta il significato di “libertà degli altri popoli”.

Se il popolo libico viene considerato un unico popolo, si avalla il senso di proibizione assoluta di adozione dello strumento della guerra nel conflitto interno libico, oltre alla anche più evidente ingerenza nella libertà di altri popoli nelle loro questioni interne, nel caso di intervento armato a favore di una parte ed a sfavore di un’altra parte di uno stesso popolo.

Se invece si vuol considerare il concetto di guerra civile come una guerra “intestina, combattuta da fazioni opposte di cittadini all’interno del territorio nazionale”, il rischio di violazione delle libertà fondamentali dei popoli di scegliersi un futuro piuttosto che un altro, rappresentà ben più di una semplice ingerenza, ma invade il campo della definizione di guerra coloniale mascherata da intevento armato umanitario.

Analizziamo ora il secondo comma dell’articolo 11:

“consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

Il concetto nazionalistico, tipico del periodo in cui è stata scritta la nostra costituzione, prevale nettamente sul concetto di popolo, negando ulteriormente la conformità costituzionale all’attuale intervento militare italiano in Libia.

La nostra costituzione è assai vecchia e vetusta, in molti, troppi aspetti del suo dettato, e si legge benissimo la sua inadeguatezza ai tempi moderni.

Di fatto resta il netto divieto di intervento militare “che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni”, poichè il conflitto libico è resta un conflitto interno e non nazionale o internazionale.

Inoltre, il presupposto di un intervento letto fra le pieghe di un “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”, non regge il confronto con la realtà dl conflitto libico e dell’intervento armato in esso da parte dell’Italia:

l’ordinamento sovranazionale europeo e delle nazioni unite, non ha mai consentito all’Italia una condizione di parità con gli altri stati (vi siamo costantemente trascinati ora dall’interventismo di una nazione, ora da quello di un’altra, successivamente “coperto da un cappello sovranazionale che usurpa la libertà del popolo italiano e viola apertamente la sua costituzione), e soprattutto, è storicamente dimostrato che l’interventismo armato internazionale non ha mai assicurato ne pace, ne giustizia nei paesi in cui si è attuato, nei quali continua per decenni una condizione di forte instabilità interna derivante dalle irrisolte questioni interne, che sfociano in una infinita guerra civile, nel nuovo modello della guerriglia e del terrorismo, fra l’altro non non contemplati dalla nostra costituzione come motivi di cessione di sovranità popolare ai fini della violazione del dettato costituzionale principe.

Inoltre, appare sempre più evidente un “interesse geo- politico ed economico” dei paesi aggressori in molti degli interventi internazionali definiti come interventi umanitari, apparso di solito come un “interesse nazionale” piuttosto di un interesse internazionale.

In questo quadro, non si riconosce alcun diritto ad una struttura sovranazionale nei confronti del dettato costituzionale italiano che ripudia la guerra.

La violazione è evidente, l’usurpazione di potere e di sovranità a fini affatto umanitari, pure.

Ma la deviazione peggiore della lettura interpretativa che invece avalla e favorisce un intervento armato in un paese caduto nel baratro di una guerra civile è la concessione di ingerenze inaccettabili e di viloazioni delle libertà dei popoli impossibili nei casi di guerra civile o di di guerra di secessione o di indipendenza, vista soprattutto l’interpretazione constestuale che si fa del dettato costituzionale.

Infatti sempre più appare evidente che sotto l’interventismo umanitario, si nascondono vendette nazionalistiche, esigenze di riequilibrio geo-politico di favore e di interessi nazionali, la gestione delle risorse strategiche globali.

Altro che favorire quelle organizzazioni internazionali che assicurino pace e giustizia nel mondo:

esse, non hnno mai prodotto condizioni di pace e di giustizia, ne durante, ne dopo l’intervento armato, anzi, pare aggravino decisamente le pre-condizioni che hanno portato al conflitto interno, quasi se ne nutrano e le utilizzino come giustificazione morale e contestuale dell’intervento stesso, dell’uso della forza e delle armi in conflitti che, di tutto hanno bisogno, tranne che di ulteriori motivi di inasprimento.

