Archivio di ottobre 2010

Hanno ucciso l’Uomo ragno: chi sia stato non si sa

domenica, 31 ottobre 2010

Dopo l’evolvere del male oscuro della politica italiana che ha condotto l’esecutivo più attivo, dinamico, decisionista e riformista della storia della repubblica italiana alla paralisi totale, possiamo tirare le prime somme dei danni.

Ha vinto la parte peggiore del paese, ha vinto la restaurazione di quelle prassi umane e politiche che hanno distrutto questo paese, ha vinto la conservazione di quegli stili di vita incompatibili con il governo di uno stato moderno ed avanzato, ha vinto la casta delle poltrone e dei privilegi, la casta che vuole l’assenteismo sul luogo di lavoro, la casta che non vuole l’eliminazione delle mafie, la casta che non vuole ridurre il debito pubblico, la casta che non vuole il varo di un dispositivo che elimini la corruzione in questo paese.

E questo, in barba alla cura degli interessi delle aziende e delle famiglie italiane.

E’ stato fermato il più grande contrasto al mondo delle organizzazioni mafiose che un governo ed un ministro dell’interno di questa repubblica abbiano mai realizzato:

ma ci rendiamo conto della gravità della cosa?

Ci rendiamo conto che questo fatto equivale ad una resa dello stato nei confronti dell’anti-stato?

E’ stato fermato l’unico governo che ha restituito una casa a chi l’aveva perduta a causa di un terremoto e lo ha fatto in brevissimo tempo, fatto unico nella storia dei terremotati italiani, rimasti negli “alloggi temporanei” (leggi container) anche per più di cinquanta anni.

E’ stato fermato l’unico governo che ha risolto la questione della monnezza napoletana, questione poi riaperta e non governata al livello locale, al solo fine di fare un torto al governo del paese ed un favore alle organizzazioni camorristiche.

E’ stato fermato il federalismo fiscale, l’unica riforma che poteva tenere insieme questo ingovernabile paese.

Si è verificato un vero e proprio golpe bianco, un vero e proprio rivolgimento ordito nei palazzi del potere, nelle segreterie di quella partitocrazia che ha devastato questo paese, pensando solo ad arricchire i propri adepti.

Il riformismo leghista è stato fermato da coloro i quali vivono e vivono benissimo in questo sistema statuale malato, in questo sistema statuale che lo stesso ministro delle riforme Umberto Bossi ha definito come “criminale”.

E’ stato fermato il governo che ha spazzato via tanto marciume dalla nostra vita quotidiana, ed è stato fermato proprio per questo motivo:

perchè questo marciume si è coalizzato contro la possibilità reale e concreta che si diminuisse il numero delle poltrone, degli assurdi privilegi feudatari ed gli ingiustificabili costi di questa inutile, dannosa e “criminale” casta politica e della sua alleata più forte ed antica, la casta burocratica.

Ma se il marcio non potrà essere tirato via, se il malessere del paese non potrà essere sanato, se le organizzaizoni criminali di stampo mafioso non possono essere fermate, se l’assenteismo, il fannullonismo ed il menefreghismo imperante non possono essere fermati, allora, per quale motivo dovremmo stare ancora tutti insieme appassionatamente?

Ognuno per la propria strada.

E ad ognuno, le proprie responsabilità.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il debito pubblico italiano non parla una sola lingua

sabato, 30 ottobre 2010

Angela Merkel e Nicolas Sarkozy ritrovano l’intesa del duopolio europeo franco-tedesco, un asse fra Berlino e Parigi che passa per il vertice di Deauville.

Così inizia il nuovo corso della politica europea, con la delibera del consiglio UE che ha dato il via alla costituzione di un fondo anti-crisi (che salva i paesi UE eccessivamente indebitati dal fallimento) ed alla modifica del patto UE per la stabilità.

La UE dei 27 ha così ceduto le armi dinanzi al diktat franco-tedesco.

Il timore di altri fallimenti statali come quello greco, ha spinto il consiglio europeo ad accelerare i tempi delle necessarie modifiche al Patto UE ed alla costituzione del fondo che salverà gli stati in gravi difficoltà finanziarie.

Il tutto avverrà a condizione di una vigorosa stretta sui debiti pubblici.

