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Arbeit macht frei – work sets you free – il lavoro rende liberi

lunedì, 19 settembre 2011

Il lavoro rende liberi, il lavoro rende umani, il lavoro rende uguali, il lavoro fa dei ragazzi e degli infanti immaturi, degli uomini e delle donne, degli adulti forti e uniti, decisi e determinati, mai vili ma coraggiosi, sempre attenti al valore del fare, del lavorare, del sudare, del rischiare per avere in cambio il pane quotidiano e quella ricchezza necessaria per vivere in modo onesto e dignitoso, per assicurarsi una discendenza ed una prosecuzione nel tempo.

Questo insegna il mondo del lavoro, a questo educa il lavoro, a questo serve il lavoro, oltre l’aspetto produttivo in senso stretto.

Vi sono paesi nei quali per generazioni e generazioni si è abiurato il lavoro, quello che sporca le mani, quello che sporca le scarpe, quello che impolvera i volti, quello che costa energie e sacrificio.

Il risultato è quello cui assistiamo leggendo la quotidiana decadenza del mondo europeo ed occidentale, preso d’assalto da orde di non occidentali, di non europei, di non cristiani e di anti cristiani che assolvono a quel lavoro che i giovani mai divenuti adulti non vogliono imparare.

L’esempio italiano è quello in cui le mortificazioni, le devianze e gli abusi subiti dal mondo del lavoro appaiono maggiormente evidenti.

In italia la casta dominante infatti, non è stata selezionata in base alla proprie capacità, ai sacrifici affrontati, al sudore versato, ai rischi corsi, ma è stata selezionata per decenni e decenni secondo il metro della familiarità (assimilazione del medesimo metodo di corporazione a fondamento delle organizzazioni mafiose italiane, fondate sul concetto di famiglia, di cosca familiare), assumendo esclusivamente familiari, affini ed iscrittti al partito ed al sindacato nella pubblica amministrazione (creando così il più grande esercito di lavoratori dipendenti pubblici inefficienti e fannulloni di tutte le pubbliche amministrazioni dell’intero pianeta), succedendo al governo della res pubblica di padre in figlio, abusando del potere pubblico per creare enormi patrimoni e ricchezze inaudite senza versare mai il relativo costo richiesto dal mondo del lavoro, quello vero, quello serio:

il sacrificio.

Così il mondo del lavoro e della produzione in italia (sia pubblico che privato, purtroppo, poiché la casta ha invaso anche la sfera del mondo privato, condizionandone negativamente le scelte ed estorcendone le ricchezze) è divenuto il mondo del lassismo e dei raccomandati, un mondo patologicamente ammalato, abusato come ammortizzatore sociale e diretto da legioni di inutili e lavativi, che però appartengono o sono iscritti alla giusta “famiglia” o cosca, o casta corporativa, segreta o meno che sia.

I giovani sono così cresciuti senza mai divenire adulti, spaventati dal sacrificio di avere una compagna od un compagno con cui condividere tutto, ricchezza e povertà comprese, terrorizzati dall’idea di avere dei figli e quindi, delle responsabilità che impongono sacrifici innumerevoli ed enormi, mai ripagati e soprattutto, amorevolmente donati.

Così, questo enorme asilo dell’infanzia a cielo aperto che è divenuta l’italia affronta un futuro denso di nubi nere e funeste con una casta dominante incapace ed una classe dirigente affiliata e sottomessa a ordini di valori ed interessi affatto conciliabili con quelli dell’interesse nazionale o della tutela e difesa degli interessi dle popolo sovrano.

Deficienti maleducati, idioti senza alcuna intelligenza, incapaci senza senso comunitario alcuno rappresentano l’essenza della dirigenza comunitaria italiana, di questa aggregazione inumana ed incivile oltre che maleducata di inetti assai pericolosi, di sciocchi egoisti senza senno, di stipendiati molto lautamente che non lavorano mai, che non producono alcunchè di socialmente rilevante, di pubblicamente utile, di unitariamente incollante.

Questa accozzaglia di uomini e donne mai nati, di mogli e mariti mai divenuti, di padri e di madri senza figli, questa accozzaglia di imberbi egoisti ignoranti ed arroganti, questi esseri umani malnati e maleducati, esattamente questa casta corporativa rappresenta il problema da risolvere, il nodo da sciogliere, il contrario del senso dello stato, l’esatto opposto del signficato di politica al servizio dei cittadini.

Ancor oggi, la continuazione perpetua della casta familiare delle cosche al potere è perfettamente leggibile nello schieramento degli emergenti:

immaturi che non hanno mai lavorato un solo giorno della loro vita.

Un tempo, vi erano famiglie baronali e potentati economici familiari che per mantenere il contatto con la realtà introducevano i propri figli a generazioni alternate nella amministrazione dell’industria di famiglia, non senza averli inseriti segretamente com semplici operai nei processi produttivi, nel più assoluto anonimato, per poter toccare con mano il peso del lavoro, il sacrifico e la fatica che il lavoro impone, l’effettiva o manacata collaboraizone degli operai alle strategie aziendali.

Ma questo metodo, questo esempio, non è stato seguito dalla casta i cui raccomandati di famiglia venivano inseriti in banca direttamente nei consigli si amministrazione e non a partire dal livello operativo bamcario di base: lo sportellista.

Così le banche han smesso di capire cosa avveniva al loro interno ed hanno perso ogni indirizzo, ogni utilità.

Così anche il governo, i poteri e le funzioni esecutive della pubblica amministrazione a tutti i livleli della cosa pubblica è oggi affidato a generazioni di inutili parassiti.

Il lavoro rende liberi, certo.

Ma non è questo il caso italiano, certamente.

In italia il lavoro viene abusato al solo fine di sottomettere i meritevoli ed i capaci al giogo degli inutili e dei parassiti, con la conseguenza che ogni governo è oggi senza significato, senza senso, senza direzione, appunto, avendo letto la casta della nomina a direttore il solo lauto stipendio, i privilegi connessi e i carichi di lavoro inesistenti, invece di leggervi sacrificio personale e spirito di servizio.

Per questo motivo l’italia non si salverà:

perchè non è più in grado di cambiare se stessa in modo evolutivo e normale, se non in modo anormale e rivoluzionario.

Perchè ormai solo una sanguinosa rivoluzione civile potrebbe cambiare le cose, anche se non si vede in qual senso, mancando quelle qualità materiali e morali degli uomini e delle donne maturi, selezionati sin dai tempi della scuola per avere un ruolo nella società che sia compatibile con le proprie capacità e meriti, mancando assolutamente una classe dirigente che conosca il senso ed il valore della leadreship.

Non vi sono leader in italia, ma solo boss.

E questo racconta bene la miserevole condizione italiana e dice tutto sulle inesistenti qualità che sorreggono chi gestisce il potere, che definiscono chi governa il destino.

Non vi sono pastori, non vi sono guide, non vi sono leader in italia, ma solo boss regrediti al livello animale.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Politica economica e del lavoro

mercoledì, 14 settembre 2011

In tempi di crisi come quelli odierni, ogni paese retto da una classe dominante intelligente e previdente approfitta per fare tutte quelle riforme e quelle liberalizzazioni che in altri tempi differenti da questi, verrebbero rifiutate dal sistema.

In particolare, nel caso italiano, vi sono alcune riforme strutturali che possono trovare una rapida evoluzione benigna, nella considerazione arbitraria che ogni parte sociale, economica e politica messa in gioco, trovi un suo interesse primario soddisfatto, almeno uno.

Ed ecco alcune considerazioni positive, una sorta di piattaforma di “riforme e liberalizzazioni” in equilibrio fra di loro cui ogni parte scoio-economica o casta corporativa vede il sacrificio sofferto dalle altre parti in causa e non può tirarsi indietro rispetto al proprio sacrificio richiesto dalla piattaforma riequilibrativa e riformatrice.

Dunque, posto che il dato prioritario che esige oggi l’osservatore interessato estero dall’italia è il riequilibrio dei conti pubblici unito ad una forte riduzione della spesa pubblica e della pressione fiscale, oltre che ad un ripristino immediato della legalità, ecco la piattaforma in breve esposta.

