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Roberto Maroni, Giulio Tremonti: Capitani Coraggiosi

martedì, 28 giugno 2011

Il governo naviga in acque agitate ormai da più di un anno, vedendo sollecitare la propria maggioranza di governo dai tradimenti politici, dalle indecenze personali elevate a virtù pubbliche, dagli scandali politici elevati al ruolo di battaglie politiche, dai molteplici aspetti che narrano quotidianamente di una corruzione straripante, sia morale che materiale.

Sulla questione della corruzione umana, vorrei aprire una doverosa parentesi, non essendo io un magistrato e non essendo questo blog un’aula di tribunale:

la differenza fra corruzione morale e corruzione materiale per il sottoscritto non esiste nella realtà dei capitani coraggiosi, poiché ambedue traggono origine dalla debolezza e dalla viltà umana e morale elevata a testimonianza umana, cristiana e politica.

Quindi, quando mi lancio in accuse di corruzione, non richiedete le prove provate di tale corruzione, poiché potrei offrirvi solo la dimostrazione che è l’assenza del coraggio di vivere dignitosamente la vera madre di tutte le corruzioni
.

E questo detto, senza alcun dubbio e senza alcun timore di poter essere smentito.

Colui il quale è corrotto e corruttore vive sempre nella penombra della vita, senza mai esporsi troppo ovvero senza mai porre rimedio veramente alle ingiustizie, ma richiamandole ogni volta che gli è comodo e confacente farlo.

Un corrotto non avrà mai il l’ardire dei Capitani Coraggiosi, non minaccerà mai le dimissioni dalla sua sfera di potere per una causa comune e/o ideale, non avrà mai l’audacia dell’esporsi all’attacco degli sleali e degli scorretti, e soprattutto, non avrà mai la dignità di un uomo che lotta con passione per l’amore, quel bene infinito che solo da, e mai riceve.

Un corrotto potrà mostrarsi al massimo arrogante, mai audace, potrà apparire potente, mai forte, potrà sembrare intoccabile, ma è toccabile.

Un corrotto è ricattabile, acquistabile, vendibile, spendibile, rivendibile, affiliabile.

Un uomo coraggioso no, non è acquistabile ne ricattabile:

egli può anche minacciare di abbandonare la poltroncina del potere sulla quale è scomodamente seduto, a dimostrazione del fatto che il proprio interesse non è arricchirsi nel potere a danno del popolo, ma è arricchire il potere nell’interesse esclusivo del popolo.

Ed è la storia dei Capitani Coraggiosi, questa, la storia eterna di uomini che navigano contro corrente, quando la corrente spinge nella direzione sbagliata, ovvero quando la corrente è tumultuosa ed imperiosa, tanto da rischiare il naufragio della nave.

I Capitani Coraggiosi sono uomini da sempre incompresi dai propri simili, ma sentiti simili e condivisi in toto dal popolo.

I capitani coraggiosi sono quegli uomini e quelle donne che scrivono intere pagine dei libri di storia, anche involontariamente, poiché è l’istinto che li guida nella battaglia per la vita e non esclusivamente l’interesse.

E sono sempre i Capitani Coraggiosi che sanno prendere in prima persona decisioni a prima vista impopolari, poiché certi che il popolo alla fine li comprenderà e li condividerà, riconoscendosi in essi.

I Capitani Coraggiosi non hanno bisogno di farsi una banca o un giornale o una televisione per esistere o per affermare la loro forza:

essi sono coraggiosi indipendentemente da tutto questo, anzi, contrariamente a tutto questo, fermamente convinti di avere ragione, tirando dritto quando gli altri tentennano, scuotendo l’albero quando i frutti son maturi per cadere, lavorando incessantemente per il raggiungimento di mete ideali che sì, possono portare anche benessere e privilegi, ma nella certezza che tali Capitani Coraggiosi, non ne abuseranno.

Per meglio chiarire questa posizione, offro un parametro di misura che garantisce la politica dagli eccessi e dalle deviazioni:

in politica, secondo me, non bisogna agire nell’esclusivo interesse di un ideale, poiché il rischio di diventare dei terroristi assassini è molto alto, se nell’affermare le proprie idee, si potrebbe tranquillamente passare sui cadaveri delle persone che sorreggono idee differenti e contrarie dalle proprie, come è altresì un errore, l’agire politico dettato dal solo interesse personale, poiché il rischio di diventare dei subdoli faccendieri mascalzoni e farabutti, criminali e criminogeni, è in questa visione altissimo, quasi certo.