Dal 2011 la UE si salvaguarda dalle brutte sorprese che potrebbero arrivare da quei paesi europei che non garantiscono un rientro del debito pubblico nelle medie concordate.

Il punto cruciale è proprio questo:
come dovranno rientrare i paesi eccessivamente indebitati, in quanto tempo dovranno farlo, con quali criteri di rientro?

Il primo distinguo viene dalla considerazione del dato del debito pubblico comparato con quello del debito privato.

Ma è ancora argomento oggetto di discussione.

Di certo vi è che verranno imposti calendari di rientro stringenti, con sanzioni che si prevede saranno automatiche ed improrogabili, oltre alla più volte paventata “sospensione del diritto di voto”, la più temuta delle sanzioni non finanziarie.

In pratica, i paesi europei meno virtuosi, si troverebbero nella condizione di partecipare al finanziamento della Unione Europea, senza godere del diritto di voto nelle scelte esecutive e legislative.

In tema del budget 2011 alcuni paesi, fra i quali l’Italia, hanno chiesto che gli aumenti non superino la soglia del 2,91% piuttosto che quella del 6% richiesta da commisisone e parlamento europeo.

La richiesta è guidata dalla Gran Bretagna, impegnata in una formidabile stretta sul debito pubblico interno che punta ad una drastica riduzione in soli quattro anni, con una perdita in posti di lavoro pubblici prevista in una cifra molto prossima al mezzo milione, senza contare i tagli ai budget ministeriali che comporteranno conseguenze occupazionali anche sul fronte del privato convenzionato che offra servizi pubblici.

Per quanto riguarda la crisi economico-finanziaria che investe tutti i paesi membri invece, si apre una prospettiva futura di lacrime e sangue.

I tagli cui dovranno necessariamente ricorrere i paesi meno virtuosi saranno sicuramente dolorosi quanto inevitabili.

Il caso italiano offre diversi spunti di riflessione in tal senso, avendo l’Italia un gran numero di dipendenti pubblici, molto al di sopra della media europea, e localizzati proprio nelle regioni economicamente depresse.

Come si potrà diminuire drasticamente l’enorme debito pubblico italiano (che ne nasconde uno di euguali dimensioni rinvenente dalla situazione debitoria degli enti locali) senza incidere sulla occupazione nella pubblica amministrazione nazionale e locale e conservando una offerta di servizi in quantità e qualità sufficienti a soddisfarne la domanda?

Questo problema è ancora tutto da affrontare e questa domanda non sembra trovare risposta.

Va sottolineato come siano sempre le regioni italiane depresse a rappresentare una continua violazione di ogni patto di stabilità a fronte di una erogazione quanti-qualitativa dei servizi ben al di sotto della media italiana supportata da una contemporanea quanto eccessiva ed ingiustificata presenza di risorse umane.

Il federalismo fiscale appare l’unica risposta concreta da dare a queste domande, ma l’indirizzo politico delle regioni italiane depresse e meno virtuose non sembra coincidere con l’esigenza di un rientro del debito pubblico.

La continua delocalizzazione dei siti industriali italiani, l’eccessiva pressone fiscale ed il fenomeno della evasione fiscale tollerata in virtù delle deficenze statali, aggrava il quadro complessivo, portando la massa dei problemi da risolvere ad una condizione di estrema criticità, cui, il continuo flagello di una politica governativa fortemente contrastata e vilipesa da tradimenti interni e assalti alla diligenza delle opposizioni, non appare offrire prospettive di serenità, stabilità e continuità necessarie all’adempimento di riforme strutturali urgenti come quelle richieste dal momento internazionale.

Sembrano in troppi coloro che giocano al “tiro della corda” oggi in Italia.

Sembrano invece pochi coloro che hanno responsabilmente coscienza del fatto che una corda troppo tirata, inevitabilmente si strappa.

E non sarà l’ennesimo rabberciato governicchio del “tutti dentro”, ne’ tantomeno una paventata modifica della legge elettorale a garantire una maggiore continuità ed una decisa e determinata stabilità al governo del paese.

