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Il clan dei siciliani e dei comunisti va al potere

martedì, 13 dicembre 2016

Il disgusto e l’indignazione popolare cresce ogni giorno nei confornti della casta politico-istituzionale italiana

Io non ho più parole per descrivere questo degrado infinito

La casta è deprimente e depressiva della civiltà

Raccolgo qui alcuni pensieri allo sbaraglio che pubblico nei social, trattenendo una nausea esagerata che mi impedisce di dichiarami simile a questi figuri, di condividere con essi anche la sola e mera cittadinanza italiana

Poiché, se loro sono italiani, io non lo sono
Se loro sono civili, io non lo sono
Se loro sono leali, io non lo sono
E viceversa

dopo due napolitano, un mattarella
una serie di premier mai eletti dal popolo sovrano
alfano dopo alfano dopo alfano
serve altro?
democrazia

squadra perdente non si cambia

vogliono bollare come anti-democratico qualsiasi dissenso a stato di sospensione dei diritti democratici e costituzionali
è colpo di stato

la casta ha creato i presupposti per un colpo di mano alla democrazia e alla costituzione, soprattutto, un attentato alla sovranità popolare

napolitano serve renzi che si smarca
passa a berlusconi
riceve da verdini
scambia con alfano
riserva:
gentiloni
arbitra:
sergio mattarella

loro ascendono, il paese affonda:
è indirettamente proporzionale o direttamente sproporzionato?
loro magnano e fottono
noi siamo impoveriti

il pantano politico lo produce la casta politica, che impedisce il libero esercizio della sovranità popolare:
il tradimento è servito

Siamo diventati una sorta di raccolta differenziata di variegate dignità umane calpestate
Siamo carne da macello al mercato dei partiti

Nel sud, se non sei meno che un mafioso, non lavori, non fai politica e a stento sopravvivi al mobbing della condivisione mafiosa e corrotta

storia di due capi di stato napoletani e uno siciliano:
parlamento incostituzionale
governo fallito
niente legge elettorale
insatbilità garantita
Ma complimenti!

Mi trovate in tutto il globo una casta politica che lascia il paese in piena crisi economico-finanziaria privo di governo e legge elettorale?

Regola democristiana imponeva soggetti diversi al governo del paese e al governo del partito
Renzi cade e non si capisce per quale dei due

alfano finocchiaro mattarella grasso:

il clan dei siciliani prende il potere senza avere la maggioranza in parlamento e nel paese, senza essere un partito e nemmeno una maggioranza di governo
Capito?
è un colpo di mano del vizio:
approfitta della instabilità politica per imporre un gruppo politico mai indicato da nessuno, cui mai il popolo sovrano ha delegato alcunché

e fosse solo quello …

Dietro questa facciata Low Profile e Dull, si può leggere di peggio:

la sicilia è nota soprattutto per il vizio e l’incidenza mafiosa, per la corruzione morale e materiale delle sue classi dirigenti;
perché mai dovrebbe esprimere la classe dirigente italiana in un governo debole e posticcio, che procederà in continuità al precedente-fotocopia, bocciato e costretto alle dimissioni, alla distruzione matematica e inintelligente del Paese Reale per affermare follie ideologiche, rivendicazioni territoriali contrarie al concetto di unità del paese e dello stato e ai diritti sanciti in costituzione, violati attraverso una mera e formale applicazione della costituzione?

Un forte indirizzo politico per un governo che non ha alcun sostegno, se non quello meramente formale (ed estorto), da parte del popolo sovrano.

Una forzatura che mattarella ha imposto ad un paese in difficoltà.
Perché? per mera voglia di potere, di prevalere, di imporre una divisione territoriale che è tutto il contrario di quella coesione territoriale che suggerisce un nuovo quanto inutile ministero.

Il comunista napolitano
Il comunista gentiloni
La comunista finocchiaro
Come realizzare un colpo di mano comunista senza avere un voto comunista.
Il clan dei comunisti è notorio, ha la maggioranza in parlamento ed anche nel paese, sebbene non esista un partito comunista italiano e nessuno lo abbia mai votato.

