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La mafia uccide La politica pure

giovedì, 19 maggio 2016

La mafia uccide La politica pure

L’esperienza umana e professionale di Falcone e Borsellino ha aspetti sostanziali sociologici, a conferma del fatto che la mafia è un fenomeno sociologico esteso e condiviso

Un mutamento di tale fenomeno è strettamente legato alla emarginazione sociale cui la mancata condivisione di quei comportamenti mafiosi condanna, specie nel sud

E questo avviene in piena violazione dei principi dettati nella prima parte della nostra Costituzione e nel più assoluto interesse e disinteresse delle istituzioni politiche, a seconda che le si voglia allocare nel ruolo di complici dei quei comportamenti ovvero di incompetenti nel governo di quei comportamenti

La mafia è e resta un fenomeno legato alla politica, poiché se esiste una mafia, questo lo si deve esclusivamente al mancato governo del contrasto a questo fenomeno anti-sociale, anti-statuale ovvero ad una interessata complicità con esso

E questa è una cosa che uccide più del terrore mafioso

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Attacco alla Magistratura è Attacco allo Stato

mercoledì, 11 maggio 2016

Il metodo mafioso difficilmente uccide un politico, a meno che tale politico non fosse affiliato alla organizzazione mafiosa o avesse contratto un negozio giuridico criminale con essa per poi tradirlo

Il metodo mafioso non uccide i politici perché i politici, quando vengono colpiti come nel caso del terrorismo politico, dimostrano di saper difendere se stessi e lo stato dal terrore e dalla violenza, sconfiggendo definitivamente il terrorismo brigatista rosso

Il metodo mafioso ammazza invece magistrati, giudici, procuratori, PM e GIP, uccide carabinieri, poliziotti e finanzieri

Il metodo mafioso uccide un fedele servitore dello stato innanzitutto isolandolo, creando una atmosfera astiosa intorno a se, usando altri servitori dello stato infedeli e corrotti per screditarlo, impedirlo e mortificarlo nel proprio ambiente, nella sua dignità umana e professionale, nel suo mondo privato, famigliare, sociale

Questa aggressione uccide ben più di un colpo di pistola o una raffica di kalashnikov o un chilo di tritolo:

mina l’equilibrio mentale, organico e fisiologico, mina il riconoscimento sociale e professionale, spinge ad una reazione, induce in errore, provoca una reazione o attenta direttamente alla integrità psico-fisica dell’individuo oggetto della aggressione mafiosa

Ma è sempre l’isolamento il momento iniziale della aggressione mafiosa, oltre alle minacce, più o meno velate, più o meno pubbliche

La Politica usa la stessa strategia quando viene indagata dalla Magistratura:

attacca il metodo (le intercettazioni), attacca le indagini, isola i magistrati e gli agenti ed ufficiali di Polizia Giudiziaria che svolgono le indagini, sia all’interno dei loro uffici che nell’organo di autogoverno della magistratura, che dovrebbe essere potere costituzionale indipendente dal potere esecutivo e legislativo, ma che dal potere politico e burocratico deve ricevere le condizioni di lavoro dignitose, uffici funzionali, collaboratori, auto blindate e l’acquisto, la dotazione, l’ordinaria e la straordinaria manutenzione e tutela degli uffici, delle auto, degli strumenti di indagine

Oltre a dispositivi normativi che consentano nella realtà di perseguire i reati e non di attendere la loro prescrizione, in un estenuante e continuo mettere il bastone tra le ruote della politica alla Magistratura e al comparto Sicurezza, agli investigatori e alle Forze dell’Ordine in generale e in particolare

Il fatto stesso che la Politica si sia inventata il modo di dividere Magistratura e forze dell’ordine costringendo in un immaginario collettivo che veda la magistratura di sinistra e la sicurezza di destra, evidenzia quel continuo, costante ed estenuante bastone della politica tra le ruote della Giustizia e della Sicurezza, per impedirla, per negarla

Ogni volta che la politica attacca la magistratura, attacca tutto il comparto Giustizia e tutto il comparto Sicurezza

Ogni volta che la Politica attacca le indagini e i metodi di indagine di Magistratura e Forze di Polizia, li isola dal contesto istituzionale e costituzionale, li emargina e ridicolizza, li degrada e ferisce

Ma, come la mafia, la politica inizia l’attacco con l’isolamento dei soggetti che la indagano, esattamente come fa la mafia, propriamente come fa la mafia

Questo conflitto istituzionale è un vero regalo alle mafie:

appena inizia l’isolamento dei vari De Magistris, Di Matteo, Davigo, Di Pietro, Masi, la mafia approfitta della complice alleanza politica che attacca la magistratura e approfitta del momento di debolezza e di isolamento creato dalla politica per attaccare anch’essa magistrati e investigatori