Ma questo linguaggio, dettato dalla prudenza e dal rispetto della dignità di un popolo, dei suoi interessi e delle sue istituzioni, pare non sia un linguaggio comunemente condiviso, tanto da avvalorare l’ipotesi che l’italia non sia un paese unico ed indivisibile, nemmeno nella semplice comprensione di un linguaggio comune, minimo comune denominatore di ogni aggregazione umana.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

L’irresponsabilità politico-amministrativa

lunedì, 25 ottobre 2010

Cosa uccide il nostro paese più della corruzione, più della presenza delle organizzazioni criminali di stampo mafioso, più della crisi economico-finanziaria?

L’irresponsabilità politico-amministrativa.

Il caso napoletano ne è un esempio eclatante.

In uno studio della societa’ di consulenza Althesys, si calcola che l’emergenza rifiuti a napoli (in termi di costi eccedenti la media italiana) sia costata agli italiani qualcosa come 1.100.000.000,00 miliardi di euro, più o meno 20,00 euro a testa, compresi neonati, pensionati, disoccupati, precari e cittadini qualunque.

Questo dato è stato tratto confrontando il dato campano con quello medio italiano, ma il risultato cambia se lo si parametra al metodo lombardo:
2.200.000.000,00 di euro, cioè, 40,00 euro pro capite per ogni italiano.

La ricerca ”Sostenibilita’ e prevenzione: packaging, impresa, societa” illustrata dal Professor Alessandro Marangoni, amministratore delegato di Althesys e docente alla Università “Bocconi” di Milano, evidenzia che “una politica di gestione ambientale accorta e all’avanguardia avrebbe fruttato al nostro paese 24,7 miliardi: una cifra vicina all’ammontare di una manovra Finanziaria”.

Ecco il frutto della incapacità di gestire il ciclo dei rifiuti e di governare l’amministrazione della cosa pubblica negli enti locali campani.

Purtroppo, mancano completamente i dati relativi al danno che l’emergenza della “monnezza napoletana” ha procurato all’immagine del nostro paese all’estero, danno quantificabile in una perdita verticale commerciale e di visibilità dei prodotti e dei servizi italiani venduti all’estero con conseguente perdita di punti di PIL che nessuno ha mai quantificato e di cui, nessuno ha mai reso pubblico il rapporto contabile:

ne’ le inchieste giornalistiche, ne’ le indagini giudiziarie, ne’ gli organi istituzionali competenti.

Per non parlare dei danni materiali e immateriali procurati dalle proteste popolari, dal costo del mantenimento dell’ordine pubblico in una situazione di sempiterna emergenza, e di tutti quei costi annessi e connessi quali l’impiego continuo del ministero della protezione civile ed il coinvolgimento di tutto il governo.

Ma tutto questo danno nessuno ha il coraggio di quantificarlo, per un senso di pietà tutto italiano e cristiano, o piuttosto, per un certo senso di omertà, sempre tutto “made in Italy”.

Con buona pace del “male assoluto” della irresponsabilità politico amministrativa e del disagio socio-economico derivante da un difetto di governabilità e di partecipazione civica e civile proposto da “un certo stile di vita”.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

L’occupazione del potere

sabato, 23 ottobre 2010

Come si raggiunge, si occupa e si mantiene il potere di un apparato pubblico statuale?

Quando Michail Sergeevič Gorbačëv conosciuto meglio con il nome di Mikhail Gorbaciov fu eletto presidente dell’Unione Sovietica dal primo parlamento eletto attraverso le prime libere elezioni e iniziò una vera e propria rivoluzione sovietica grazie alla Glasnost (trasparenza) ed alla Perestrojka (ristrutturazione), comprese bene che non era così che si otteneva il potere.

Di traverso, sempre e comunque alla sua “ristruttrazione”, egli trovò gli elefantiaci apparati burocratici, vero potere dello stato nello stato.

Così comprese che l’occupazione del potere era una cosa che avveniva per gradi, con il tempo, ed avveniva attraverso l’occupazione degli apparati burocratici, l’infiltrazione continua e costante nel tempo di elementi umani fedeli a strategie ed interessi esterni ed estranei dallo stato.

Quello che rappresenta un meccanismo di autodifesa naturale dell’apparato statale da improvvisi cambiamenti di indirizzo politico, era quello che impediva la completa realizzazione della operazione di trasparenza e di ristrutturazione avviata per adeguare lo stato di fatto del paese allo stato di diritto statuale.

E questa, è la storia dei nostri giorni.

