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La Lega Nord di Roberto Maroni

mercoledì, 11 aprile 2012

Sono sempre stato e resto posizionato contro ogni forma di illegalità e sono andato via dalla lega l’anno scorso, quando era ormai chiaro che i conti non tornavano tutti.

Ma non per questo rinnego la innegabile valenza politica leghista, che è e resta molto al di sopra della media partitocratica idagliana, che sta nella maggioranza del governo Monti perché non vuol perdere voti e faccia, ma continua a gambizzare ogni riforma ed ogni liberalizzazione del governo Monti, sia ben chiaro questo.

La Lega di Roberto Maroni è e resta una delle poche isole felici del panorama politico italiano insieme al movimento 5 stelle di Beppe Grillo e alla IDV di Antonio Di Pietro, non necessariamente nell’ordine espresso.

La irrisolta (ormai da secoli) questione meridionale resta il più grave conflitto sociale, civile, comunitario, economico, finanziario, amministrativo e pubblico-privato italiano.

Gli “accessori politici” della Lega riguardo l’immigrazione, il federalismo, la diminuzione dei costi e dei lacci della politica e l’inefficienza e l’inefficacia amministrativa della macchina-stato pubblico-roma ladrona restano tutte battaglie di grande interesse popolare.

Sono le deviazioni e le degenerazioni degli ultimi anni che vanno punite e perseguite.

Ma nulla, ripeto, nulla dell’impianto politico leghista è da smantellare, poiché molto sentito e condiviso dalle popolazioni del nord, nonostante tutto.

Non esiste infatti in italia altro corrispettivo fra un partito o movimento politico ed un popolo ed un territorio come quello che esiste fra la lega nord ed il nord, tanto da far coniare il termine di “politica territoriale”.

Roberto Maroni sta vincendo la sua battaglia per la legalità condotta all’interno della Lega Nord solo grazie al seguito umano, politico e morale che egli riscuote nel popolo del nord e non solo del nord.

Mai un avvicendamento al vertice di un movimento politico italiano si è adempiuto in assenza di prassi e metodi politici consolidati nella storia della partitocrazia italiana.

Niente strani finanziamenti, niente strani acquisti di pacchetti di tessere intestate a sottoscrittori di elenchi telefoni, niente sotterfugi:

solo pura lotta politica.

In nessun altro partito italiano un uomo politico avrebbe potuto fare pulizia come ha fatto Roberto Maroni nella Lega, con il solo seguito politico morale, e umano di cui dispone.

Un esempio che dovrebbe essere seguito in tutti i partiti politici italiani.

Partiti che hanno solo un popolo di iscritti fatto di tessere e di claque.

L’insegnamento non raccolto dalla partitocrazia nella esperienza leghista, è che dietro ad ogni tessera, vi sono un uomo o una donna, e niente altro.

Ed il criterio vincente di selezione della dirigenza leghista sta proprio in quel popolo di uomini e di donne, e non nel finanziatore più o meno occulto.

Ecco, queste precisazioni erano per me doverose, nei confronti di quelle persone con cui ho condiviso battaglie importanti nella mia vita.

Diamo quindi il benvenuto alla nuova Lega, alla Lega di Roberto Maroni.

Che Dio e gli uomini possano garantire lunga vita a uomini come Roberto Maroni.

In qualunque schieramento politico siano e sotto qualsiasi vessillo essi militino.

Pulizia, pulizia, pulizia.

Legalità, legalità, legalità.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Salve a te, Vecchio Uomo – Hail to you, Old Man – Heil dir, alter Mann

giovedì, 5 aprile 2012

Un tributo per un vecchio uomo.

Un giorno saremo tutti dei vecchi uomini.

Un giorno faremo tutti scelte da vecchi uomini stanchi.

Io non penso per me.

Ma, mai dire mai.

Per chi non è me.

Addio, vecchio uomo.

Salve a te, Vecchio Uomo.

Hail to you, Old Man.

Heil dir, alter Mann.

“Vecchio uomo guarda la mia vita

assomiglio molto a ciò che eri

vecchio uomo guarda la mia vita

assomiglio molto a come eri tu”.

Neil Young, Old man – 3:22
Album: Harvest (1972)

La restaurazione conservativa della repubblica burocratica italiana

sabato, 12 novembre 2011

Il potere pubblico in Italia, è stato a lungo abusato in favore delle caste mafiose e delle corporazioni dell’abuso continuato ed aggravato del (pre)potere pubblico.

Ogni tentativo di spezzare la catena di autoreferenzialità delle caste (politica e burocratica) e delle corporazioni (delle professioni, del lavoro, dell’economia in appalto pubblico, etc) e degli apparati pubblici deviati, ha provocato una forte reazione nel paese.

Ogni tentativo di interrompere il prepotere pubblico della casta politica e burocratica è naufragato miseramente (Devolution 2006 e Riforma Fiscale Federalista 2011).

Il rincorrersi di voci insistenti nei recenti anni di patti e contratti stipulati fra lo stato e l’anti-stato mafioso, aprono scenari pericolosi di colpi di coda reazionari del sistema del potere pubblico deviato, nella prospettiva che le organizzazioni mafiose detengano un potere di condizionamento della politica in Italia molto elevato, in virtù del condizionamento del consenso elettorale in molte regioni italiane, specie in quelle meridionali.

Non possiamo e non dobbiamo dimenticare che la prima azienda per fatturato nel patologico sistema economico italiano risulta essere l’organizzazione mafiosa della ‘ndrangheta.

Ma non si può nemmeno sottovalutare un potenziale abuso del potere pubblico da parte di quelle consorterie che impediscono di fatto ogni liberalizzazione ed ogni riforma strutturale del paese.

Una vera e propria reazione a catena, un organizzato attacco fatto di stillicidi personali, di modulazione della tolleranza nella applicazione della legge (non dimentichiamo che le funzioni pubbliche ed i poteri pubblici sono incarnate da corporazioni e caste che li esercitano da sempre, da vere e proprie baronie corporative), di inflessibilità nella tolleranza, di mancate vigilanze, di inosservate tutele.

Chiunque chieda più libertà, chiunque si esponga pubblicamente al cambiamento vero (non quello delle chiacchiere, ma quello più pericoloso per le caste; un cambiamento vero, autentico e realizzato, che impedirebbe la cooptazione, la baronia, il nepotismo, la familiarità e la mafiosità nelle scelte fondamentali della vita pubblica:
decidere a chi affidare potere pubblico e/o funzioni pubbliche a mezzo concorso e a chi indirizzare ricchezze enormi e potere pubblico attraverso l’affidamento di appalti pubblici),
chiunque chieda il riconoscimento del merito nella società e nel lavoro, come nella Pubblica Amministrazione
rischia come minimo di vedersi garantita una applicazione della legge a tolleranza zero,
se non un vero e proprio mobbing del potere pubblico deviato e deviante le finalità pubbliche e sociali, le libertà irrinunciabili e fondamentali della persona umana.

