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La forza della mediocrazia: il gioco di squadra

sabato, 9 luglio 2011

Quando si ascoltano ripetuti richiami nei confronti di un soggetto ad un maggior impegno nel cosìddetto “gioco di squadra”, non vi sono dubbi sullo scopo finale di un tale invito:

assoggettare l’individuo intellettualmente superiore ed il soggetto meritevole alla mediocrazia ed alla idiocrazia imperante.

Non vi è alcun dubbio infatti, che se tale soggetto viene invitato ad un maggior gioco di squadra e non viene semplicemente invitato ad “uscire dalla squadra”, è perchè il suo valore è necessario a tutti, mentre appare più evidente che, sua pure nell’ottica dell’adagio “tutti sono necessari, nessuno è indispensabile”, di tutti gli altri giocatori si potrebbe fare certamente a meno, tranne proprio di quello che pare non fare il gioco di squadra.

La distorta visione di una democrazia che sia la dittatura degli idioti e degli immeritevoli sui soggetti razionali ed intelligenti oltre che meritevoli, affonda le sue radici storiche nel concetto erroneo che i soggetti, gli individui e le persone, siano tutti uguali.

Questa evoluzione negativa della democrazia in un concetto distorto di cittadinanza avverte le coscienze di quale grado di mediocrità e di irrazionalità si sia raggiunti in una società che immagina non un punto di partenza uguale per tutti, ma una uguaglianza obbligatoria e senza soluzione di continuità che sostenga la crescita di ognuno.

Ma la realtà ci avvisa che, sostenendo sempre e comunque un idiota nella sua crescita formativa umana, professionale, politica e di cittadinanza, si formano solamente eserciti di mediocri affatto inclini al sacrificio, soggetti che sono stati abituati a credere che il loro pensiero vale quanto se non più di quello degli altri.

Questa pantomima dell’umanità incontra poi il concetto deviato di uguaglianza, facendosene scudo e spada:

poichè siamo in democrazia, ognuno ha diritto di pensiero e di parola ed io penso e manifesto i miei pensieri, che devono essere sostenuti dal concetto errato di eguaglianza secondo cui, il pensiero di un idiota, in assenza di una Pubblica Opinione ben educata e formata che sappia discernere fra il pensiero di un mediocre da quello di un intelletto superiore, valga infine il pensiero di un essere intelligente e razionale.

E siamo alla fiera dell’imbecillità, supportata dalla assenza di una cultura generale sufficiente a discernere fra mediocrazia e democrazia.

In una condizione del genere, chiedere ad un intelletto culturalmente e razionalmente superiore alla media di fare “gioco di squadra” con dirigenze che sono il risultato della selezione mediocratica, sarebbe come chiedere ad un medico chirurgo cui sia stato affidato il Premio Nobel, di utilizzare la sua arte e la sua manualità chirurgica nel ripulire i canali di scolo delle fogne pubbliche.

Eseguire poi questa “delicata operazione” all’interno di sistemi corporativi di caste privilegiate sì, ma affatto meritevoli, singificherebbe per lo sfortunatissimo chirurgo, dover dipendere anche dalle indicazioni e dalle direttive di soggetti assolutamente mediocri (nella media le caste corporative possono generare mediocrità profonde perchè appunto, protette), ignoranti, intellettualmente carenti, oppure, peggio di ogni altra cosa al mondo, di ignoranti grossolani che hanno imparato a sostituire il proprio deficit intellettivo con la furbizia, divenendo così degli impareggiabbili praticoni del “so tutto io”, autentica mania dell’essere e riferimento sociale proiettato dalla comunità in cui sono nati e cresciuti.

E come ogni deficit, esso è di natura genetica, e si trapassa di generazione in generazione, formando nuove leve di idioti assoluti, patentati e laureati, ma molto lontani anche dallì’originale furbetto del quartierino che si è fatto da solo ed interpretando quindi la loro nucleazione comunitaria come un dovere sociale da parte degli altri soggetti e di un imprescindibile diritto atavico per se stessi, oramai divenuti uomini-dei, e come tutti gli uomini che si credono un Dio, ignoranti ed arroganti all’infinito.

Passa la palla!

No, a me, a me!

No, non così, devi cambiare fascia!

Ma cosa combini: non capisci nulla!

Tutti giocatori di talento, figli d’arte e allenatori del gioco di squadra sin dalla culla.

E non si avvedono nemmeno che le partite le stiamo perdendo tutte, ma proprio tutte.