Da tangentopoli ad oggi, il nuovo che vanza in politica tenta disperatamente e continuamente di riformare un paese che, nel suo apparto burocratico e di gestione dei poteri, si oppone pervicacemente ad ogni cambiamento strutturale.

E’ la storia del conflitto di poteri fra l’esecutivo e l’amministrazione della giustizia che, godendo di una sua struttura di autogoverno, appare il potere che insieme a quello legislativo, offre maggiori resistenze al nuovo indirizzo politico.

E’ la storia del conflitto fra potere esecutivo e potere legislativo nel sistema delle riforme che spesso passa per atti decretativi governativi piuttosto che il lentissimo ed irrazionale rimpallo fra le due camere nella formazione normativa che, di fatto, impedisce ogni riforma che abbia carattere di urgenza, specie se rivolta a modificare radicalmente gli apparati burocratici o diminuire il numero ed i privilegi degli stessi parlamentari.

E’ la storia del conflitto fra esecutivo e governi regionali, provinciali e comunali, come ben rappresenta il nuovo caso emergenziale della sempiterna crisi del ciclo dei rifiuti a Napoli.

L’esecutivo avanza fra mille trappole e tradimenti, nel mezzo del mare tempestoso di chi gode di poteri e di privilegi ormai insostenibili ed ingiusti, che vengono comunque ed egoisticamente difesi, anche contro l’interesse collettivo.

Questa, è la storia dei nostri giorni.

Speriamo tutti in giorni migliori.

Speriamo tutti che la casta politica peggiore faccia un passo indietro rispetto al nuovo che meglio rappresenta il popolo sovrano e dal quale ottiene sempre maggiori consensi.

Speriamo tutti che in queso paese, chi amministra un potere dello stato, non debba dare conto che sempre e solo a se stesso.

Chi controlla il controllore?

Perchè non vi è un pieno e realizzato primato della politica sugli altri poteri?

Ecco un paio di domande piene di buon senso cui bisogna dare urgentemente delle risposte.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Welfare, addio

mercoledì, 20 ottobre 2010
Se fosse ancora in vita, Guglielmo Giannini, qualcuno dovrebbe dirgli che aveva ragione

Se fosse ancora in vita, Guglielmo Giannini, qualcuno dovrebbe dirgli che aveva ragione

Se fosse ancora in vita, Guglielmo Giannini, qualcuno dovrebbe dirgli che aveva ragione.

Il Guglielmo Giannini di quel fronte dell’Uomo Qualunque che, nella stessa testata dell’omonimo giornale, raffigurava un uomo stilizzato schiacciato da un torchio.

Era l’immagine dello schiacciamento che subiva l’Uomo qualunque da parte della casta politica.

Eravamo nel 1945 quando nasceva un movimento di opinione che chiedeva di ridurre al minimo indispensabile la presenza ed i costi dello stato nella vita del paese.

Un movimento privo di pregiudizi ideologici, la cui ricca eredità è andata dispersa.

Come vedete, si tratta di una lotta antica, di un pensiero ben radicato, di una esigenza sempre presente.

A maggior ragione oggi, più di ieri.

Il Welfare.

Lo “stato di benessere” che in italiano va inteso come stato sociale.

E’ conosciuto come welfare perchè fu proprio l’Inghilterra a modificarne status e metodologie nella forma attuale.

Ed è proprio il Regno Unito che oggi modifica ancor più il welfare system, proponendo un nuovo modello di spesa, attraverso lo Spending Review, il ripensamento della spesa pubblica dello stato sociale, e cioè, l’insieme di quei meccanismi che sono riassumibili nella tutela pubblica dei cittadini.

Al fine di abbattere il crescente debito pubblico inglese, vengono previsti nei prossimi quattro anni taglia alla spesa pubblica inglese per 81.000.000.000 di sterline, programmando un rientro in sostanziale pareggio dei conti pubblici entro l’attuale legislatura.

Una mannaia che costerà la perdita di circa mezzo milione di posti di lavoro pubblici (senza contare l’emorragia che subirà l’intero indotto del settore sociale a causa del diminuito budget di spesa) nei prossimi quattro anni, taglio che non toccherà però scuola e sanità.

Un esempio di come si può abbattere la spesa pubblica per contrarre il debito pubblico e stabilizzare il sistema finanziario dello stato.