Per fortuna che il metodo di indagine e preventivo ha raggiunto livelli di eccellenza (nonostante il complesso delle indagini sia ostacolato e non favorito) e grazie anche al tanto vituperato (sempre dai politici) strumento del pentimento e dei Collaboratori di Giustizia, si scopre in anticipo un piano per eliminare questo o quel giudice, con tutta la sua scorta

Il caso odierno del rinvenimento in Puglia del tritolo che serviva a far saltare un giudice anti-camorra nel napoletano è prova lampante di questa complicità ed assonanza di comportamenti tra politica e mafia

Ma nel passato fu un eguale rinvenimento in Calabria che era destinato a far saltare un giudice anti-mafia siciliano

Da osservatore esterno, trovo questa identità di comportamenti mafiosi dei politici e dei mafiosi stessi inaccettabile, criminale, criminoso, criminogeno

Da investigatore dilettante individuo ed evidenzio il basilare filo che collega e prova due comportamenti uguali di due soggetti differenti in un unico movente:

isolare e massacrare, moralmente e materialmente giudici e investigatori, uomini di scorta e forze di polizia, renderne difficile se non impossibile e inutile il lavoro quotidiano, impedire di ottenere Giustizia e Sicurezza per i cittadini

Non so se è chiaro:

sto accusando la Politica di usare il medesimo comportamento mafioso usato dalle organizzazioni criminali mafiose verso un medesimo “nemico” che osa indagare politici e/o mafiosi, la magistratura

Ma, attaccare la magistratura così come fa la politica, è o non è un comportamento mafioso ovvero un comportamento non adeguato, responsabile e consequenziale al giuramento di fedeltà allo stato e alle sue istituzioni?

Ora mi spiego meglio perché la politica attacca le mafie solo dal punto di vista associativo e non personale, e mi spiego meglio perché non sia previsto, punito e istituito il reato di comportamento mafioso, comportamento che abbiamo riscontrato essere identico nell’agire politico e nell’agire mafioso

Il titolo di questo post è da brividi ed evidenzia come la Politica, attaccando la Magistratura, la isoli e la renda facile preda della criminalità organizzata, che gongola e ride soddisfatta di questi conflitti

L’attacco alla Magistratura è un attacco allo Stato

Se di deriva autoritaria si parla tanto in questi giorni, questo ne è certamente l’elemento probatorio più pericoloso:

una sorta di alleanza tra politica e mafia nell’isolamento della Magistratura a discapito dello stato, a distruzione dello stato, a tradimento dello stato

E non è detto che la famigerata Trattativa Stato-mafia non passi attraverso la cruna di questo ago, sottile e tagliente, proprio come un’arma che uccide silenziosamente, senza Bang bang e Boom

So che quel che affermo è grave e me ne assumo tutte le responsabilità relative

Io, quell’isolamento lo conosco, l’ho vissuto e lo vivo, l’ho pagato e so quanto sia pericoloso e pesante, so quanto sia difficile l’accesso al mondo del lavoro se ti metti contro “certa politica”

Ma io sono nessuno e non sono lo stato, ne faccio parte, ne sono una parte, non ne incarno poteri e funzioni pubbliche, ma li difendo ogni volta che li vedo aggrediti da quell’isolamento che conosco e respingo

Non so se i politici si rendano conto della gravità e della pericolosità sociale, comunitaria e statale che incarnano quando attaccano direttamente o indirettamente la magistratura, gli investigatori, i metodi e gli strumenti di indagine

Non so se esista una anche probabile alleanza tra mafia e una parte della politica

Quel che so è che, comunque lo vogliate definire, quello evidenziato è un comportamento mafioso

E va punito e contrastato severamente, duramente e sicuramente

Io faccio la mia parte

Se esiste una Politica che si ritiene diversa e differente da quella che adotta questi comportamenti, a questa Politica chiedo:

1) l’integrale approvazione e applicazione del pacchetto anti-mafia Davigo-Gratteri

2) l’istituzione del reato di comportamento mafioso, nella cui fattispecie occorre integrare il reato di corruzione, che è il reato alla base di questo ragionamento, quel reato che indagato dalla Magistratura, fa saltare dalla poltrona politici mafiosi e corrotti ed emergere un comportamento mafioso che risulta identico a quello adottato dalle mafie

Poi, posso morire tranquillo e sereno, convinto di aver lasciato ai miei figli un mondo migliore di quello che ho ricevuto e subito io

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il primato della politica e la giustizia mancata

domenica, 24 aprile 2016

Si manifesta l’insoluto scontro tra poteri in Italia.

La magistratura indaga la politica, la politica attacca la magistratura.

Un cliché, un déjà vu, un comportamento seriale.

Da dove partire per una analisi di questo fenomeno?

Dal suo apparire?

Sì, solo per lo spunto iniziale.

Dal suo agire o non agire?

Sì, per comprendere i motivi per cui la politica agisce o non agisce e la magistratura può agire o non può agire.

Il primato della politica deve essere analizzato scevro delle ideologie o delle letture ideologiche, se si vuol capire cosa è oggi il governo dei popoli e dei territori.