Essi non hanno il dovere di essere giocatori normali, cittadini esemplari, soggetti meritevoli:

essi hanno la vocazione genetica a volere sempre ragione, sempre e comunque, anche quando la loro ragione, fa perdere una partita dopo l’altra a tutta la squadra, dando ovviamente la colpa di tutto questo a chi, secondo loro, non fa il gioco di squadra.

Motivo per il quale sono tanti quelli che con capacità di problem solving elevate che preferiscono fare gli spettatori che i giocatori, in questa follia dell’idiozia, in questa fiera dell’imbecillità.

Chi rompe paga, ed i cocci sono i suoi.

Anche questo adagio popolare può proiettare un futuro che è sempre più concreto e tangibile:

il declino delle democrazie liberali moderne, fraintese in mediocrazie della sopraffazione degli idioti sugli intelligenti.

Faites votre jeu, mesdames et messieurs, faites votre jeu.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Anno nuovo, vita nuova

venerdì, 31 dicembre 2010

Alla vigilia di ogni capodanno, il sentimento umano si augura che dietro l’angolo di ogni fine d’anno, vi sia un cambiamento favorevole alla propria vita, alle proprie aspirazioni, al proprio benessere.

Ma un cambiamento non cammina sullo scambio di auguri per le festività di fine anno, poichè un cambiamento, che sia autentico, vero, radicale e produca nuove relazioni che assicurino efficenza e benessere, cammina solo sulle gambe degli uomini e delle donne che lo sorreggono, che lo incarnano, che lo interpretano.

Oggi esiste un movimento in tal senso in questo paese, forse per la prima volta, sicuramente all’interno della sua strada repubblicana e democratica.

Oggi, per la prima volta, vi sono uomini e donne che questo cambiamento lo stanno producendo, lo stanno realizzando.

In una democrazia fasulla e bloccata, tarata dal tarlo della corruzione e dal marcio della conservazione di poltrone e privilegi, oggi si muove un movimento politico che punta a cambiare radicalmente le regole democratiche, riformando le istituzioni e le stesse regole del gioco al fine di avvicinare il paese reale allo stato di fatto e di diritto.

Un cammino impervio, pieno di trappole e di contrasti formidabili, spesso violenti.

Ma il ciclone riformista non si ferma dinanzi a nulla, non si piega dinanzi a nessun gruppo di pressione o di potere, non si fa condizionare da pressioni interne od esterne al sistema paese.

In un cammino che resterà scolpito nei libri di storia, un gruppo di uomini e di donne verrà ricordato come l’unico vero governo che ha governato, l’unico vero riformismo che ha riformato, l’unica vera volontà popolare alla quale la peggiore casta politica della restaurazione conservativa abbia mai dovuto soggiacere e sottostare.

E’ un cammino di libertà, di benessere e di ricchezza che non sopporta alcun condizionamento.

E’ un cammino che viene continuamente contrastato dalle pressoni mafiose, dalle pressioni dei gruppi di potere, dalle pressioni della casta politica che tenta di conservare il potere che detiene ben saldo fra le mani, quel potere che invece serve per riformare e cambiare un paese che sembra immutabile e irriformabile, bloccato e timoroso di fronte ad ogni cambiamento.

E’ un cammino che porta a svolte epocali, mai raggiunte da nessun altro, oggetto di profonda invidia e di attacchi di violentissima gelosia da parte di coloro i quali non sono mai riusciti a cambiare alcunchè, ovvero, non hanno mai voluto veramente cambiare alcunchè.

E siamo alla vigilia di un nuovo anno.

E siamo alla vigilia di una rinnovata stagione politica riformatrice di regole, norme e prassi da dimenticare, da abbandonare.

La resistenza a tali cambiamenti è forte e interessata, continua e scorretta.

Ma non fermerà il cambiamento che è in atto.

Nessuno potrà fermarlo, poichè è un rinnovamento fortemente sostenuto dal popolo sovrano, che gode del consenso di famiglie ed aziende, di imprenditori e lavoratori dipendenti, per la prima volta uniti nello straordinario sforzo di cambiare le cose una volta per tutte, di traghettare un malridotto e malandato paese verso un futuro di certezze e di progresso.

Nessuno potrà fermarlo, poichè è già scritto che esso vincerà.

Inabbattibile, incontrastabile, indistruttibile.

Buon anno nuovo.

Una nuova vita ci attende dietro questo angolo temporale.