Ai molti detrattori di una eventuale azione di drastici tagli oggi in italia, vorrei offrire uno spaccato di come invece, nonostante i tagli a destra e a manca imposti dalla gravosa situazione debitoria derivante dagli anni delle “spese folli” del duopolio a democrazia bloccata targato dc-pci e pur considerando le dovute differenze, la situazione italiana sotto il profilo dello stato sociale, sia di gran lunga più favorevole ai cittadini.

Indennità di disoccupazione

Tale indennità come lo strumento della indennità di mobilità viene erogato oggi in Italia con regolarità, vedendo anzi il massimo impegno finanziario di spesa per la voce mobilità che lo stato italiano abbia mai investito nella sua storia a supporto di coloro i quali perdono il loro posto di lavoro.

Il taglio inglese invece fa comprendere che tali indennità vedranno una revisione importante.

Gli assegni familiari

Introdotti nei contratti di lavoro dal fascismo nel 1934 (nello stesso provvedimento fu ridotto l’orario settimanale di lavoro da 48 a 40) e successivamente modificati nell’assegno per nucleo familiare nel 1988.
Allo stato attuale non hanno subito modificazioni in Italia da parte del governo.

Il taglio inglese invece fa comprendere che tali indennità vedranno una revisione importante.

L’assegno per la casa

L’intervento dei comuni in questo settore è fortemente condizionato dalla riduzione dei trasferimenti dal governo nazionale e dall’abbattimento dell’ICI sulla prima casa.
Solo i comuni più virtuosi nel gestire i bilanci hanno potuto offrire ai propri cittadini il sostegno all’accesso al bene casa.
I comuni che invece hanno bilanci devastati da situazioni debitorie gravose, non offrono tali sostegni.
Il cosidetto Piano Casa del governo segna il passo di fronte alla situazione sempre più gravosa dei conti pubblici.
A tal proposito, va ricordato che, al debito pubblico italiano, va addizionato un pari debito pubblico “nascosto” degli enti locali, cui solo la “sanificazione” della spesa locale richiesta dal federalismo fiscale, potrà offrire trasparenza e contabilizzazione.

Il taglio inglese invece fa comprendere che tali indennità vedranno una revisione importante.

Il sostegno alle fasce di popolazione più deboli

la social card è stato l’ultimo e più evidente intervento italiano in questo settore, insieme all’abbattimento dell’imposta ICI sulla prima casa e il bonus fiscale sulle famiglie numerose.

Il taglio inglese invece fa comprendere che tali interventi vedranno una revisione importante.

Ecco illustrato in via breve uno spaccato fra i due sistemi.

L’intervento di bonifica dei bilanci e della spesa pubblica avviato in Inghilterra (tagli alla spesa pubblica senza precedenti sia nel Regno Unito che in UE), salva solo due settori:
scuola e sanità, cui anzi, sono previsti incrementi dei finanziamenti e dei budget.

Il paragone fra scuola e sanità fra i due paesi è molto impegnativo, anche dovendo ammettere una personale insufficente conoscenza del sistema sanitario e scolastico inglese.

Ad una attenta osservazione dei sistemi italiani della scuola e della sanità, si intravede una impossibilità effettiva di agire secondo l’esempio inglese.

Sono infatti scuola e sanità a rappresentare le principali emorragie insieme allo spreco inaudito che si fa delle risorse pubbliche in alcuni enti locali (responsabili di un debito pubblico che “raddoppia” quello statale) oggi in italia.

La scuola italiana conta già oltre 700.000 docenti ed impiega complessivamente circa 1.500.000 di addetti, facendone il primo datore di lavoro europeo, con una qualità del servizio formativo, in entrata ed in uscita, disdicevole e non all’altezza di un paese avanzato come il nostro.

Il comparto sanità vive di luce vivida e di bui profondi, a seconda delle latitudini e degli indirizzi che i governi locali avviano in tema di governo della spesa e di cura della salute ai cittadini.

Nel primo caso possiamo considerare che non sarà possibile stabilizzare i precari della scuola, con il rischio notevole di aggravare ulteriormente la spesa per il personale nella scuola e conseguentemente, spesa pubblica ed il debito pubblico italiano.