L’interpretazione contestuale della costituzione italiana stravince quindi su ogni altro modello interpretativo, piegando la sovranità popolare ad un interventismo armato che viene sempre più evidentemente speso sui tavoli della contrattazione di poltrone del potere sovranazionale e del “business della ricostruzione”, il vero motivo fondante di ogni intervento armato nel mondo, oltre al godimento a prezzi e condizioni di favore delle risorse del paese che subisce l’intervento stesso.

No, non è questo il risultato che volevano ottenere i padri costituenti, certamente.

Scritta all’uscita del paese da una dittatura e da una gravissima guerra mondiale, tutto i padri costituenti avrebbero voluto intendere e fa intendere ai garanti, agli interpretatori ed ai lettori della carta costituzionale, tranne che l’uso della forza bellica, per qualunque motivo e qualunque situazione che non fosse la difesa del popolo e del territorio nzionale italiano.

Negli ultimi anni, tutti i limiti storici della nostra costituzione, si sono mostrati evidenti e pesanti nella guida politica e nella vita quotidiana del suo popolo, lasciando sempre più spazio ad interpretazioni che recuperino questa inadeguatezza formale e sostanziale del dettato costituzionale alle sfide della vita moderna, ultima non ultima, quella interpretazione contestuale che piega ogni interesse del popolo sovrano a corrispondenze mai volute garantite dalla massima carta legislativa italiana.

Ma le forze della conservazione del potere e dei privilegi della prima repubblica italiana, insistono nella immodificabilità del dettato costituzionale, proprio in virtù di una misera condizione interpretativa che supporti questa o quella volontà politica, questo o quell’interesse di casta, contestuale e momentaneo.

Questa vacatio legis costituzionale per difformità dalla realtà della vita moderna, rende impossibile governare questo paese, ottenerne giustizia, vedere garantito il rifiuto di ogi uso della guerra da parte di un popolo che dalla guerra è morto e risorto, attraversando un sacrificio umano che non si vuole mai più avallare, nemmeno per far piacere al potente di turno.

Tutto il resto è prevaricazione e surroga, cose cui il riformismo italiano si oppone, intuendolo come suo naturae nemico, indicandolo come sopravvivenza sopra ogni interesse delle caste politiche anti popolari che sono solo da dimenticare.

Per sempre.

Quello che viviamo è un prolungato periodo di vacatio legis che dura dalla nascita di questa repubblica, tutto orientato a invalidare ogni cambiamento, ogni interesse popolare.

La nostra democrazia è ancora una democrazia bloccata, anche in questa seconda repubblica.

Bloccata dalla esigenza di sopravvivere di intere legioni di nullafacenti che, fra le pieghe della legge, nella sua megalitica confusione istituzionale, produce un sistema in cui chi governa non può governare e chi dovrebbe invece garantire l’autentica ispirazione dei padri costituenti, governa in condizione di preter legem, ovvero di contra legem, in unalettura distorta e contestualizzata di un dettato costituzionale che è tutto da riscrivere, se si vuol assicurare a questo paese un futuro di libertà, invece che di deformazione istituzionale e di oppressione de popolo da parte delle caste del (pre)potere.

Questo blocco favorisce l’insorgenza modelli interpretativi che possono governare il apese al di fuori o addirittura contro il dettato costituzionale.

E questa condizione, è francamente inaccettabile, oltre che invivibile.

La Costituzione non va interpretata, ma incarnata, difesa e garantita, anche contro i suoi stessi limiti storici.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

L’Italia si compra e si vende per una poltrona. Come al solito

mercoledì, 27 aprile 2011

Gli impegni del governo italiano sulla questione libica erano chiari:

seguire la linea della neutralità e del non interventismo tedesco.

Ma la politica francese conosce bene la corruttibilità della politica italiana e premier e capo dello stato prendono posizioni interventiste accettando di impegnare jet militari italiani nei bombardamenti sul territorio libico.

Il cambio di passo della politica italiana si deve tutto alla disponibilità francese per una presidenza della Banca Centrale Europea italiana e di sinistra.

Inoltre, l’accordo napolitano-berlusconi-sarkozy, prevederebbe anche la cessione di Parmalat ai francesi, cui ancora brucia il niet di Bossi per la cessione di Alitalia alla Air France.

Così, la politica estera italiana cambia dall’oggi al domani radicalmente, passando da un opposto ad un altro.