Una nuova società si salda in questo difficile cammino.

Un nuovo patto comune si rafforza sulla strada del riformismo.

Un nuovo paese nascerà alla fine di questo cammino, un paese civile, unito, forte, saldo e più ricco che mai.

Nonostante invidiosi e gelosi, biliosi e rancorosi, pre-potenti ed im-potenti.

Un nuovo paese nascerà:

con o senza di loro.

Auguri.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino x

La casta corporativa

venerdì, 19 novembre 2010

Un paese immobile l’Italia, che esce da una prima repubblica a democrazia bloccata.

L’immobilismo nel nostro paese è una cultura radicata, normalizzata, regolamentata.

Il nodo centrale rispetto ad ogni questione relativa alla conservazione è impedire l’iniziativa.

Impedire l’iniziativa politica che tenta di cambiare il paese riformandolo dall’interno delle istituzioni democratiche.

Impedire l’iniziativa privata al fine di “congelare” il paese nelle sue corporazioni di classe.

Sì, uso propriamente il termine ideologico di corporazione di classe, ed ora spiegherò il perchè.

Chi paga sicuramente e senza alcuna possibilità di evadere il fisco sul reddito prodotto nel paese in cui l’evasione fiscale impera?

I lavoratori dipendenti, cui il prelievo alla fonte della fiscalità sia locale che nazionale impedisce di fatto l’esercizio del diritto l’evasione fiscale, sempre che questo diritto esista, sempre che questa “libertà” sia consentita (consentita nei fatti solo ad alcuni soggetti e negata ad altri).

Ma il fatto certo è sicuramente che chi paga le tasse in Italia, la corporazione dalla quale è sicuramente prevedibile ogni introito fiscale è quella dei lavoratori dipendenti.

Di fatto, hanno “diritto scelta e libertà” di evadere la tassazione impositiva esclusivamente quelle classi corporative che non vengono sottoposte ad una tassazione preventiva, con prelievo alla fonte.

Queste corporazioni cui la legge consente di fatto l’evasione fiscale sono quelle dei lavoratori e dei professionisti autonomi, quelle dell’imprenditoria, del commercio e dell’artigianato, insomma, tutte, tranne quella dei lavoratori dipendenti.

Ma l’arroganza della conservazione non si ferma qui.

Sempre la corporazione dei lavoratori dipendenti è quella che subisce maggiori danni da altri meccanismi burocratici che è possibile definire nella loro interezza come diabolici.

L’elenco delle vessazioni subite dai lavoratori dipendenti è composto altresì da:

– un prelievo forzoso ed obbligatorio contributivo che non lascia la possibilità come avviene in altri paesi al lavoratore dipendente di programmare un piano pensionistico volontario ed autonomo o se investire invece nell’immediato quelle somme che vengono conferite agli istituti previdenziali come essi meglio credono e ritengono.
Il che, contestualizzato in un paese dove le banche erogano prestiti solo a clienti che possono offrire garanzie reali in misura almeno uguale all’ammontare del prestito richiesto (e che lo chiedo a fare un prestito se ho le energie economiche, se non finanziarie per far fronte ad una esigenza di liquidità?), pone la categoria dei lavoratori dipendenti nella impossibilità di avviare alcuna attività autonoma per mancanza di energie finanziare ed economiche, sottratte forzatamente con la complicità di un sindacalismo stranamente silenzioso quando si tratta di difendere i veri diritti dei lavoratori.
Definiremo questa vessazione come la cuspide contrivìbutiva;

– stipendi inferiori alla media europea, uniti al più alto costo del lavoro conosciuto nei paesi industrializzati.
Nel mezzo di queste differenze, vi è ancora lo stato con la sua cuspide fiscale, che rende ingiustamente alto il costo del lavoro alle imprese e contemporaneamente basso il livello degli stipendi ai lavoratori, riuscendo in un sol colpo a rendere infelici nello stesso tempo datori di lavoro e lavoratori (il mondo del lavoro italiano sentitamente ringrazia).
Ricordiamo che in questi “frangenti di crisi”, vi è sentore di una certa “tolleranza” dello stato nei confronti della evasione fiscale, quasi un “aiuto” nei confronti delle aziende che sono in difficoltà derivanti dalla crisi.
Ma va anche ricordato che se ad una azienda che non quadra i conti è consentito superare la crisi “rimandando” il pagamento delle tasse dovute, questo fatto non vale per quelle famiglie in cui il reddito principale viene apportato da stipendi per lavoro dipendente, che non trovano nella possibilità di “rimandare” il loro apporto contributivo fiscale e previdenziale, perdendo un “ammortizzatore socio-economico” che invece viene concesso alle aziende (di fatto se non di diritto).
Se poi, aggiungiamo le carenze del sistema del welfare italiano (inesistente, se lo paragoniamo a quelli tedesco e francese), possiamo meglio comprendere in quali difficoltà si muovano le famiglie italiane il cui reddito principale è costitiuto da lavoro dipendente.