E non c’è molto da sperare nel controllo della informazione su eventuali abusi o veri e propri attacchi da parte del prepotere pubblico abusato,
poiché in Italia, il mondo dell’informazione è esso stesso casta corporativa, cui si accede esclusivamente per concorso pubblico.

Una realtà devastante e destabilizzante di ogni cambiamento positivo, di ogni mutamento dello status quo di chi detiene un pezzettino sia pur piccolo di potere pubblico e ne abusa per difendere il suo status corporativo, la sua posizione sociale, la continuità nel tempo dell’accesso per i suoi familiari ed affini al potere pubblico.

Una realtà grave e seria, una realtà che non può non essere presa in considerazione e prevenuta, almeno negli aspetti deteriori e del danno causato ingiustamente:

le preoccupazioni e le ingiustizie subite possono uccidere, esattamente come può farlo un attentato mafioso o terroristico.

Il momento storico attuale italiano può essere equiparato al momento storico della fine del comunismo reale in Unione Sovietica, avviato dalla Perestrojka (ricostruzione) e dalla Glasnost’ (trasparenza) intraprese da Mikhail Gorbačëv (Mikhail Gorbaciov) nella estate del 1987, iniziate, ma guarda un po il caso, allo scopo di ristrutturare l’economia nazionale.

Entrambe le ristrutturazioni russe ebbero vita breve, contrastate aspramente dalle oligarchie interne al passato, ma non deceduto, sistema pubblico-massimalista sovietico, oligarchie burocratiche che detenevano effettivamente il potere pubblico, oligarchie che, dopo la caduta della oligarchia politica, presero il sopravvento sino a portare alle massime cariche russe gli apici del potere pubblico, come nel caso di Vladimir Vladimirovič Putin, dirigente dei servizi segreti russi, il famigerato KGB.

Come vedete, nell’analisi suindicata, nessuna ristrutturazione politica può vincere in un sistema profondamente segnato dal potere immutato delle oligarchie burocratiche, che usano od abusano del potere pubblico prima, durante e dopo ogni mutamento riformista, condizionandone l’evoluzione o bloccandone la riuscita.

Ed è un momento molto simile a quello descritto, quello vissuto nei tempi odierni dall’Italia che tenta di cambiare se stessa.

Ed i pericoli che si affacciano al cambiamento italiano e a chi lo incarna, chi lo favorisce, chi lo invoca, possono essere non molto differenti dai pericoli che si sono vissuti e si vivono tutt’ora in un paese enormemente ricco come la Russia, ma governato da oligarchie burocratiche sopraffattrici di ogni libertà.

Attenzione a ciò che potrà avvenire in Italia nei prossimi tempi:

terrorismo politico, atti di intimidazione, pressioni illecite, subdoli esercizi del potere pubblico e del suo grado di tolleranza.

Chiunque tenti l’ormai irreversibile processo di aggiornamento e di adeguamento della Pubblica Amministrazione, delle sue funzioni e dei suoi illimitati poteri, deve mettere in conto una reazione “burocratica”.

I maggiori ostacoli al processo di ristrutturazione, di liberalizzazione, di mutamento e di cambiamento positivo del paese reale, sono sempre i medesimi:

la casta politica, la casta burocratica, le corporazioni del potere pubblico e le organizzazioni mafiose.

Questo è il nemico dell’Italia e degli italiani, oggi, come ieri.

Questo è l’elemento che tenterà di destabilizzare e di fermare ogni mutamento dello status quo corporativo.

Da questa corte di prepotenti, verranno gli attacchi subdoli, vili e vigliacchi ai giusti che combattono per la libertà.

Che vengano:

li stiamo aspettando.

Oggi come ieri.

Nella seconda come nella prima repubblica burocratica italiana.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Politici: ora basta

domenica, 2 ottobre 2011

La casta politica italiana è andata oltre ogni limite.

Accuse di corruzione morale e materiale piovono ovunque ed ora giungono prese di posizione importanti anche dagli industriali italiani, sia nella loro massima espressione sindacale, la Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, sia nella recente esternazione a pagamento di Diego Della Valle, proprietario della Tod’S e dei marchi Hogan e Fay, sia nei ripetuti inviti al sostegno alla economia da parte dell’AD Fiat Sergio Marchionne.

L’economia italiana si muove intera contro la casta politica italiana.

E non lo fa un presidente qualsiasi di Confindustria, ma lo fa Emma Marcegaglia, protagonista di una innovativa politica industriale ad escludendum dei mafiosi.

E non lo fa un industriale qualsiasi, ma lo fanno i rappresentanti dei migliori marchi italiani.

Il fatto poi che sia trasversale agli schieramenti politici un comune sentimento di disprezzo nei confronti delle esternazioni degli industriali italiani, racconta bene come non vi siano più caste politiche, ma una sola, omertosa e complice, posta a difesa del proprio status quo, indifferente ed anzi, insofferente alle proteste della economia come delle famiglie, delle aziende e del popolo sovrano dei cittadini italiani.

Inoltre, il vile attacco portato nei confronti di Emma Marcegaglia da parte di certa informazione televisiva che fu ed è oggetto di profondi dubbi relativi al conflitto di interessi fra il Berlusconi-imprenditore della informazione e il Berlusconi-premier e governatore della informazione pubblica, fa comprendere meglio la qualità mafiosa di un certo agire di certi poteri, come se l’incolpevole esposizione dell’abbigliamento intimo della onorabilissima presidentessa del più grande sindacato italiano degli industriali fosse paragonabile al continuo scandalo corruttivo ed ormai più che dubbiamente mafioso che offre la casta politica italiana.

La distanza fra il paese reale e la politica si dimostra così incolmabile, per responsabilità assoluta e completa dei politici italiani, sempre più orientati a trascinare il paese verso un degradato composto democratico molto ben aggredibile da parte delle organizzazioni mafiose, quasi esistesse un piano preordinato di dismissione dei poteri dello stato che consentano all’anti-stato per eccellenza, le organizzazioni mafiose, di prevalere sul popolo sovrano e di assoggettarlo ai propri esclusivi interessi.

Va infatti ben chiarito che:

la prima azienda italiana per fatturato risulta essere l’organizzazione mafiosa calabrese definita ‘ndrangheta;

nel 2009, il giro d’affari delle mafie nella sola città di Milano, era pari al 10% dell’intero Prodotto Interno Lordo italiano.

Pare veramente difficile sostenere che l’invasione delle mafie nel tessuto economico, politico e sociale del paese, possa essere avvenuto senza il preventivo consenso della casta politica ovvero, senza un adeguato contrasto opposto dalla casta politica, se si eccettua l’opera del potere giurisdizionale e l’opera del ministro dell’Interno Roberto Maroni.

Condivido anch’io persone come Roberto Maroni, Emma Marcegaglia, Sergio Marchionne e Diego della Valle, poiché è giunto il momento di dire a questa casta politica:

ora basta!