Ecco, abbiamo raggiunto il primo assunto di questa analisi:

politica non è retorica o discorso, politica è governo, mera amministrazione della cosa pubblica e regolamentazione di quella privata.

E qual’è il compito della politica in una democrazia repubblicana?

Governare la spesa pubblica, indirizzare la spesa in un senso o in un altro, erogare servizi alla cittadinanza accessibili, fruibili, efficaci ed efficienti, emanare leggi che regolamentino i comportamenti umani, difendere e tutelare il territorio e il popolo.

Ora, leggendo i giornali e guardando la tv, si rintracciano questi fondamenti della politica?

Abbiamo bisogno di un caso concreto per rispondere alla domanda.

L’ennesimo conflitto tra potere esecutivo e potere giurisdizionale, altrimenti detti potere politico e potere giudiziario, può essere il caso di analisi.

Perché?

Perché è nel conflitto tra poteri costituzionali che si celano i conflitti tra altri poteri, più o meno leciti e/o legali, rappresentabili o temibili.

Perché è un conflitto aperto ed irrisolto, perché la giustizia in Italia non funziona e il rimpallo delle responsabilità tra i poteri in oggetto pone dubbi sui fondamenti e le intenzioni che sorreggono le posizioni in campo.

Questi dubbi vanno sciolti e questa analisi tenterà un procedimento razionale alla comprensione e alla emersione dei motivi che originano questa crisi irrisolta.

Punto Primo

Il primato è della politica:
essa governa, indirizza, legifera, normalizza e regolamenta ogni singolo comparto della pubblica amministrazione, delle funzioni pubbliche, dei poteri pubblici come delimita gli atti umani in atti leciti ed illeciti, legali ed illegali.

Punto Secondo

Il potere giudiziario è potere tra i poteri democratici e costituzionali italiani, autonomo dagli altri poteri e dipendente o indipendente dagli indirizzi politici a seconda dei casi, normalizzato e regolamentato da essi, unico soggetto deputato alla interpretazione e applicazione del diritto oggettivo, di quelle leggi che la politica scrive e impone.

Credo che, posti questi due punti, possiamo passare all’analisi del caso concreto.

La magistratura indaga su presunti comportamenti illeciti di persone vicine a membri del governo (il parlamento va letto in un libro a parte, essendo direttamente rappresentativo del popolo e contenendo un numero incredibile di parlamentari indagati, specchio dei tempi e del popolo che rappresenta) e la politica risponde con attacchi nel metodo (uso o presunto abuso delle intercettazioni e delle indagini) e nelle persone che incarnano il potere giudiziario, una querelle in cui rispunta ciclicamente il fantomatico “partito dei giudici”, qualificando come “politici” i fini delle indagini della magistratura.

Come potete osservare, ad una normale funzione pubblica giudiziaria corrisponde una reazione anormale e conflittuale.

Perché?

Questo accade ogni volta che la magistratura inciampa in soggetti politici o vicini alla politica nel corso delle indagini, sia amministrative che civili e penali.

Quel “ogni volta” rappresenta un elemento di analisi interessante:
manifesta un potenziale e pericoloso diniego da parte della politica di sottoporsi alla legge e alla costituzione, diniego che vorrebbe estendere l’immunità parlamentare a casi di evidente criminalità, organizzata e individuale.

Pochi i casi di accettazione placida ed equilibrata da parte della politica in questi aspetti conseguenti alla normale funzione giudiziaria di indagine e di giudizio, o presunti tali, sino a prova contraria.

Il primo dato che salta agli occhi è proprio questo:

la volontà malcelata da parte di certa parte della politica di porsi al di sopra della legge e della costituzione.

Il caso

In tema di contrasto alla criminalità organizzata (leggi mafia) il premier Renzi affida ad una commissione composta da magistrati, avvocati e docenti universitari il compito di produrre un testo di riforma.

Il primo elemento che salta gli occhi, è la completa mancanza in questa commissione di soggetti provenienti dalle forze di polizia, dai carabinieri, dalla guardia di finanza, dai servizi di intelligence, come se giustizia e sicurezza fossero due facce di due medaglie diverse e non della stessa.

Ricordo a me stesso che i caduti nella guerra tra mafia e stato sono soprattutto magistrati, carabinieri e poliziotti.

Alcuni nomi:

Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici, Carlo Alberto dalla Chiesa, Antonino Cassarà (detto ninni), Beppe Montana.

Il secondo aspetto da rilevare è che questa commissione ha lavorato a titolo gratuito, non oneroso.

La commissione elabora il progetto di riforma della giustizia e lo consegna al committente:

la politica.

Successivamente, il progetto non viene trasformato in un decreto del governo cui imporre la fiducia nel voto parlamentare.

Semplicemente, viene tenuto chiuso in un cassetto.