Il clan dei sciliani è la lega del sud?
Il clan dei comunisti è un partito?

Nessuno li conosce, nessuno li ha mai votati o indicati con queste finalità e scopi.

Ma questi clan, governano:

alla faccia e in disprezzo della Costituzione Italiana, del Territorio Italiano e del popolo Sovrano Italiano

Dopo numerosi governi e premier mai indicati dal Popolo sovrano, ecco l’ennesimo schiaffo alla democrazia, piegata a interessi malcelati ma ben visibili, indicibili ma esecutivi, impagabili ma costosissimi per la collettività

Ormai lobby & clan hanno preso il potere, lo hanno occupato, lo hanno piegato a interessi mai pubblicati su di un manifesto di partito o elettorale

E questa, loro la chiamano democrazia

Io la chiamo avversione eterofobica, vendetta dei comunisti sconfitti dalla storia, invasione e prevaricazione di interessi stranieri su interessi italiani costituzionalmente sanciti e garantiti, proprio attraverso l’abuso e l’interpretazione distorta delle regole democratiche:

non per nulla tentano di demolire solo la seconda parte della costituzione, per lasciare in piedi una parvenza, un fantoccio di democrazia e di libertà che nasconda il colpo di mano del vizio comunista, perdente e sconfitto, inesistente in parlamento, per imporre al nord che mantiene in piedi e unito questo splendido paese, una schiavitù totale al parassitismo meridionale, che pretende di vivere e vivere bene, di governare tutti gli italiani, quando non riescono nemmeno a salvaguardare il sud (e di riflesso anche il nord), la loro terra, la propria terra dall’assalto quotidiano di vizio, mafia e corruzione

Se alfano o mattarella o grasso valessero qualcosa come siciliani, la Sicilia sarebbe un territorio civile

Incredibile che alfano sia presente in ogni governo e di ogni colore, quando nella sua Sicilia, non ha mai fatto nulla per niente e per nessuno

Se solo veri siciliani come Falcone e Borsellino potessero parlare, se solo Luigi Pirandello potesse scrivere ancora una delle sue novelle, cosa direbbero?

Qualcosa che non piacerebbe a queste istituzioni avverse al popolo e al territorio e alla tutela degli interessi che hanno spergiurato di difendere

La cosa peggiore è che si autoproclamano “salvatori della patria”

Quando sono proprio i loro comportamenti che uccidono l’Italia

Ma lentamente, come un veleno insidioso che dapprima paralizzi e poi uccida in un sonno privo di sogni, intriso di incubi sinistri

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

La Forza è l’unica ricchezza possibile

venerdì, 18 ottobre 2013

Esiste in questa umanità una cosa che è alla base di tutta la vite di ogni singolo essere umano come di ogni comunità su questa terra.

Questa cosa è la forza.

Se siete forti, sarete sicuri e ricchi, ben difesi e confortati dal benessere.

Se siete deboli, farete la sicurezza e la ricchezza degli altri, il benessere e il conforto degli altri.

Ora, parafrasiamo e trasferiamo questo concetto nel sistema italiano, che è il sistema più stupido, autolesionista, vile e debole del mondo.

Attraverso una costituzione-idiozia che frammenta in mille rivoli il potere pubblico in modo da non renderlo esercitabile, l’Italia diviene un paese debolmente rappresentato, affatto forte, che fa la forza e la ricchezza degli altri stati con cui viene in contatto mentre produce per i propri cittadini miseria e debolezza.

Questa è l’idaglia degli idagliani, uno stato talmente debole e vile da dover difendere la viltà estrema del proprio capo dello stato con il reato del vilipendio:

poiché è scelto vile e debole fra vili e deboli selezionati da 65 anni di democrazia bloccata dalla viltà e tre repubbliche delle mafie e delle corruzioni, nessuno e per dettato costituzionale, può definire vile il capo di questo stato.