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Berlusconi Kaput

martedì, 23 agosto 2011

Così termina l’epopea berlusconiana, quella miriade di sogni e di promesse liberiste e liberali naufragate in una questione morale che ha prima determinato la fine del movimento politico Forza Italia ed oggi quella del Popolo della Libertà, deceduto anch’esso sotto una pioggia di fragorose risate in risposta al rilancio del partito proposto dal siciliano alfano:

“voglio un partito degli onesti”.

Già, e perchè, sino al giorno prima cosa erano state Forza Italia ed il Popolo della Libertà?

Ridotto ad un movimento politico meridionalista, il PDL di Alfano-Berlusconi naufraga in sempre maggiori e peggiori disastri governativi e scandali politici arrivando a denigrare l’operato dell’unico alleato di governo che non ha mai tradito Silvio Berlusconi:

la Lega Nord.

Attenti osservatori ritengono di poter indicare negli scandali sessuali che hanno visto coinvolto in prima persona il premier italiano la goccia che ha fatto traboccare il Vaso di Pandora, facendone fuoriuscire ogni male contenuto in esso.

Altri indicano nella fallimentare attività governativa il nodo principale che ha impiccato il premier Berlusconi alla corda del fallimento.

Altri ancora vedono nell’immobilismo politico provocato da un PDL arenatosi nella battaglia della riforma della giustizia ovvero nella sempre più evidente impossibilità di varare le riforme che urgono al paese il motivo della caduta del berlusconismo.

Al sottoscritto piace invece sottolineare come sia stata ancora una volta l’infinita questione morale della casta politica italiana il fenomeno primario che ha condotto alla fine del buongoverno liberista e liberale.

Ne volete una prova concreta?

Bene, ne basterà una sola, defintiva.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso del berlusconismo è stata la prima volta in cui la Lega Nord non ha votato per salvare dalla galera, dalle intercettazioni o dalle indagini della magistratura inquirente l’ennnesimo berlusconiano coinvolto in scandali politici:

il deputato napoletano PDL Alfonso Papa, già magistrato.

Infatti, è solo dopo che la Lega Nord ha rifiutato il salvataggio del Papa che sono partiti gli attacchi diretti all’azione politica della Lega, cominciando dalla dichiarazione di fallimento del federalismo fiscale annunciata dal governatore pidiellino della regione Lombardia Roberto Formigoni e finendo con le ultme dichiarazioni del Berlusconi che sconfessano il leader leghista Bossi:

“stavolta sbaglia”.

A mio parere l’unico errore commesso dal Bossi fu quello di allearsi con un elemento politico border line come si è sempre dimostrato il Berlusconi (definito dallo stesso Bossi come il “demonio”), continuamente coinvolto in dubbie vicende e scandali continui, cresciuto all’ombra di un leader politico italiano che ha dovuto fuggire all’estero per non subire l’onta del carcere, o peggio, della lapidazione popolare a mezzo monetine metalliche in pubblica piazza.

L’elemento politico berlusconiano si è dimostrato nel tempo pericolosamente attaccabile dalle organizzazioni mafiose che, egli stesso, non ha mai determinatamente attaccato, se non attraverso la magnifica opera di contrasto alle mafie realizzata dal ministro leghista Roberto Maroni, autentico eroe dell’anti-mafia contemporanea.

Ma, l’attacco del Berlusconi alla Lega, rischia isolare la Lega stessa, e non il PDL.

Forse è proprio una volontà politica non secondaria del Berlusconi quella di sostituire lo scomodo alleato leghista con un più accomodante alleato di marca UDC come il Casini, da sempre antagonista sprezzante e disprezzante del leghismo e del buongoverno.

Certo, fra l’epopea leghista maroniana e quella del siciliano Totò Cuffaro (governatore UDC della Sicilia dal 2001 al 2008; indagato per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, favoreggiamento a Cosa Nostra, rivelazione di segreto d’ufficio e concorso in corruzione aggravata dal favoreggiamento di Cosa Nostra in varie indagini della magistratura anti-mafia; Totò Cuffaro è stato inoltre interdetto perpetuamente dai pubblici uffici, licenziato dalla Regione Sicilia e radiato dall’Ordine dei Medici; lo stesso Cuffaro viene invece “premiato” dall’UDC di Pier Ferdinando Casini con l’elezione al Senato della Repubblica), non corre di mezzo un mare e nemmeno un oceano, ma un intero universo, ma per un elemento assai spregiudicato e disperato come il Berlusconi, la cacciata della Lega anti-corruzione ed anti-mafia dal governo potrebbe essere piacevolmente compensata con l’entrata di un partito politico come quello dell’UDC:

simili con i simili.

D’altronde, il Berlusconi, come pure il Casini, come pure il Fini, come pure il Bersani, raccolgono gran parte del loro consenso elettorale nelle regioni del centro-sud, ed una simile alleanza, un simile matrimonio d’interesse può essere compreso fra le scelte possibili di questa casta politica impossibile invece da sopportare.

Il tutto, condito e benedetto da un capo dello stato napoletano, che ha imposto a governo e parlamento l’ennensimo salvataggio della su napoli, salvataggio che viene pagato ancora una volta dal nord, cui si impone anche di ricevere la mai finita monnezza napoletana e di cui non si sa più nulla:

non si sa dove sia finita, quale regione l’abbia ricevuta, quali termovalorizzatori la stiano smaltendo, se siano state preventivamente fatte delle analisi sulla eventuale presenza di tossico nocivi o di elementi radioattivi nella monnezza napoletana, difficilmente definibile solo come un rifiuto solido urbano.

L’idea che esista un fronte anti-leghista ed anti secessionista del nord, si affaccia con sempre maggior forza nelle analisi delle vicende italiane.

La trappola-estorsione della finta volontà politica federalista in cui è stato infine fatto cadere il leader leghista Bossi, odora infatti di tipica trappola del potere romano, democristiano in specie.

Così, siamo giunti alla fine dell’era berlusconiana, naufragata in una irrisolta ed immensa questione morale.

Ma il dubbio che con Berlusconi cada tutta una trama di “potere pubblico ad interesse privato di corporazione e di casta” ereditata dalla prima repubblica e mai effettivamente contrastata, mette in forse la stessa sussitenza dello stato unitario italiano, così degradato nel malcostume politico-istituzionale, così estraneo alla crisi che sta uccidendo famiglie ed imprese e così lontano dalla vera azione anti-mafia del ministro dell’Interno Roberto Maroni (mai un napoletano, un campano, un calabrese o un siciliano hanno testimoniato politicamente una concreta lotta alle mafie, nessuno di loro, tranne il varesino e lombardo Maroni), così evidentemente chiuso in se stesso e nella unica prospettiva politica di salvare il meridione italiano, anche a costo di massacrare definitivamente tutto il nord per questo motivo.

