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La Grande Guerra Fredda ritorna: nord-ovest VS sud-est

domenica, 4 marzo 2012

Avevo ragione quando teorizzai con il professor Normanno nelle aule dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose durante un corso di formazione politica voluto dall’Arcivescovado di Foggia che il futuro conflitto del pianeta si sarebbe spostato su di un asse nord-ovest VS sud est.

Son passati parecchi anni da allora.

Ed è storia di questi giorni che il fondamentalismo religioso islamico ed il fondamentalismo ideologico comunista (o presunto ex tale) taglino a metà il globo secondo quella linea tutt’altro che teorica.

Dopo gli anni occidentali della nascita e crescita del poliziotto del mondo americano, anni che hanno interrotto la sequela di leadership economiche indio-cinesi, ecco che, la fine della Guerra Fredda e la caduta del Muro di Berlino della contrapposizione ideologica, liberano il campo per un ritorno delle naturali leadership economiche globali di Cina, India e Russia.

Ritorna la Guerra Fredda, una seconda Grande Guerra Fredda che vede da un canto ideologie e religioni fondamentaliste applicate direttamente alla realtà terrestre senza alcun filtro umano, e dall’altro canto l’alleanza delle democrazie occidentali vittoriose ma stanche e spossate da una crisi globale che ha messo in discussione l’intero sistema socio-economico globale.

Manca la terza via italiana, quella via che si presenta sempre come una via di mezzo che propone la convivenza pacifica di culture, religioni e ideologie assai diverse se non contrapposte fra di loro.

Ma questi sono gli anni del dolore, gli anni difficili della violenza e della prevaricazione:

non vi sarà nessuna altra terza via, nessuna.

Uomini capaci di osare tanto non se ne vedono.

Spazio e risorse per sostenere questa terza via non ve ne sono in questi tempi di crisi.

Prepariamoci ad insanabili conflitti interni ed esterni, conflitti sociali, economici, ideologici e religiosi.

Prepariamoci a resistere ai forti venti di Guerra Fredda che i preannunciano potenti:

potenti come non mai.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Arbeit macht frei – work sets you free – il lavoro rende liberi

lunedì, 19 settembre 2011

Il lavoro rende liberi, il lavoro rende umani, il lavoro rende uguali, il lavoro fa dei ragazzi e degli infanti immaturi, degli uomini e delle donne, degli adulti forti e uniti, decisi e determinati, mai vili ma coraggiosi, sempre attenti al valore del fare, del lavorare, del sudare, del rischiare per avere in cambio il pane quotidiano e quella ricchezza necessaria per vivere in modo onesto e dignitoso, per assicurarsi una discendenza ed una prosecuzione nel tempo.

Questo insegna il mondo del lavoro, a questo educa il lavoro, a questo serve il lavoro, oltre l’aspetto produttivo in senso stretto.

Vi sono paesi nei quali per generazioni e generazioni si è abiurato il lavoro, quello che sporca le mani, quello che sporca le scarpe, quello che impolvera i volti, quello che costa energie e sacrificio.

Il risultato è quello cui assistiamo leggendo la quotidiana decadenza del mondo europeo ed occidentale, preso d’assalto da orde di non occidentali, di non europei, di non cristiani e di anti cristiani che assolvono a quel lavoro che i giovani mai divenuti adulti non vogliono imparare.

L’esempio italiano è quello in cui le mortificazioni, le devianze e gli abusi subiti dal mondo del lavoro appaiono maggiormente evidenti.

In italia la casta dominante infatti, non è stata selezionata in base alla proprie capacità, ai sacrifici affrontati, al sudore versato, ai rischi corsi, ma è stata selezionata per decenni e decenni secondo il metro della familiarità (assimilazione del medesimo metodo di corporazione a fondamento delle organizzazioni mafiose italiane, fondate sul concetto di famiglia, di cosca familiare), assumendo esclusivamente familiari, affini ed iscrittti al partito ed al sindacato nella pubblica amministrazione (creando così il più grande esercito di lavoratori dipendenti pubblici inefficienti e fannulloni di tutte le pubbliche amministrazioni dell’intero pianeta), succedendo al governo della res pubblica di padre in figlio, abusando del potere pubblico per creare enormi patrimoni e ricchezze inaudite senza versare mai il relativo costo richiesto dal mondo del lavoro, quello vero, quello serio:

il sacrificio.

Così il mondo del lavoro e della produzione in italia (sia pubblico che privato, purtroppo, poiché la casta ha invaso anche la sfera del mondo privato, condizionandone negativamente le scelte ed estorcendone le ricchezze) è divenuto il mondo del lassismo e dei raccomandati, un mondo patologicamente ammalato, abusato come ammortizzatore sociale e diretto da legioni di inutili e lavativi, che però appartengono o sono iscritti alla giusta “famiglia” o cosca, o casta corporativa, segreta o meno che sia.

I giovani sono così cresciuti senza mai divenire adulti, spaventati dal sacrificio di avere una compagna od un compagno con cui condividere tutto, ricchezza e povertà comprese, terrorizzati dall’idea di avere dei figli e quindi, delle responsabilità che impongono sacrifici innumerevoli ed enormi, mai ripagati e soprattutto, amorevolmente donati.