Evidentemente, il non comprendere queste elementari regole di vita umana, fa degli idagliani un popolo di malati di immobilismo, di poveri disgraziati senza un futuro, nessun futuro.

Chi difende questa costituzione-idiozia dovrebbe invece abbatterla con i martelli ed i picconi così come è stato abbattuto il muro di Berlino per liberarsi di un vincolo che condanna alla debolezza.

Ma il popolo idagliano è troppo vile anche solo per questo:

è stato selezionato con certosina programmazione proprio per essere debole, esiliando di fatto le migliori volontà, le più grandi intelligenze, le migliori braccia e le migliori gambe che la genetica italica crea per selezionare invece generazioni di classi dirigenti di perfetti idioti e di vili, al servizio della forza, degli interessi e della ricchezza dei non italiani.

E allora gli idagliani nascono, vivono e muoiono vili, deboli e miserabili, sempre vinti e mai vincitori:

questo è il destino ed il futuro che gli idagliani si sono costruiti, che difendono e che meritano.

Eppure i segnali che provengono dal mondo esterno sono molto chiari:

paesi viziosi, sbarazzatevi delle costituzioni anti-fasciste.

E invece, gli idagliani difendono la costituzione e criminalizzano la forza, qualunque forza, compresa e per prima la propria.

Criminalizzano sia la forza pubblica che la forza privata dimenticando che queste forze sono entrambe italiane e che più potenti saranno queste forze, più potranno prevalere essi in un mondo sempre più globalizzato e potente.

Come se in una corsa di cavalli uno scommettitore scommettesse sempre e solamente sul cavallo più debole:

non potrà che perdere, perdere sempre e perdere solamente.

Più stupidi (o interessati?) di così, non è possibile.

Ma che popolo di sfigati, di autolesionisti di perdenti.

Gustavo Gesualdo

L’autodeterminazione dei popoli è un diritto inderogabile ed insopprimibile

mercoledì, 1 giugno 2011

Leggendo qua e la nelle altisonanti dichiarazioni emotive che si affacciano ai festeggiamenti per l’unità d’italia, ho pensato che il diritto dei popoli alla auto-determinazione sia un diritto misconosciuto anche agli stessi cultori del diritto.

Ne voglio allora tratteggiare solo alcuni punti fondamentali che valgono per tutte le democrazie moderne che hanno sottoscritto, ad esempio, la Carta delle Nazioni Unite (ONU).

Carta delle Nazioni Unite
Capitolo I (Principi e Fini dell’ONU)
Articolo 1
Paragrafo 2
“Sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’auto-determinazione dei popoli…”

Altre Convenzioni Internazionali che sanciscono il diritto alla auto-determinazione dei popoli

Patto internazionale sui diritti civili e politici
Stipulato in ambito ONU nel 1966 e recepito dall’Italia con la legge n.881 del 1977

Dichiarazione relativa alle relazioni amichevoli ed alla cooperazione fra stati – 1970
Sancisce il divieto di ricorrere a qualsiasi misura coercitiva suscettibile di privare i popoli del loro diritto all’autodeterminazione

Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE)
Atto Finale di Helsinki del 1975
Afferma il diritto per tutti i popoli di stabilire in piena libertà, quando e come lo desiderano, il loro regime politico senza ingerenza esterna e di perseguire come desiderano il loro sviluppo economico, sociale e culturale

Il principio di autodeterminazione dei popoli, in sintesi, consiste in obblighi per gli Stati della Comunità internazionale di non impedire o anche intralciare l’autodeterminazione dei popoli, intesa come libertà degli stessi di autodeterminare il proprio assetto costituzionale.

Si legga bene, poiché si cita troppo e spesso a sproposito l’assetto costituzionale italiano:

l’autodeterminazione dei popoli è intesa come libertà degli stessi di autodeterminare il proprio assetto costituzionale.

Per avere più chiaro possibile cosa è invece il Secessionismo, offriamo questa definizione:

il Secessionismo, come l’Indipendentismo, come il Separatismo rappresentano un fenomeno umano, sociale, politico ed economico che è caratterizzato dal rivendicare l’Indipendenza di un Territorio e di un Popolo dalla Sovranità dello Stato.