1 – imposizione del reddito minimo da lavoro dipendente;

2 – imposizione della settimana lavorativa in un massimo di 35 ore di lavoro ordinario;

4 – tassazione fiscale equivalente per il lavoro dipendente ordinario e straordinario;

5 – liberalizzazione del licenziamento del lavoratore dipendente, sia nel settore pubblico che nel settore privato;

6 – riduzione di almeno metà del cosìddetto “cuneo fiscale” che grava sul lavoro dipendente;

6 – unificazione delle casse previdenziali in una unica cassa pubblico-privata;

7 – imposizione fiscale diretta IRPEF ridotta ad un solo scaglione unico con prelievo fisso al 15%;

8 – imposizione fiscale indiretta IVA aumentata al 25%;

9 – abolizione di tutti gli ordini professionali, compreso e per primo quello dei giornalisti che nella figura obbligatoria del direttore responsabile viola l’articolo 21 della costituzione italiana, con liberalizzazione delle relative professioni senza alcun filtro pubblico per l’accesso all’esercizio della professione, eccetto il controllo ispettivo sui requisiti minimi richiesti;

10 – abolizione di tutti gli atenei universitari nel numero eccedente di uno per regione, tranne per le università private e le università con rilevanti professionalità storicamente riconosciute;

11 – imposizione del protocollo automatico, gestito in esclusiva diretta dalla Guardia di Finanza in tutti i contesti pubblici;

12 – riduzione dei livelli di giustizia ove siano compresi in tre a soli due;

13 – imposizione della durata massima del processo penale, civile ed amministrativo in mesi dodici per ogni livello;

14 – imposizione della durata massima del processo del lavoro in mesi uno;

15 – imposizione di un orario di lavoro ordinario per la magistratura da svolgersi esclusivamente in ambito del tribunale:

16 – proibizione assoluta di ogni tipologia di lavoro della magistratura da svolgersi al di fuori degli orari di ufficio e del proprio ufficio materiale in tribunale pena il licenziamento, eccetto quanto previsto al numero 17;

17 – imposizione degli arbitrati fra privati in regime di esclusivo intervento pubblico a mezzo magistrati che si rendano disponibili in orari eccedenti l’orario ordinario, da fatturare alla Pubblica Amministrazione e da retribuire nella misura del 50% al magistrato impiegato (con tassazione del reddito così prodotto al 15% da prelevarsi alla fonte) e 50% alla P.A.;

18 – licenziamento immediato di ogni dipendente pubblico esercente poteri e/o funzioni pubbliche in caso di condanna per reati quali la concussione e la corruzione (sospensione immediata ed allontanamento coatto dalle proprie funzioni, dai propri poteri e dai propri uffici durante le indagini preliminari) con perdita del diritto alla pensione e ad ogni altra indennità contrattualmente prevista, compresa la perpetua esclusione dai pubblici uffici e la perdita perpetua dei diritti civili e politici, sia attivi che passivi;

19 – le indicazioni del punto 18 si applicano anche per tutti gli amministratori pubblici;

20 – il numero complessivo degli incarichi amministrativi, di governo e di rappresentanza politica parlamentare del potere pubblico, sia nazionale che locale, sono fissate in un numero massimo ed invalicabile di mille;

Queste misure, cui debbono contribuire con sacrifici più o meno equivalenti tutti i soggetti che pesano eccessivamente sul settore privato, unico produttivo di quella ricchezza di cui tutti pretendono la distribuzione, possono sicuramente imporre un nuovo modello di riferimento della gestione del potere e delle funzioni pubbliche, in misura di garanzia e di non prevaricazione del mercato del lavoro e della economia privata.

Insomma, addio concorsi pubblici truccati, addio appalti pubblici indirizzati, e soprattutto, addio ai finanziamenti pubblici, in senso totale e definitivo.

Tutto deve poggiare e contribuire nella capacità di produrre ricchezza del settore privato:

ogni potere e funzione pubblica devono essere ricondotti al servizio e non in ostacolo o in prepotere del cittadino e del mondo della produzione di quella ricchezza e e di quel benessere che vanno redistribuiti all’interno della società e dello stato in misura sempre moderata e mai prevaricatrice o dominatrice.

Come si può ben vedere, tutte le parti in causa perdono qualcosa, in funzione della migliore efficacia ed effettività dei servizi alle famiglie e alle aziende.

Full Stop.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Chi ha paura di Roberto Maroni?

venerdì, 22 luglio 2011

Chi ha paura dell’azione politica di Roberto Maroni?

Chi teme che il maronismo possa divenire un indirizzo politico condiviso e partecipato da parte del popolo sovrano?

Facciamo un piccolo elenco degli avversari del maronismo e delle motivazioni che li uniscono.

Hanno paura di Roberto Maroni coloro i quali non voleveno che si varasse in Italia una riforma del lavoro, sentita come necessaria ed urgente, per consentire al mondo del lavoro italiano di adeguarsi a quello globale e concorrere con esso al fine di far sopravvivere le aziende italiane ed i lavoratori italiani.

Ne ha paura quella parte del sindacalismo del lavoro dipendente che ha sempre sostenuto gli scontri di piazza piuttosto degli incontri con i sindacati dei datori di lavoro al fine di salvare il salvabile nel mondo della produzione e del lavoro.

Ne hanno paura le Brigate Rosse che aggredirono con violenza assassina il Maroni ministro del Welfare abbattendo fisicamente il Prof. Marco Biagi, uomo e tecnico vicino alla sinistra, che contribuì a scrivere la riforma del lavoro e venne per questo ucciso dal terrorismo brigatista e comunista.

Ne ha paura la sinistra politica italiana, che nel governo successivo a quello che vide nascere la riforma del lavoro, distrusse parcellizzando il ministero del welfare in ben cinque piccoli ministeri, rendendo così impossibile il suo funzionamento, come impossibile fu per il governo Prodi riuscire a riformare alcunchè nel sistema welfare, in un modo così determinato da far intendere che la distruzione del ministero del welfare aveva proprio la unica volontà di impedire che si riformasse rendendolo più efficiente e rispondente alla realtà contemporanea il cosìddetto stato sociale.

Ne ha paura la potenza nucleare francese, che proprio grazie ad un sistema del welfare eccessivo, richiama da tutto il mondo mussulmano moltitudini di famiglie islamiche che, proprio grazie al welfare francese, vivono molto bene senza dover lavorare nemmeno un giorno della loro vita, godendo in senso di privilegio e di abuso, del sistema di assistenza sociale francese.

Ne ha paura il presidente francese Nicolas Sarkozy, che alimenta ancor più la spinta dei flussi migratori verso l’Italia con la guerra in Libia, una guerra travestita da aiuto umanitario che ha invece il solo fine di mettere le mani sulle risorse energetiche libiche a danno dell’Italia che viene ancora una volta invasa da profughi provenienti dal bacino del Mediterraneo.

Na ha paura l’Unione Europea che, sulla questione dei profughi e del governo dei flussi migratori in entrata nel territorio europeo, è stata battuta più e più volte dalle politiche maroniane, tutte volte alla mera applicazione del Trattato di Scenghen, prima abiurato, poi modificato e poi lasciato invece invariato da una Unione Europea messa al muro della propria incapacità politica nella difesa dei confini comuni e nel governo della libera circolazione all’interno dei paesi UE dalla pregevole azione politica del ministro dell’Interno Roberto Maroni.

Ne ha paura l’entità europea, nata sotto la stella dell’annessione dei paesi che la compongono piuttosto di una libera scelta degli stessi di aderire ad una entità sovranazionale federale, che lasciasse liebro arbitrio e margini di manovra alle identità nazionali pur restando in una unione federale, più efficente e meno costosa di questa inutile e pessima Unione Europea della burocrazia e dell’incapacità politica.

Ne ha paura il complesso malavitoso e delinquente, criminale e connivente delle organizzazioni mafiose che vengono costantemente contrastate e per la prima volta nella storia della repubblica italiana, battute decisamente dallo stato grazie al sistema ideato dal ministro Maroni per contrastare le organizzazioni camoristiche campane ed adottato con altrettanto successo contro le altre organizzazioni mafiose storiche italiane.

Ne ha paura il leader della Lega Nord Umberto Bossi, superato quotidianamente dall’azione maroniana e timoroso di perdere improvvisamente quanto certamente il controllo del movimento leghista, espressosi all’annuale riunione di Pontida per una candidatura di Roberto Maroni a premier e per un abbandono immediato della riforma federalista in virtù di un ritorno al primario obiettivo statutario secessionista.

Ne ha infine paura il premier Silvio Berlusconi, che in questi giorni risulta essere molto adirato per la presa di posizione del ministro dell’Interno Maroni sul caso del sì della Camera all’arresto del parlamentare pdl papa, l’ennesimo caso scandaloso scoppiato all’interno di quello che il nuovo segretario, il siciliano Alfano, ha avuto l’ardire di volere come “il partito degli onesti”.

Ora sappiamo con più chiarezza chi ha parura di Roberto Maroni e perchè.

Ora sappiamo con più chiarezza perchè Roberto Maroni risulta essere il politico più amato e condiviso dei tanti leader di facciata che tentano di emergere dalla palude degli scandali politici italiani, assolutamente imparagonabili alla figura di Roberto Maroni, nettamente superiore a tutte i mezzi busti presenti oggi nel panorama politico italiano.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

La vergogna di questo paese è la sinistra sindacalista antagonista

giovedì, 3 marzo 2011

L’immaturità prima umana e poi politica della sinistra sindacalista ed antagonista italiana.

Questa è la vera vergogna di questo paese.

Nessuna idea, nessun progetto politico, solo, l’antiberlusconismo e l’anti-riformismo ammazzamafie leghista.

Cade anche l’ultimo baluardo del cattivo governo delle sinistre italiane:
la giunta comunale di Napoli guidata dall’ex ministro dell’interno Rosa Russo Jervolino, responsabile ed attore principale della squallida vicenda della monnezza napoletana sanata dal governo Berlusconi.

Immaturità ed irresponsabilità.