Così, questo enorme asilo dell’infanzia a cielo aperto che è divenuta l’italia affronta un futuro denso di nubi nere e funeste con una casta dominante incapace ed una classe dirigente affiliata e sottomessa a ordini di valori ed interessi affatto conciliabili con quelli dell’interesse nazionale o della tutela e difesa degli interessi dle popolo sovrano.

Deficienti maleducati, idioti senza alcuna intelligenza, incapaci senza senso comunitario alcuno rappresentano l’essenza della dirigenza comunitaria italiana, di questa aggregazione inumana ed incivile oltre che maleducata di inetti assai pericolosi, di sciocchi egoisti senza senno, di stipendiati molto lautamente che non lavorano mai, che non producono alcunchè di socialmente rilevante, di pubblicamente utile, di unitariamente incollante.

Questa accozzaglia di uomini e donne mai nati, di mogli e mariti mai divenuti, di padri e di madri senza figli, questa accozzaglia di imberbi egoisti ignoranti ed arroganti, questi esseri umani malnati e maleducati, esattamente questa casta corporativa rappresenta il problema da risolvere, il nodo da sciogliere, il contrario del senso dello stato, l’esatto opposto del signficato di politica al servizio dei cittadini.

Ancor oggi, la continuazione perpetua della casta familiare delle cosche al potere è perfettamente leggibile nello schieramento degli emergenti:

immaturi che non hanno mai lavorato un solo giorno della loro vita.

Un tempo, vi erano famiglie baronali e potentati economici familiari che per mantenere il contatto con la realtà introducevano i propri figli a generazioni alternate nella amministrazione dell’industria di famiglia, non senza averli inseriti segretamente com semplici operai nei processi produttivi, nel più assoluto anonimato, per poter toccare con mano il peso del lavoro, il sacrifico e la fatica che il lavoro impone, l’effettiva o manacata collaboraizone degli operai alle strategie aziendali.

Ma questo metodo, questo esempio, non è stato seguito dalla casta i cui raccomandati di famiglia venivano inseriti in banca direttamente nei consigli si amministrazione e non a partire dal livello operativo bamcario di base: lo sportellista.

Così le banche han smesso di capire cosa avveniva al loro interno ed hanno perso ogni indirizzo, ogni utilità.

Così anche il governo, i poteri e le funzioni esecutive della pubblica amministrazione a tutti i livleli della cosa pubblica è oggi affidato a generazioni di inutili parassiti.

Il lavoro rende liberi, certo.

Ma non è questo il caso italiano, certamente.

In italia il lavoro viene abusato al solo fine di sottomettere i meritevoli ed i capaci al giogo degli inutili e dei parassiti, con la conseguenza che ogni governo è oggi senza significato, senza senso, senza direzione, appunto, avendo letto la casta della nomina a direttore il solo lauto stipendio, i privilegi connessi e i carichi di lavoro inesistenti, invece di leggervi sacrificio personale e spirito di servizio.

Per questo motivo l’italia non si salverà:

perchè non è più in grado di cambiare se stessa in modo evolutivo e normale, se non in modo anormale e rivoluzionario.

Perchè ormai solo una sanguinosa rivoluzione civile potrebbe cambiare le cose, anche se non si vede in qual senso, mancando quelle qualità materiali e morali degli uomini e delle donne maturi, selezionati sin dai tempi della scuola per avere un ruolo nella società che sia compatibile con le proprie capacità e meriti, mancando assolutamente una classe dirigente che conosca il senso ed il valore della leadreship.

Non vi sono leader in italia, ma solo boss.

E questo racconta bene la miserevole condizione italiana e dice tutto sulle inesistenti qualità che sorreggono chi gestisce il potere, che definiscono chi governa il destino.

Non vi sono pastori, non vi sono guide, non vi sono leader in italia, ma solo boss regrediti al livello animale.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

La Crisi delle Democrazie Occidentali

martedì, 9 agosto 2011

Assistiamo ormai da un ventennio, alla caduta ed alla decadenza delle democrazie occidentali liberali, bloccate al loro interno dalle corporazioni e dalle caste del (pre)potere politico, vinte, piegate, sconfitte e soggiocate a loro volta dalla storica vittoria sul comunismo.

Dalla caduta del Muro di Berlino e dal conseguente smantellamento della Cortina di Ferro inizia infatti la caduta verticale del dominio globale delle democrazie occidentali liberali, incapaci di innovare la propria politica senza l’antagonismo anticomunista.

La corona del nuovo dominio globale è infatti da assegnare alla Cina, unica figlia sopravvissuta insieme a Corea del Nord e Cuba, di quel comunismo tanto combattuto dalle democrazie occidentali.

Ma è molto improbabile che sia l’ideologia comunista il valore di riferimento che si dimostra vincente nella Cina contemporanea, quanto un mercato economico in forte crescita che trascina nel suo sviluppo tumultuoso anche la società cinese, ma che non riesce a prenderne e condizionarne più di tanto, le redini politiche.

La Cina, al contrario degli states infatti, è una repubblica socialista governata da un partito unico.

E questo aspetto affatto secondario alla sua prevedibile crescita economica, le consente di navigare i mari agitati dei tempi di crisi moderni con adeguata sicurezza, potendo contare su di un potere esecutivo saldo e forte, continuativo, stabile e politicamente governato.