Troppo facile per i francesi avere ragione di una politica di così basso profilo, troppo facile per gli interessi francesi il prevalere su quelli italiani.

La questione morale della casta politica italiana è aperta come un libro, oggi più che mai.

Potete scordarvi una normativa restrittiva e repressiva sulla corruzione.

Potete scordarvi un paese nuovo e migliore di questo, riformato, aggiornato, adeguato ai tempi.

Finchè ci saranno politici pronti a tradire gli impegni presi con il popolo e il dettame costituzionale al costo di una volgarissima poltrona, non vi sarà speranza per questo paese, se non il leghismo della lealtà e della fedeltà agli impegni presi, alla parola data.

Ma dove sono i tanto accaniti difensori della carta costituzionale?

Silenzio.

Ma dov’è quella opposizione che sventola sempre la bandiera della pace, la questione morale, l’intocabbilità del dettame costituzionale adesso?

Silenzio.

Ma dov’è il garante della costituzione italiana, quel capo dello stato che abita il colle del quirinale?

Silenzio.

E dov’è quell’impeto nazionalistico che sventola sotto il tricolore allorquando si tradisce così apertamente l’interesse nazionale?

Silenzio.

Che fine ha fatto il giuramento di fedeltà alla repubblica italiana?

Silenzio.

E allora, signori e signore, perchè dovremmo restare in questa repubblica senza parola e senza dignità?

Perchè non dovremmo chiedere ad alta voce l’indipendenza da tutta questa ipocrisia sempre corruttibile?

Perchè dovremmo ripulire il sud dalle sue emergenze continue?

Perchè dovremmo combattere da soli le mafie?

Perchè dovremmo pagare il conto di uno stato che si dimostra affatto interessato alla tutela e alla difesa esclusiva degli interessi delle famiglie e delle aziende italiane?

Perchè dovremmo accettare l’ennesima truffa ai danni del popolo di una casta politica parruccona che scambia una nuova poltrona del potere per i suoi adepti al costo dell’ennesimo schiaffo in faccia la popolo sovrano?

Resto dell’avviso che un forte senso di indipendenza e di distanza da questa casta politica italiana sia un dovere, più che un diritto.

Un dovere verso il popolo sovrano, un dovere verso le famiglie sane, un dovere verso le aziende sane.

Si continua imperterriti sulla strada della politica della prima repubblica, laddove le segreterie politiche governano contro gli interessi popolari, pur di soddisfare la loro sterminata sete di poltrone del potere.

I leghisti restano i soli a garantire un futuro ed una speranza in questo paese profondamente corrotto, dove si consente ad una cosca mafiosa come la n’drangheta, di divenire assolutamente indisturbata, la prima azienda italiana per fatturato.

I leghisti restano i soli a contrastare la corruzione morale e materiale del paese.

I leghisti restano i soli a respingere le invasioni islamiche nel nostro paese.

Ricordatevene, quando sarete chiusi in una cabina elettorale.

C’è una sola via che porta alla salvezza e al cambiamento, un solo modo di premiare famiglie ed aziende sane e di punire le imprese mafiose.

O votate Lega Nord, oppure vi condannerete ad un futuro di silenzio e di sottomissione, di povertà e di terrore, di insicurezza e di oppressione.

Potete scegliere.

Dovete scegliere.

Anche noi possiamo scegliere.

E abbiamo scelto di sottoscrivere ed osservare la prima regola del nostro statuto, in un paese che non osserva e non garantisce la popria carta costituzionale:

Art. 1 – Finalità

Il Movimento politico denominato “Lega Nord per l’Indipendenza della Padania” (in seguito indicato come Movimento oppure Lega Nord o Lega Nord – Padania), costituito da Associazioni Politiche, ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana.

Noi le regole e gli impegni presi li rispettiamo.

Noi siamo gente seria.

Noi siamo i leghisti.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

L’Unità Nazionale e la Costituzione Tradita

mercoledì, 27 aprile 2011

La Costituzione della Repubblica Italiana
Principi fondamentali

Art. 11

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Il ricercato orgoglio nazionale nei festeggiamenti per i 150 anni dall’unità incontra un rinnovato spirito guerrafondaio nelle istituzioni italiane.