La lotta politica italiana è infatti oggi inserita tutta in un solo modello politico:

quello di una dirigenza politica e burocratica meridionale (la scelta del Berlusconi di nominare come suo delfino un siciliano la dice tutta in tal senso) degradata e devastante che andrebbe esiliata in blocco in altro luogo, in altro stato.

Le esigenze del Popolo del Nord vengono tutte messe in subordine alla salvezza di questo sud, di questa sua classe dirigente, di una casta corporativa politico-burocratico-partitocratica che è incoronata di “invidiabili primati”, come quello della corruttibilità.

Resta ancora insabbiato infatti, il DDL anti-corruzione, rimpallato e insabbiato nelo senato della repubblica presieduto dal siciliano schifani, ad opera del capogruppo del PD, la siciliana Anna Finocchiaro (che dichiarerà trionfante la propria responsabilità nell’aver impedito l’approvazione del DDL anticorruzione) e di un ministro della giustizia siciliano come alfano, successivamente investito della responsabilità impossibile di fare del PDL, un partito degli onesti.

Da dove provenga il male pubblico italiano, questo non è un mistero.

Basta infatti sfogliare le pagine dei giornali degli ultimi decenni per scoprire chi e cosa uccide questo paese.

Tutto il resto è solo un misero teatrino politico che andrebbe condannato in toto ad un esilio in terra africana, così come avvenne per quello volontario del loro predecessore bettino craxi.

Tangentopoli non è mai finita in questo paese.

Ma la corruzione ha ormai finito questo paese che ha fatto del “togliere al povero per dare al fannullone”, una regola di vita suicida e volgare, degradante e massimalista.

Con la fine di berlusconi si aprono finalmente nuove sfide per il contrasto alle mafie ed alla illegalità diffusa, ivi comresa la corruzione politica.

Sempre che la casta politica italiana non preferisca “questo berlusconi” e lo salvi dalle sue stesse responsabilità.

Tutto può essere in questo paese, laddove il senso di responsabilità e del dovere, come lo spirito di sacrificio, sono da sempre derisi ed emarginati dal potere pubblico, che risulta invece intriso di fannulloni e di corrotti, di troppo sensibili alle sirene mafiose ed affatto spaventati da quelle della polizia di stato.

Togliere al povero per dare al fannullone.

Almeno sino a quando le sane amministrazioni pubbliche del Nord decidano di non rispettare più il patto di Stabilità che quelle del Sud non hanno mai voluto rispettare sino in fondo.

Almeno sino a quando i poveri non decideranno di lapidare a suon di monetine tutti i fannulloni ed i corrotti di questo paese.

Qualunque poltrona del potere pubblico rappresentino.

Qualunque.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il multiculturalismo è fallito: ma la mancata integrazione crea violenza

domenica, 24 luglio 2011

Un giovane trentaduenne decide razionalmente di far esplodere un’autobomba nel centro della capitale norvegese Oslo, fra la sede del governo e la redazione del tabloid Vg, provocando ingenti danni e la morte di almeno 7 persone.

Due ore dopo, travestito da agente di polizia ed armato di una pistola, un fucile da caccia ed un’arma automatica, il reo confesso Anders Behring Breivik si è recato sull’isoletta di Utoya dove era in corso il ritrovo annuale dei giovani laburisti ed in 90 minuti circa, ha ucciso 85 giovani laburisti.

Si direbbe il solito gesto del folle di turno, se non fosse che, il Breivik, pare abbia organizzato (da solo?) l’attentato e la strage ben due mesi prima, sin nei minimi dettagli.

L’eccezionale razionalità e freddezza con cui egli ha progettato e realizzato il duplice gesto violento, fanno trasparire ben più di un gesto irrazionale, anzi, tutt’altro che irrazionale.

Il giovane è un agricoltore, ideologicamente collocato a destra, avverso alla espansione islamica nel mondo occidentale, contrario alle politiche di integrazione forzata che poggiano sul modello di società multiculturale.

Il suo profilo è netto, senza ombre e perfettamente coerente con quanto ha realizzato:

nulla fa pensare ad un atto improvvisato, irragionevole, irrazionale, proprio nulla.

Le idee di questo giovane potrebbero essere le idee di chiunque in questa Europa contemporanea, compresi alcuni leader di paesi anche importanti (“Il multiculturalismo di stato ha fallito” David Cameron; “il modello multiculturale è totalmente fallito” A. Merkel) e l’azione piuttosto isolata a difesa dei confini europei e di revisione del Trattato di Schengen del ministro dell’Interno italiano Roberto Maroni, poi seguito a ruota da Il Front National di Marine Le Pen in Francia e dal Partito del Popolo in Danimarca.

In effetti, il profilo sociologico e politico di questo giovane norvegese potrebbe essere quello di tanti, di molti altri giovani europei, senza alcun dubbio, come pure io non trovo molti punti di differenza fra il pensiero di questo giovane norvegese e molti giovani francesi, tedeschi, italiani, polacchi, olandesi, danesi, o inglesi.

Vi prego di non fraintendere questa analisi, totalmente concentrata sulle motivazioni che sono all’origine di gesti impazziti come questi, certamente, ma altrettanto orientata a far emergere l’intera matassa sociologica, politologica, ideologica, religiosa, identitaria, territoriale, popolare e comunitaria che è alla base degli avvenimenti contemporanei in Europa.

Quindi io non sto paragonando leader europei di tutto rispetto con i gesti violenti ed assassini del giovane norvegese, ma sto operando una analisi complessiva che offra la comprensione della evoluzione azione-reazione in tema di fallimento del modello di società multiculturale oggi in Europa.

E se oggi piangiamo la morte di decine di giovani norvegesi, lo dobbiamo proprio ad una assenza di modelli culturali e sociali che rispondano alle esigenze dei popoli europei, lasciandoli soli di fronte ad un modello multiculturale che, pur essendo fallito, insiste e persiste ad imporsi.

Non stiamo qui trattando del multiculturalismo perfetto che è alla base della Confederazione Elvetica, per esempio, assolutamente omogenea nella componente culturale e popolare, identitaria e storica, ma stiamo trattando di una inerme Europa che si è fatta letteralmente invadere da soggetti affatto inclini ad integrarsi, favoriti da una cultura interna piuttosto degenerata che propone l’estinzione del modello culturale europeo in virtù della nascita di una grande europa islamica ed anti-occidentale, anti-cristiana ed orientata ad un suicidio di massa delle civiltà esistenti, delle loro storie, delle loro tradizioni, delle loro identità.

Reazioni anche violente e/o violentissime a visioni così infauste e suicide, possono essere prevedibili.

Vero è che, atti di violenza così eclatanti in nord europa, non se ne vedevano da un bel pezzo.

Ma l’Europa vive acque agitate già da un po rispetto all’espansionismo islamico tanto sostenuto, propagandato e difeso dalle sinistre europee come l’unico modello culturale possibile.