A tali vessazioni di fatto e di diritto aggiungiamo quelle che infieriscono mortalmente sul morale delle famiglie dei lavoratori italiani, allorquando si accede a quelle agevolazioni che dovrebbero indirizzarsi nei confronti delle famiglie con redditi da lavoro dipendente che si vedono sorpassare in tutte le graduatorie per l’accesso a tali diritti, a tali agevolazioni, da famiglie composte da lavoratori in “nero”, che non pagano nulla di tasse, ma che incassano comunque uno stipendio, famiglie che dichiarano redditi pari a zero euro, famiglie che non pagano il servizio sanitario e quello farmaceutico quando lo utilizzano, famiglie che godono di interventi e di aiuti da ogni livello di governo: comunale, provinciale, regionale e nazionale.
Ma passa ogni livello di sopportazione umana il vedere famiglie costituite da lavoratori autonomi (professionisti: medici generici, medici specialisti, infermieri professionali, dentisti, avvocati, commercialisti, etc), commercianti (gioellieri, supermercati alimentari, ristoratori, abbigliamento, calzature, agenzie viaggi, pasticcerie, ect), artigiani (vendita ed installazione pneumatici, riparatori di elettrodomestici, idraulici, elettricisti, pittori, muratori, panificatori, etc), imprenditori (costruttori edili, autotrasporti, industriali, etc) agricoltori e quant’altro, che si presentano a chiedere le medesime agevolazioni di una famiglia di lavoratori dipendenti.
E va anche bene che in tempi di crisi chiunque possa aver bisogno di una aiuto per andare avanti, ma che poi si presentino a chiedere queste agevolazioni in Porsche Cayenne, beh, questo lascia aperto il dubbio che il reddito reale di questi soggetti sia ben diverso dal reddito dichiarato allo stato.
Ma al fine dell’accesso alle agevolazioni per soggetti con redditi bassi, vale ciò che è scritto sulla dichiarazione dei redditi, non l’effettivo tenore di vita.
Sarà anche per questo motivo che l’Istat non gestisce più le sue indagini statistiche sociali sulla base dei redditi dichiarati, ma sulla base dei consuni effettivi, valutando il semplice stile di vita piuttosto che la solenne dichiarazione dei redditti.
Almeno le indagini statistiche potranno dirsi “realistiche”
Questa condizione generale mortifica grandemente i ceti sociali più bassi nella gerarchia della ricchezza, proprio quei ceti sociali che invece vedono come uno spettro avvicinarsi quella soglia della povertà che è molto più vicina a loro piuttosto a coloro i quali possono permettersi di acquistare e di gestire una Porsche Cayenne.
E’ ovvio che non tutti i professionisti, i commercianti, gli artigiani, etc, denunciano redditi che fanno a pugni con il loro stile di vita.
Va bene il qualunquismo, ma che sia di qualità.
Per non parlare poi del silenzio assoluto ed assordante che in Italia si ode su quei quozienti familiari sempre promessi e mai stabiliti e normalizzati per rendere equità rispetto alle disparità economiche fra soggetti cosidetti “single” e famiglie con prole che avanzano faticosamente, specìe se in condizioni di monoreddito o di più redditi rinvenenti da lavoro dipendente.

E poi ci si sente dire: italiani, fate più figli.

Ma va bene anche fare più figli, ma dove sono i servizi e le agevolazioni dirette alle famiglie con prole, specie se numerosa?

I figli sono un bene comune del paese, ma “questo paese” non si assume l’onere del loro mantenimento.

E questo disinteresse ad accettare oneri comunitari importanti e fondamentali, lo riscontriamo in un magma comunitario che definiriremo “trasversalismo sociale”.