La politica delle libere democrazie occidentali appare invece in profonda crisi di identità, insicura, ferita a morte dalle sue stesse regole democratiche.

E’ grazie alla regola dei numeri che, per esempio, all’interno delle potenze economiche e nucleari europee si sono aperte profonde crisi di identità, avendo concesso un ingresso senza limiti a milioni di immigrati di religione mussulmana, affatto inclini alla integrazione, ed anzi, fortemente motivati nel raggiungere il potere in europa attraverso la regola democratica dei numeri e piegarla alla legge coranica della Shariʿa.

Ed è sempre grazie allla regola dei numeri che all’interno di paesi avanzati come l’Italia, si sono aperte profonde crisi di identità regionale e di rappresentanza avendo il sud, raggiunto la maggioranza numerica e democratica, esprimendo così un potere dominante nel parlamento, un potere che non è affatto libero dai condizionamenti mafiosi, dalla incapacità di governo dei suoi quadri dirigenti e da uno stile di vita assolutamente incompatibile ed antitetico con un ordinamento giuridico che garantisca diritti e imponga doveri, dato che appare evidente come le regioni meridionali siano assolutamente e da sempre malgovernate, impegnate a rivendicare solo dirittti, ma mai inclini a rispettare le relative regole.

Così, grazie alla regola democratica dei numeri e delle maggioranze, le scelte ragionate, le intelligenze acute e le volontà politiche siano sottomesse ad una casta politica insignificante, immorale, troppo spesso corrotta, talvolta mafiosa, ma soprattutto, senza alcuna capacità di interpretare le esigenze del popolo ed offrire risposte che lo soddisfino.

Così le esigenze delle famiglie e delle aziende italiane ed europee, vengono sottomesse a stili di vita assai improduttivi, prevaricatori ed arroganti, non assimilabili e nemmeno integrabili nelle società civili occidentali.

Così, le garanzie democratiche si dimostrano mera riserva proliferativa di territori e popoli fuori legge e di soggetti il cui comportamento risulta altamente pericoloso per la sopravvivenza dei paesi europei ed occidentali così come sono oggi.

Va sottolineato come, il paese occidentale che rappresenta maggiormente il mito della interazzialità e della multiculturalità incontri la sua prima vera crisi di identità e di potere, vedendosi addirittura svalutare in credibilità e fiducia dalle società internazionali di rating, proprio nei tempi in cui ha espresso il suo primo presidente “differente” dai precedenti.

Gli Stati Uniti d’America inoltre, debbono la garanzia sul loro debito pubblico interamente alla buona volontà del popolo comunista cinese, il che, rappresenta una duplice sconfitta storica per l’America.

Non bisogna dimenticare però, che un certo margine di perdita di credibilità, di immagine e di potere gli states lo abbiano incontrato anche a causa degli attentati terroristici del fondamentalismo islamico, volti proprio a minare alla base il potere e l’immagine dell’infedele occidentale per eccellenza:

la libera e democratica America.

Da non sottovalutare anche il fallimento della esportazione delle democrazie nei paesi arabi mussulmani come l’Irak o l’Afghanistan, fallimento che nasce anch’esso da una cocente delusione storica:

la raggiunta convinzione che la religione islamica sia assolutamente antitetica al sistema democratico e civile occidentale.

Tutto questo quando il presidente USA risponde al nome di Barack Hussein Obama II:

un paradosso che solo la bizzarria della storia poteva inventare.

Il Mediterraneo appare come un fattore ad alto rischio per l’europa, essendo proprio i paesi dell’area mediterranea o comunque dell’area meridionale europea, quelli esposti ad un maggior rischio di default:

Grecia, Italia, Spagna, Portogallo.

Mentre i paesi arabi mediterranei sono tutti in preda a rivoluzioni interne terribili, condizione di crisi che peggiora ancor più l’intero quadro socio-politico-economico europeo, come si nota nell’intervento armato nella crisi libica.

Una certezza emerge da questa analisi:

lo stile di vita e di governo delle popolazioni dell’europa meridionale è fallito, rischiando di trascinare con se, il resto delle popolazioni e dei paesi europei.

Non sono infatti di poco conto le spinte separatiste che vive questa europa contemporanea (proprio nel suo cuore direzionale in un Belgio ormai prossimo alla secessione interna) nata come una europa delle nazioni, anzichè come una europa dei popoli.

Come non sono affatto da trascurare il massacro norvegese messo in atto del giovane Ander Behring Breivik, gli odierni tumulti inglesi ed il malessere che serpeggia sempre più in questa europa che è tutta da rifare, soprattutto nelle sue scelte impossibili e suicide che prevedono una sempre più possibile maggioranza democratica nel prossimo futuro che non risponda più alle radici cristiane, civili, storiche e culturali dei popoli europei.

Va inoltre valutato storicamente e politicamente come, in taluni paesi del sud del mondo, sia ormai dimostrato come non sia possibile applicare un sistema democratico liberale e civile basato sulla alternanza.