Basterà ricordare le polemiche che sono sorte sulle dichiarazioni di amore sfrenato per l’immigrazione clandestina e l’espansionismo islamico del neo sindaco di Milano Pisapia e del leader del Sel Vendola durante l’infuocata campagna elettorale amministrativa di qualche mese fa.

La volontà suicida delle sinistre europee di puntare tutto sul multiculturalismo, offre ben più di un fianco alle aspre critiche politiche che indicano Pisapia e Vendola come dei traditori dei territori e dei popoli che governano, in virtù di una accelerazione verticale negli ingressi di immigrati clandestini in Puglia come a Milano, con buona pace del futuro dei giovani pugliesi e milanesi, che dovranno contendersi un pezzo di pane, un lavoro, il benessere, il welfare, una casa ed un futuro (assai incerto) con immigrati affatto inclini ad integrarsi nel tessuto sociale pugliese e milanese, ma altrettanto certamente determinati a concorrere nel futuro dei giovani italiani, nel governo del potere pubblico e nella determinazione delle scelte politiche future italiane ed europee.

Il fuoco che cova sotto la brace dei conflitti sociologici, economici e politici europei, parte da lontano, parte da quel maggio 2002 in cui fu ucciso a colpi di pistola il leader della destra olandese del Partito per una Olanda Vivibile, quel Pim Fortuyn che si dichiarava al “servizio del paese” e che aveva vinto un paio di mesi prima le elezioni amministrative con lo slogan “l’Olanda è piena”, raggiungendo il ragguardevole risultato del 34% dei consensi.

Pim Fortuyn viene assassinato a pochi giorni dal voto nazionale, dal quale si poteva facilmente prevedere una forte affermazione della sua lista che aveva promesso la fine dell’immigrazione mussulmana in Olanda.

Populista, anti europeo, anti islamico: questo era il Fortuyn, che fu assassinato perché non prendesse il potere in Olanda.

Come potete vedere, non sono pochi i punti di pensiero che si toccano nel pensiero di Breivik e quello di Fortuyn.

Certo, Fortuyn non ha mai messo in atto violenze premeditate come quelle messe realizzate da Breivik, anzi, egli stesso è caduto sotto la violenta mano altrui.

Ma il comune sentire, la medesima ispirazione, i progetti politici condivisi, le analisi sociologiche identiche, fanno pensare allo sviluppo di un pensiero comune della nuova destra europea che va oltre il canone classico dell’antisemitismo (ma come si fa ad essere di destra, anti-islamici e anti-semiti? Fra Palestinesi arabi e mussulmani e Israeliani ebrei e “cristiani” non c’è possibilità di scelta: un bianco, cristiano, europeo, occidentale non può stare dalla parte dei mussulmani!) e punta tutto sulla difesa del territorio e del popolo europeo dalla espansione demografica islamica, volta a raggiungere il potere attraverso il metodo democratico dei numeri.

Questi contrasti emergono sempre più prepotentemente nella realtà dei paesi europei, chiedendo validazione istituzionale, rappresentanza politica ed incarnazione esecutiva in quei paesi in cui tali “disconnessioni comunitarie” nascono e crescono tumultuosamente.

Da un lato, la volontà di offrire difesa in Olanda agli olandesi ed in Norvegia ai norvegesi, e dall’altro la volontà di far prevalere gli interessi di soggetti non olandesi e non norvegesi in tutta Europa.

Non c’è affatto da meravigliarsi se la Unione Euorpea viva oggi i suoi peggiori giorni, visti i termini politici e sociali in cui si pone la questione, avvolta come è in una crisi di identità che molto probabilmente, la porterà alla sua fine di ente di governo e di rappresentanza europea.

Il multiculturalismo è sicuramente fallito, però la mancata integrazione dei generazioni e generazioni di flussi migratori in Europa pare creare forti contrasti, dissidi insanabili e, purtroppo, anche violenze di notevole entità.

Personalmente sono molto curioso di ascoltare le dichiarazioni di questo giovane norvegese ai suoi giudici naturali, previste per lunedì.

La razionalità dei suoi gesti violentissimi ed atroci, preannuncia una forte motivazione del Breivik, una granitica ostinata ed assai determinata volontà di agire nei confronti di coloro i quali, secondo la estrema visione di un giovane norvegese, sarebbero in qualche modo responsabili di quei dissidi e contrasti che il Breivik non è riuscito a contenere e razionalizzare, se non ottenendo una reazione come quella di cui assistiamo sbigottiti dinanzi ai report informativi che si succedono su questa assurda strage di giovani norvegesi.

Sono convinto che le tesi del giovane Breivik potrebbero essere inattaccabili dal punto di vista della razionalità.

Più che esserne convinto, ne ho il vivo timore.

Commenteremo su questo blog anche quelle sue dichiarazioni, per cercare di capire perché questo nostro mondo, sembra improvvisamente quanto repentinamente impazzito e perché un giovane norvegese non abbia avuto alternative a questa per far sentire la propria voce, la propria opinione, senza violenze e senza spargimenti di sangue.

Poiché ancora riecheggiano nelle mie orecchie le sue ultime dichiarazioni su quanto avvenuto:

atto atroce, ma necessario“.

Ed aveva anche scelto come slogan personale quello del filosofo inglese John Stuart Mill:

Una persona con una fede ha la forza di 100.000 che coltivano solo i loro interessi“.

Il nostro mondo deve fare i conti con se stesso, con i suoi modelli di valorizzazione, con i suoi modelli sociologici, se vuole evitare che accadano altre violenze come queste, a mio parere personale, affatto imprevedibili.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Dividi et Impera: ma c’è chi dice NO

sabato, 23 luglio 2011

Dividere il Popolo per far Imperare un Potere Inalternativo e Corporativo.

Questa tecnica del dividi e domina, questa strategia socio-politica ideata, realizzata e perfezionata nell’antica Roma, viene ancor oggi ampiamente utilizzata in ogni ambito e settore sella vita sociale, comunitaria e politica.

Si tratta di una strategia appunto, di una furbizia applicata che viene messa in atto in mancanza di intelligenza, fantasia e raziocinio sufficienti a produrre un fronte del governo umano risolto con elevate capacità di problem solving.

Con questa furbata affatto intelligente, non si punta a risolvere i problemi di cui il governo politico e l’analisi sociologica e politologica hanno il dovere, ma si lavora separatamente su più aspetti del problema, senza mai affrontarne l’intero insieme.

Il risultato che si ottiene è piuttosto diabolico:

da una parte, si tiene frammentato, disunito e spaccato il popolo, rinchiuso in fazioni avverse, non dialoganti fra di loro;

dall’altra parte, si ottiene una perpetua esistenza del problema stesso, fonte eterna di consenso politico ed elettorale.

Risolvere un problema umano di un certo spessore è cosa che possono osare in pochi, pochissimi esseri umani in un paese:

questi esseri umani dovrebbero rappresentare la leadership di un popolo, dovrebbero incarnare il suo governo.