Tale provvedimento prende il nome di Gratteri, dal suo presidente, Nicola Gratteri

Uno dei dodici componenti della commissione per la riforma della giustizia è Piercamillo Davigo, interprete principale insieme a Matteo Renzi del dissidio nato tra potere politico e potere giudiziario e preso a caso in questa analisi.

Mi sembra che gli elementi di questa analisi razionale aprano una serie di orizzonti, pongano una serie di domande.

Prima Domanda

Perché la politica chiede alla magistratura di produrre un testo di riforma della giustizia che la renda efficace contro le organizzazioni mafiose per poi tenerlo chiuso in un cassetto e decidere di non vararlo?

Seconda Domanda

Il conflitto tra poteri incarnato da Renzi e Davigo ha una relazione, un nesso di causalità (e non di casualità) con la mancata realizzazione della riforma?

Terza Domanda

Quale è il vero indirizzo politico?
A tutela dello stato contro l’anti-stato mafioso?

Quarta Domanda

Perché la politica ha avviato questo conflitto attaccando intercettazioni e magistratura?

Quinta Domanda

Cosa è la trattativa stato-mafia?

Sesta Domanda

Perché l’Associazione Nazionale Magistrati ha eletto come suo presidente Piercamillo Davigo, dopo la produzione della riforma Gratteri e la sua mancata decretazione da parte del governo e legiferazione da parte del parlamento?

Mi fermo qui.

Credo che l’analisi sia sufficiente ad aprire squarci di luce in questo caso di specie come nella analisi di partenza.

Lascio ad ognuno l’elaborazione dell’analisi e il dare risposte alle domande che ho posto.

Una considerazione però la voglio fare.

E la propongo in domande, ancora un volta:

quale valore e significato hanno Michele Emiliano, Antonino Di Matteo e Luigi De Magistris in tutto questo?

Cosa e Chi servono Giorgio Napolitano, Silvio Berlusconi e Matteo Renzi?

E qui, gli squarci e i dubbi diventano realtà.

Ma sono mie considerazioni personali.

Consideratele tali.

Buon ragionamento a tutti.

Gustavo Gesualdo

Uccidere un mafioso non è reato – Pena di Morte per i mafiosi – Parte Seconda

lunedì, 18 marzo 2013

La città della scienza a napoli viene totalmente distrutta dalle fiamme.

La casta della disinformazione e la casta della cattiva politica coprono ancora una volta l’ennesimo evidente attentato terroristico mafioso, l’ennesima sfida dell’anti-stato allo stato.

Proprio quando l’immobilismo politico garantisce spazi di eversione, la mafia italiana spa (mafia siciliana, ‘ndrangheta calabrese, camorra napoletana,sacra corona unita pugliese) lancia l’ennesimo attacco di stampo terroristico, lancia l’ennesima sfida allo stato italiano.

Come possiamo ben comprendere, la forza delle mafie è stata lasciata crescere a dismisura in questa democrazia bloccata, finta e posticcia, fatta di sola apparenza e di alcuna sostanza.

Dopo la stagione delle stragi mafiose, la stagione degli attentati terroristici mafiosi, dopo la stagione delle trattative traditrici delle vili istituzioni dello stato con le mafie, dopo l’attentato terroristico dinanzi ad una scuola a brindisi, attentato in cui cade vittima una innocente ragazza di 16 anni, Melissa Bassi e restano ferite altre ragazze sue coetanee, dopo tutto questo, la mafia alza il tiro e sfida ancora una volta uno stato lento e vile, debole e degradato.

Quella scuola aveva vinto un premio nel tema della Legalità e porta il nome di “Francesca Laura Morvillo Falcone”.

L’impotenza dello stato si legge tutta in questi decenni di fango e di tradimento, di polvere e di malavita impunita,

Ma i mafiosi sono come i cani:

distinguono benissimo la paura in chi gli è di fronte, ed attaccano subdolamente, nei momenti di maggiore assenza (leggi paura) dello stato, della politica, delle istituzioni.

Giovanni Falcone disse che « La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine.».

La fine del fenomeno mafioso quindi, coinciderà con la sua morte fisica, con la morte fisica dei mafiosi.

Se esistesse una classe dominante di vincitori di concorso pubblico e di pubbliche elezioni non asservita alle organizzazioni mafiose, vedremmo, dopo questo vile attentato, una applicazione a tolleranza zero della legge nei confronti dei mafiosi, come vedremmo l’immediata approvazione di una unica legge con tre articoli:

articolo 1

uccidere un mafioso, sia volontariamente che involontariamente, non è reato

articolo 2

il reato di associazione mafiosa è punito con la morte per impiccagione in pubblica piazza

articolo 3

chiunque si renda complice o favorisca in qualunque modo un soggetto mafioso od una organizzazione mafiosa, sia che ne ottenga un utile diretto od indiretto o non ottenga alcun utile, ovvero agisca in sostegno o collaborazione in favore di un mafioso o di una mafia sotto ricatto o minaccia o liberamente, viene punito con la pena di morte a mezzo impiccagione in pubblica piazza.