L’Autonomismo è tutt’altra cosa, non comparabile e non assimilabile con le tre definizioni su esposte.

Detto questo, al solo fine di esporre pubblicamente che il diritto alla autodeterminazione dei popoli è senza alcun dubbio un diritto fondamentale inderogabile ed insopprimibile.

Sia che a tentare di ostacolarlo sia una libera democrazia che una feroce dittatura.

In specie se, lo stato dal quale si chiede l’Indipendenza, assume gran parte delle sue risorse dal popolo e dal territorio che chiede l’Indipendenza.

L’usurpazione politica ed economica delle risorse di un popolo per destinarle ad un uso cattivo ovvero ad un abuso ingiustificato, è a parer mio un motivo giustificativo sufficiente e scatenante una richiesta di Indipendenza da parte di un popolo che si ritenga così abusato e proditoriamente sfruttato.

A maggior ragione, se non, soprattutto.

Nel Casus Belli italiano, la radice storica di un movimento umano, politico ed economico secessionista del nord dal sud del paese è ampiamente comprovata e giustificata da decenni di storia unitaria fortemente degradata dalla Questione Meridionale, ed alla sua radice di incompatibilità assoluta con quella che è ritenuta la sua figlia illegittima benchè diretta:

la Questione Settentrionale.

Non si capirà poi mai perchè dovrebbe essere legittima la rivendicazione di una Questione Meridionale che sta portando al tracollo il paese intero piuttosto della rivendicazione di una Questione Settentrionale che proprio dalla prima questione trova ispirazione ed origine, causa ed effetto.

Parrebbe proprio un bel caso di Apartheid delle popolazioni del sud su quelle del nord.

E scusate il giro di parole se, il termine Apartheid, viene tradotto letteralmente con “separazione”.

Non era voluto.

Non si scherza sulle cose serie, e queste, sono cose molto serie.

Dannatamente serie.

Fine della lezione.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il 17 marzo, la confusione identitaria e “le due italie”

giovedì, 17 marzo 2011

Dopo una notte di lavoro, finalmente ho trovato riposo in un profondo e ristoratore sonno nel letto.

Dopo appena mezz’ora, sono stato svegliato da una inopportuna telefonata.

Ormai sveglio, sono andato in cucina, ho preparato un caffè e l’ho bevuto guardando fuori dalla finestra, come al mio solito.

Poi mi sono seduto, ho preparato la mia prima sigaretta mattutina (o ultima di una lunga serie notturna?) ed ho fissato il mio sguardo ancora oltre i vetri della finestra.

Un vessillo sventolava, appeso ad una finestra posta quasi di fronte alla mia.

Era un tricolore italiano.

Ah, già, oggi gli unionisti ed i nazionalisti italiani festeggiano 150 anni di identità storica italiana.

Il famigerato 17 marzo, festa di una unità italiana ancora tutta da dimostrare nei fatti, oltre le mere intenzioni.

Il caffè unito alla sigaretta, stimola il mio organismo e comincio a percepire meglio la realtà circostante.

Guardo ancora quella finestra e quella bandiera, ma ….. ma …, mmaaaah, mah!

Ma quella non è la bandiera italiana!

Il nazionalista identitario, per festeggiare la ricorrenza del 150° anniversario dall’unità d’Italia, non ha esposto la bandiera italiana, o perlomeno, non proprio quella.

Guardo ancora, inibitito, inorridito, sconcertato ….

All’improvviso, capisco, comprendo, esterrefatto.

Ma tu guarda che ignorante!

Quel dirimpettaio ha esposto la bandiera italiana al contrario, con un tricolore verticale sì (almeno quello), ma esposto nella serie orizzontale in rosso, bianco e verde!

Rido fino a farmi scoppiare un accesso di tosse, chiamo il mio coinquilino e con lui, ridiamo insieme, ancora.