Solo questi esseri umani hanno la capacità di spezzare le catene ideologico-religiose con cui le corporazioni del dividi e domina tentano costantemente di mantenere disunito il popolo.

Questi esseri umani non prevalgono in un regime democratico proprio perchè ostacolati dalla massa popolare convogliata, imbrigliata, drogata ed oppressa, divisa e abbandonata senza una coscienza responsabile, senza una opinione pubblica, senza una identità effettiva condivisa.

Inoltre, il potere parcellizzato in tante piccole entità sociali, ognuna dotata di una piccola porzione del potere complessivo, garantisce un immobilismo ed una paralisi totale del potere grazie alla divisione di tali entità, messe artificiosamente in constrasto fra di loro.

Così il popolo non può evolvere socialmente, non può crescere culturalmente, non dialoga orizzontalmente, non cresce economicamente ed il tutto a favore di chi ha raggiunto il potere pubblico e non vuole più lasciarlo, mantenendolo in condizioni di inalternatività a se stessi e di perpetua riproposizione dei medesimi problemi irrisolti.

Ecco come la casta politica della corporazione mantiene il potere in modo sempiterno e crea condizioni di intoccabilità e di impunibilità sine die:

mantenendo il popolo diviso, in eterno contrasto, senza mai assolvere alla funzione politica primaria di risoluzione dei problemi dei cittadini, certi che, una volta “liberalizzato” il mercato del consenso elettorale e della pubblica opinione, nessuno e mai più potrebbe mantenere il potere per lustri e lustri, per decenni e decenni, così come avveniva nella democrazia bloccata della prima repubblica.

Un popolo ignorante, ha sempre fatto la felicita di una casta politica arrogante.

Ma da qualche tempo, c’è chi dice no.

Per la prima volta nella storia della repubblica italiana, esiste una parte politica che chiede libertà alle istituzioni e non potere fine a se stesso, e nel contempo, offre libertà al popolo, vero destinatario di ogni beneficio del potere pubblico.

La politica del dividi et impera agonizza paralizzata e senza idee.

La politica della libertà, della sicurezza e della giustizia sociale e civile, mette a segno un altro punto importante contro la casta delle corporazioni del prepotere pubblico, quella che resta sempre lì, al potere, dividendo e dominando il popolo sovrano anziché servirlo ed onorarlo.

Un’altra pagina di storia si sta scrivendo.

La scrivono capitani coraggiosi, uomini e donne liberi, un popolo che non vuole più essere diviso e dominato.

Da nessuno e per nessun motivo.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Chi ha paura di Roberto Maroni?

venerdì, 22 luglio 2011

Chi ha paura dell’azione politica di Roberto Maroni?

Chi teme che il maronismo possa divenire un indirizzo politico condiviso e partecipato da parte del popolo sovrano?

Facciamo un piccolo elenco degli avversari del maronismo e delle motivazioni che li uniscono.

Hanno paura di Roberto Maroni coloro i quali non voleveno che si varasse in Italia una riforma del lavoro, sentita come necessaria ed urgente, per consentire al mondo del lavoro italiano di adeguarsi a quello globale e concorrere con esso al fine di far sopravvivere le aziende italiane ed i lavoratori italiani.

Ne ha paura quella parte del sindacalismo del lavoro dipendente che ha sempre sostenuto gli scontri di piazza piuttosto degli incontri con i sindacati dei datori di lavoro al fine di salvare il salvabile nel mondo della produzione e del lavoro.

Ne hanno paura le Brigate Rosse che aggredirono con violenza assassina il Maroni ministro del Welfare abbattendo fisicamente il Prof. Marco Biagi, uomo e tecnico vicino alla sinistra, che contribuì a scrivere la riforma del lavoro e venne per questo ucciso dal terrorismo brigatista e comunista.

Ne ha paura la sinistra politica italiana, che nel governo successivo a quello che vide nascere la riforma del lavoro, distrusse parcellizzando il ministero del welfare in ben cinque piccoli ministeri, rendendo così impossibile il suo funzionamento, come impossibile fu per il governo Prodi riuscire a riformare alcunchè nel sistema welfare, in un modo così determinato da far intendere che la distruzione del ministero del welfare aveva proprio la unica volontà di impedire che si riformasse rendendolo più efficiente e rispondente alla realtà contemporanea il cosìddetto stato sociale.

Ne ha paura la potenza nucleare francese, che proprio grazie ad un sistema del welfare eccessivo, richiama da tutto il mondo mussulmano moltitudini di famiglie islamiche che, proprio grazie al welfare francese, vivono molto bene senza dover lavorare nemmeno un giorno della loro vita, godendo in senso di privilegio e di abuso, del sistema di assistenza sociale francese.

Ne ha paura il presidente francese Nicolas Sarkozy, che alimenta ancor più la spinta dei flussi migratori verso l’Italia con la guerra in Libia, una guerra travestita da aiuto umanitario che ha invece il solo fine di mettere le mani sulle risorse energetiche libiche a danno dell’Italia che viene ancora una volta invasa da profughi provenienti dal bacino del Mediterraneo.

Na ha paura l’Unione Europea che, sulla questione dei profughi e del governo dei flussi migratori in entrata nel territorio europeo, è stata battuta più e più volte dalle politiche maroniane, tutte volte alla mera applicazione del Trattato di Scenghen, prima abiurato, poi modificato e poi lasciato invece invariato da una Unione Europea messa al muro della propria incapacità politica nella difesa dei confini comuni e nel governo della libera circolazione all’interno dei paesi UE dalla pregevole azione politica del ministro dell’Interno Roberto Maroni.

Ne ha paura l’entità europea, nata sotto la stella dell’annessione dei paesi che la compongono piuttosto di una libera scelta degli stessi di aderire ad una entità sovranazionale federale, che lasciasse liebro arbitrio e margini di manovra alle identità nazionali pur restando in una unione federale, più efficente e meno costosa di questa inutile e pessima Unione Europea della burocrazia e dell’incapacità politica.

Ne ha paura il complesso malavitoso e delinquente, criminale e connivente delle organizzazioni mafiose che vengono costantemente contrastate e per la prima volta nella storia della repubblica italiana, battute decisamente dallo stato grazie al sistema ideato dal ministro Maroni per contrastare le organizzazioni camoristiche campane ed adottato con altrettanto successo contro le altre organizzazioni mafiose storiche italiane.

Ne ha paura il leader della Lega Nord Umberto Bossi, superato quotidianamente dall’azione maroniana e timoroso di perdere improvvisamente quanto certamente il controllo del movimento leghista, espressosi all’annuale riunione di Pontida per una candidatura di Roberto Maroni a premier e per un abbandono immediato della riforma federalista in virtù di un ritorno al primario obiettivo statutario secessionista.