Pena di morte per il reato (che ancora non c’è) di “comportamento mafioso”.

Non c’è altra strada da questa, non c’è mai stata.

Gustavo Gesualdo
alias Il Cittadino X

Pena di Morte : dalla parte di chi ha subito violenza e morte

martedì, 4 dicembre 2012

Decenni di benessere eccessivo han distrutto ogni orientamento civile, ogni senso della equità e della giustizia, della corrispondenza e della deterrenza.

Oggi in Italia, si ammazza, si uccide violentemente con una ragionevole certezza di evitare la giusta punizione.

Nove anni di reclusione per un uomo che uccise una donna con un pugno in stazione a Roma, poi diminuiti in secondo grado a soli otto anni.

Non è giustizia questa:

quell’assassino uscirà presto, molto presto, pagherà poco e niente per il suo gesto e sarà indotto a reiterare l’omicidio, visto che lo stato non lo punisce affatto per il suo gesto assassino.

E di questi casi border line della legalità, della sicurezza dei cittadini e della giustizia, di reiterazioni innumerevoli di gravi reati che potevano essere impediti, dei rom ubriachi che uccidono al volante di un’auto e poi tornano da uomini liberi ad uccidere ancora ubriachi alla guida di un’auto, di violentatori malpuniti o mai puniti che tornano a violentare ancora donne e bambini, ne sono pieni i tribunali, le pagine dei giornali e le vite assai abusate e violentate dei cittadini italiani, affatto difesi e tutelati da “questo stato”, di fatto e di diritto.

E quale pietà dovremmo consegnare a portatori di morte come gli spacciatori di droghe?

E perché mantenere a vita in un costoso carcere i boss ed i killer della mafia?

Quale etica e quale morale, quale stoffa umana credete abbiano persone che hanno commissionato e realizzato centinaia e centinaia di omicidi, incaprettamenti, ferimenti, atti intimidatori, incendi dolosi, estorsioni, atti di infiltrazione usuraia, ecc, ecc?

Qual’è il principio secondo il quale dovremmo perdonare un pluriomicida, un soggetto mafioso, un elemento socialmente pericoloso come un grosso evasore fiscale ovvero un usuraio o un corrotto?

E visto che la normativa attuale e le punizioni inflitte non fanno altro che garantire uno stato di insicurezza e di ingiustizia fatale al sistema paese, perché dovremmo perdonare e, nella pratica, non punire reati così socialmente, economicamente e politicamente diffusi e pericolosi per la vita stessa dello stato democratico?

Viene il momento in cui occorre difendersi dal mare di violenza gratuita e di sopraffazione da parte delle corporazioni dei corrotti e dei corruttori e da parte delle organizzazioni mafiose.

Giovanni Falcone, eroe italiano dell’Anti-mafia insieme al collega giudice ed amico Paolo Borsellino ed al Generale dell’Arma dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, e grande esperto del fenomeno mafioso, così definì la mafia:

La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine

E come ognuno di noi sa benissimo, la fine di ogni fenomeno umano, di ogni essere umano, di ogni essere vivente, è la morte.

Ed è solo la Pena di Morte per i comportamenti mafiosi e non solo per l’associazione mafiosa, che consegnerà all’Italia un Paese normale, un paese finalmente libero da ogni mafia, che sia interna e/o esterna al corpo dello stato, infiltrata o ricattatrice delle sue istituzioni.

Infatti, proprio in questi giorni, veniamo informati dal Pubblico Ministero Anti-mafia Nino (Antonino) Di Matteo che:

La strage di via D’Amelio fu fatta per proteggere la trattativa dal pericolo che Borsellino, venutone a conoscenza, ne denunciasse pubblicamente l’esistenza”.

La trattativa fra stato e mafia fu invece prefigurata dal Paolo Borsellino:

Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio:
o si fanno la guerra o si mettono d’accordo
“.

Lo stato democratico fondato su di un eccesso di benessere che non c’è più e non tornerà per molto tempo sì è quindi piegato al ricatto mafioso, è sceso a patti, condizioni e trattative con le organizzazioni mafiose, ha svenduto e tradito il popolo sovrano ed il giuramento di fedeltà allo stato, quella fedeltà e quella lealtà che sono costate la vita ai veri servitori dello stato, ai veri eroi italiani:

quelli fatti ammazzare dalle mafie.

Non è possibile ed è inumano ed è incivile che il reato di strage derivante dal disastro ambientale che ha ucciso ed uccide nella campania con la diossina della monnezza napoletana e che ha fatto strage e fa e farà ancora strage e per molto tempo di uomini e donne, bambini ed anziani innocenti, non venga punito con la Pena di Morte:

questo è incivile e desta dubbi atroci di posizionamento dello stato, delle sue istituzioni e dei suoi apparati.