Non è possibile, gli dico, guarda che idiozia, un nazionalista che festeggia esponendo la bandiera che rappresenta l’unità nazionale al contrario:

neanche la propria bandiera conosce e riconosce; altro che identità nazionalistica!

Sul mio profilo Facebook posto questa cosa, che riscuote subito un commento, anche pesante.

Terminato il momento di ilarità, comincio a riflettere sulla “stranezza espositiva”.

E mi domando:

ma come si può rivendicare l’unità di un paese conteso dalle disuguaglianze e dalle disparità macroscopiche, esponendone il simbolo unitario, il suo vessillo unico ed imperativo in modo così aberrante?

In effetti, dico fra me e me, non è la prima volta che ritrovo questa stranezza nella mia vita, avendola vista anche su alcune vetrofanie attaccate alle automobili, in errate quanto pittoresche colorazioni del volto in occasione di manifestazioni sportive, ovvero, come nel caso odierno, nella esposizione della bandiera unitaria italiana … al contrario.

Un simbolo, al contrario.

Beh, in un paese dualistico, ambiguo e sottosopra come il nostro, in un paese che vive una polemica sostanziale sulla propria condizione unitaria, un paese che per questi motivi è anche benignamente appellato come “le due italie”, una incongruenza come quella che osservo, ci sta tutta.

Infatti, a ben guardare, ogni aspetto della vita italiana sottolinea come vi esista una dislocazione della realtà, una sua scomposizione, una sua duplicazione.

La giustizia formalmente enunciata, garantita e tutelata dalla costituzione italiana e l’altra Italia, l’altra giustizia, quella che attende invano una sentenza per tempi lunghissimi, che arrivano e talvolta superano, la soglia dei dieci anni.

La libertà di informazione, enunciata, garantita e tutelata dalla costituzione italiana, e l’altra Italia, l’altra informazione, che nelle pieghe di leggi e leggine, corporazioni e albi, garantisce in modo sufficiente una informazione passiva (accesso a modi e strumenti per ricevere informazioni), ma restringe grandemente in quantità e qualità i soggetti abilitati a fare informazione attiva (accesso, modi e strumenti per fare informazione) ed arrivando addirittura a minacciare la punizione della legge nazionale, l’arresto e persino la galera, per quei soggetti che volessero fare liberamente informazione senza essersi preventivamente sottoposti alle modalità di iscrizione ad un albo (costituito e voluto dalla dittatura fascista per controllare l’opinione pubblica e mantenuto e, se si può, peggiorato sia nella prima che nella seconda repubblica) che impedisce alla stragrande maggioranza della popolazione di fare informazione attiva liberamente.
Sia che si tratti di un giornale che di un volantino, poichè è punibile con una ammenda, anche colui che volantini idee ed informazioni senza il dovuto assenso di regime.

Il diritto al lavoro garantito e tutelato dalla costituzione italiana, e l’altra Italia, quella Italia che ha scambiato il diritto al lavoro per un immaginifico diritto assoluto ad un lavoro da dipendente pubblico, ad un lavoro che non richieda fatica, che non impegni personalmente il lavoratore, che non lo obblighi al confronto con un datore di lavore interessato al bene aziendale e per questo, esigente, un lavoro che comunque ed in ogni caso, garantisca un corrispettivo chiamato stipendio che sia uguale per forza di legge, uguale per tutti, indipendentemente dalle differenze territoriali nei costi della vita, come dalla meritocrazia.
Chi lavora e chi no, chi si assenta abusando delle indennità di malattia e chi no, chi sonnecchia beatamente sul posto di lavoro e chi no, chi è raccomandato e chi no, chi produce con fatica seguendo le direttive strategiche aziendali e chi, invece, sembra non voler far altro che ostacolarle, contrastarle, abusarle.

Tutto questo, mi ricorda la lezione di vita che mi impartì il mio professore di diritto al ragioneria.

Egli, fumando incessantemente una sigaretta senza filtro dopo l’altra, spiegava ad un’aula muta e attenta, il diritto per una intera ora.