In questi due termini si racconta tutta la vita della sinistra sindacalista e antagonista italiana, maleducata, malformata, malguidata.

E’ la sconfitta di una visione distorta della realtà quella a cui stiamo assistendo in questi giorni.

E’ la sconfitta che la storia di questo paese sta infliggendo alla sinistra il vero leitmotiv da seguire, da comprendere, da indagare.

E’ il contrasto incredibile che oppone questa sinistra alla riforma della giustizia che lascia dubbi enormi su come si possa altrimenti offrire giustizia ai cittadini, laddove la giustizia è ferocemente criticata dalla maggioranza del paese.

Il dato veramente significativo sta proprio in questa battaglia della riforma della giustizia:

la sinistra si oppone ferocemente a questa riforma, ma pur comprendendo la urgente necessità di quella stessa riforma, non propone alternative valide, non offre una alternativa che sia giustificazione fondante e necessaria per una alternanza di governo, metodo introdotto dalle maggioranze di centro destra sostenute dalla ottima Lega Nord, e mai veramente compreso e incarnato dalle sinistre.

Quel che interpreta la sinistra italiana del significato di alternanza è criticare in modo oltremodo indecente una maggioranza di governo che invece trova sempre maggiori consensi nel paese.

Nessuna proposta alternativa.

Nessun leader capace di rinnovare ed evolvere questo errato modus operandi politico, questa aberrazione della politica stessa, questa incapace voglia di andare al potere per il potere e non per servire i cittadini, per operare in favore del popolo sovrano.

E questa incapacità il popolo la legge benissimo, offrendo alla coalizione di maggioranza di governo sempre nuovi consensi, sempre maggiore simpatia, sempre più voti e apprezzamenti per l’opera svolta.

Nella lettura della politica sindacale della sinistra italiana, ritroviamo alcuni nodi importanti da sciogliere:

1 – il collegamento stretto, diretto e tracciabile che certo sindacalismo italiano ha con la politica, facendo dei sindacati un luogo di potere occulto, talvolta, legato a doppio filo con partiti politici, piuttosto che con attività sindacali di supporto e di difesa autentica del lavoratore, sino al paradosso di una difesa di nicchie di potere interne al mondo del lavoro che nulla hanno a che fare con il sindacalismo e la difesa dei lavoratori, e che invece, testimoniano spesso riferimenti tracciabilissimi di azione politico-partitica.

E’ a questo abuso perpretato per decenni ed ancora purtroppo ben visibile che si deve la tristissima condizione in cui versa il mondo del lavoro italiano e l’assenza di una politica sindacale che tuteli i lavoratori che lavorano, piuttosto che quelli che fanno politica od altro all’interno e dall’interno delle aziende italiane, maturando un profilo di azione che si dimostra nei fatti un vero e proprio attacco alle attività ed agli obiettivi strategici aziendali, nascosto in quella “attività antisindacale” di contrasto all’azienda, che si rivendica spesso e volentieri in modo assolutamente pretestuoso, abusivo ed arrogante.

2 -la difesa di una contrattazione che appiattisce in tutti i sensi, che non rileva, valorizza e difende quelle differenze che esistono da sempre fra lavoratori ligi e volenterosi e lavoratori diversi da questi, sino al punto che il salario corrispettivo del lavoratore italiano, resta uguale in tutti i sensi, trasversalmente, orrizontalmente e verticalmente.
Insomma, per chi conosce bene il mondo del lavoro italiano, l’entità che definiamo “dei lavoratori furbi”, esiste realmente, così come esiste l’entità dei lavoratori collaborativi.

Ma entrambe le categorie vengono stipendiate in egual modo, senza valutare nemmeno altre differenze fondamentali come la differenza del costo della vita, per fare un esempio che salta subito agli occhi di tutti.

Se il paese viene spesso definito “delle due italie”, varrà pure la considerazione che differenti stili e costi della vita vengano corrisposti senza distinzione alcuna.

Nessuna attività sindacale si rileva invece nei confronti della piaga delle assenze dal lavoro per malattia o per infortunio, laddove appare chiaramente abnorme il ricorso a queste garanzie importanti di lavoratori che invece, ne hanno un reale ed urgente bisogno.

Il sindacato e la sinistra italiana sull’abuso che si fa di queste indennità e di queste conquiste del vero sindacalismo, non intervengono affatto, non propongono analisi, non offrono progetti risolutivi, non contrastano affatto.

Nasce un dubbio orribile di posizionamento del sindacato rispetto ai lavoratori che invece lavorano effettivamente.

Nasce un dubbio terribile della esistenza di riserve di potere contrattuale non autorizzato causate dalla omissione di intervento della sinistra sindacalista antagonista in questo tema, laddove si potrebbe ipotizzare che, l’arma dell’assenza dal lavoro per motivi di malattia o di infortunio (grande conquista di ogni paese civile nei confronti di chi necessita veramente di assentarsi dal lavoro a causa di motivi di salute), venga abusata in questi termini:

non mi dai l’aumento di stipendio che ti ho chiesto ingiustificatamente?
non mi dai il livello che chiedo e che, evidentemente non merito?
non mi dai i carichi di lavoro meno gravosi e faticosi?
Ebbene, io ti estorco tutto questo e ti ricatto mettendomi in stato di malattia, aggravando notevolmente la condizione dei lavoratori collaborativi, costretti per questi comportamenti abusivi, a sopperire alla forza lavoro che viene così a mancare in maniera assolutamente ingiustificata.

Dubbio atroce questa ipotesi, dubbio che, per chi lavora in Italia, si materializza spesso e volentieri in una realtà oppressiva e devastante.

Dimenticano questi professionisti dell’estorsione che, il progredire delle mansioni, dei livelli e dei gradi di responsabilità è cosa che attiene esclusivamente al merito e non alla mediocrità, fatti salvi ovviamente i cosidetti scatti di anzianità?

Il mondo del lavoro italiano soffre?

Le aziende fuggono sollecite delocalizzando all’estero siti produttivi importanti?

I “cervelli italiani” fuggono via senza fare ritorno?

Beh, questo atteggiamento della sinistra sindacalista antagonista italiana non è certamente secondario nelle cause che portano a queste fughe precipitose, comportamento alienato che valorizza in senso errato ogni segmento del mondo del lavoro, ogni indennità, ogni corrispettivo economico, ogni distribuzione dei carichi da lavoro.

Ma queste ipotesi non vengono raccolte, non vengono analizzate, non vengono contrastate da un sindacalismo atipico che offre maggiori spunti di azione politica e di carrierismo personale, piuttosto che di difesa e di tutela dei diritti dei lavoratori.

Tutto questo, rappresenta e raffigura una volontà omicida nei confronti di tutto il paese, nei confronti di tutti i lavoratori italiani, del mondo del lavoro italiano, del mondo produttivo italiano.

E’ uno schiacciamento verso il basso che sgancia sempre più il nostro sistema produttivo dalla competizione internazionale e rende tutto il paese meno ricco e forte.

Abbiamo bisogno di propulsione verso l’alto, non verso il basso.

Abbiamo estremo bisogno di capacità e volontà che altrimenti, questa politica partitica e sindacale italiana nega, punisce, opprime.

Un incapace è resta quel che è, qualunque sia la nicchia sociale ed economica che sia riuscito a raggiungere estorcendo al sistema del lavoro un benessere che non merita, che non ha conquistato, che non si è guadagnato.

Questa sinistra deve fare i conti con un paese che la rfiuta, le nega il consenso, la marginalizza sempre più.

Oppure dovrà perire difendendo stili di vita e modelli improduttivi che sono offensivi e dannosi per il paese.

Questa è la vera vergogna che subisce questo paese.

Questa è la vera oppressione che uccide il nostro futuro.

E se qualcuno attenta alla nostra vita, alla salvaguardia degli interessi delle nostre famiglie, al futuro dei nostri figli, ebbene, questo qualcuno deve prepararsi a subirne le conseguenze.

Chi rompe paga.

Ed i cocci sono i suoi.

Mi vergogno di questa condizione, ma come tutti, sono costretto nel vederla materializzarsi quotidianamente.

E come tanti, la combatto ogni giorno della mia vita, relegandola al suo ruolo di appendice senza alcun valore umano sufficiente di riferimento, al suo agire idiota ed autolesionista, alla sua inciviltà inaccettabile ed incondivisibile.

Non siete miei simili.

Questo è il più alto grado di offesa che un uomo civile possa offrire alla barbarie.

Questa è la peggiore delle punizioni che offro a questa inciviltà ignorante ed arrogante.

Voi, non siete miei simili.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il Cambiamento non è Utopia, se è sorretto da forte condivisione territoriale

sabato, 1 gennaio 2011

Cambiare un modo di vivere, modificare stili di vita e prassi consolidate è cosa veramente difficile.

Specie nel mondo del lavoro, assistiamo a profondi cambiamenti strutturali nelle aziende industriali cui corrispondono profonde modifiche nei rapporti interni fra datori di lavoro e lavoratori.