Non è possibile ed inumano ed è incivile che il reato di strage derivante dal disastro ambientale che ha ucciso ed uccide nella città di taranto con la diossina propagata dalla industria ILVA della famiglia Riva e che ha fatto strage e fa e farà ancora strage e per molto tempo di uomini e donne, bambini ed anziani innocenti, non venga punito con la Pena di Morte:

questo è incivile e desta dubbi atroci di posizionamento dello stato, delle sue istituzioni e dei suoi apparati.

E non è possibile vedere costantemente lo stato, i suoi uomini, i suoi apparati, il potere esecutivo, il potere legislativo e la presidenza della repubblica rendersi artefici e carnefici continui e costanti di una prevaricazione del potere giudiziario, come appare molto più che evidente nel caso della “trattativa stato-mafia” e nel caso di annullamento degli effetti delle sentenze della magistratura, come nel caso dell’IVA di Taranto, la cui famiglia Riva sia finanziatrice del Pierluigi Bersani, papabile premier italiano nel prossimo anno.

No, tutto questo non è possibile.

No, tutto questo, va punito duramente ed in modo esemplare.

Occorre urgentemente adottare la Pena di Morte per i seguenti reati di :

pluriomicidio
violenza sessuale
abuso d’ufficio
concussione
corruzione
evasione fiscale
usura
associazione mafiosa
strage
alto tradimento
concorso esterno in associazione mafiosa
comportamento mafioso.

In sub ordine si può solo prevedere l’ergastolo fine vita in regime di carcere duro per chiunque commetta reati grazie alla funzione od al potere pubblico rivestito ed abusato o evada il fisco, lasciando l’adozione della Pena di Morte per tutti i reati mafiosi, di grave pericolosità sociale, usura compresa.

E chi difende “certo garantismo” e “certa moderazione”, è certamente posizionato contro l’interesse del paese e del popolo sovrano.

Simili con i simili:

non c’è più una terza via, e forse, non c’è mai stata.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Paolo Borsellino ucciso per nascondere trattativa stato-mafia

venerdì, 30 novembre 2012
Gli Eroi Italiani Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Gli Eroi Italiani Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Il Generale dell'Arma dei Carabinieri e Prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa

“La strage di via D’Amelio fu fatta per proteggere la trattativa dal pericolo che Borsellino, venutone a conoscenza, ne denunciasse pubblicamente l’esistenza”
PM Antimafia Antonino Di Matteo
27 novembre 2012

Chi ha ucciso i due leali servitori dello stato, i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e chi ha ucciso il Generale dell’Arma dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa?

Chi ha ucciso i cittadini e le cittadine di Taranto, inquinando l’aria, il mare e le vite dei tarantini con la diossina della famiglia Riva?

Chi ha ucciso i cittadini e le cittadine di Napoli, inquinando l’aria, il mare e le vite dei campani con la diossina della camorra?

Lo stato mafioso.

Il Mandante era lo stato mafioso, l’esecutore materiale la mafia italiana.

Temo e penso che la medesima complicità omicida sia alla base dell’assassinio del Presidente dell’ENI Enrico Mattei e del giornalista foggiano Matteo di Mauro.

Io, cittadino X, cittadino qualunque della repubblica italiana, io oggi, chiedo la fucilazione immediata per gli uomini delle istituzioni che hanno responsabilità e complicità, connivenze e omertà in queste scandalose vicende assassine della democrazia italiana e della repubblica italiana.

Si tratta di strage e di alto tradimento, i massimi reati, i peggiori, senzadubbiamente.

Voglio assistere alla loro fucilazione e voglio ridere apertamente prima della loro morte, in loro presenza:

voglio ridere in faccia a loro ed ai loro parenti, voglio godere della loro punizione, voglio godere della loro morte, voglio godere del loro dolore, in pagamento del dolore e della morte che essi hanno inflitto ingiustamente a questo Paese.

Sono solo dei traditori, degli stragisti, dei terroristi e dei mafiosi:

vanno puniti in modo esemplare e pubblico, con una pena dura ed inflessibile.

Questo Paese non sarà mai un paese normale in presenza di codesti traditori, di codesti stragisti della libertà, della legalità e della cittadinanza italiana.

Uccidere un mafioso non è reato, nemmeno se siede nelle poltrone delle più alte cariche dello stato stesso.

Che Dio li perdoni.

Io no.

Questo paese è stato ucciso e avvelenato da chi aveva giurato di difenderlo.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il fenomeno mafioso è un fenomeno umano

martedì, 10 maggio 2011

Notizie più o meno oscurate o non messe nel dovuto rilievo, raccontano di una guerra quotidiana dello stato contro le organizzazioni mafiose.

Sequestri di beni e patrimoni, arresti eccellenti di boss mafiosi latitanti, un continuo tam tam di attacchi sferrati al mondo mafioso.

Il ministro dell’Interno Roberto Maroni organizza, dirige ed opera il più grande contrasto alle organizzazioni mafiose della storia della repubblica italiana.