Poi, egli chiudeva il libro di diritto, lo capovolgeva, lo riapriva al suo contrario opposto e diceva:

“ecco, dopo avervi spiegato “il diritto”, cioè quello che la legge normalizza, prescrive e regola sulla carta, ora vi spiego “lo storto”, cioè quello che invece accade nella realtà quotidiana di ogni palazzo di giustizia.”

E via, a ripercorrere i temi spiegati nella prima ora, nell’altra parte della medaglia, in quella parte del pensiero medio italiano che si può racchiudere nella famigerata frase:

fatta la legge, trovato l’inganno per aggirarla e non osservarla, nella piena legalità che la legge dispone apposta per essere, essa stessa, aggirata.

Magnifico uomo quel professore, mi è rimasto nel cuore.

Egli non è più fra di noi, su questa terra, massacrato prima e ammazzato poi dalle conseguenze orribili che il suo vizio da fumatore senza limiti avevano avuto sulla sua gola e sul suo apparato respiratorio.

Lo incontrai ancora, quando privo della voce e appena tracheotomizzato, lo vidi in ospedale.

Gli rivolsi il saluto immediatamente, facendogli un nugolo di stupide domande alle quali, evidentemente, egli non poteva più rispondere con la voce.

Mi accorsi dell’errore e fu lui, a trarmi d’imbarazzo, conn una gestualità che voleva dire:
son cose che capitano, questo è il mio destino, questa è la mia vita, con quella immensa dignità che io, gli ho sempre riconosciuto.

E fu sempre lui, che incontrammo per strada quando, con un gruppo di compagni, avendo marinato la scuola, ci apprestavamo a decidere quale meta raggiungere quel giorno, con una fiammante auto ed una patente altrettanto nuova.

Ci chiese perchè non fossimo andati a scuola ed ascoltò pazientemente le nostre parole di difesa e di scusa.

Ad un certo punto, tagliò corto, e disse:

“Questo, è l’ultimo anno per voi, è l’anno della maturità.
Vi consiglio di utilizzare bene il tempo sottratto alla scuola in questa giornata, pena, una chiamata alla interrogazione che tenga conto del vostro comportamento “marinaresco”.
Vi consiglio di andare in tribunale e di assistere ad un processo, uno qualsiasi, nella prima aula che acconsenta l’accesso del pubblico.
Quel che ascolterete in quell’aula, sarà oggetto della mia prossima interrogazione nei vostri confronti.”

C’era poco da scherzare.
Il prof di diritto aveva una assoluta capacità di influenza carismatica, sia su di noi che nei confronti dei suoi colleghi, e decidemmo così, di “assoggettarci volontariamente” alla sua richiesta.

Entrammo nell’Aula di Assise del tribunale, un’aula immensa con volte alte decine di metri, con dipinti e decorazioni alle pareti e al soffitto.

Eravamo, in quello spazio immenso, gli unici spettatori.

L’atmosfera che si respirava in quell’aula di giustizia incuteva timore, dannatamente.

La scena cui assistemmo, era desolante:

la corte seduta in posizione sopraelevata, la difesa seduta in posizione sottomessa, una enorme gabbia circondata da carabinieri ed al cui interno, vi era un solo uomo, muto, disfatto e molto preoccupato.

Ma cosa avrà mai fatto quell’uomo, per essere trattato in un simile modo, guardato a vista da numerosi carabinieri armati, rinchiuso e letteralmente incatenato in una gabbia simile a quelle ove trovano rifuglio gli animali esposti in uno zoo?

Ci guardammo fra di noi, muti, perplessi ed interrogativi.

Finalmente il silenzio venne rotto dalla voce del Presidente della Corte, che chiamava a testimoniare, la moglie dell’uomo ingabbiato ed incatenato.

Finalmente, ora sapremo quale malefico crimine avrà commesso quest’uomo.

“Signora, ci dica come sono andati i fatti.”

“Beh, io, veramente ….”

“Parli, parli pure signora, non abbia timori”, continuò il giudice.