Il sindacalismo italiano, arroccato su posizioni arcaiche di contrattazione massimalista, nazionalista e univoca, modifica il suo approccio nei confronti di quelle questioni che impediscono alle aziende italiane di essere competitive a livello globale.

Ovviamente non tutto il sindacalismo italiano cerca una via d’uscita da questa scomoda posizione:

esistono frange sindacali organizzate e di lavoratori più o meno organizzati che non vogliono questo cambiamento, che non desiderano “alcun” cambiamento del loro status quo.

Assumere un giovane appena formato dalla scuola o dalla università ed inserirlo in un mondo del lavoro in rapida evoluzione è cosa molto più facile del modificare prassi, carichi di lavoro consolidati e condivisi, come pure, reinserire in un sistema arcaico ed ormai putrefatto e stabilizzato di lavoro il metodo “meritrocratico” piuttosto che quello della “anzianità di servizio” è cosa che presenta momenti di difficoltà notevole.

Ma all’interno del mondo del lavoro attuale, coloro i quali dovrebbero adeguarsi velocemente ai nuovi ritmi di lavoro ed alle nuove regole di competizione e di strategia aziendale, rappresentano invece essi stessi il primo ostacolo allo stesso cambiamento.

Tale grave condizione di criticità, si rafforza allorquando si intersecano spettanze e competenze fra dipendenti pubblici e privati, messi l’un contro l’altro armati da una crisi che salva sempre e comunque il posto di lavoro pubblico a solo danno dei posti di lavoro privati, dimenticando che, è il settore della produzione di merci e di servizi privato che mantiene in vita tutti e due i sistemi e l’intera struttura produttiva del mondo del lavoro.

Se si aggiunge a tutto questo degrado la già difficile introduzione di nuove energie e nuove mentalità e nuovi meriti nel mondo del lavoro a causa della crisi economico-finanziaria che attanaglia le aziende, si può considerare come sia notevolmente difficile modificare la struttura del mondo del lavoro italiano, sdraiato da sempre su un insieme di privilegi e di sacche di parassitismo e di fannullonismo.

In questa crisi propria di un sistema-lavoro così malformato, maleducato e malcresciuto, il rischio che quelle poche energie che si propongano di cambiare prassi e metodi di lavoro, – restiduendo così efficenza al mondo della produzione di beni e dei servizi – vengano accolte da un organizzato “fronte di contrasto” che fa del mobbing e del frainteso diritto di anzianità un “metodo di lotta di classe”, comporta un rischio notevolmente alto di crash del sistema derivante da conflitto insanabile.

E se a questo crash del sistema-lavoro affianchiamo una differente visione della vita e del lavoro, derivante da un ben diverso stile di vita proposto da presenze territorialmente e mentalmente incompatibili, verifichiamo che, il richiamare mano d’opera da altre realtà territoriali rispetto a quella produttiva, procura solo ulteriori contrasti, verificabili sia nel mondo del lavoro che nella società ospitante stessa, sempre più intollerante a freni e lacciuoli incompresi e non condivisi.

Ed ecco che è all’interno del mondo produttivo privato che si confronta il vecchio modello di lavoro con il nuovo, sempre più avversato, sempre più contrastato.

Ma il male più grande del sistema delle garanzie sindacali italiane è l’intoccabilità del lavoratore giù assunto a tempo indeterminato, il quale trova in questa condizione di non possibile espulsione dal mondo del lavoro, un punto di forza potente e gravante sui nuovi modelli strategici aziendali e sull’afflusso di nuove energie professionali.

In buona sostanza, per modificare stili di vita e di approccio al lavoro e verificare disponibilità e compatibilità con una maggiore elasticità sia nei tempi che nei ritmi di produzione, occorrerebbe spaccare il fronte della conservazione di coloro i quali si dimostrano indisponibili ad ogni cambiamento che metta in discussione, non il loro diritto al lavoro, ma i loro privilegi inaccettabili maturati e tutelati in un mondo dle lavoro malato e malandato, concausa primaria della inefficenza del sistema produttivo italiano e della sua capacità concorrenziale con i sistemi produttivi emergenti nel mondo, sia sotto il profilo quantitativo che qualitativo.

Per assurdo, le aziende che volessero modificare gli assetti e gli equilibri interni al fine di garantire un maggior e miglior impegno nell’offerta di beni e di servizi richiesti dai propri clienti, incontrano grandi resistenze proprio in quella parte della forza lavoro della quale si tenta di salvare stipendio e futuro e che invece non sembra prestarsi a questa unica via di salvezza.

Non c’è da meravigliarsi se le aziende italiane siano orientate a delocalizzare i propri siti produttivi all’estero:

in questa misera condizione esse cercano di salvare il posto di lavoro anche a coloro i quali si frappongono violentemente ad un miglioramento ed un cambiamento delle prassi aziendali, allorquando, sarebbe molto più semplice liberarsi di questa forza lavoro maleducata e dissociata dai fini e dalle strategie aziendali per sostituirla con manodopera più fresca e volenterosa, maggiormente incline ad accettare strategie di elasticità nei carichi e nei tempi e che garantisca un futuro certo a se stessa ed alla propria azienda-datore di lavoro.

La politica dovrebbe dare risposte congrue e decise in tal senso al mondo del lavoro in profonda crisi, senza preoccuparsi del consenso perso in seguito a normalizzazioni che escludano quegli elementi di attrito e di rischio aziendale ulteriore come quelli sopra descritti.

Ed è in questo quadro che si muovono politiche avverse nel nostro paese:

– una politica conservatrice di prassi e di modelli di lavoro inutili e dannosi al paese, modelli che vengono invece tutelati e garantiti al solo fine di raccoglierne il facile consenso elettorale;

– una politica di progresso e di riformismo audace e determinato, capace di trascinare il paese fuori dalla crisi attuale e supportata da un consenso sempre più forte e sostenuto, che vede per la prima volta avanzare insieme datori di lavoro e lavoratori leali e corretti, contro tutto il male che abbiamo ereditato da un passato di fatto di privilegi e non di diritti.

E’ questa la battaglia epocale che si affaccia all’anno 2011 in questo paese.

E’ questa la battaglia che dobbiamo vincere senza alcun dubbio, ma avendo la certezza che non esistono regole certe che garantiscano nel mondo del lavoro coloro i quali tentano disperatamente di adeguare il modello produttivo italiano a quello dei paesi che si dimostrano maggiormente concorrenziali nel mondo.

Avendo la certezza che in ogni battaglia, esistono vinti e vincitori e che, in questa epocale battaglia, debbono perdere solo coloro che si oppongono al cambiamento, coloro i quali, mettono in dubbio il futuro di tutto e di tutti, al costo della conservazione di un modello di lavoro ricco di privilegi e di garanzie grandemente abusate e gravemente offese.

Il codice del diritto al lavoro va completamente riscritto, lasciando il maggior margine di manovra possibile alla contrattazione locale, differenziandola da condizioni territoriali diametralmente opposte e incompatibili, poichè è ben più che certo che nel Veneto, un mondo del lavoro ed uno “stile di vita” come quello napoletano, calabro o siciliano non possono e non potranno mai trovare spazio e vita.

Quando prenderanno coscienza di queste realtà e di queste incompatibilità le istituzioni italiane?

Quando si conprenderà che la territorialità e la compatibilità degli stili di vita sia fatto fondante di ogni aggregazione sociale e comunitaria, come di ogni propulsione industriale e di ogni mondo del lavoro?

Le incompatibilità frenano lo sviluppo.

E sono sempre meno tollerate.

Chi vuol intendere, intenda.

Chi non vuol intendere, si faccia da parte, poichè verrà certamente sconfitto dalla storia.

Come tanti altri prima di lui …..

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il potere sovrastrutturale e il Primato della Politica

domenica, 10 ottobre 2010

In questo paese, spesso si narra di leggende oniriche, di poteri occulti, di gruppi di (pre)potere più o meno visibili, di poteri trasversali o addirittura sovrastrutturali ai poteri statali ed istituzionali, ai poteri corporativi e sindacali, al primato della politica ed alla sovranità popolare.

Questa leggenda appare a noi comuni mortali, a noi cittadini qualunque, nelle pieghe delle lotte di potere, dei conflitti di interessi.

Nel caso che porto ad esempio, questo potere sovrastrutturale viene finalmente pronunciato, anche se non definito, non descritto.

Si tratta di uno stralcio che mi sono permesso di pubblicare che è tratto dalle intercettazioni alla base di indagini della magistratura nei confronti de Il Giornale, su possibili pressioni e presunti condizionamenti che un eventuale dossier (giornalistico?) in preparazione potrebbe avere sulla presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia.

Tali intercettazioni sono di pubblico dominio (purtroppo o per fortuna) e sono rintracciabili nel web, nel sito Youtube e nei siti web dei quotidiani italiani, oltre che richiamati in molti blog.

Intercettazioni interessantissime.

In particolare, dice cose molto interessanti Rinaldo Arpisella, portavoce di Emma Marcegaglia presidente di Confindustria, in una telefonata intercettata con Nicola Porro vice-direttore de Il Giornale.

Traggo uno stralcio molto interessante.