Ma le mafie sono forti, ed infiltrano ogni potere sminuendo continuamente questa opera, oscurandola, contrastandola.

Le mafie condizionano il voto poplare in molte, troppe regioni italiane.

Ed il condizionamento della libera espressione popolare è il primo passo per il condizionamento e l’infiltrazione del potere politico.

Le mafie non uccidono i politici:

li ricattano o li affiliano, semplicemente, o tutte e due le cose.

Ma il fenomeno mafioso non è un fenomeno immortale, ed essendo un fenomeno umano, è attaccabile e distruggibile.

Diceva appunto il giudicie Giovanni Falcone, che di cose di mafia qualcosa aveva imparato, che il fenomeno mafioso è un fenomeno umano, e come tutte le cose umane, ha un suo inizio ed una sua fine.

La parola fine di ogni fenomeno umano è sicuramente la morte.

Questo lo sapeva bene Falcone e lo sapeva bene anche la mafia:

eliminando fisicamente Falcone e Borsellino, le organizzazioni mafiose sapevano di infliggere una sconfitta pesante allo stato di diritto.

A cosa si riferiva Giovanni Falcone?

Forse che il contrasto alle mafie dovesse essere almeno pari al contrasto opposto dalle mafie allo stato di diritto?

Non so.

Quel che so con certezza e per esperienza è che non sconfiggeremo mai le organizzazioni mafiose se non puniremo il reato di associazione mafiosa con la pena di morte.

Unitevi in questa battaglia, fate uscire allo scoperto gli amici di merende dei mafiosi che si nascondono nelle caste del potere.

Se il popolo sovrano imponesse di punire il reato mafioso con la pena di morte, costringerebbe i mafiosi a reagire, ad uscire allo scoperto, a rivelarsi.

Non c’è altra strada, non c’è mai stata:

Pena di Morte per i mafiosi.

Ergastolo per il reati di concorso esterno in associazione mafiosa, con la esclusione di ogni beneficio di legge, sconto o premio nella punizione e nella detenzione, così come nel regime di “carcere duro”.

O così, o rassegnatevi a subire le mafie per sempre.

E se qualcuno opponesse il diritto alla vita dei mafiosi come un diritto inalienabile, state pur certi che avrete dinanzi a voi un soggetto mafioso.

I mafiosi non vogliono morire e sanno benissimo che l’applicazione della pena di morte nei confronti del reato mafioso, segnerebbe la loro fine definitiva, sia come individui mafiosi, sia come organizzazioni di soggetti mafiosi.

Pena di morte per i mafiosi.

Non c’è altra strada.

Non c’è mai stata.

Gustavo Gesualdo
Il Cittadino X

La guerra alle mafie di Roberto Maroni

venerdì, 11 marzo 2011

Le notizie di continui arresti e dei molteplici sequestri ai danni delle organizzazioni mafiose, si susseguono senza soluzione di continuità negli ultimi anni, in particolare, da quando il Ministero dell’Interno è sotto la guida dell’Onorevole Ministro Roberto Maroni.

Il metodo della “task force” ideato e realizzato dal ministro Maroni per contrastare il fenomeno mafioso, porta risultati sempre più evidenti e significativi nel contrasto alle mafie.

Questo metodo vincente, avviato nel contrasto alle cosche mafiose camorristiche, è stato esportato anche nelle altre regioni meridionali, con risultati che convincono ogni giorno di più, anche nei confronti di quelle mafie che, come la ‘ndrangheta calabrese, sono sempre risultate poco permeabili all’aggressione dello stato.

Il tentativo costante di infiltrazione delle mafie nel nord del paese, vive in questi ultimi tempi un contrasto sempre più attento e preciso, con interventi determinanti del ministero dell’interno, volti a impedire l’aggressione ed il legame che le cosche mafiose tentano quotidianamente al ricco piatto della pubblica amministrazione a livello locale, di cui gli scioglimenti di consigli comunali sospettati di essere infettati e/o aggrediti dalle mafie, appaiono come la dimostrazione provata di un livello di attenzione altissimo da parte del Viminale nei confronti di questi pericolosi fenomeni cancerogeni del sistema democratico.

L’assetto organizzativo di questa task force, prevede una equilibrata e sapiente interazione fra le forze di polizia italiane, collegate direttamente con l’azione dei magistrati inquirenti, in modo da non offrire alle mafie, alcuno spazio di movimento avverso l’azione anti-mafia dello stato.

Una formula semplice quanto vincente.

Resta muta però, la risposta sul perchè un metodo simile non si sia verificato prima in questo paese, consentendo alle organizzazioni mafiose di estendersi a piacimento in lungo ed in largo, sia geograficamente che per settori della pubblica amministrazione e degli appalti pubblici.

Eppure, stranamente, voci ben rintracciabili, si sollevano a criticare tale operato eccezionale, eccependo che, l’infiltrazione mafiosa nelle regioni del nord, quasi, quasi, sarebbe addirittura responsabilità di chi questo cancro, lo sta combattendo con risultati tangibili mai raggiunti prima.