“Beh, io, quel giorno, dovevo andare come ogni sabato, dal parrucchiere, per la messa in piega settimanale dei miei capelli.”

“Continui, signora, continui”, esortava ancora il giudice.

“Dissi a mio marito (l’incatenato ndb) che avevo bisogno di soldi per pagare il parrucchiere, ma lui mi rispose che non ne aveva e che, essendo sabato, non aveva modo di prelevarne (non erano ancora i tempi dei bancomat ndb)….”

“E allora, cosa successe”, incalzò ancora il giudice.

“Mio marito mi firmò un assegno, di importo superiore alla spesa prevsita, perchè il parrucchiere lo cambiasse, come accadeva qualche volta, per una intesa ed una conoscenza personale fra i due.
Mi raccomandò di dire al parrucchiere che l’assegno avrebbe dovuto incassarlo non prima della fine mese, momento in cui, sarebbe stato pagato lo stipendio di mio marito.”

“Bene, signora. E dopo, cosa accadde?”

“Andai dal parrucchiere dove incontrai le mie solite amiche e…”

“E…? Chiese il giudice”.

La donna scoppiò in lacrime, e singhiozzando, continuò:

“io … io … pagai con l’assegno, come aveva detto mio marito, ed incassai il resto della somma che avrei portato dopo a mio marito … e .. e. ehh …..”

“Signora, si calmi, non si preoccupi, qui lei è al sicuro, cerchi di raccontarci i fatti con serenità”, disse ancora il giudice intervenendo fra i singhiozzi e le lagrime della donna.”

“E .. e …. e io … e io dimenticai di dire al parrucchiere che non avrebbe dovuto mettere allincasso quell’assegno prima del 27″ (il famigerato giorno di San Paganino dell’epoca, giorno in cui si corrispondevano gli stipendi. ndb).

Ci guardammo stupefatti.

Quel processo, quella udienza, quella corte d’assise, quei giudici, quei carabinieri, tutto quell’impegno non solo giudiziario, per una ipotesi di reato a carico di un pover’uomo reo solo di avere una moglie distratta.

Le porte della detenzione e della privazione della libertà fondamentale di un uomo, si aprivano ad accogliere un povero disgraziato che non arrivava nemmeno al grado di ladro di polli, poichè ladro egli non era affatto, e neppure omicida o violentatore e squartatore di povere donne inermi.

Che spreco, che assurdo, con una malavita organizzata che invadeva liberamente una città come quella dove noi vivevamo, la giustizia invece colpiva con matematica quanto possente durezza un povero disgraziato.

“Ora, avete compreso perchè io, dopo avervi insegnato “il diritto”, vi insegno anche “lo storto”, seppure non obbligato e nemmeno retribuito per fare questo.
La legge che dovete temere è quella di un bancario che non avverte tempestivamente un suo cliente che il suo assegno emesso senza la dovuta data di emissione, possa condurlo incatenato dinanzi ad una cieca ingiustizia.
la legge che dovete temere, è quella della non conoscenza di “quello storto” che vi ho insegnato, di quei mille e mille modi attraverso i quali si elude la giustizia e la legge, quella maglia attraverso cui, i potenti ed i ricchi di ogni tempo passano indenni, ed i poveri disgraziati restano impigliati.
Questa è la giustizia in Italia, questo è “il diritto” e questo è “lo storto”.”

La mia personale ammirazione per quell’uomo che interrogava dal banco consentendo di avere il libro di diritto aperto, pur accorgendosi immediatamente allorquando qualche impreparato tentasse di leggere e recitare più di un solo rigo di quel libro, la mia assoluta amirazione per quell’uomo, crebbe a dismisura, nella pur infelice constatazione che, di professori di quella qualità, non ne avevo mai incontrato uno uguale, in tutta la mia carriera scolastica ed anche universitaria.

Ed ecco ancora “le due italie” a confronto, nella duplice faccia della stessa medaglia del diritto e del suo contrario, con una vittoria assoluta, quotidiana ed indiscussa, proprio del suo contrario.