Come si può ben vedere, in tutti e due i casi sopra esposti, si rischia un agire politico che spalanchi le porte di un carcere:

per una infinita avidità mai contemperata dall’ideale ovvero per un ideale mai contemperato dal rispetto delle idee altrui.

Nell’agire politico, debbono coesistere entrambe le condizioni, dell’interesse personale e dell’idealismo incarnato, per evitare il rischio delle degenerazioni che la nostra storia politica racconta con sempre maggiore evidenza.

Alla unica condizione che, l’interesse personale, sia mosso da una sana competizione umana e politica e non da un insano e malato egoismo e materialismo.

Questa è per me, e da sempre, l’unica via della politica con la P maiuscola, senza successive numerazioni degenerative del 2 del 3 e del 4 e senza sigle terrificanti del brigatismo terrorista dalle variabili colorazioni che vanno dal rosso al nero.

Troppo del nostro tempo e troppa della nostra storia si sono macchiati di questi insulti umani e politici, propagandati come ricerca della giustizia sociale o dell’arricchimento corporativo e personale al mero scopo di far prevalere le proprie idee con la violenza, od anche solamente, con la propria forza economica e finanziaria.

E’ venuto il tempo di sganciarsi da questi archeotipi selvaggi e rozzi, arretrati ed incivili.

E’ venuto il tempo per questo popolo e per questa terra, di divenire adulto ed emancipato, democratico e civile.

Non nei meri termini, ma nella sostanza, nel concreto quotidiano di una popolazione adulta e matura, e di una politica che ne rappresenti degnamente questa maturazione ed evoluzione positiva.

Questo è il tempo del fare contemperato da sano idealismo e da sane ambizioni personali.

Questo è il tempo in cui, l’insanità mentale e morale deve essere debellata, sconfitta, reclusa.

Questo è il tempo delle scelte e del coraggio.

Questo è il tempo di proporre la forza delle idee e le ragioni del cuore.

Questo, è il tempo dei Capitani Coraggiosi.

Forza e Onore capitano, forza e onore o mio capitano!

E venga quel che venga:

il coraggio, non ha paura del domani.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

La lotta politica: “il nemico” come un obiettivo del malcontento

venerdì, 1 ottobre 2010
Professor Marco Biagi

Professor Marco Biagi

Biagi: cronaca di una morte annunciata dalla lotta di classe

Il tragico avvenimento della morte crudele inflitta al Prof. Marco Biagi resta nella mente di ognuno di noi come un fatto incomprensibile oltre che inutile.

La morte di un uomo, chiunque egli sia è sempre un fatto che provoca riflessioni anche molto penose. Se poi, tale evento è stato provocato dalla mano di un altro uomo, ecco la disperazione impossessarsi delle nostre menti. Ma perché, per cosa o per chi è morto il Prof. Marco Biagi? Vediamo di capire cosa è avvenuto, partendo dall?analisi dei fatti. Ideologicamente il Prof. Biagi poteva essere definito un socialista, molto vicino ai sindacati italiani, consulente per la materia che gli competeva – riforma del mondo del lavoro – di governi del centro-sinistra come nel caso del governo D’Alema. Sin qui tutto normale, Biagi non subisce minacce, nessuno palesa di volerlo assassinare. Sta di fatto che la riforma del mondo del lavoro, il governo D’Alema non la realizza più, e nemmeno la realizzerà il successivo governo a guida Amato che non nominerà Biagi fra i suoi consulenti, né lo riconfermerà come rappresentate in materia di giurisprudenza del lavoro del suo governo in seno alle istituzioni europee. Biagi è sicuramente amareggiato, ma non è ancora in pericolo, a quanto ci è dato di sapere. Il successivo governo Berlusconi, seriamente intenzionato a riformare il mondo del lavoro per adeguarlo a quello degli altri paesi europei, realizza una proposta di riforma del sistema per accentuarne la flessibilità e favorire l’emersione del lavoro nero e la creazione di nuove offerte, soprattutto per coloro i quali sono tagliati fuori dal sistema vigente: i giovani. Tale governo recupera la figura tecnica del Prof. Biagi (evidentemente era proprio il migliore nel suo campo) ed a lui affida la consulenza che lo porterà a concorrere da protagonista alla scrittura del famoso Libro Bianco sul lavoro, base di idee della riforma.