La decisione di utilizzare jet militari italiani in operazioni belliche nei bombardamenti in territorio libico viola apertamente l’articolo 11 della Carta Costituzionale e genera, inoltre, una sudditanza totale del popolo italiano sovrano alla leadership neocolonialista francese.

Le istituzioni italiane si sono genuflesse dinanzi alla arrogante prevaricazione francese nelle arbitrarie violazioni degli Accordi contenuti nella Convenzione di Schengen.

Le istituzioni italiane si sono genuflesse alla arrogante prevaricazione francese nelle arbitrarie operazioni di guerra condotte in Libia.

Si tratta di una disfatta totale della politica italiana dinanzi alle sfide che questi tempi richiedono.

Ben altra sorte avevano incontrato le politiche leghiste del ministro dell’Interno Roberto Maroni, che costrinse invece la Francia ad adempiere alla Convenzione di Schengen, in virtù di una mancata solidarietà francese ed europea nei confronti dell’Italia a seguito della invasione subita dalle coste italiane da parte degli immigrati clandestini.

Una vittoria unica e storica della politica italiana sulla egemonia francese ed europea.

Mai nessuno come i ministri leghisti, erano riusciti nella storia della repubblica italiana ad imporre alla famigerata arroganza francese il rispetto del popolo italiano e della inviolabilità del suo territorio.

Ma di svolte storiche la pattuglia leghista, ne ha da incorniciare parecchie, partendo dalla nuova impostazione federalista del paese e finendo al più grande contrasto della storia italiana alle organizzazioni mafiose.

Dobbiamo invece annoverare fra le numerosissime genuflessioni storiche italiane, anche questa resa incondizionata alla volontà francese, che contrasta notevolmente con gli interessi del Popolo Italiano e con la Costituzione Italiana.

E siamo alle solite vicende della politica dei parrucconi incipriati all’italiana, che sventolano bandiere tricolori e grida di orgoglio nazionale da un canto, mentre svendono l’intero paese ad interessi extra nazionali e tradiscono il dettato costituzionale dall’altro.

L’ennesima prova di bassa ipocrisia e di slealtà istituzionale di una casta politica che è tutta da dimenticare e pensionare nel più breve tempo possibile.

Sventola il tricolore al vento, macchiato da personaggi che sanno solo tradire gli interessi nazionali da utilizzare come merce di scambio sui tavoli della politica internazionale.

Non è così che si garantisce la costituzione, non è così che si tutelano gli interessi del popolo sovrano.

L’assenza di coraggio e di lealtà di certa classe politica italiana, segna ancora una volta l’identità di un paese che viene costantemente tradito e pervicacemente venduto ad interessi estranei e confliggenti con quelli italiani.

Una viltà che costa cara questa, e pesa molto, nella storia di questo Popolo e di questo Paese.

Il dettatto costituzionale viene così violato senza che il Parlamento si erga a protestare tale violazione, mentre l’interesse italiano, viene così sottomesso all’interesse straniero.

E tutto per cosa?

Per una cadrega europea, per l’ennesima poltrona dei privilegi e del pre-potere europeo:

quella della Banca Centrale Europea (Bce).

Ecco il soldo di Giuda, ecco la miserevole commerciabilità del popolo italiano, svenduto per una cadrega europea.

O forse tutto per dar torto all’unico movimento politico che tutela veramente il popolo italiano e garantisce veramente la carta Costituzionale nei fatti e non, come fanno tutti gli altri, nelle parole, da tradire invece sicuramente nei fatti?

Ecco l’ennesimo teatrino politico italiano, laddove personaggi assai scaltri scalano, cadrega dopo cadrega, le vette del pre-potere bancario e finanziario mondiale a danno esclusivo del popolo italiano.

Siamo stati frodati, siamo stati svenduti, siamo stati traditi.

Ma nessuno dei grandi difensori della carta costituzionale (a parole, sempre e solo a parole), nessuno dei magnifici festeggianti il centocinquantesimo anno dall’unità italiana, nessuno di questi esemplari testimoni del tradimento, alza la voce a difesa della costituzione sulla quale ha invece spergiurato fedeltà.

Il silenzio regna sovrano, silenziante e silenziatore di ogni verità, di ogni lealtà.

Viva l’italia, viva l’Italia, si ode.