Una prova vivente ne è l’Italia, passata da una repubblica socialista governata da un partito unico (fascismo) per approdare ad una sempiterna democrazia bloccata, all’interno della quale si è strenuamente impedito a certa immaturià ed irresponsabilità politica delle eterne opposizioni di raggiungere il potere e, laddove invece esse siano riuscite nell’intento di governare il paese, abbiano miseramente fallito, cadendo sotto il peso della loro cattiva predisposizione alla disciplina ed all’ordine.

Prego raccogliere la similitudine fra il fascismo storico italiano ed il comunismo cinese moderno:

entrambe, possono essere definite come delle repubbliche socialiste governate da un partito unico.

Prego anche raccogliere le sempre più motivate e numerose voci che chiedono l’intervento di governi dal potere non subordinato alle normali regole democratiche, al fine di superare le molteplici crisi in atto nelle democrazie occidentali.

Prego raccogliere le sempre maggiori e numerose spinte separatiste di popolazioni che non condividono affatto stili di vita che sono alla base delle crisi contemporanee, sia politiche che sociali, che economiche e finanziarie.

Un esempio ne è ancora l’Italia, unita con la forza in un paese che non è mai stato omogeneo ed integrato.

E sono sempre e proprio le mancate integrazioni il leit motiv dei nostri giorni.

Politici illuminati capaci di comprendere tale analisi e costruire un futuro adeguato cercansi.

Non è più il tempo delle partitocrazie:

è venuto il tempo degli uomini e delle donne di coraggio che sanno superare la vergognosa presenza politica di idioti e di incapaci assolutamente immeritevoli di rappresentare e di governare alcunchè.

Il treno della storia non ha mai aspettato nessuno, men che meno indecisi ed insicuri, ovvero ammaliati e soggiogati dal potere in quanto tale.

Bisogna far presto, prima che la democrazia uccida ciò che resta dell’europa e prima che i mercati perdano ogni fiducia nella possibilità delle potenze europee ed occidentali di risolvere i loro problemi.

In Cina infatti i mussulmani che protestano con violenza non trovano terreno fertile, ma anzi, vengono probabilmente utilizzati per rendere fertile il terreno cinese.

Basterà ricordare come il presidente cinese Hu Jintao lasciò precipitosamente il G8 dell’Aquila in l’Italia per rientrare in Cina a soffocare la crisi nello Xinjian, provincia nordoccidentale della Cina dove vive una maggioranza di etnia musulmana turcofona e dove erano in corso violenti incidenti con centinaia di morti, fra gli uiguri (mussulmani) e i cinesi di etnia han (che è maggioritaria in Cina).

E c’è ancora qualche decadente idiota politico che in Italia ed in Europa sostiene fortemente l’ingresso di paesi a maggioranza mussulmana come la Turchia nella Unione Europea:

misteri degenerativi delle democrazie e del frainteso senso della libertà individuale e collettiva.

Anche per queste evidenti idiozie, il sistema democratico occidentale appare in una crisi senza uscita, profonda e per certi tratti, suicida.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il multiculturalismo è fallito: ma la mancata integrazione crea violenza

domenica, 24 luglio 2011

Un giovane trentaduenne decide razionalmente di far esplodere un’autobomba nel centro della capitale norvegese Oslo, fra la sede del governo e la redazione del tabloid Vg, provocando ingenti danni e la morte di almeno 7 persone.

Due ore dopo, travestito da agente di polizia ed armato di una pistola, un fucile da caccia ed un’arma automatica, il reo confesso Anders Behring Breivik si è recato sull’isoletta di Utoya dove era in corso il ritrovo annuale dei giovani laburisti ed in 90 minuti circa, ha ucciso 85 giovani laburisti.

Si direbbe il solito gesto del folle di turno, se non fosse che, il Breivik, pare abbia organizzato (da solo?) l’attentato e la strage ben due mesi prima, sin nei minimi dettagli.

L’eccezionale razionalità e freddezza con cui egli ha progettato e realizzato il duplice gesto violento, fanno trasparire ben più di un gesto irrazionale, anzi, tutt’altro che irrazionale.

Il giovane è un agricoltore, ideologicamente collocato a destra, avverso alla espansione islamica nel mondo occidentale, contrario alle politiche di integrazione forzata che poggiano sul modello di società multiculturale.

Il suo profilo è netto, senza ombre e perfettamente coerente con quanto ha realizzato:

nulla fa pensare ad un atto improvvisato, irragionevole, irrazionale, proprio nulla.

Le idee di questo giovane potrebbero essere le idee di chiunque in questa Europa contemporanea, compresi alcuni leader di paesi anche importanti (“Il multiculturalismo di stato ha fallito” David Cameron; “il modello multiculturale è totalmente fallito” A. Merkel) e l’azione piuttosto isolata a difesa dei confini europei e di revisione del Trattato di Schengen del ministro dell’Interno italiano Roberto Maroni, poi seguito a ruota da Il Front National di Marine Le Pen in Francia e dal Partito del Popolo in Danimarca.

In effetti, il profilo sociologico e politico di questo giovane norvegese potrebbe essere quello di tanti, di molti altri giovani europei, senza alcun dubbio, come pure io non trovo molti punti di differenza fra il pensiero di questo giovane norvegese e molti giovani francesi, tedeschi, italiani, polacchi, olandesi, danesi, o inglesi.