Esiste infatti un forte movimento sociale trasversale al e nel paese, che tende a mantenere questi squilibri in atto e non a rimuoverli, un movimento corporativo che desidera mantenere lo status quo e lotta strenuamente per impedire ogni cambiamento ed ogni riformismo.
Un trasversalismo sociale che è fatto di egosimo puro, un egoismo che tende ad immobilizzare il paese.
Un paese immobile, qundi, bloccato da schieramenti corporativi che impediscono ogni accesso, che riducono ogni spazio alla gente qualunque di sperare in un futuro migliore di quello che vivono attualmente.
Una casta, questo movimento corporativo lo definiremo come una casta corporativa.

La casta corporativa incide nel governo del paese in quanto schiera al suo interno la potente casta burocratica, anch’essa appartenente al mondo dei lavoratori dipendenti, ma schierata in altro luogo ed a difesa di altri interessi da quelli delle famiglie e delle aziende qualunque.

Avete bisogno di avviare una attività economica?

E a chi dovrete chiedere le autorizzazioni necessarie per farlo?

Avete bisogno di accedere ad una professione?

E quale esame di accesso dovrete affrontare per farlo?

Ecco spiegato con un semplice esempio come la casta burocratica sia la prima linea di difesa della casta corporativa.

La seconda linea di difesa della casta corporativa è la casta politica.

L’iniziativa privata è mortificata anch’essa come le famiglie italiane, ed è mortificata ed avversata dalla medesima casta corporativa.
Il fatto che in Italia esistano ancora autorizzazioni obbligatorie per le attività imprenditoriali, fa comprendere come la casta corporativa detenga il controllo di ogni inziativa:
da quella di far venire al mondo un figlio a quella di far venire al mondo una nuova iniziativa economica.

E ritorniamo quindi ad una delle affermazioni iniziali:
Il nodo centrale rispetto ad ogni questione relativa alla conservazione è impedire l’iniziativa.

Ecco, questo è lo specchio del nostro paese.

Neanche il sogno di poter cambiare la nostra vita in meglio lascia per strada questa casta corporativa.

L’accesso alle professioni è infatti presidiato costantente da soggetti deputati a selezionare i futuri professionisti in base a criteri che non sono scritti su nessun foglio, ma che imperano e governano questo paese.

Le ultime vicende scandalose che hanno coinvolto il concorso per praticanti procuratori (avvocato) a napoli e quello per notai a roma, la dicono lunga su come questa casta corporativa e questa casta politica siano determinate a gestire il potere in modo assolutamente egoistico, puntando a chiudere ogni porta di accesso a chi non appartiene a tale casta, non ne fa parte, non ne condivide fini, scopi ed egoismi smisurati.

Un altro esempio è quello degli albi che danno accesso alla informazione attiva, come quello dell’ordine dei giornalisti.

Come si fa a chiudere questo fondamentale settore a presidio della democrazia?

Come si a impedire il cambiamento del paese dall’informazione?

Semplice, chi non si allinea alla corporazione, chi crede in un paese libero e democratico, chi lavora per il cambiamento, viene estromesso in momenti strategici, come nel caso del giornalista Feltri, sospeso per tre mesi dall’ordine dei giornalisti proprio nel momento in cui nel paese si respira aria di elezioni.

Una voce libera e piuttosto isolata, quella di Vittorio Feltri nel giornalismo italiano.

Ora, anche imbavagliata.

Inoltre vi è da considerare la gravissima condizione dell’informazione in Italia.

Pensate che per fare informazione (libertà e diritto sanciti dalla costituzione), occorre per legge essere iscritti all’albo dei giornalisti.

Chiunque facesse informazione senza essere dotato di un direttore responsabile regolarmente iscritto nell’albo dei giornalisti, commetterebbe addirittura un reato e sarebbe passibile persino di arresto.

Certo, l’informazione passiva è libera, ma in questo modo la casta corporativa controlla l’informazione attiva, quel mondo che l’informazione la fa, la comunica, la seleziona e, se vuole e se ne ha un interessse corporativo condiviso, la silenzia.

In questa condizione è meglio comprensibile quel conflitto di interessi di cui viene spesso additato il premier Silvio Berlusconi, che “controllerebbe” ancora il suo impero mediatico, “governerebbe” la televisione pubblica e “metterebbe il bavaglio” alla libera informazione.

Ma guarda il caso, l’unico giornalista che viene imbavagliato dall’ordine in Italia è proprio un giornalista ritenuto vicino al premier.

E forse, il conflitto di interessi del premier è un conflitto relativo agli interessi della casta corporativa, e non un conflitto fra i suoi interessi personali e l’interesse pubblico.

