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Faites vos jeux

martedì, 5 ottobre 2010

Le parti sociali, lo stato di diritto e il paese reale.

La leader degli industriali italiani, Emma Marcegaglia (un ottimo esempio di come nelle leadership le donne abbiano qualche carta in più da giocare rispetto a “certi uomini” contemporanei – i miei complimenti a Confindustria per la scelta -) riunisce le parti sociali in un tavolo di confronto fra imprese e sindacati per concordare «convergenze chiare su analisi, obiettivi e cose da fare».

La capacità di riunire attorno ad un tavolo sereno ed equilibrato datori di lavoro e rappresentanti dei lavoratori in un autunno caldo che sembra non dover mai finire, pretende però altrettanta capacità di ascolto e di sensibilità da parte della politica.

A tal proposito però la Marcegaglia precisa che l’iniziativa promossa dagli industriali ed abbracciata da ben 17 sigle di rappresentanza corporativa, «non è un tavolo politico», e che, anzi, rifiuta anche la definizione di «approccio corporativo» dell’iniziativa, e che, sottolinea ancora la Marcegaglia, «non nasce per criticare la politica. Non è un tavolo che si fa dettare l’agenda dalla politica ma non è neanche contro la politica».

Quanta intelligenza e sensibilità “politica” dietro queste dichiarazioni.

Peccato non avere allo sviluppo economico una Emma Marcegaglia.

Ma ecco gli obiettivi concordati in questo tavolo di quelle forze sociali «che sono le colonne portanti dell’economia del Paese»:

1 – «una riforma fiscale condivisa a invarianza di pressione fiscale, con una ricomposizione a favore dei lavoratori e delle imprese. Indicheremo dove aumentare la pressione fiscale se vogliamo diminuirla da altre parti»;

2 – semplificazione delle procedure burocratiche e degli assetti normativi in favore di uno snellimento dei vincoli che incidono sulle strategie e sugli obiettivi aziendali, riforma già avviata con l’abrogazione di ben 375.000 inutili provvedimenti, e con tagli ancora da attuare «alla burocrazia inutile» e «tagli alla spesa pubblica improduttiva»;

3 – una nuova metodologia di lavoro ed un nuovo approccio al dialogo fattivo fra le parti sociali, con la costituzione di tavoli tecnici dai tempi rapidi e proponendo insieme la «proroga degli ammortizzatori in deroga, la detassazione del salario di produttività e la garanzia di pensione per quei lavoratori in mobilità che rischiano di perdere l’aggancio alla finestra di accesso al pensionamento».

Bene, anzi benissimo: ottimo lavoro.
Ora però, resta da chiarire quale identità e quale forza avrà l’interlocutore privilegiato delle parti sociali nei prossimi e decisivi anni, e cioè, il governo.

Un governo c’è, come vi è pure una ampia maggioranza che lo sorregge.

Ma solo in apparenza.

Appena il governo accenna alla risoluzione di uno solo dei mille problemi che il paese vive con estremo malessere, ricompare una componente della maggioranza di governo che appare cieca e sorda dinanzi ad ogni decisione che voglia intraprendere il premier Berlusconi, pretendendo “la preventiva discussione” (in camera caritatis) di ogni singolo documento e di ogni singolo testo, come di ogni singolo aspetto delle riforme che intenda varare l’esecutivo.

Ed ecco sorgere il quesito prospettato dal sempre attento ministro dell’interno italiano:
“il problema è verificare se la maggioranza ha la possibilità di operare, altrimenti, come ho già detto, è meglio votare subito. Noi volevano votare subito, poi abbiamo appoggiato lealmente il governo. Vedremo nelle prossime settimane se ci saranno veramente le condizioni di continuare”.

Ci saranno le condizioni per consegnare al paese un governo forte che assicuri la realizzazione delle riforme in tempi stretti?

Oppure il paese rischia di dover subire una nuova discontinuità governativa causata dall’erosione del potere decisionale da parte delle minoranze che sostengono il governo a tutto scapito delle scelte sulla attuazione del programma della maggioranza?

“Sarebbe terrificante finire come il governo Prodi”, così termina la sua disamina il ministro dell’interno Roberto Maroni.

Bene, anzi male.

Siamo alle solite con il vecchio e brutto vizio del parlamentarismo italiano, siamo di fronte, ancora una volta, al ricatto che piccole minoranze impongono al paese, alle parti sociali, allo stato di diritto, alle famiglie e alle aziende italiane.

La politica dell’ago della bilancia, la piccola politica di bottega di piccole botteghe politiche arse dall’ambizione di governare senza averne il mandato, governare senza averne i numeri ed il consenso.

Personalmente, non riesco ad abituarmi a questo titanismo da nanismo politico, non mi abituerò mai a questo continuo ricatto che deve subire un paese in piena crisi socio-politico-economica da parte di una pirateria politica che non fa onore al nostro paese e ci squalifica al livello di paesi del terzo e del quarto mondo.

E questo pensiero viene fuori ben chiaro dalle dichiarazioni del ministro Maroni.

Siamo ad un punto di svolta:

o si continua a governare o si va tutti di fronte agli elettori, a farsi valutare per le proprie (ir)responsabilità politiche.

Sempre che nel mezzo del cammino per le elezioni, si insinui un altro vecchio e brutto vizio della politica italiana:
l’inciucio del cosidetto “governo tecnico”, termine generico che nasconde la pericolosa volontà di cambiare le regole del gioco poco prima del voto, al fine di proiettare migliori condizioni per la raccolta del consenso per se stessi o anche solo per negarle ad altri, anche e soprattutto se, “gli altri”, è quella maggioranza che sosteneva il governo dimissionario e che ha impedito alla minoranza nel governo di realizzare l’ennesimo infimo ricatto politico da piccole botteghe, chiare od oscure che siano.

Già, poichè dietro tutta questa vicenda vi è il motivato sospetto che forti poteri occulti ancora presenti trasversalmente nelle istituzioni italiane vogliano conservare, mantenere e restaurare un forte potere di condizionamento delle istituzioni democratiche, potere che con riluttanza andrebbe al voto senza tentare di vincere la mano barando.

In questa ottica, la scelta più sensata e ragionevole, sarebbe proprio quella di restituire al popolo sovrano il ruolo di mazziere della democrazia, decretando con il voto, la sconfitta definitiva di un modo di “fare politica” che è da dimenticare.

Per sempre, per tutti, per un futuro vero ed una libertà autentica.

Faites vos jeux.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X.