Vi prego di non fraintendere questa analisi, totalmente concentrata sulle motivazioni che sono all’origine di gesti impazziti come questi, certamente, ma altrettanto orientata a far emergere l’intera matassa sociologica, politologica, ideologica, religiosa, identitaria, territoriale, popolare e comunitaria che è alla base degli avvenimenti contemporanei in Europa.

Quindi io non sto paragonando leader europei di tutto rispetto con i gesti violenti ed assassini del giovane norvegese, ma sto operando una analisi complessiva che offra la comprensione della evoluzione azione-reazione in tema di fallimento del modello di società multiculturale oggi in Europa.

E se oggi piangiamo la morte di decine di giovani norvegesi, lo dobbiamo proprio ad una assenza di modelli culturali e sociali che rispondano alle esigenze dei popoli europei, lasciandoli soli di fronte ad un modello multiculturale che, pur essendo fallito, insiste e persiste ad imporsi.

Non stiamo qui trattando del multiculturalismo perfetto che è alla base della Confederazione Elvetica, per esempio, assolutamente omogenea nella componente culturale e popolare, identitaria e storica, ma stiamo trattando di una inerme Europa che si è fatta letteralmente invadere da soggetti affatto inclini ad integrarsi, favoriti da una cultura interna piuttosto degenerata che propone l’estinzione del modello culturale europeo in virtù della nascita di una grande europa islamica ed anti-occidentale, anti-cristiana ed orientata ad un suicidio di massa delle civiltà esistenti, delle loro storie, delle loro tradizioni, delle loro identità.

Reazioni anche violente e/o violentissime a visioni così infauste e suicide, possono essere prevedibili.

Vero è che, atti di violenza così eclatanti in nord europa, non se ne vedevano da un bel pezzo.

Ma l’Europa vive acque agitate già da un po rispetto all’espansionismo islamico tanto sostenuto, propagandato e difeso dalle sinistre europee come l’unico modello culturale possibile.

Basterà ricordare le polemiche che sono sorte sulle dichiarazioni di amore sfrenato per l’immigrazione clandestina e l’espansionismo islamico del neo sindaco di Milano Pisapia e del leader del Sel Vendola durante l’infuocata campagna elettorale amministrativa di qualche mese fa.

La volontà suicida delle sinistre europee di puntare tutto sul multiculturalismo, offre ben più di un fianco alle aspre critiche politiche che indicano Pisapia e Vendola come dei traditori dei territori e dei popoli che governano, in virtù di una accelerazione verticale negli ingressi di immigrati clandestini in Puglia come a Milano, con buona pace del futuro dei giovani pugliesi e milanesi, che dovranno contendersi un pezzo di pane, un lavoro, il benessere, il welfare, una casa ed un futuro (assai incerto) con immigrati affatto inclini ad integrarsi nel tessuto sociale pugliese e milanese, ma altrettanto certamente determinati a concorrere nel futuro dei giovani italiani, nel governo del potere pubblico e nella determinazione delle scelte politiche future italiane ed europee.

Il fuoco che cova sotto la brace dei conflitti sociologici, economici e politici europei, parte da lontano, parte da quel maggio 2002 in cui fu ucciso a colpi di pistola il leader della destra olandese del Partito per una Olanda Vivibile, quel Pim Fortuyn che si dichiarava al “servizio del paese” e che aveva vinto un paio di mesi prima le elezioni amministrative con lo slogan “l’Olanda è piena”, raggiungendo il ragguardevole risultato del 34% dei consensi.

Pim Fortuyn viene assassinato a pochi giorni dal voto nazionale, dal quale si poteva facilmente prevedere una forte affermazione della sua lista che aveva promesso la fine dell’immigrazione mussulmana in Olanda.

Populista, anti europeo, anti islamico: questo era il Fortuyn, che fu assassinato perché non prendesse il potere in Olanda.

Come potete vedere, non sono pochi i punti di pensiero che si toccano nel pensiero di Breivik e quello di Fortuyn.

Certo, Fortuyn non ha mai messo in atto violenze premeditate come quelle messe realizzate da Breivik, anzi, egli stesso è caduto sotto la violenta mano altrui.

Ma il comune sentire, la medesima ispirazione, i progetti politici condivisi, le analisi sociologiche identiche, fanno pensare allo sviluppo di un pensiero comune della nuova destra europea che va oltre il canone classico dell’antisemitismo (ma come si fa ad essere di destra, anti-islamici e anti-semiti? Fra Palestinesi arabi e mussulmani e Israeliani ebrei e “cristiani” non c’è possibilità di scelta: un bianco, cristiano, europeo, occidentale non può stare dalla parte dei mussulmani!) e punta tutto sulla difesa del territorio e del popolo europeo dalla espansione demografica islamica, volta a raggiungere il potere attraverso il metodo democratico dei numeri.

Questi contrasti emergono sempre più prepotentemente nella realtà dei paesi europei, chiedendo validazione istituzionale, rappresentanza politica ed incarnazione esecutiva in quei paesi in cui tali “disconnessioni comunitarie” nascono e crescono tumultuosamente.

Da un lato, la volontà di offrire difesa in Olanda agli olandesi ed in Norvegia ai norvegesi, e dall’altro la volontà di far prevalere gli interessi di soggetti non olandesi e non norvegesi in tutta Europa.