Nel secondo caso, dovremo attendere la piena attuazione del federalismo fiscale per vedere emergere quei dissesti ingiustificati del comparto sanità che devastano i bilanci regionali (impoveriti dalla incapacità di taluni governatori – specie nel sud del paese – di intercettare quei finanziamenti destinati alle regioni e perduti invece perchè semplicemente non resi operativi ….) compresa quella insana voglia di utilizzare il comparto sanitario (come quello scolastico d’altronde) come strumento operativo di risposta alla disoccupazione ed alla inoccupazione.

Come si può vedere dai confronti e dalle osservazioni, se si volesse applicare il metodo inglese per il dimagrimento della spesa pubblica causa del continuo aumento del debito pubblico complessivo, scuola e sanità non potrebbero essere emarginate da questa sanificazione poichè esse stesse fonti di “debito abusivo”.

Ma, prima o poi, quel dimagrimento verrà imposto all’italia, che è stata “graziata” dalle ultime richieste fatte dalla Germania in tema di rientro del debito pubblico dei paesi UE, che prevede una sola eccezione, quella italiana per la durata di tre anni, che guarda caso, è esattamente il tempo rimanente alla legislatura in essere.

Il segnale è chiaro:

finchè vi è questo esecutivo in Italia, le garanzie dei paesi forti europei non mancheranno all’Italia, diversamente, un qualunque esecutivo che non offra le medesime condizioni di stabilità e di continuità goverantiva, verrebbe immediatamente trattato alla stregua di tutti gli altri, con buona pace di coloro i quali, in questo momento storico, operano dall’interno e dell’esterno della maggiranza di governo per far cadere l’attuale governo, unica speranza di salvezza per il paese.

Sempre che, una eventuale tornata elettorale non reintegri la medesima maggioranza rafforzata nel consenso e la riconsegni alla guida del paese “ripulita” da quei tradimenti politici che si giocano sulla pelle degli italiani.

L’ultima notazione va fatta sul mugugno che ha accolto i recenti tagli di budget di spesa ai vari dicasteri del governo italiano.

Dai ministri di un governo e da certe istituzioni democratiche, ci si attende testimonianze di responsabilità ben differenti da queste.

Anche in questo caso, la differente civiltà politica fra i due paesi presi in oggetto, pesa.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Umberto Bossi e il Coraggio di vivere senza paura

lunedì, 18 ottobre 2010

La continua crescita che il movimento della Lega Nord per l’Indipenza della Padania subisce, impone una riflessione.

La base, lo zoccolo duro della Lega Nord è sicuramente legato alla storia personale e politica del leader della Lega:
Umberto Bossi.

Sino ad oggi, le uniche riforme realizzate nel nostro paese sono quelle scritte, firmate e “lottate” dalla Lega.

Questo fatto, offre alla lega Nord un sempre maggiore consenso popolare ed un sempre maggiore dissenso del “sistema”.

L’efficacia e l’efficenza nell’amministrare un paese come il nostro, pieno zeppo di incongruenze incredibili e di sprechi ingiustificabili (che però, la ricchezza e la felicità di qualcuno dovranno pur fare), garantisce una crescente resistenza di quelle nicchie di potere che in questo paese, han fatto sempre il brutto ed il cattivo tempo, senza dare mai conto a nessuno, men che meno al popolo sovrano.

Molti nemici, molto onore, certo.

Per fortuna che corrisponde a tutto questo un continuo e verticale aumento del consenso popolare, altrimenti, sarebbe ben difficile continuare a riformare e cambiare il paese.

I nuovi “comparti del consenso” che acquisisce la Lega non parlano tutti la stessa lingua, però.

I nuovi accoliti ed iscritti alla lega, potrebbero non avere tutti la stessa visione leghista del potere e di come testimoniare l’uso corretto di detto potere.

Il rischio di inciampare in qualche “difetto di omologazione” al verbo leghista aumenta quindi in proporzione all’aumentare del suo consenso.

Niente a che fare con la paventata e sperata “carrocciopoli” urlata ai quattro venti dai soliti denigratori della Lega, per carità, poichè nulla come la Lega può incarnare la correttezza e la lealtà politica ed amministativa oggi in questo paese.

Ma una riflessione va pur intrapresa in questo senso.

Si avverte l’esigenza di farsi comprendere meglio da quelle aree politiche e sociali, comunitarie e territoriali dalle quali ci si attende un incremento di adesione umana e politica, di consenso e di condivisione delle lotte, al fine di non rendere vita facile ai soliti denigratori, invidiosi, rabbiosi ed ipocriti che non sanno far politica in altro modo che questo.