Ne ha infine paura il premier Silvio Berlusconi, che in questi giorni risulta essere molto adirato per la presa di posizione del ministro dell’Interno Maroni sul caso del sì della Camera all’arresto del parlamentare pdl papa, l’ennesimo caso scandaloso scoppiato all’interno di quello che il nuovo segretario, il siciliano Alfano, ha avuto l’ardire di volere come “il partito degli onesti”.

Ora sappiamo con più chiarezza chi ha parura di Roberto Maroni e perchè.

Ora sappiamo con più chiarezza perchè Roberto Maroni risulta essere il politico più amato e condiviso dei tanti leader di facciata che tentano di emergere dalla palude degli scandali politici italiani, assolutamente imparagonabili alla figura di Roberto Maroni, nettamente superiore a tutte i mezzi busti presenti oggi nel panorama politico italiano.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il potere logora chi non ce l’ha. Ma corrode chi non sa resistergli.

sabato, 2 luglio 2011

L’alternanza.

L’eterna incompiuta italiana frutto di un blocco generazionale dei quadri dirigenti e della società tutta.

E’ vero che il potere logora chi non lo ha, ma è altrettanto vero che, il potere corrode dal di dentro chi lo esercita per troppo tempo senza resistergli, ma abbandonandosi ad esso, confondendosi in esso.

Pare impossibile, ma la dirigenza politica italiana porta gli stessi nomi, da Tangentopoli ad oggi.

Dalla democrazia bloccata della prima repubblica siamo passati ad una democrazia bloccata della seconda repubblica.

In venti anni, non è cambiato nulla.

Siamo caduti dalla padella, alla brace.

Quali le cause?

Certamente il sistema istituzionale e quello elettorale, appaiono ancora inadeguati ad accogliere una governabilità del paese che sia garantita e rafforzata nei poteri dell’esecutivo e nel potere propositivo delle opposizioni.

Una incredibile schiavitù del quarto potere, quello dell’informazione, che non oppone al potere politico un efficace potere di controllo.

L’assenza di una Pubblica Opinione che sia rispettata ed ascoltata dai vertici istituzionali.

L’assenza di una alternanza significativa e reale all’interno degli schieramenti che si propongono come alternativi l’uno all’altro.

Una inesistente tutela e garanzia del bene comune che sovrasti il prepotere politico peggiore, quello che si insedia sulle poltrone del potere praticamente per sempre, di generazione in generazione.

L’abuso che si fa delle proposte politiche riformatrici, approvate con una lentezza straordinaria, al solo fine di assicurare un consenso infinito, come infinita è la impervia strada cui sono sottoposte.

Da tangentopoli ad oggi, nulla è cambiato, nemmeno sotto il profilo della condotta morale e legale della classe dirigente italiana.

Lo stallo, mette il paese a rischio di una indignazione popolare che assume ogni giorno di più, l’immagine di un insanabile conflitto generazionale.

La crisi che investe il paese, mette a rischio la sua stessa sopravvivenza, come un paese forte e ricco.

L’antagonismo ed il personalismo sfrenato che vede l’opposizione avere come unica proposta politica l’antiberlusconismo e la maggioranza di governo chiusa a riccio in un anticomunismo storicamente provato, mette in seria difficoltà il procedere del paese verso un cambiamento vero, un mutamento autentico, dei costumi, delle prassi, delle regole, della morale e dei metodi della politica.

Ognuno vede nell’altro, un demone, l’altro vede in ognuno, il demonio.

Non esiste reciproco riconoscimento, vi è una mancanza assoluta di fiducia.

Chissà perchè mi sovviene alla mente un antico adagio:

“è sempre il ladro che paura di essere derubato, perchè egli sa come si ruba”.

In questa catarsi della ignoranza e della arroganza, in questo misero teatrino della furbizia all’italiana, si divide un intero popolo, per imperarlo senza soluzione di continuità.

Restano sul tavolo, tutti i problemi irrisolti ricevuti in eredità dalla prima repubblica.

Compresa e per prima, l’impunibilità della casta politica italiana, che, nella sua stragrande composizione, si dimostra affatto utile al popolo sovrano, dal quale riceve la delega alla rappresentanza ed al governo del paese.

L’età anagrafica del capo dello stato (86 anni) e del premier in carica (77 anni) raccontano benissimo di questa triste condizione di un paese nel quale diviene impossibile accedere al potere per le nuove generazioni, di qualunque potere si tratti.

Il dissanguamento che espone la secessione individuale, familiare e imprenditoriale di fuggitivi da questo paese, comporta inoltre una selezione innaturale del tessuto sociale, composto sempre più dai meno intraprendenti, dai pigri e dagli indolenti, tanto amati e coccolati da un potere politico che voglia restare immutato per sempre.

Anzi, a ben guardare, sembra proprio questa la linea politica di maggiore successo della casta politica italiana e della sua eterna reiterazione e del suo mantenimento sine die alla guida del potere politico e pubblico:

cacciare a pedate nel deretano dal paese tutti coloro i quali non si assoggettano allo status quo e che siano potenziali concorrenti al raggiungimento del potere stesso.

Da questo punto di vista, si comprendono e si condividono maggiormente le definizioni di “stato criminale” e di “stato criminogeno” coniate da ministri della repubblica italiana.

L’antiberlusconismo e l’anticomunismo si rimpallano responsabilità storiche e politiche, mentre ministri della repubblica illuminati, creano invece storiche strade di affermazione della legalità e di contrasto alle mafie e alla corruzione, vere battaglie politiche dalla difficile incarnazione.

Si smarriscono nei meandri di questa casta corporativa le politiche anticorruzione, disperse in assurde pantomime di battaglie politiche finte e spudoratamente anti-legalitarie, accolte in silenzio da un mondo dell’informazione che fa paura, che terrorizza nella sua eccessiva accondiscendenza a “certo potere politico”.

L’ultima frase del ministro della giustizia italiana poi, appena acclamato nuovo leader del PDL (uomo che viene definito come un professionista della politica, un figlio d’arte, uno che non ha mai dovuto lavorare per vivere), raggela letteralmente il sangue nelle vene:

“voglio un partito degli onesti”.

E cosa significa questa frase, non è forse una ammissione implicita che prima di oggi, quel partito non era composto di onesti?

Paradossi delle convergenze parallele di una disonestà intellettuale, morale e materiale che pervade il tessuto non solo politico italiano.

Un politico onesto non teme la pubblicazione delle sue telefonate, che non sono private, ma pubbliche, poiché egli riveste funzioni, riceve attribuzioni e incarna poteri pubblici.

Un avvocato onesto non opera all’interno di studi legali di avvocati poi incriminati per associazione mafiosa, non accetta di difendere da avvocato professionista esponenti di spicco della mafia, così come ha fatto il presidente del Senato Schifani, collega di partito e conterraneo del guardasigilli Alfano.

E allora, si pone un quesito:

cosa è la questione morale per questa politica e per questi politici?