Mentre con un coltello appuntito si infligge l’ennesima ferita mortale a quell’Italia che annega nell’insicurezza di cui si nutre certa casta politica, in quei servizi al cittadino troppo spesso ceduti come “favori personali”, in quelle corruttele che massacrano la nostra economia ed il nostro mondo del lavoro, in quella mafiosità che in troppi sembrano favorire, invece di contrastare.

A dire di no a tutto questo mondo, resta sempre e solo la Lega Nord, con la sua pattuglia di politici che tessono quotidianamente la tela della buona politica, dell’offerta di servizi efficienti e della sicurezza a famiglie ed aziende, contrastando la corruzione morale e materiale, massacrando le mafie.

Viva l’Italia allora.

Ma solo quella lealista e leghista.

150 anni di unità italiana:

150 anni di tradimenti, 150 anni di vergogna.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Conflitto di poteri ed equilibrio istituzionale nel quadro riformatore

mercoledì, 20 aprile 2011

In un paese che si vanta di essere democratico come il nostro, l’equilibrio dei poteri risulta essere un valore di riferimento nell’ambito del primato della politica.

Assicurare una giustizia tempestiva e certa al popolo sovrano è un dovere imprescindibile, cui nessuno può sottrarsi.

L’entità statuale democratica non ha altro valore e funzione che quella di assicurare servizi ai cittadini.

E questi servizi devono essere alla altezza di un paese avanzato come il nostro.

Mentre sappiamo con certezza che la lentezza della macchina della giustizia respinge l’ingresso di intraprese economiche e finanziarie dall’estero, e costringe, in concorrenza con altri fattori quali l’elevata imposizione fiscale e l’iperburoratizzazione delle procedure, alla delocalizzazione di quelle esistenti.

Il quadro che ne viene fuori è deludente e mortificante per il mondo del lavoro italiano, quel mondo che paga lo stipendio a tutti gli attori di questo “conflitto di poteri”.

Si comprende meglio come una certa quantità della enorme evasione fiscale trovi fondamento (e non giustificazione) proprio nella inefficace risposta della pubblica amministrazione al mondo della tutela e della sicurezza delle famiglie e delle aziende, nel corrispettivo di servizi fondamentali quali la cura della salute pubblica ovvero nella garanzia di una giustizia certa nei tempi e nelle modalità.

Va chiarito che, i soggetti qualificati per riformare il mondo della giustizia siano quelli che la Costituzione indica e che noi possiamo riunire nel termine di Politica.

E la politica esiste per la Costituzione come poteri esecutivo e legislativo.

Alla politica il popolo sovrano delega appunto la sua sovranità, al fine di legiferare in esclusiva e di governare in esclusiva.

Nessun altro potere dello stato è qualificato, garantito e riconosciuto tale per realizzare le riforme che urgono al paese.

Nessuno.

E se non si vuole rispettare il popolo sovrano nelle decisioni di quei poteri dello stato preposti dalla costituzione a legiferare, governare e riformare il paese, allora il termine di stato democratico non è più consentito ne giustificato.

Ognuno può esprimere la propria opinione, ma nessuno, ripeto, nessuno è autorizzato a dire cosa la politica deve fare o non fare, come deve riformare o non riformare.

Nessuno tranne il popolo sovrano in una cabina elettorale.

Ogni tentativo di impedire l’esercizio di un potere dello stato, non è riconosciuto, tutelato e garantito dalla carta costituzionale, se non è addirittura in conflitto con essa.

Questo conflitto fra poteri dello stato deve rientrare nel suo alveo costituzionale, riportando il livello di contrasto a livelli democraticamente accettabili, all’interno dei quali, un giudice deve trovare la giusta serenità nel giudicare ed un politico deve trovare la giusta serenità nel governare il futuro ed il presente di questo paese.

Tutto deve essere compiuto nell’esclusivo interesse del popolo sovrano e non contro di esso.

Ogni tutela di parte, che sia di diritto istituzionale e costituzionale o di privilegio di casta, deve sottomettersi all’interesse del popolo a ricevere una giustizia certa e tempestiva.

Si sottolinea invece come le caste, non siano previste ne come organo costituzionale, e nemmeno come organo istituzionale all’interno della nostra Costituzione.

Coloro i quali siedono quindi nelle alte cariche istituzionali e costituzionali vanno richiamati ai loro doveri, da svolgere senza accessi abusivi ed eccessi di personalismo.