Qualcosa comincia a cambiare: Biagi stesso denuncia un clima diverso nei suoi confronti. Ma da parte di chi? I sindacati, soprattutto. Lo trattano come un traditore confiderà egli stesso. Contemporaneamente iniziano le minacce di morte provenienti, si presume, delle stesse persone che poi lo uccideranno. Ecco apparire il primo segnale negativo nei suoi confronti. I sindacalisti sono in riflessione: Biagi è preparato, potrebbe avere ragione, le sue teorie potrebbero davvero produrre una evoluzione positiva nel mondo del lavoro in Italia, loro più di chiunque altro lo sanno bene, ma non lo condividono, ne hanno paura, sono terrorizzati, spiazzati. Di conseguenza lo isolano, lo allontanano, lo lasciano in disparte. Nella loro reazione si legge la nuova proiezione del Professor Marco Biagi: un formidabile avversario, un abile nemico, un traditore. I toni nella trattativa sulla riforma del lavoro si alzano ancora, si impennano all’inverosimile, l’atmosfera si scalda, le questioni poste al centro della trattativa, divengono improvvisamente ?irrinunciabili questioni di principio? e le questioni di principio non si toccano. Si inculca così nella mente dei cittadini l’assioma che se venissero modificati quei principii, pericoli gravissimi colpirebbero la serenità dei lavoratori, delle loro famiglie, dei loro figli e del loro futuro. I sindacati tentennano, temono di perdere il controllo sindacale e politico della base, temono la completa debacle del mondo sindacale così come è stato concepito sino ad ora, se la riforma proposta dal governo ed ideata dal Professor Biagi dovesse andare in porto. In parte è vero, ma a rimetterci di più non sarebbero i lavoratori, i pensionati o i giovani in attesa di un lavoro, ma probabilmente sarebbero proprio loro: i sindacalisti. Sarebbe l?addio ad un mondo fatto di un enorme ed arbitrario potere politico. Sarebbe l?addio alla possibilità di fare politica senza esserne tenuti a pagare i relativi costi, a cominciare da quelli elettorali, così come invece fanno altri sindacati europei, meno ideologizzati, più avanzati ed evoluti. La loro reazione scomposta ed irrazionale è comprensibile, non giustificabile. Meno, molto meno, si comprendono il terrorismo di massa nei confronti dei lavoratori ed il ricorso alle manifestazioni di piazza per opporre la forza dei numeri (spaventati ed atterriti), al concetto democratico della rappresentanza. Moralmente, il primo colpo al Prof. Biagi lo hanno sparato loro.

Quando un uomo viene lasciato solo è in quel momento che corre dei pericoli, e loro, hanno isolato Biagi, indicandolo involontariamente come un simbolo del nemico da abbattere. Ma essi hanno dei complici morali, complici per omissione. Le forze politiche del centro-sinistra, snaturate politicamente, impegnate in uno sforzo rinnovatore potente, dilaniate al loro interno dalle continue sconfitte elettorali, sono ormai allo sfascio. Unico punto fermo nelle vicinanze: i sindacati. La CGIL principalmente, il cui capo, viene visto come l;unica valida alternativa alla fallimentare leadership del centro-sinistra. Ebbene queste forze politiche tacciono complici e contribuiscono all?isolamento politico, morale ed umano del Professor Biagi, vittime della loro debolezza, si piegano all?azione ed al volere dell’unico uomo che garantisce loro un forte consenso fra la gente: il leader della CGIL. Tutto questo a patto, che i sindacalisti conservino lo stato delle cose nel mondo del lavoro, così come è, senza riforme, altrimenti è la fine per loro, per tutti loro, Ed allora bisogna attrarre l’attenzione della gente, alzare i toni, provocare l’avversario e sperare in una sua reazione scomposta, bisogna inasprire il dialogo sino a quando il dialogo stesso sarà divenuto impossibile e poi? E poi tutti giù in piazza a rafforzare il concetto pericolosamente qualunquista e populista che la gente siamo noi e che nessuno si può mettere contro la gente, neanche la democrazia rappresentativa. È il secondo colpo di pistola. Dopo aver indicato l’obbiettivo hanno provveduto ad esasperare il clima politico sino a farlo divenire incandescente, rifiutando il dialogo ad arte, provocando una profonda reazione fra la gente. Il disegno è completo. Non volevano causare certamente quello che poi è accaduto, ma hanno contribuito moralmente alla creazione di un clima malsano ed inumano che si è scaricato poi sulla riforma e sul suo principale autore: il Professor Biagi. È bene ricordare che ad assassinare il Professor Marco Biagi non sono state le Brigate Nere del Partito Fascista Combattente, bensì le Brigate Rosse del Partito Comunista Combattente, le quali sono responsabili anche dell’assassinio di Moro, Ruffilli, Tarantelli e D’Antona e del ferimento di Giugni, padre dello Statuto dei Lavoratori.