Non c’è affatto da meravigliarsi se la Unione Euorpea viva oggi i suoi peggiori giorni, visti i termini politici e sociali in cui si pone la questione, avvolta come è in una crisi di identità che molto probabilmente, la porterà alla sua fine di ente di governo e di rappresentanza europea.

Il multiculturalismo è sicuramente fallito, però la mancata integrazione dei generazioni e generazioni di flussi migratori in Europa pare creare forti contrasti, dissidi insanabili e, purtroppo, anche violenze di notevole entità.

Personalmente sono molto curioso di ascoltare le dichiarazioni di questo giovane norvegese ai suoi giudici naturali, previste per lunedì.

La razionalità dei suoi gesti violentissimi ed atroci, preannuncia una forte motivazione del Breivik, una granitica ostinata ed assai determinata volontà di agire nei confronti di coloro i quali, secondo la estrema visione di un giovane norvegese, sarebbero in qualche modo responsabili di quei dissidi e contrasti che il Breivik non è riuscito a contenere e razionalizzare, se non ottenendo una reazione come quella di cui assistiamo sbigottiti dinanzi ai report informativi che si succedono su questa assurda strage di giovani norvegesi.

Sono convinto che le tesi del giovane Breivik potrebbero essere inattaccabili dal punto di vista della razionalità.

Più che esserne convinto, ne ho il vivo timore.

Commenteremo su questo blog anche quelle sue dichiarazioni, per cercare di capire perché questo nostro mondo, sembra improvvisamente quanto repentinamente impazzito e perché un giovane norvegese non abbia avuto alternative a questa per far sentire la propria voce, la propria opinione, senza violenze e senza spargimenti di sangue.

Poiché ancora riecheggiano nelle mie orecchie le sue ultime dichiarazioni su quanto avvenuto:

atto atroce, ma necessario“.

Ed aveva anche scelto come slogan personale quello del filosofo inglese John Stuart Mill:

Una persona con una fede ha la forza di 100.000 che coltivano solo i loro interessi“.

Il nostro mondo deve fare i conti con se stesso, con i suoi modelli di valorizzazione, con i suoi modelli sociologici, se vuole evitare che accadano altre violenze come queste, a mio parere personale, affatto imprevedibili.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Democrazia, Fascismo, Federalismo e Secessionismo

sabato, 4 giugno 2011

Incredibile quante analogie si possono rilevare fra il periodo ante-fascismo ed i nostri giorni.

Dal più semplice cronico ritardo dei treni al disagio economico e sociale, dalla ingovernabilità ed instabilità politica alla mancanza di giustizia.

Cerchiamo di analizzare e comparare questi temi.

I treni oggi viaggiano sempre in ritardo ed accusano avarie anche quando sono nuovi di pacca.

Chi è costretto ad usarli per viaggiare, lo sa bene.

La differenza con il periodo pre-fascista è che siamo nei tempi moderni dei treni superveloci, quelli che in Italia si chiamano ad alta velocità.

Beh, proprio alta non direi.

La nostra alta velocità ferroviaria, nata per ultima in Europa, è nata già vecchia e di gran lunga meno veloce dei fantasmagorici 300/400 kmh di cui possono godere i francesi, che viaggiano in alta velocità sin dal lontano 1983.

Noi siamo appena nell’ordine di una velocità media di 180/200 kmh e potete rendervene conto quando l’autostrada corre parallela alla TAV:

i treni impiegano un bel po di tempo a scomparire dalla vista di un guidatore che procede alla velocità di 130 kmh.

E per di più, il costo per chilometro di questa nuova linea ferroviaria ad alta velocità è in assoluto e di gran lunga il più alto di tutti:

in Spagna un costo medio di 15 milioni di euro per chilometro, in Francia un po meno, 13 milioni.

In Italia?

Il dato che ho rilevato è parziale e risale al 2008:

44 milioni di euro per chilometro il costo della tav-nata-lenta italiana.

In alcuni tratti, pare che il costo medio per chilometro italiano abbia addirittura superato di decine di volte il costo medio europeo.

Misteri della casta politica e burocratica italiana in tema di appalti pubblici.

Fatto sta che la TAV italiana è nata sinistra, poichè collega Torino e Milano con la direttrice tirrenica sino a Napoli e Salerno.

Cosa avranno fatto di male le regioni adriatiche e geograficamente destre per patire un simile danno, questo non è dato saperlo.

Cosa avrà da meritare la città di Napoli piuttosto della città di Pescara o di Bari, questo poi è un dato illegibile nel governo della cosa pubblica italiana.

Se poi pensiamo a quanto è costata l’eterna incompiuta Salerno-Reggio Calabria, comprendiamo forse un po meglio perchè è preferibile investire in appalti pubblici in regioni come la Campania e la Calabria, piuttosto che l’Abruzzo o la Puglia.

E per fortuna che è scampato il pericolo calabro-siciliano del ponte sullo stretto di Messina!

Beh, sappiamo tutti il potere di attrazione che hanno le organizzazioni mafiose sugli appalti pubblici, specie su quelli più grandi serviti sotto il loro naso.

E veniamo al secondo punto di analisi storica comparata del periodo prefascista con i nostri giorni:

il grado di aggressione della mafia e della criminalità sulla sicurezza dei cittadini.