Rinaldo Arpisella:
“ma tu non sai che c…o c’è altro in giro dai, cioè, secondo me, davvero eh, scusami eh, ti parlo da amico, cioè è un’ottica corta, cioè ehhh, mh, eh, allora, il cerchio sovrastrutturale, va oltre me, va oltre Feltri, va oltre Berlusconi, va oltre … ci sono logiche che non riguardano il Fini, il Casini, il Buttiglione, questo e quell’altro, sono altri, miei cari”

Nicola Porro: “(comunicazione distrubata) devo dirti la verità, non capisco, non capisco”

Rinaldo Arpisella: “beh, secondo te, chi c’è dietro Fini?”

Nicola Porro: “Chi c’è dietro Fini? Tu lo sai? Io no”

Rinaldo Arpisella: “Son quelli che c’eran dietro la D’addario, dai, su”.

Domande intelligenti:

1 – esiste un potere sovrastrutturale che gravita sopra i poteri del governo del paese e del governo del sindacato degli industriali, la più potente organizzazione sindacale italiana?

2 – può questa sovrastruttura influire in modo determinante sui sistemi decisionali istituzionali e corporativi italiani, sopra i massimi sistemi di potere italiani?

3 – quali sono le logiche che muovono questa sovrastruttura?

4 – quali sono gli interessi che persegue questa sovrastruttura?

5 – quali poteri, quali gruppi, quali settori, quali persone coinvolge, influisce e determina questa sovrastruttura?

6 – quali sono le forze che compongono questa sovrastruttura?

Basta così.

Sarebbe già molto interessante dare delle risposte a queste domande.

Ultima notazione.

Questi poteri sembrano avere un comune denominatore, che sembrerebbe ridursi, seguendo le parole di Arpisella, ad un forte contrasto al governo italiano ed al suo premier Silvio Berlusconi.

Se è vero, come dice sempre Arpisella, che dietro la pirateria politica che da qualche mese mette in crisi il sistema politico-istituzionale, vi sarebbero gli stessi interessi che vi erano dietro lo scandalo della escort D’addario.

Entrambe le questioni, sono infatti avverse alla medesima persona:

Silvio Berlusconi.

Sarebbe interessante dare un nome ed un cognome a quegli “altri” che Arpisella cita.

Chi sono quegli altri?

Alle indagini della magistratura ed alle inchieste giornalistiche l’arduo compito di chiarire a noi cttadini qualunque, una verita giudiziaria ed una verità mediatica, che sia più vicina possibile alla verità reale.

Attendiamo che le risposte ale nostre domande si materializzino, attendiamo di sapere, chi ha un tale potere da poter sovrastare i massimi poteri democratici e rappresentativi nel nostro paese.

Poichè, l’esistenza di gruppi di potere e di pressione, non rappresenta certo una novità.

La novità, tutta italiana, è che tali lobby non siano pubbliche, che i loro interessi – non ideologici – non siano pubblici, che tali organizzzioni, tali gruppi, tali individui legati tra loro dal comune interesse di incidere sulle istituzioni legislative, non abbiano nel nostro paese la dignità che viene loro concessa in altri paesi europei ed occidentali, non abbiano soprattutto, la medesima trasparenza, la medesima tracciabilità.

Ben vengano le lobby, ma che siano emerse e pubbliche, che non agiscano all’ombra dei palazzi del potere.

Poichè, una tale condizione di clandestinità delle lobby nel nostro paese, potrebbe indurre ad azioni non condivisibili, visto che non se ne conosce nemmeno l’esistenza.

E che venga dunque l’alba per le lobby italiane, che il sole dissipi ombre e dubbi molesti, malizie e furbizie nascoste all’ombra del buio di un tunnel, che non sembra mai trovare una uscita, una fine.

Sia fatta la luce.

Fiat lux.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Faites vos jeux

martedì, 5 ottobre 2010

Le parti sociali, lo stato di diritto e il paese reale.

La leader degli industriali italiani, Emma Marcegaglia (un ottimo esempio di come nelle leadership le donne abbiano qualche carta in più da giocare rispetto a “certi uomini” contemporanei – i miei complimenti a Confindustria per la scelta -) riunisce le parti sociali in un tavolo di confronto fra imprese e sindacati per concordare «convergenze chiare su analisi, obiettivi e cose da fare».

La capacità di riunire attorno ad un tavolo sereno ed equilibrato datori di lavoro e rappresentanti dei lavoratori in un autunno caldo che sembra non dover mai finire, pretende però altrettanta capacità di ascolto e di sensibilità da parte della politica.

A tal proposito però la Marcegaglia precisa che l’iniziativa promossa dagli industriali ed abbracciata da ben 17 sigle di rappresentanza corporativa, «non è un tavolo politico», e che, anzi, rifiuta anche la definizione di «approccio corporativo» dell’iniziativa, e che, sottolinea ancora la Marcegaglia, «non nasce per criticare la politica. Non è un tavolo che si fa dettare l’agenda dalla politica ma non è neanche contro la politica».

Quanta intelligenza e sensibilità “politica” dietro queste dichiarazioni.

Peccato non avere allo sviluppo economico una Emma Marcegaglia.

Ma ecco gli obiettivi concordati in questo tavolo di quelle forze sociali «che sono le colonne portanti dell’economia del Paese»:

1 – «una riforma fiscale condivisa a invarianza di pressione fiscale, con una ricomposizione a favore dei lavoratori e delle imprese. Indicheremo dove aumentare la pressione fiscale se vogliamo diminuirla da altre parti»;

2 – semplificazione delle procedure burocratiche e degli assetti normativi in favore di uno snellimento dei vincoli che incidono sulle strategie e sugli obiettivi aziendali, riforma già avviata con l’abrogazione di ben 375.000 inutili provvedimenti, e con tagli ancora da attuare «alla burocrazia inutile» e «tagli alla spesa pubblica improduttiva»;

3 – una nuova metodologia di lavoro ed un nuovo approccio al dialogo fattivo fra le parti sociali, con la costituzione di tavoli tecnici dai tempi rapidi e proponendo insieme la «proroga degli ammortizzatori in deroga, la detassazione del salario di produttività e la garanzia di pensione per quei lavoratori in mobilità che rischiano di perdere l’aggancio alla finestra di accesso al pensionamento».

Bene, anzi benissimo: ottimo lavoro.
Ora però, resta da chiarire quale identità e quale forza avrà l’interlocutore privilegiato delle parti sociali nei prossimi e decisivi anni, e cioè, il governo.

Un governo c’è, come vi è pure una ampia maggioranza che lo sorregge.

Ma solo in apparenza.

Appena il governo accenna alla risoluzione di uno solo dei mille problemi che il paese vive con estremo malessere, ricompare una componente della maggioranza di governo che appare cieca e sorda dinanzi ad ogni decisione che voglia intraprendere il premier Berlusconi, pretendendo “la preventiva discussione” (in camera caritatis) di ogni singolo documento e di ogni singolo testo, come di ogni singolo aspetto delle riforme che intenda varare l’esecutivo.

Ed ecco sorgere il quesito prospettato dal sempre attento ministro dell’interno italiano:
“il problema è verificare se la maggioranza ha la possibilità di operare, altrimenti, come ho già detto, è meglio votare subito. Noi volevano votare subito, poi abbiamo appoggiato lealmente il governo. Vedremo nelle prossime settimane se ci saranno veramente le condizioni di continuare”.

Ci saranno le condizioni per consegnare al paese un governo forte che assicuri la realizzazione delle riforme in tempi stretti?

Oppure il paese rischia di dover subire una nuova discontinuità governativa causata dall’erosione del potere decisionale da parte delle minoranze che sostengono il governo a tutto scapito delle scelte sulla attuazione del programma della maggioranza?

“Sarebbe terrificante finire come il governo Prodi”, così termina la sua disamina il ministro dell’interno Roberto Maroni.

Bene, anzi male.

Siamo alle solite con il vecchio e brutto vizio del parlamentarismo italiano, siamo di fronte, ancora una volta, al ricatto che piccole minoranze impongono al paese, alle parti sociali, allo stato di diritto, alle famiglie e alle aziende italiane.

La politica dell’ago della bilancia, la piccola politica di bottega di piccole botteghe politiche arse dall’ambizione di governare senza averne il mandato, governare senza averne i numeri ed il consenso.

Personalmente, non riesco ad abituarmi a questo titanismo da nanismo politico, non mi abituerò mai a questo continuo ricatto che deve subire un paese in piena crisi socio-politico-economica da parte di una pirateria politica che non fa onore al nostro paese e ci squalifica al livello di paesi del terzo e del quarto mondo.

E questo pensiero viene fuori ben chiaro dalle dichiarazioni del ministro Maroni.

Siamo ad un punto di svolta:

o si continua a governare o si va tutti di fronte agli elettori, a farsi valutare per le proprie (ir)responsabilità politiche.