Questi uomini sono stati colpiti quando si è tentato di riformare la politica ed il mondo del lavoro in Italia. I sindacalisti ed i politici del centro-sinistra tutto questo lo sapevano bene, ma hanno comunque isolato Biagi. Essi, lo hanno indicato come capro espiatorio per tutti i loro mali a quelle persone con le quali condividono involontariamente i simboli, i colori e le definizioni politiche, ma che al contrario di loro, sono dei terroristi assassini. La bandiera rossa e la definizione di comunista sono caratterizzazioni delle ideologie contigue e condivise dal nucleo storico delle forze politiche della sinistra italiana e dal sindacato della CGIL. Anche le Brigate Rosse condividono tali simboli e definizioni e questo avviene, sin da prima che l?ideologia comunista fosse sconfitta ed espulsa dalla storia dell’umanità.

Distratti dal loro grave momento storico-politico, gli uomini della sinistra italiana hanno dimenticato di stare in guardia, hanno dimenticato che il cancro che li aveva colpiti una volta era sì vinto, ma non eliminato. Essi non hanno responsabilità dirette, essi sono il bene, il cancro è il male, ma vi è una questione morale che non va sottovalutata e/o dimenticata. Non è mia intenzione indicare le forze politiche del centro-sinistra ed il sindacato della CGIL, anche solo come mandanti morali dell?omicidio Biagi. Questo è escluso. Non condivido le loro ideologie né le loro strategie politiche, ma li rispetto per quello che sono: rappresentanti di una parte del popolo italiano e di parte della categoria dei lavoratori. Quello che non è possibile perdonare loro per me, è l’assoluta disinvoltura con la quale dimenticano chi sono e da dove vengono, le ideologie che rappresentano e soprattutto, l’assenza totale nei fatti, di risposte concrete all’assassinio di un italiano ucciso nel tentativo di migliorare la qualità della vita di tutti, anche della loro. Voglio ricordare che le idee portate innanzi dal Professor Biagi non appartenevano alla categoria delle ideologie bensì appartenevano alla categoria delle scienze e delle tecniche umane, frutto di anni di studio e di sacrificio ad esclusivo indirizzo del miglioramento generale delle condizioni di vita di questo, che è anche il loro paese. Ma essi, non potendo rispondere con la medesima categoria tecnico-scientifica e contrastare la riforma del lavoro con una valida contro-proposta, hanno ideologizzato una trattativa che di ideologico non aveva proprio un bel nulla, provocando in questo modo il risveglio di chi, delle ideologie folli, ha fatto una bandiera ed un motivo di vita, sino ad arrivare alla stupida convinzione che, uccidere un uomo per una idea è lecito. Dio li perdoni perché essi non sanno quello che fanno. Ma vi erano altri uomini che avrebbero dovuto sapere ciò che facevano, perché anche solo con l’omissione di atti, fatti e parole, si determina un disegno politico. Questi uomini, chi li perdonerà? Eppure, essi continueranno su questa strada, vedrete. La loro strategia politica è semplice e banale, oltre che pericolosa: rovesciare un governo democraticamente eletto, esasperando sino al parossismo il malessere vissuto dai cittadini italiani in questo momento di cambiamenti socio-economici globali. Le contestazioni di piazza apparentemente sindacali e/o movimentiste, si traducono effettivamente in manifestazioni politiche di tipo qualunquista e populista a deriva social-popolare. Il loro obiettivo è spaccare la società italiana, la convivenza civile, in virtù di una visione ideologica vetero-comunista della contrapposizione aspra e violenta delle parti sociali.

La lotta di classe. Lo hanno già fatto e ci riproveranno, costi quel che costi.

Morti ammazzati compresi.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Scritto di getto nella immediatezza della morte del prof. Biagi.

http://xcitizen.blog.kataweb.it/il_cittadino_x/2007/06/04/biagi-cronaca-di-una-morte-annunciata-dalla-lotta-di-classe/