Il Fascismo mise a posto entrambe le cose, sbaragliando per la prima volta la mafia costretta così ad emigrare nelle americhe e rendendo sicure le città italiane, tanto da consetire di lasciare liberamente l’uscio delle case aperto ed inviolato.

Mio padre mi ha raccontato come nacque il Fascismo a Foggia, e questo resoconto può essere di grande chiarimento alla nostra analisi.

La criminalità cresceva ogni giorno di più e la giustizia non si dimostrava in grado di perseguire e punire il crimine ed i criminali, che circolavano liberi ed indisturbati.

Un bel giorno, un gruppo di cittadini, decise di porre fine a questa eterna ingiustizia ed insicurezza sociale ed organizzarono una giustizia privata molto efficace.

Prelevati nottetempo i delinquenti nelle loro case, li portavano in casolari siti in aperta campagna, dove somministravano loro un giudizio sommario, condito da grandi bevute di olio di ricino e portentose manganellate.

Sentenziata la colpevolezza degli “imputati”, essi venivano trasportati presso le Isole Tremiti e lì, giustiziati con un gran salto nel buio nel mare notturno, salto che avveniva dalla sommità di quelle isole.

Morte certa, punizione garantita, sentenza soddisfatta, giustizia compiuta.

In qualche modo, in quel modo.

Quei cittadini, erano i fascisti.

Osservando nel mondo dei nostri giorni la lentezza e l’inefficacia della giustizia, l’incertezza della pena e la debolezza della legge e l’arroganza con cui delinquenti incalliti vengono scarcerati per decorrenza dei termini, errori nelle modalità di arresto e di giudizio, amnistie ed altre cosette simili, il paragone con l’epoca pre-fascista pare calzare benissimo.

Detto per inciso, mio padre non è affatto un fascista, ma ha tenuto a raccontarmi questi episodi vissuti nella sua adolescenza proprio perchè riteneva di mettermi al corrente del pericolo insito nella ingiustizia odierna, facile preda di una sete di giustizia che è da ritenere tutt’altro che silente.

Veniva da una famiglia di fascisti però, come mio nonno, o come lo zio di mia nonna, salito all’onore del servizio di segretario personale del Duce.

Ma questo ultimo inciso non ha rilevanza ai fini della nostra analisi.

Ha un enorme valore invece, la ricorrenza del contrasto opposto alle mafie dall’attuale ministro dell’Interno Roberto Maroni, convinto persecutore di ogni mafia e dei suoi boss latitanti:

sotto il governo del ministro Maroni infatti, quasi tutti i più pericolosi boss mafiosi latitanti sono stati assicurati alla pena detentiva comminata dalla magistratura.

Un risultato eccezionale che propone una suggestione notevole nella nostra comparazione temporale, in specie se, comparando i due più grandi contrastatori delle mafie dall’unità italiana ad oggi, notiamo un significativo sinonimo dei termini Fasciare e Legare e di una mera differenza di colorazione delle camicie:

da nere a verdi.

Ma questa è e deve restare una mera suggestione, vista la notevole differenza di ambiti in cui si sono mossi i nostri due protagonisti:

Mussolini potè dare carta bianca al Prefetto Mori in virtù del potere assoluto di una dittatura, quale era quella fascista, mentre il nostro contemporaneo Maroni ha ottenuto i notevoli risultati raggiunti in tema di contrasto alle mafie governando in una democrazia.

E questa differenza avvalora ancor di più l’azione del Maroni, maggiormente “contenuto” dalla osservanza della legge democratica e niente affatto sorretto da un potere assoluto.

L’opera anti-mafia del nostro Maroni resterà sicuramente nei testi di storia di questo paese, poichè raggiunta e governata con notevoli e maggiori difficoltà rispetto al suo precedente storico.

Passiamo ora dalla comparazione analitica alla proiezione futuribile:

se il federalismo, come dice sempre il ministro Maroni, è incompatibile con le organizzazioni mafiose, basterà solo questo elemento riformatore a salvare il paese da un ritorno al passato?

Mi spiego meglio.

Premesso che le precondizioni del periodo fascista appaiono sovrapponibili a quelle odierne, potrà essere la chiave di volta risolutiva in una democrazia repubblicana l’applicazione del federalismo, ovvero sarà la secessione a dare un aut aut al ripetersi della storia?

Che sfida incredibile pone questa analisi, quale proiezione suggestiva pone dinanzi ai nostri occhi.

Ma, teniamo fuori l’emotività dalla sfera razionale ed analizziamo insieme i possibili scenari.

Scenario Primo:
Il Federalismo

L’ascendente del federalismo come nuova massa collante di una unità nazionale vacillante ed assai degradata, piace a molti.

Sarà perchè risparmia scenari di ritorno ad un passato fascista e dittatoriale, sarà perchè unisce ciò che è diviso, sarà perchè è l’unica ricetta politica in grado di assicurare un futuro all’intero paese e non ad una sola parte di esso.

Ma tutto questo potrà avvenire a certe condizioni:

I – la realizzazione ed applicazione concreta e totale del pacchetto sul federalismo fiscale nel paese;

II – la sempre più probabile ed auspicabile estensione della ricetta federalista dalla fiscalità alla struttura statuale ed alla sua forma di stato e di governo, raggiungendo un federalismo politico che veda ogni regione come uno stato autonomo riunito agli altri sotto un governo federale.