Come si concilia una questione morale e la espressa volontà di costruire un partito degli onesti con la presenza all’interno dello stesso partito, di presenze che, per le proprie scelte personali, profesionali e politiche appaiono in aperto contrasto una qualunque moralità politica, sia pubblica che privata?

La moralità non si annuncia, ma si dimostra nelle scelte quotidiane di ogni uomo e di ogni donna, dalla sua dedizione al lavoro e non dalla sua assoluta inesperienza nel mondo del lavoro.

Chi non conosce il sacrificio del lavoro quotidiano, non potrà mai governarne positivamente le sorti.

Perchè non le conosce, perchè non le condivide, perchè non le ha vissute, incarnate.

In questo paese, si può essere già vecchi anche a quaranta anni.

Vecchi e decrepiti, inutili orpelli caricaturali di una ragion politica che non parte dal popolo e non va verso il popolo, non parte dal lavoro e non difende il lavoro.

Questa è l’italia, questa è la sua classe dirigente, questi sono i suoi inguaribili ed irrimediabili problemi endogeni.

E’ vero, il potere logora chi non ce l’ha.

Ma corrode irrimediabilmente chi non ha sufficiente forza morale, maturità umana e coscienza civile per resistergli.

No, non è nobile tutto questo, e nemmeno giusto.

Ma esiste e governa, purtroppo, senza soluzione di continuità e senza alternative valide che abbiano il coraggio di agire in contrasto ad esso.

Il mondo dei giusti non è ancora nato in Italia:

è stato ucciso quando era ancora in culla.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il Federalismo Reale e la Secessione del Nord

venerdì, 1 luglio 2011

Penso che, la Lega abbia uomini, donne, capacità, volontà, caparbietà e idee sufficienti per salvare questo paese.

Ma la casta politica deve cedere il passo ai leghisti nelle istituzioni, senza contrastarli, e anzi, supportandoli e sostenendoli a spada tratta.

La casta politica ha fallito ogni politica ed ogni governo del bene comune.

Ma se vogliono che noi ripariamo la loro bicicletta rotta, devono pagare un prezzo:

federalismo approvato e realizzato dal 1 gennaio 2012.

Per un leghista come me, è una vera pena veder sacrificare leghisti del valore di Maroni sull’altare della partitocrazia italiana, che soli hanno dimostrato di saper contrastare le sinora imbattibili organizzazioni mafiose, ma, se questo porta ad un Federalismo Reale a breve, allora questo prezzo si può pagare.

Ma i leghisti devono avere il governo assoluto del paese, senza se e senza ma.

Dobbiamo avere uomini e donne leghiste nelle stanze dei bottoni, ovunque, anche in quel Consiglio Superiore della Magistratura dal quale è stato eiettato un membro leghista per un mero difetto tecnico.

La casta che domina il paese, non vuole leghisti nelle stanze dei bottoni del comando e del potere, evidentemente.

Anche per questo, i leghisti non si fidano degli acquitrini paludosi del prepotere romano, sapendo bene che, ogni sforzo volto al cambiamento, rischia di affondare nelle sabbie mobili della casta politico-burocratica-partitocratica.

L’unica alternativa valida per il popolo del nord, resta quella di tornare alla proposta secessionista, azione radicale, ma cura davvero efficace contro il centralismo romano, le sue devianze e le sue inguaribili degenerazioni.

Attenzione, ho detto cura, non rimedio:

un cancro come quello della casta dominante italiana, prepotente, arrogante ed ignorante, va debellato definitivamente, non gli va opposto un semplice rimedio.

Il Federalismo Reale è una cura efficace, e la casta lo sa bene.

Per questo ne rimanda la realizzazione di continuo, accontentando a tratti le richieste leghiste.

Il Federalismo Reale, politico e fiscale, è l’unica via di uscita dalla crisi che attraversa trasversalmente l’italia contemporanea.

Ma, se la casta lo usa come esca per far abboccare la Lega Nord alla continuazione di uno stato criminale e criminogeno come quello che si è purtroppo instaurato, allora non si può accettare questa condizione che punta a rinviare sine die la risoluzione dei problemi che sono alla radice della crisi statuale.

Questo è il tempo delle scelte coraggiose.

O si realizza un Federalismo Reale entro il 1° gennaio 2012, ovvero si dovrà percorrere un’altra strada per raggiungere l’obiettivo di salvare il salvabile:

iniziare la raccolta firme in supporto della secessione del nord da questa cloaca maleodorante che la casta chiama ipocritamente patria e che io definisco invece come un pericoloso cancro impazzito, estraneo ad ogni tutela del popolo sovrano e di ogni garanzia di Sicurezza, Giustizia e Legalità nei confronti dei cittadini qualunque, non iscritti e non iscrivibili alla corporazione della casta dominante.

Cercasi Capitano Coraggioso che sappia incarnare la proposta del Federalismo Reale.

In alternativa, cercasi esperto di diritto internazionale per la formulazione di una richiesta ufficiale di secessione del nord dal resto del paese, richiesta che va formulata e basata sul riconosciuto, inderogabile ed imprescindibile Diritto alla Autodeterminazione dei Popoli, diritto che sovrasta e supera ogni dettato costituzionale che tenti di limitarne e/o di contrastarne, di fatto e di diritto, la rivendicazione.

Tale richiesta di Secessione, può essere associata ad analoga richiesta di quei territori e quelle popolazioni del nord, che vogliano confluire in un’altra realtà statuale europea, che ne accolga evidentemente la richiesta.

Siamo alle soglie di scelte epocali, cui attribuire la salvezza di tutto o solo di una parte del paese.

La storia racconterà di questi giorni e di quei capitani coraggiosi che, nonostante tutto e tutti, stanno cercando di salvare il salvabile in un organismo profondamente malato, che rifiuta ostinatamente l’applicazione di qualunque terapia e cura.

Salvo il diritto di ognuno di noi, di risolvere il problema con la propria secessione individuale, abbandonando uno stato di fatto e di diritto morente, esangue, distrutto dalla sua stessa avidità.

Non sono poche infatti, le famiglie e le aziende che abbandonano questo stolto paese, per trovare altrove quella Libertà, quella Democrazia, quella Legalità e quella Civiltà che qui e adesso, vengono negate, abiurate, sottomesse, assassinate.

Questo fenomeno si chiama Secessionismo Individuale, Familiare e Imprenditoriale.

Questo fenomeno, sta dissanguando delle migliori energie e delle migliori intraprendenze quel che resta della comunità italiana.

Non c’è tempo per riflettere, forse, solo il tempo necessario per agire.

Prima che la casta colpisca duro, prima che quel poco di razionalità, di diritto e di senso del dovere che ancora alberga nei palazzi del potere romani, impazzisca del tutto, aggredendo senza misura, il medico che lo cura.

Siamo prossimi alla resa dei conti.

L’oste della storia sta redigendo il conto da pagare.

Non c’è più tempo, non ce n’è mai stato.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X