Ma come offrire il verbo leghista al nuovo che condivide le lotte bossiane ma che non ne conosce le codifiche di forma e di linguaggio?

La Lega è un grande movimento politico e Umberto Bossi viaggia ormai verso quella grandezza politica che solo i testi di storia possono contenere e raccontare.

Ma queste “grandezze” vanno sempre commisurate al consenso, essendo noi in una democrazia rappresentativa, se non vogliamo perdere la grande occasione che una Lega di Governo continui a governare, senza essere isolata e marginalizzata al vecchio ruolo di movimento di protesta.

La Lega non è più una ragazzina adolescente, e le sue esperienze di vita (vita politica, cosa avete capito?) le consentono di crescere ulteriormente, se troverà il modo di tradurre il verbo leghista in più lingue, in più ambiti, in più territori, in più popoli.

Ed è questa “traduzione” il nodo da sciogliere per crescere ulteriormente, senza correre il rischio di perdere quel prezioso consenso che la sentenza di un tribunale piemontese o la continua guerra talebana e mediatica cui le lotte leghiste sono continuamente sottoposte, possa causare.

No, non è in gioco la leadership della Lega, poichè per mettere in gioco quella, bisognerebbe mettere in gioco l’intera esistenza della Lega stessa, passata, presente e futura, e questo, non è ormai più possibile.

In gioco è la possibilità di tradurre la bibbia leghista in molte lingue, comprensibili a quel popolo che, convinto oramai del fallimento delle ideologie, cerca una casa comune nella quale sperare e lottare per un futuro migliore.

Serve solo un traduttore, serve solo l’ennesimo apostolo del verbo di Umberto.

Il problema è che, la perfetta macchina leghista, tira fuori dal sacco della buona amministrazione locale e municipale le fila dei nuovi apostoli.

E questa immensa ed amorevole cura del seme piantato, porta via del tempo, nel veder nascere il virgulto, vederlo crescere dritto e ben diretto, vederlo divenire adulto ed infine, vederlo adulto e forte, pronto alla lotta per la vita.

Talvolta, bisogna raccogliere quel che c’è, senza selezionare troppo.

Ma bisogna avere la capacità di fidarsi di un seme che, contiene la tutta la genetica leghista, ma non ne ha fatto il relativo percorso.

E’ tempo di scelte.

Bisogna valutare ciò che si lascia e ciò che si trova, pesare il frutto del destino, e sperare che non si tratti di un organismo geneticamente modificato.

Ma, d’altra parte, la politica è sempre la sfida degli audaci e dei coraggiosi.

E nn sarà un gioco al buio, con il contro buio ed un over a spaventare chi del coraggio, ha fatto l’unica bandiera di una vita intera, recandone sul corpo, i segni dei colpi subiti.

Il coraggio nella vita, non lo insegna nessuno, se non la vita di quelli che ne hanno dinostrato più di tutti.

E allora, coraggio.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il nuovo modello politico europeo

lunedì, 18 ottobre 2010

Il multiculturalismo è “totalmente fallito”.

Gli immigrati devono “adottare la cultura e i valori tedeschi”.

Così, Angela Merkel, apre la strada alla nuova via italiana disegnata dalla Lega Nord di Umberto Bossi.

Ma c’è di più.

Ecco il vertice franco-russo-tedesco in Normandia, un vertice che solleva dubbi e mugugni sia in seno alla Unione Europea che oltreoceano, nell’America multirazziale e multiculturale del presidente (musulmano?) Barack Hussein Obama II.

Il caso greco, il caso rom e quello della gestione dei flussi migratori all’interno della UE, disegnano un futuro diverso per il continente nord-europeo e nord-asiatico, un futuro diverso per l’Unione Europea e diverso per l’alleanza transatlantica.

I segnali della apertissima crisi politica europea ci sono tutti.

Alla base di questa crisi, il principio di territorialità, principio che intende difendere culture, stili di vita, identità socio-economiche.

Appare tutto come l’inizio di un nuovo assetto geo-politico per il vecchio continente.