Ed ecco come, una telefonata inopportuna ed un risveglio brutale dal sonno dopo una notte di lavoro, portino ad alcune riflessioni sulla esposizione di un simbolo unitario come la bandiera italiana al suo contrario di-storto, che sveli improvvisamente, una unità meramente formale del paese ed una sua assoluta difformità nei fatti e nei simboli che la rappresentano, a cominciare dalla conoscenza storica e civile, civica e nazionale di come è fatta la propria bandiera nazionale e su come vada giustamente esposta.

Come pure della consapevolezza che, un assassino ed un mafioso, corrono (sarebbe meglio dire correvano, grazie a Roberto Maroni) meno rischi in Italia di un povero disgraziato dalla moglie distratta come di un affamato ladro di polli.

Ecco ancora le due facce, le due medaglie, ed ecco ancora quella bandiera italiana esposta “al contrario”, a manifestare con fierezza, l’assoluta inunicità ed ingiustizia di questo paese.

Caro professore, avevi ragione tu.

A te dedico queste mie mattutine riflessioni, originate dalla tua grande capacità umana e professionale di interpretare un libro didattico, come la realtà umana.

E’ grazie a te che io oggi, mi sento più uomo di quanto non possa mai essere stato.

Umanamente uomo, consapevole del rischio che si corre a percorrere la sola strada de “il diritto” per scelta, omettendo quella de “lo storto”, anch’essa per scelta, consapevole che un tale comportamento, potrebbe causare molto danno al mio presente come al mio futuro, ma altrettanto consapeole del fatto che tu, caro professore, carissimo padre mio, hai inseminato questo seme, al fine di veder sorgere un nuovo futuro, fatto di persone consapevoli e coerenti, mai appagate dalla strada più facile ed ovvia del vissuto quotidiano, completamente assorte in un dovere civico e civile responsabile, assolutamente immerse in una sete di giustizia vera e giusta che ancor oggi, a distanza di anni dalla tua dipartita, esiste e pervade il nostro presente.

Con immenso affetto ed ammirazione, tuo

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Durata Processi: anche dieci anni. Orchidea!

lunedì, 4 ottobre 2010

Il Sole 24 Ore pubblica oggi i dati raccolti dal ministero della giustizia sulla durata dei processi.

L’amministrazione della giustizia in Italia praticamente non funziona e la durata dei processi non assicura equità, imparzialità e legalità.

Una durata dei processi che arriva a toccare i dieci anni (sì, avete letto bene: 10 anni per ottenere una sentenza!), una durata che consente alla parte in lite economicamente più forte di ottenere una “ragione” ingiusta e dolorosamente punitiva della ragione vera, della ragione e della verità giudiziaria che sono così rese impossibili, in virtù della incapacità della parte economicamente e finanziariamente più debole di assorbire i danni ed i costi di una lite giudiziaria che dura anche dieci anni, in barba ad ogni diritto costituzionale dei cittadini.

Dieci anni?

Orchidea!

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

La costituzione italiana

martedì, 24 agosto 2010

C’è oggi, nel paese, una fazione che tenta di suicidare il paese in nome dello stato.

E’ la visione massimalista di una costituzione eccessivamente rigida, inadeguata ed inadeguabile (il quorum richiesto per le modifiche costituzionali è assurdo) alla vita reale del paese.

Questa costituzione, in gran parte irrealizzata o mortificata dalla legge ordinaria, è essa stessa (incolpevolmente e suo malgrado) il primo impedimento alla realizzazione delle riforme in questo paese, al cambiamento di questo paese.

E’ nella realtà che l’applicazione della costituzione formale ucciderà quella riforma della prassi politica sostanziale che è avvenuta nel paese da tangentopoli ad oggi.

Non la costituzione quindi, ma la sua rigida applicazione senza intelligenza è un ulteriore ostacolo fra paese reale (che ormai va avanti per conto suo, stufo di certa casta politica dura a morire) e stato di diritto, che si allontanano reciprocamente ogni giorno che passa.

Questa è la realtà.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X