Dietro l’interesse pubblico si nasconde infatti, spesso e volentieri, l’interesse di quella casta corporativa che è nemica giurata dell’iniziativa privata, di quella iniziativa di cui il cavalier Silvio Berlusconi è testimone sommo e massimo in questo paese, avendo spezzato ogni corporazione economica e finanziaria con la sua ascesa imprenditoriale prima e ogni corporazione politico-burocratica con la sua ascesa politica poi.

Eppure, viene fatto passare il messaggio informativo da sempreche sia egli il soggeto che vive un conflitto di interessi pubblico-privati.

Beh, corrisponde:
la casta corporativa l’abbiamo già definita come “egoista” ed orientata a tutelare e curare esclusivamente i propri interessi personali, familiari ed economico-finanziari.

L’unico caso che io ricordi nella mia vita di superamento della casta corporativa è appunto la vita personale, imprenditoriale e politica di Silvio Berlusconi.

Un capitolo a parte è quello rappresentato dall’ostracismo senza limiti e dall’arrembante attacco che tale casta corporativa lancia quotidianamente e da anni nei confronti del suo nemico giurato, la Lega Nord per l’Indipendenza della Padania.

Il fatto nuovo in questo panorama assai miserevole è appunto la nascita e la crescita di un movimento politico che, attraverso il rispetto delle regole democratiche, riforma e cambia questo paese.

L’alleanza politica con il berlusconismo è naturale, poichè entrambe hanno di fronte lo stesso acerrimo nemico:
la casta corporativa trasversale al sistema e nel sistema.

Ed è grazie al patto di ferro fra Berlusconi e Bossi che questo paese ha intrapreso la via del cambiamento, gravemente ostacolato e più volte ferito dalla casta corporativa.

Ma il cambiamento del sistema è uno di quei processi che, una volta avviato, non è più possibile fermarlo.

La gente qualunque, le famiglie e le aziende italiane hanno intuito che l’unica possibilità di salvezza per il paese è costituita da questo cambiamento, incarnato da queste persone, e lo gratifica di consensi, non solo elettorali.

La casta corporativa ha compreso questo nesso di continuità e di forza che Lega Berlusconi e Bossi, e gli ultimi avvenimenti politici lo dimostrano ampiamente, compreso il tradimento di un drappello di sostenitori berlusconiani ormai collocati a difesa degli interesi della casta corporativa.

Ed è infatti un giornalista ed uno scrittore che attacca frontalmente in questi giorni la Lega attraverso il suo il ministro dell’interno Roberto Maroni, indicando la Lega come parte interessabile dalle mafie meridionali per accedere al ricco mondo del nord del paese, ai suoi appalti, ai suoi poteri economicie finanziari.

E lo fa dalla rete televisiva pubblica, la Rai.

Questo fatto dimostra che:

1 – il premier Silvio Berlusconi non ha alcun potere diretto nello svolgimento dei palinsesti aziendali dell’emittente pubblica radio-televisiva;

2 – il ministro dell’interno Roberto Maroni e la nuova politica del governo del paese in tema di sicurezza dei cittadini e di contrasto alle organizzazioni criminali mafiose è un successo;

3 – la casta corporativa tenta di “svestire” di ogni valore politico e di ogni sapore consensuale gli atti di un ministro e di un governo che, unici, nella storia della repubblica italiana, contrastano le mafie con l’azione di governo ed i risultati ottenuti piuttosto che dai palchi elettorali, dalla convegnistica, dalle pagine dei giornali, dalla cinematografia e dalla editazione di libri-scandalo sulle mafie.

Ma tutto questo lavoro, tutta questa azione di governo irrita notevolmente la casta corporativa che, in questo medesimo momento, sogna di interrompere il riformismo e l’azione del governo e del patto Bossi-Berlusconi.

Proprio in questo momento in cui il tradimento dei finiani apriva una debole speranza di fermare cambiamento e riforme, è importante infangare l’azione del governo, anche se giusta e retta.

Ma l’abbiamo già detto più volte:
la casta corporativa è profondamente e fondamentalmente egoista, e nell’ottica di quel che sta accadendo in questi giorni, irresponsabile nelle azioni e pericolosa per il futuro del paese.

E se vi è qualcuno o qualcosa che vada assolutamente fermato in questo paese, è certamente questa casta corporativa e non certo la magnifica azione di questo governo.

Con buona pace degli invidosi e dei gelosi, entrambi figli dell’egoismo più inumano, anti-solidale e sfrenato che sia mai esistito.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X