Sempre che nel mezzo del cammino per le elezioni, si insinui un altro vecchio e brutto vizio della politica italiana:
l’inciucio del cosidetto “governo tecnico”, termine generico che nasconde la pericolosa volontà di cambiare le regole del gioco poco prima del voto, al fine di proiettare migliori condizioni per la raccolta del consenso per se stessi o anche solo per negarle ad altri, anche e soprattutto se, “gli altri”, è quella maggioranza che sosteneva il governo dimissionario e che ha impedito alla minoranza nel governo di realizzare l’ennesimo infimo ricatto politico da piccole botteghe, chiare od oscure che siano.

Già, poichè dietro tutta questa vicenda vi è il motivato sospetto che forti poteri occulti ancora presenti trasversalmente nelle istituzioni italiane vogliano conservare, mantenere e restaurare un forte potere di condizionamento delle istituzioni democratiche, potere che con riluttanza andrebbe al voto senza tentare di vincere la mano barando.

In questa ottica, la scelta più sensata e ragionevole, sarebbe proprio quella di restituire al popolo sovrano il ruolo di mazziere della democrazia, decretando con il voto, la sconfitta definitiva di un modo di “fare politica” che è da dimenticare.

Per sempre, per tutti, per un futuro vero ed una libertà autentica.

Faites vos jeux.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X.

Fiat, Marchionne e la rivoluzione industriale italiana

venerdì, 9 luglio 2010

Il testo integrale della lettera di Marchionne ai dipendenti Fiat in Italia

“A tutte le persone del Gruppo Fiat in Italia

Scrivere una lettera e’ una di quelle cose che si fa raramente e solo con le persone alle quali si tiene veramente.
Se ho deciso di farlo e’ perche’ la cosa che mi sta piu’ a cuore in questo momento e’ potervi parlare apertamente, per condividere con voi alcuni pensieri e per fare chiarezza sulle tante voci che in questi ultimi mesi hanno visto voi e la Fiat al centro dell’attenzione.
Non e’ la Fiat a scrivere questa lettera, non e’ quell’entita’ astratta che chiamiamo “azienda” e non e’, come direbbe qualcuno, il “padrone”.
Vi sto scrivendo prima di tutto come persona, con quel bagaglio di esperienze che la vita mi ha portato a fare.
Sono nato in Italia ma, per ragioni familiari e per motivi di lavoro, ho vissuto all’estero la maggior parte dei miei anni e conosco bene la realta’ che sta al di fuori del nostro Paese.
Ed e’ questa conoscenza che sto cercando di mettere a disposizione della Fiat perche’ non resti isolata da quello che succede intorno.
Vi scrivo da uomo che ha creduto e crede ancora fortemente che abbiamo la possibilita’ di costruire insieme, in Italia, qualcosa di grande, di migliore e di duraturo.
Prendete questa lettera come il modo piu’ diretto e piu’ umano che conosco per dirvi come stanno realmente le cose.
Ci troviamo in una situazione molto delicata, in cui dobbiamo decidere il nostro futuro.
Si tratta di un futuro che riguarda noi tutti, come lavoratori e come persone, e che riguarda il nostro Paese, per il ruolo che vuole occupare a livello internazionale. Basta pensare a quanto e’ basso il livello degli investimenti stranieri in Italia, a quante imprese hanno chiuso negli ultimi anni e a quante altre hanno abbandonato il Paese per capire la gravita’ della situazione.

Non nascondiamoci dietro il paravento della crisi.

La crisi ha reso piu’ evidente e, purtroppo, per molte famiglie, anche piu’ drammatica la debolezza della struttura industriale italiana.

La cosa peggiore di un sistema industriale, quando non e’ in grado di competere, e’ che alla fine sono i lavoratori a pagarne direttamente - e senza colpa – le conseguenze.

Quello che noi abbiamo cercato di fare, e stiamo facendo, con il progetto “Fabbrica Italia” e’ invertire questa tendenza.
I contenuti del piano li conoscete bene e prevedono di concentrare nel Paese grandi investimenti, di aumentare il numero di veicoli prodotti in Italia e di far crescere le esportazioni. Ma il vero obiettivo del progetto e’ colmare il divario competitivo che ci separa dagli altri Paesi e portare la Fiat ad un livello di efficienza indispensabile per garantire all’Italia una grande industria dell’auto e a tutti i nostri lavoratori un futuro piu’ sicuro. Non ci sono alternative.
La Fiat e’ una multinazionale che opera sui mercati di tutto il mondo. Se vogliamo che anche in Italia cresca, rafforzi le proprie radici e possa creare nuove opportunita’ di lavoro dobbiamo accettare la sfida e imparare a confrontarci con il resto del mondo.

Le regole della competizione internazionale non le abbiamo scelte noi e nessuno di noi ha la possibilita’ di cambiarle, anche se non ci piacciono.

L’unica cosa che possiamo scegliere e’ se stare dentro o fuori dal gioco.

Non c’e’ nulla di eccezionale nelle richieste che stanno alla base della realizzazione di “Fabbrica Italia”.
Abbiamo solo la necessita’ di garantire normali livelli di competitivita’ ai nostri stabilimenti, creare normali condizioni operative per aumentare il loro utilizzo, avere la certezza di rispondere in tempi normali ai cambiamenti della domanda di mercato.
Non c’e’ niente di straordinario nel voler aggiornare il sistema di gestione, per adeguarlo a quello che succede a livello mondiale.

Eccezionale semmai – per un’azienda – e’ la scelta di compiere questo sforzo in Italia, rinunciando ai vantaggi sicuri che altri Paesi potrebbero offrire.

Anche la proposta studiata per Pomigliano non ha nulla di rivoluzionario, se non l’idea di trasferire la produzione della futura Panda dalla Polonia in Italia.
L’accordo che abbiamo raggiunto ha l’unico obiettivo di assicurare alla fabbrica di funzionare al meglio, eliminando una serie interminabile di anomalie che per anni hanno impedito una regolare attivita’ lavorativa.
Proprio oggi abbiamo annunciato che, insieme alle organizzazioni sindacali che hanno condiviso con noi il progetto, metteremo in pratica questo accordo.
Insieme ci impegneremo perche’ si possa applicare pienamente, assicurando le migliori condizioni di governabilita’ dello stabilimento.
So che la maggior parte di voi ha compreso e ha apprezzato l’impegno che abbiamo deciso di prendere.
Credo, inoltre, che questo non sia il momento delle polemiche e non voglio certo alimentarle.
Ma di fronte alle accuse che sono state mosse e che hanno messo in dubbio la natura e la serieta’ del progetto “Fabbrica Italia”, sento il dovere di difenderlo.

Non abbiamo intenzione di toccare nessuno dei vostri diritti, non stiamo violando alcuna legge o tantomeno, come ho sentito dire, addirittura la Costituzione Italiana.

Non mi sembra neppure vero di essere costretto a chiarire una cosa del genere.

E’ una delle piu’ grandi assurdita’ che si possa sostenere.

Quello che stiamo facendo, semmai, e’ compiere ogni sforzo possibile per tutelare il lavoro, proprio quel lavoro su cui e’ fondata la Repubblica Italiana.

L’altra cosa che mi ha lasciato incredulo e’ la presunta contrapposizione tra azienda e lavoratori, tra “padroni” e operai, di cui ho sentito parlare spesso in questi mesi.

Chiunque si sia mai trovato a gestire un’organizzazione sa bene che la forza di quell’organizzazione non arriva da nessuna altra parte se non dalle persone che ci lavorano.

Voi lo avete dimostrato nel modo piu’ evidente, grazie al lavoro fatto in tutti questi anni, trasformando la Fiat, che nel 2004 era sull’orlo del fallimento, in un’azienda che si e’ guadagnata il rispetto e la stima sui principali mercati internazionali.

Quando, come adesso, si tratta di costruire insieme il futuro che vogliamo, non puo’ esistere nessuna logica di contrapposizione interna.

Questa e’ una sfida tra noi e il resto del mondo.

Ed e’ una sfida che o si vince tutti insieme oppure tutti insieme si perde.

Quello di cui ora c’e’ bisogno e’ un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere gli impegni, le responsabilita’ e i sacrifici in vista di un obiettivo che vada al di la’ della piccola visione personale.
Questo e’ il momento di lasciare da parte gli interessi particolari e di guardare al bene comune, al Paese che vogliamo lasciare in eredita’ alle prossime generazioni.
Questo e’ il momento di ritrovare una coesione sociale che ci permetta di dare spazio a chi ha il coraggio e la voglia di fare qualcosa di buono.
Sono convinto che anche voi, come me, vogliate per i nostri figli e per i nostri nipoti un futuro diverso e migliore.
Oggi e’ una di quelle occasioni che capitano una volta nella vita e che ci offre la possibilita’ di realizzare questa visione. Cerchiamo di non sprecarla.
Grazie per aver letto questa lunga riflessione e grazie a tutti quelli, tra voi, che vorranno mettere le loro qualita’ e la loro passione per fare la differenza.

Buon lavoro a tutti.
Sergio Marchionne”.

Il cambiamento va incarnato da una politica matura e responsabile

martedì, 1 giugno 2010

Il prelievo fiscale in Italia ha raggiunto punte intollerabili, sia sulle imprese e sui datori di lavoro, che sulle famiglie e sui lavoratori dipendenti del settore privato.