Le regole democratiche valgono per i cittadini qualunque come per i così detti “servitori dello stato”, i quali debbono appunto servire in esclusiva gli interessi dello stato e della sua sovranità fondante:

il Popolo.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino x

Analisi di impatto socio economico e di giustizia sociale

giovedì, 25 novembre 2010

Dopo il fallimento greco, la prospettiva negativa di affrontare nuovi “tracolli statali” non piace per niente alla Unione Europea.

Così, prima che la situazione irlandese divenga insostenibile con un conseguente “nuovo crollo statale” economico e finanziario, la UE offre agli irlandesi un “salvagente preventivo”, a condizione che, l’Irlanda programmi un rientro del debito pubblico attraverso un riassetto finanziario statale programmato.

Si tratta di sanare il deficit statale, ottimizzare l’efficenza e l’efficacia statale, eliminare gli sprechi e governare un rientro nel patto di stabilità sottoscritto da tutti i paesi europei.

La Gran Bretagna ha già avviato un programma quadriennale tutto lacrime e sangue che punta a ridurre drasticamente il debito pubblico, con conseguente perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro pubblici e riduzione delle spese e dei budget pubblici.

Le vivaci proteste degli studenti britannici che ieri hanno addirittura dato l’assalto ad un furgone della polizia a Londra, sono la reazione scomposta di chi si vede negare un futuro di crescita formativa universitaria a causa dell’aumento considerevole delle tasse universitarie.

In Italia, a Roma, nella medesima giornata un gruppo di studenti tenta l’assalto a palazzo Madama, sede di uno dei due rami del parlamento (il Senato) al grido di “se ci bloccano il futuro, noi blocchiamo la città”.

La riflessione che viene subito alla mente è che, nel caso britannico, l’avvio di una forte riduzione del debito pubblico attraverso i dolorosi tagli alle spese, comprese quelle universitarie, abbia innescato il dissenso degli studenti universitari, che si sono visti anche quadruplicare le tasse universitarie di iscrizione.

Un dissenso comprensibilissimo, pur se non condivisibile quando si manifesta nelle forme di “assalto alla polizia”.

Molto meno comprensibile è il dissenso degli studenti italiani, i quali godono di un sistema universitario il cui accesso è garantito praticamente per chiunquee, soprattutto, non hanno ancora affrontato la scure dei tagli veri e propri che dovrà abbattersi, prima o poi, su un sistema pubblico che costa troppo, produce poco, non seleziona, non produce qualità, non fa ricerca.

A cominciare dalla estesissima e capillare (e costosa) presenza sul territorio italiano di atenei e facoltà decentrate per finire alle tasse universitarie, sempre commisurate al reddito dichiarato (e non a quello effettivo) ed al costo della vita, che varia dal nord al sud.

Ecco i dati sul costo medio delle tasse di iscrizione universitarie in Italia, nella media divisa nelle tre macroregioni (nord, centro e sud) e nella media nazionale, pubblicati da Federconsumatori nel 2010:

Fascia I Fascia II Fascia III Fascia IV Oltre
Nord 531,31 576,66 979,98 1362,50 2304,34
Centro 453,53 523,91 769,09 1034,02 1715,94
Sud 424,15 505,46 875,41 1115,51 1220,09
nazionale 469,66 535,34 874,83 1170,67 1746,79

L’analisi del dato mostra che il costo delle tasse universitarie in Italia è comparato al costo della vita e sale dal sud al nord.

Si verifica quindi, che il costo per uno studente universitario che arrivi alla laurea è più alto per uno studente del nord, meno alto per uno studente del centro ed ancora più basso per uno studente del sud, il che, comparato anche al costo della vita più alto al nord che al sud o al centro, porta al risultato che laurearsi in Italia, non ha un costo eguale per tutti i laureati, pur offrendo una retribuzione invece a tariffa sindacale unica.

In questi termini, si considera che la variabile territoriale, pesa sul costo di una laurea in modo determinante, differenziando notevolemente la protesta degli studenti a seconda della collocazione geografica ed a seconda dei motivi che la muovono.