In queste eccezioni e critiche, si legge un taglio errato della interpretazione di una azione politica, laddove l’opposizione ad un movimento politico della maggioranza di governo, approfitta di qualunque appiglio, anche inesistente, per lanciare l’arrembaggio all’esecutivo.

E questa, è l’ipotesi meno pericolosa.

L’altra ipotesi, correla il fatto che, i partiti politici, di tutte le opposizioni che criticano maggiormente l’azione del ministro leghista Roberto Maroni, affondano le radici del proprio consenso elettorale proprio in quelle regioni laddove le mafie hanno ben dimostrato di saper e poter condizionare il voto elettorale ed indirizzare il consenso popolare, laddove il movimento politico della Lega Nord invece, non raccoglie nemmeno un voto.

Questa seconda ipotesi raggela il sangue nelle vene, poichè offre immediatamente una motivazione negativa negli attacchi al responsabile del Viminale, il ministro Maroni.

Motivazioni che correlano un ipotetico “interesse condiviso” fra opposizioni politiche e organizzazioni mafiose nel porre contrasto alla pregevole azione del Viminale.

Dubbi atroci avanzano in tal senso, dubbi che pongono domande pesanti sui motivi che spingono ad una azione politica che tende a debilitare l’azione di governo in fatto di ripristino della sicurezza e di recupero della legalità nel meridione.

Inoltre, il fatto che, ad ogni nuova notizia negativa di infiltrazione mafiosa in una regione del nord che venga scoperta e contrastata dalle forze di polizia e dalla magistratura inquirente, corrisponda una specie di “urlo festoso e felice” da parte proprio di quegli esponenti politici, di quegli organi di informazione e di quell’establishment che corrisponde esattamente alla opposizione politica italiana, lascia interdetti, feriti e sorpresi:

sembra quasi “un coro da stadio” a sostegno della espansione mafiosa, “un grido di gioia” affatto nascosto, ma anzi, urlato e reiterato ad ogni nuova azione di contrasto dello stato contro l’anti-stato delle mafie nel nord, quasi che, la presenza nel territorio del nord delle mafie, sia assimilabile ad una singolare quanto oltraggiosa “vittoria politica”.

Incredibili sono le proiezioni che derivano dalla presa di coscienza di tale infamia umana e politica.

Impossibili sono i percorsi mentali cui costringono tali allucinanti prese di posizione di certa politica perdente e suicida, in specie se guardate nell’ottica delle prossime elezioni amministrative che coinvolgono enti locali come quello del comune di Napoli, territorio nel quale si misurano in cinquanta (50) le cosche camorristiche presenti, città nella quale, pesanti dubbi di interferenza e di ingerenza camorristica sono stati rilevati e denunciati proprio in quelle “elezioni primarie interne” al principale partito di opposizione italiano.

Tali e profonde le riflessioni che pone questo ipotetico comportamento vile e traditore, fanno pensare che, in effetti, in questo paese, sembra proprio che talune forze politiche abbiano stretto un patto d’acciaio con il demonio.

Ma questo patto d’acciaio non corrisponde a quello sottoscritto con il sangue e con il fuoco fra Umberto Bossi e Silvio Berlusconi.

Anzi, sembra proprio opposto a questo, di opposizione a questo, appunto.

Ora sembra un po’ più chiaro chi è il demonio in questo paese e chi sono coloro che ne sorreggono le sorti maligne.

Ricordatevene quando entrerete in una urna elettorale, se avete a cuore il futuro di questo paese.

Ricordate sempre che, il Federalismo è antitetico alle organizzazioni mafiose.

E che le organizzazioni mafiose hanno sempre mirato all’isolamento politico ed istituzionale di quei personaggi che attentavano alla loro unità ed alla loro sopravvivenza.

Così come in questa solitudine, purtroppo, sono caduti il generale dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa ed i giudici Falcone e Borsellino, così come son caduti tutti i martiri ammazzati dai colpi criminali delle mafie coperti da un silenzio incivile ed omertoso ovvero da un cointeressato anche se non associato “pissi pissi” complice e favorevole.

Così come appare profondamente ingiusto il tentativo di isolamento dell’azione di quei poliziotti, di quei carabinieri, di quei finanzieri e di quella magistratura che, nel contrasto quotidiano e pericoloso alle mafie, impegnano ben più che la loro vita.

Questi invece vanno unitariamente e comunitariamente sostenuti, così come va sostenuta l’azione del governo e del Viminale in questa lotta mortale.

Messaggio non subliminale.

Scherzate pure con i santi, ma lasciate in pace i fanti:

la Fanteria d’Assalto dell’Anti-Mafia.

Non commettiamo di nuovo l’errore commesso nel passato, di tradire chi ci difende e/o di offendere chi presta servizio per assicurare maggiore sicurezza e legalità.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X