E’ il settore privato, in tutti i suoi aspetti a produrre la ricchezza ed il benessere in questo paese come in tutti i paesi del mondo, ed è proprio questo comparto ad essere il più vessato e tassato.

Lo stato non produce ricchezza, per cui i dipendenti pubblici rappresentano esclusivamente un onere, una sorta di corto circuito finanziario.

Anche il prelievo fiscale da lavoro dipendente nel comparto pubblico rappresenta un giro di cassa che parte dal prelievo fiscale su tutto il comparto privato, viene redistribuito sotto forma di salario e, assurdo degli assurdi, nuovamente tassato come se provenisse dalla produzione di reddito e di ricchezza, cosa che non è, ma che anzi, va solo a nutrire il formidabile appetito della pubblica amministrazione centralizzata.

In queste partite di giro l’unico a guadagnarci è il costosissimo stato centralizzato romano.

Perdono solo i cittadini che vivono di impresa privata, sia che siano imprenditori, sia che siano lavoratori dipendenti.

Delle imprese pubbliche e dei servizi offerti dallo stato centrale in cambio del prelievo fiscale, è meglio non trattarne:
è il perno negativo che avvolge ogni questione italiana, partendo daglli appalti pubblici, passando attraverso la corruzione di pubblici amministratori e burocrati, per arrivare ai servizi essenziali come il trasporto pubblico e la sanità pubblica ed il sistema delle convenzioni, vera cerniera fra sistema pubblico e privato, fra interesse privato e interesse pubblico, fra stato di fatto e stato di diritto.

Il sistema pubblico non rappresenta certamente l’eccellenza, sia se paragonato ad altri sistemi pubblici di paesi democratici ed occidentali come il nostro, sia se valorizzato al sistema privato.

Anzi.

Inoltre, il sistema privato italiano deve concorrere con il potere economico e finanziario delle organizzazioni mafiose, che si dimostrano capaci di indirizzare gli appalti ed i finanziamenti pubblici.

Se a questo quadro negativo aggiungiamo un sistema bancario immaturo, affatto solido e indisposto a concorrere ai rischi delle imprese e delle famiglie italiane con servizi utili ed efficaci, possiamo meglio cpmrendere le potenzialità di un comparto privato che sopravvive a tutto questo, nutre tutto questo, e viene disservito, maltrattato, stratassato, usurato e malgestito da una politica che si dimostra lontana dalle logiche aziendali e produttive e da un sistema corrotto in maniera impossibile, fortemente condizionato dalle mafie e sempre indulgente verso un dilagante e storicizzato quanto diffuso sistema della illegalità.

Sistema sì, poichè esso lo è, come quello della corruzione morale e materiale, come quello delle organizzazioni delinquenziali semplici e mafiose.

Ma guai a manifestare pubblicamente tali verità:
nulla di più facile che si diventi il bersaglio preferito di questo sistema, che può contare su una simbiosi estrema di quelle cellule negative che sono presenti nello stato, ad ogni livello, e che di questo sistema si nutrono abbondantemente e quotidianamente.

L’ennesimo grido di allarme in Confindustria esprime tali questioni nell’ultima “Agenda per l’Italia 2015″, compresa l’ennesima diffida alla politica italiana ad adempiere alle richieste di questo stato di fatto, miloni di anni luce lontano da questo stato di diritto.

Ma l’unica risposta positiva che proviene dalla politica è riscontrabile esclusivamente nelle scelte della Lega di Umberto Bossi, che propone un sostanziale dimagrimento di posti di lavoro parlamentari e del sistema pubblico, visto ormai come il parassita che arrichendosi di impossibili privilegi e prepotere arrogante, denutre il paese.

Le scelte leghiste del federalismo fiscale trovano alleanze e consensi variabili nel sistema politico italiano, a riprova del fatto che esse non difendono interessi sempre uguali e sempre riconoscibili e riconosciuti dalle lobby parlamentari, ma spazia di volta in volta cercando e trovando inaspettate sponde anche in quei movimenti politici come L’Italia dei valori dell’ex giudice Antonio Di Pietro, protagonista della famigerata tangentopoli italiana e nelle scelte di Confindustria, che vede il federalismo fiscale e un regime di austerity e di responsabilizzazione del governo e nel governo del sistema pubblico come l’unica proposta valida presente nella politica contemporanea.

Tali scelte incontrano anche la palude della politica romana fatta di do ut des, di veri e propri ricatti politici che tentano di estorcere voti e consenso alla Lega in cambio della realizzazione delle riforme e del cambiamento di cui il sistema privato e produttivo italiano necessita urgentemente.

Ma tali scelte vanno sostenute dalla politica, sia vista come soggetti parlamentari singoli che come gruppi parlamentari, cui stia veramente a cuore il bene comune di un paese che incontra proprio nella gestione politica il suo primo nemico, come avviene troppo spesso e purtroppo volentieri.

E’ venuto il tempo di scegliere da che parte stare, è venuto il tempo delle scelte importanti e decisive per la stessa sopravvivenza dello stato, così come lo abbiamo inteso sinora.

Riuscirà la casta politica italiana a votare il riformismo federalista e del buongoverno della Lega, senza sentirsi per questo punta nell’orgoglio ovvero ferita nella propria dignità umana e politica?

Non è mai troppo tardi per fare le scelte giuste.

Delocalizzazione delle imprese

venerdì, 14 maggio 2010

Non sono un economista (e ne sono felice, come direbbe il ministro Tremonti) e men che meno mi occupo di sistemi finanziari, bancari o del mondo delle imprese e dei lavoratori.
Tento, in queste righe, un contributo alla comprensione di quei fattori di rischio che favoriscono la delocalizzazione delle aziende italiane all’estero.
Mi scuserete per questo se non sarò completo ed esaudiente nell’affrontare questo tema complesso ed articolato.

Analisi dei fattori di rischio
ed economia degli insediamenti produttivi

1.Il costo del lavoro in Italia

L’alto costo del lavoro, caratterizzato dal salario più basso della media europea per il lavoratore (con conseguente caduta di entusiasmo e di adesione alle scelte aziendali da parte dei dipendenti), rappresenta un onere eccessivo a carico delle aziende nel prelievo fiscale eccessivamente oneroso sia nel corrispettivo delle ore di lavoro ordinarie, che nella retribuzione delle ore di lavoro straordinarie, letteralmente tartassate, rese anti-economiche e in qualche modo punitive, in speciale riguardo al lavoratore volenteroso e disponibile che è costretto a lavorare per molte ore di lavoro straordinario per un aumento salariale inadeguato.
Il risultato è una rigidità strutturale che immobilizza la gestione delle risorse umane nelle imprese operanti sul territorio nazionale.

2.La pressione fiscale ed i servizi alle imprese e alle persone

L’eccessiva pressione fiscale cui non corrisponde una adeguata offerta di servizi in quantità e qualità alle imprese e alle persone (il lavoratore, come il datore di lavoro, sono anche cittadini fruitori di servizi pubblici utili alla migliore conduzione del lavoro), si oppone come una forte resistenza all’investimento produttivo aziendale, al suo sviluppo e alla sua stessa continuazione nel tempo.
Il prelievo fiscale diviene così motivo di forte condizionamento nella scelta della localizzazione di una impresa, sfavorendo nettamente la scelta della localizzazione in territorio italiano.

3.Il labirinto burocratico e la non corrispondenza infrastrutturale

La stratificazione, la molteplicità degli enti erogatori e la non omogeneità di detti servizi sul territorio sono un’altra freccia nell’arco delle aziende che tendono a delocalizzare.
Va inoltre osservato che, non esiste una diversificazione sostanziale quanti-qualitativa dei servizi offerti alle aziende misurata sulla tipicità produttiva e delle differenti realtà regionali dei territori.
Cosicché il medesimo sostegno offerto alla produzione ed alla commercializzazione del prodotto o del servizio offerto dalle aziende, non mostra significativi indirizzi nella considerazione che, un sistema produttivo come quello veneto sia totalmente asimmetrico con il sistema produttivo umbro o siciliano.
Ovvero si assiste ad aberrazioni maturate nel tempo in tema di sostegno alle regioni meno sviluppate che possono talvolta (non sempre e non tutte ovviamente) contare su un sistema infrastrutturale viario sovraadeguato ovvero sotto-adeguato (come nel caso del Veneto) alle esigenze dei comparti produttivi.
Funesta a tal proposito fu l’intenzione di favorire lo sviluppo nel sud con la costruzione di infrastrutture mastodontiche (le famose cattedrali nel deserto), inservibili per un sistema produttivo che non c’era e che non nasceva sol perché vi era una ramificazione viaria adatta ad un intenso traffico anche pesante.
Di contro, nel motore produttivo del Veneto, laddove insistono grandi ed importanti realtà industriali (Geox, Luxottica, Benetton, etc), si percorrono strade provinciali (penso alla Treviso-Belluno) a singola carreggiata e doppia corsia (piccola e stretta) che costringe in un budello il trasporto delle merci prodotte nel motore industriale italiano.