Va ricordato che, quantunque esista un differenziale congruo nel costo della vita come in quello della formazione universitaria in Italia, il meccanismo della contrattazione nazionale dei salari “appiattisce” i salari, che invece restano invariati e non seguono il principio della territorialità con i i suoi notevoli differenziali in termini di costi.

Pagare di più per una formazione universitaria nel nord, non corrisponde ad un differente salario, mentre, di contro, pagare di meno per una formazione universitaria nel sud, corrisponde ad un medesimo salario “nazionalizzato”.

Per non parlare del merito:

quello, in italia, non lo paga nessunu e non è nemmeno previsto un corrispettivo nei contratti collettivi nazionali, per cui, un laureato capra ed un laureato meritevole, incassano il medesimo stipendio a fine mese.

Le incogruenze territoriali verificate si riscontrano in ogni ambito della vita quotidiana:
nei trasporti, nel costo della casa, nel costo alimentare, e così via.

Ora, collochiamo questa variabile nord-sud nel caso in cui, anche il governo italiano dovesse ridurre il deficit pubblico in maniera drastica in un piano pluriennale.

Un taglio nazionale alle spese del sistema universitario italiano, comporterebbe un ulteriore innalzamento del costo delle tasse universitarie, con un disdicevole aumento della forbice di tali costi fra nord, centro e sud del paese.

Cosa accadrebbe allora?

Probabilmente vi sarebbe un innalzamento della soglia di accesso alla formazione universitaria, e conseguentemente una selezione all’accesso al mondo del lavoro che penalizzerebbe il nord nell’accesso ai redditi medio-alti, meglio pagati perchè più formati.

Posto che più formati, non equivale a più preparati, visto che le università più blasonate e meglio riconosciute all’estero, sono territorialmente allocate nel centro nord del paese e che la meritocrazia non viene applicata, regolamentata e nemmeno riconosciuta.

Il risultato complessivo vedrebbe un gran numero di lauerati del sud, con una formazione relativa, accedere preferenzialmente al mondo del lavoro proprio nel segmento meglio retribuito, mentre i laureati del nord, limitati di fatto all’accesso alla laurea, resterebbero ai margini dei redditi più alti prodotti nel mondo del lavoro subordinato, nonostante sia proprio il nord invece, a produrre la gran parte di quella ricchezza che “altri” metterebbero in tasca più facilmente e producendo conseguentemente una selezione all’accesso al mondo del lavoro fortemente penalizzante per i primi e ingiustamente permiante per i secondi.

L’analisi ora è completa, anche se limitata ad un solo segmento del mondo della formazione e dell’accesso lavoro.

La proiezione di questa analisi, nell’ottica di una prossima e sempre più inevitabile riduzione del debito pubblico attraverso un taglio degli investimenti e delle spese, impone una presa di coscienza responsabile e intelligente:

non si può ridurre drasticamente il debito pubblico in questa condizione senza creare squilibri dannosi per quelle popolazioni e per quei territori che denunciano un costo della vita più alto della media, poichè, senza una relazione direttamente proprozionale fra costo della vita territoriale e salari, i tagli statali produrrebbero situazioni di pericolosa iniquità sociale, economica e finanziaria.

Per impedire questi squilibri si realizzino, oltre alla applicazione del federalismo fiscale, occorre urgentemente produrre un relativo federalismo dei salari, in modo da sanare la corrispondenza fra costo della formazione per l’accesso al lavoro, costo della vita e salari.

Poichè potrebbero scendere in piazza nel futuro molti giovani del nord in protesta al grido di:
“se ci bloccano il futuro, noi blocchiamo il paese”.

Poichè l’accesso al mondo del lavoro è garantito e tutelato in termini di equità dai primi articoli della Costituzione Italiana, laddove nell’affermazione dei principi generali che regolano la vita comunitaria nello stato italiano, così si recita:

Art. 1

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Art. 2

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 4

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

E’ compito della repubblica rimuovere gli ostacoli e le sperequazioni socio-economiche.

E’ compito del governo, agire per la loro rimozione.

E’ compito della politica riflettere profondamente su quale futuro avranno i prossimi cittadini-lavoratori-contribuenti italiani, di quali equivalenze godranno nell’accesso al mondo del lavoro, di quale giustizia sociale vedranno affermare e di quali corrispondenze socio-economiche dovranno sopportare.

O non sopportare.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X