III – l’emarginazione delle organizzazioni mafiose dal controllo del voto popolare e del conseguente potere pubblico;

IV – un formidabile contrasto alla devastante corruzione politica e burocratica;

V – l’adesione totale, convinta e condivisa di tutte le popolazioni italiane alla filosofia federalista;

VI – l’eliminazione di ogni spreco del danaro pubblico e della inefficienza nella pubblica amministrazione;

VII – una completa realizzazione delle riforme che urgono per riavvicinare stato di diritto e stato di fatto, oggi più che mai lontani e distanti l’uno dall’altro.

Di tutti questi, il più importante ed indispensabile risulta essere proprio il punto V.

Senza una incarnazione convinta della ispirazione federalista da parte delle popolazioni che oggi vivono felicemente al di sopra delle loro possibilità socio-economiche grazie allo sfruttamento incessante delle risorse prodotte in gran parte dei territori del nord del paese, ogni sforzo sarà reso vano, inutile, velleitario.

Poichè e impensabile l’applicazione del federalismo in un ambito democratico come un dogma che cada dall’alto:

esso non sarebbe compreso e condiviso, anzi verrebbe visto come un nemico di ogni status quo e per questo, avversato e contrastato.

Non siamo nella dittatura fascista e nessuno ha carta bianca come vorrebbe.

Siamo in una democrazia, immatura, incompleta e bloccata, certamente, ma pur sempre una democrazia:

occorre un rispetto assoluto delle regole, da parte di tutti, compresi quelli che le regole le scrivono.

E questo, è proprio il limite del federalismo applicato:

se non trova consenso in tutte le popolazioni ed in tutti i territori, non funzionerà mai.

Ora, chi lo va a dire alle popolazioni del sud che devono credere ciecamente nel federalismo e contemporanemente fare enormi passi indietro nel proprio stile di vita eccessivo rispetto alle proprie possibilità?

Chi potrà convincerli che un posto di lavoro insicuro e scomodo in una fabbrica lontano dalla propria città sia meglio di un comodo lavoro pubblico-dipendente praticamente sotto casa?

E chi potrà convincerli che non esiste un lavoro che non costa sacrificio, rischio e sudore, e chi li convincerà che l’assenteismo, il pensionamento in giovanissima età, le pensioni di invalidità false, le raccomandazioni politiche, il lavoro in nero e le ricchezze prodotte nella illegalità dell’economia sommersa sono un male impossibile da sopportare?

Tutte queste domande contrastano con la capacità di una democrazia di imporre un comportamento piuttosto che un altro alle popolazioni resistenti al cambiamento.

Difficile garantire la stabilità democratica in questa proiezione.

Scenario Secondo:
Il Secessionismo

L’ossessione dei fannulloni, la paura folle degli spreconi di danaro altrui, visto che, “l’altrui danaro” con la Secessione, tornerebbe a disposizione diretta di chi lo produce e non di chi lo spreca.

Ma quali sono le precondizioni che portano al secessionismo e quali scenari di democrazia aprono?

I – Il fallimento del federalismo è la prima condizione da rispettare per aprire una strada decisa e diretta al secessionismo.

II – L’impossibilità di ricondurre altrimenti il governo del paese a criteri di razionalità e di reciprocità fra spesa e contribuzione.

Ecco i due criteri di scelta obbligata per ottenere il secessionismo delle regioni del nord dal resto del paese.

In questo quadro è difficile prevedere cosa accadrà in caso di secessione di una parte delle popolazioni e dei territori dallo stato italiano, in specie se si guarda alla difficoltà di ottenere una “secessione dolce e civile”, piuttosto di una guerra civile.

Il tema è delicato, ma val la pena di approfondirlo, almeno negli aspetti di una continuità democratica nel caso secessionista.

La stabilità democratica in caso di secessione del nord sarebbe garantita?

Sì, almeno nel nord del paese, che otterrebbe una vittoria civile e democraticamente accettata da tutte le parti, un po come è avvenuto nel passato nella scissione della Cecoslovacchia nelle due repubbliche Ceca e Slovacca, secessione che ha fatto un gran bene all’economia di entrambe i “paesi separati”.

Per quanto riguarda il sud, restano sul tavolo tutte le domande che abbiamo posto nel caso della applicazione federalista, visto che sarebbe il sud del paese a dover cambiare velocemente passo in tutti e due i casi.

O il sud accetta il federalismo e lo condivide incarnandolo, ovvero dovrà subire il secessionismo, sia pur non condiviso, ma obbligatoriamente incarnato.

Il sud si salva in tutti e due casi ed in un regime di stabilità democratica, solo se accetterà la sua sfida vitale:

camminare sulle proprie gambe, eliminare le mafie, distruggere il mondo della illegalità diffusa.

E allora, quale suggestione vi piace di più?

Quale sarà il futuro dell’Italia?

Una rinnovata democrazia federalista ovvero il ritorno di una buia dittatura?

Una secessione civile ovvero una guerra civile?

Ai posteri, l’ardua sentenza.

Ai contemporanei, la difficile leggerezza dell’essere divisi, in un paese unito.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X