4.L’assenza di univocità negli interlocutori territoriali dell’azienda

L’inesistenza di un interlocutore unico o di univoca politica strategica nelle amministrazioni pubbliche con cui occorre relazionarsi al fine di insediare nel miglior modo possibile una nuova realtà produttiva in un determinato territorio, risulta essere un altro fattore sfavorevole all’insediamento.
L’instabilità politica accentua tale rischio e propone all’impresa un futuro condizionato dal continuo ricambio nei ruoli del governo amministrativo, sia locale che regionale e nazionale.

5.I partiti politici

L’eccessivo protagonismo di certa partitocrazia si impone come interlocutore di riferimento, aumentando ancor più la moltiplicazione dei soggetti che si interpongono fra il servizio erogato ed il suo fruitore ultimo, e questo, avviene con modalità invadenti ed arroganti in alcune parti del paese (sud), laddove il fenomeno manifesta condizioni di
insopportabile condizionamento delle scelte strategiche aziendali, dal rilascio delle autorizzazioni amministrative a quello della selezione del personale da assumere secondo criteri di qualità formativa e di merito, oltre che di esperienza e non piuttosto secondo criteri di vicinanza, affinità o parentela con potentati politici.

6.Le mafie, il pizzo e l’evasione fiscale

La presenza nel territorio italiano di organizzazioni criminali che condizionano fortemente la presenza e la sussistenza stessa di un comparto imprenditoriale vivo e vitale, attraverso l’imposizione di fattori coercitivi che definiamo di ulteriore tassazione, quali il pizzo e l’usura.
A tal proposito, sarebbe significativo uno studio che analizzi il rapporto che esiste fra evasione fiscale erariale e pagamento della tassazione all’anti stato mafioso denominata “pizzo”, poiché potrebbe emergere che laddove lo stato (come nel caso del sud del paese) abbia tollerato l’evasione fiscale in virtù di una crescita economica asfittica, si potrebbe
di contro riscontrare una forte imposizione estorsiva del pizzo, creando un nesso di reciprocità inversamente proporzionale fra evasione fiscale e imposizione del pizzo.
Una nota a parte merita il fenomeno dell’usura, che si giustifica con l’assenza di un sistema bancario e del credito sano e
contemporaneamente con la necessità delle organizzazioni mafiose di infiltrarsi nel sistema economico reale del paese, al fine di produrre una giustificazione “cartacea” dei redditi prodotti illecitamente e del riciclo di detti redditi attraverso il fenomeno tutto italiano delle imprese-lavatrice, addette appunto a “lavare” i redditi di provenienza illecita.
Non secondario è l’intento espansivo delle mafie che si caratterizza nella forte volontà di monopolizzare l’economia del paese.
Affatto di misura inferiore è ancora la valutazione che, se la prima azienda italiana per fatturato risulta essere statisticamente (fonte: Il Sole 24 Ore) l’organizzazione mafiosa denominata ‘ndrangheta, il fronte di attacco al comparto produttivo italiano diviene immediatamente visibile nelle sue molteplici forme, compreso il fatto che, la prima azienda
italiana, evade evidentemente in gran parte la contribuzione erariale, producendo un sicuro svantaggio per le imprese sane che debbono competere in tali condizioni sfavorevoli, dettate da una posizione dominante difficilmente attaccabile sotto il profilo meramente commerciale.

7.Il confronto con le organizzazioni sindacali dei lavoratori

L’impossibilità di una contrattazione soddisfacente fra datore di lavoro elavoratori nasce dalla già affrontata cuspide fiscale che si insinua nel dialogo lavoratori-imprese, reso ancor più difficile dalla impossibilità delle parti di muoversi in un terreno contrattuale libero, adeguato al differente costo della vita territoriale, e che offra ritorni interessanti per entrambe.
In mezzo c’è sempre lo stato, con una legislazione sul lavoro rigida ed inadeguata ai tempi, che apre il campo della lotta antagonista piuttosto che andare nel senso di un agonismo positivo e produttivo, corporativo in senso trasversale, aziendale, di squadra, di gruppo umano, economico, sociale e finanziario unito indissolubilmente in unico destino.
Di più, vi è che tale cuspide fiscale non è contrattabile, modificabile e/o sindacabile, nonostante conti, e non poco, sul costo finale della produzione aziendale:
la politica ancora una volta resta sorda ai richiami del comparto produttivo che domanda di diminuire la pressione fiscale subita.
Questa condizione frappone notevoli ostacoli al necessario dialogo fra parti entrambe interessate al futuro aziendale, sia pure per motivi diversi.

8.Il merito, la inibizione dei comportamenti negligenti ed il premio di quelli favorevoli alla produzione

In questo quadro di divaricazione fittizia degli interessi reciproci fra le parti aziendali, vive il difficile contrasto ai comportamenti negligenti e l’impossibilità di premiare invece quelli favorevoli alla creazione del clima
più favorevole alla produzione.
Gli strumenti attualmente nelle mani degli imprenditori nella gestione delle risorse umane vengono gravemente condizionati da fattori esterni al ciclo produttivo, rendendo insicuro ed irto di ostacoli il procedere sempre e comunque verso il risultato finale di piena soddisfazione dei lavoratori.
Questi fattori sono riconducibili alla cultura attuale interessata a mantenere distanti gli interessi di ceti sociali differenti, sia pure in comunione di interessi legati all’azienda e che fa vedere la concordia fra il datore di lavoro e le maestranze più fedeli, come un tradimento della causa comune sindacale, di classe, di ceto.
Estremi che non si toccano, che non condividono, che non lavorano insieme, ma che sono invece obbligati a farlo.
Ecco un altro fattore sfavorevole alla scelta del terreno culturale italiano come territorio d’insediamento aziendale.

9.L’azienda e l’innovazione

L’innovazione in Italia è lasciata alla sola responsabilità aziendale, essendo inesistente o incompresa la strada che conduce a ricerca ed innovazione nella condivisione di intenti ed interessi fra comparto produttivo e ricerca universitaria.
E’ un dialogo fra sordi, molto spesso, aggravato dalle pregiudiziali sugli obiettivi economici non condivisi:
l’azienda deve innovarsi per sopravvivere, mentre il mondo universitario non riscontra differenze salariali fra un ricercatore universitario utile all’economia aziendale ed un altro che si limita a sostituire il barone di turno nella valutazione dei laureandi negli appelli d’esame.
Il mondo pubblico e quello privato devono trovare una strada comunemente percorribile, come talvolta capita alle università che hanno sede in territori ricchi di elementi privati produttivi, che sono stimoli costanti alla ricerca finalizzata e controllori interessati a valutare la spesa pubblica fatta con i tributi raccolti dall’erario.
Alcune università appaiono invece come delle infrastrutture slegate dai sistemi produttivi coabitanti:
vere e proprie cattedrali nel deserto.
E nonostante in talune aree (nel sud del paese) le produzioni agricole siano di grande interesse economico, in nessuna università appare il lampo di un genio di finalizzare gli studi e le ricerche universitarie specificamente per settori, come avviene peraltro in altri paesi europei.
Penso alla università del vino, in Francia, ma anche allo sviluppo di nuovi metodi di conservazione, distribuzione e commercializzazione dei prodotti agro-alimentari.
Auspicabile sarebbe la creazione di marchi di garanzia della qualità dei prodotti agro-alimentari da parte delle università, i cui prodotti così marchiati, sottoposti a continui controlli e indirizzati alla novazione, potrebbero creare una immensa ricchezza, duratura, produttiva, occupazionale, sociale e di benessere condiviso, oltre che un fattore di attrazione degli investimenti e degli insediamenti industriali affini alle vocazioni territoriali.

Considerazioni finali

Non mi sembra di dover aggiungere altro.

Se non che ogni singolo aumento del rischio nell’insediamento produttivo in Italia, viene moltiplicato (ancora!) nel caso si tratti di PMI, piccole e medie aziende ed imprese che non hanno un potere contrattuale sufficiente e non detengono una posizione dominante.

Anzi, dinanzi allo stato, all’anti stato, alle amministrazioni pubbliche e alla partitocrazia esse sono in condizioni di subordinazione assoluta, incapaci di alcuna difesa, inermi e, sostanzialmente, lasciate sole a combattere la battaglie
per quel futuro di sviluppo economico e sociale che tutti vogliono condividere, e nessuno partecipare.

Ora vi domando:
perché una azienda non dovrebbe delocalizzare la sua attività economica verso paesi che offrono migliori condizioni rispetto a quelle sopra elencate?

E se le aziende italiane continuano a delocalizzare all’estero le loro attività, chi contribuirà fiscalmente a tenere in piedi quello che appare uno stato di fatto e di diritto con molti, troppi problemi irrisolti, problemi che contribuiscono ad accrescere i fattori di rischio all’insediamento aziendale e imprenditoriale in Italia?

Non è forse il Federalismo Fiscale, l’unica proposta politica in grado di dare delle risposte anche a questa gravissima fuga, oltre che di cervelli, anche di aziende, di imprenditori e di investimenti dall’Italia?

E allora, cosa aspettiamo, che vadano via proprio tutti?

Federalismo Fiscale subito.