Le vecchie democrazie rifiutano ogni tipo di espansione ed egemonizzazione culturale che passi attraverso il metodo democratico dei numeri, rifiutano ogni tipo di invasione che non intenda rispettare il principio della territorialità e della tutela degli interessi delle popolazioni che sorreggono, malvolentieri, il peso ed il costo delle sovratrutture politiche europee e transnazionali.

E non è solo un caso di politica interna europea.

Vengono coinvolti, anche e soprattutto, gli assetti internazionali, come è ovvio che sia.

Ad un primo sguardo disattento degli osservatori, queste nuove posizioni dei goveni nord-europei, sembrano piuttosto inseguire il consenso popolare, anche in seguito a quanto sta accadendo in Olanda, Svezia e Danimarca.

Ad una più attenta analisi, appare invece trasparire la ricerca di un “nuovo modello europeo” da questa nuova attività politica europea, un modello che sia maggiormente conforme agli interessi dei paesi che ne sono coinvolti.

Lo sganciamento dall’Europa di Bruxelles, dalle sue idiozie burocratiche e dalle sue visioni piuttosto ideologiche, appare evidente.

E’ solo la naturale conseguenza della caduta del muro di Berlino, come della caduta di quei muri ideologici che si interpongono fra i popoli europei e la soddisfazione dei loro interessi comuni.

E’ la ricerca di un nuovo modello europeo che “parta dal basso”, per poi incontrarsi o ricongiungersi ai vertici in base ad accordi e patti che vanno ancora raggiunti, che vanno ancora disegnati.

Una sorta di “alba federalista”.

Il modello federalista infatti, risulta vincente nei “punti caldi” della ricerca delle soluzioni esecutive ai problemi socio-economici contemporanei nei suoi due punti cardinali:

- l’abbandono del modello di stato che fa economia con il debito pubblico;

- il contrasto all’attacco democrafico e democratico da parte di modelli culturali migrati nei paesi europei ed assolutamente incompatibili con il nostro stile di vita.

Riportando queste due riflessioni sui temi caldi in Italia oggi, ritroviamo non poche coincidenze con questa sperimentazione sociale, politica ed economica avviata da Francia e Germania.

Analizziamole.

L’abbandono del modello di stato che fa economia con il debito pubblico.

Come si fa intervento statale in economia con il debito pubblico?

Il fallimento greco ne è un esempio eclatante:

1 – aumento sconsiderato della fascia di dipendenti pubblici come risposta alla disoccupazione ed alla inoccupazione.

2 – gestione “allegra” della età pensionabile, che nel caso greco consentiva il pensionamento anche a soli 53 anni.

3 – iperburocratizzazione del sistema economico, conseguenza ineluttabile della enorme crescita dell’apparato pubblico.

Il caso italiano è configurato molto meglio di quello greco, sia sotto il profilo del rapporto PIL-deficit che su quello dle versante pensionistico.

Ma l’iperburocratizzazione e la realtiva presenza di un apparato pubblico inefficente e troppo spesso pensato come risolutivo del problema occupazionale, fanno del quadro italiano un dipinto piuttosto scadente.

Le riforme interventute negli ultimi anni hanno molto influito in questo quadro, come appare risolutiva la riforma federalista.

Inutile dire che l’intero pacchetto delle riforme varate sinora come quella più importante e di prossima attuazione, la riforma del federalismo fiscale, fanno capo alla spinta propulsiva della Lega Nord di Umberto Bossi.

Come il federalismo fiscale potrà incidere nel sistema italiano è cosa da valutare in base alla perpetrazione di quei comportamenti politici ed amministrativi che continuano imperterriti a sostenere l’ingresso della forza lavoro in contesti strategici del pubblico servizio nazionale e regionale in cui la qualità del servizio è messa in forse da assunzioni di massa indiscriminate, che non rispondo al metodo selettivo del merito e della capacità professionale, ma rispondono piuttosto a ambizioni politiche da sostenere con risposte occupazionali veloci e pilotabili, quali sono le assunzioni nel comparto sanità (in Puglia ne abbiamo l’esempio più eclatante) e la stabilizzazione del precariato nel comparto scuola.

Dobbiamo rilevare che, ancor oggi, in italia, taluni elementi politici non comprendono la gravità di un agire così sconsiderato nell’amministrare la cosa pubblica.

E questo agire è incompreso ed ora anche contrastato dal nuovo modello politico europeo lanciato dai tedeschi.

Non bisogna mai dimenticare che sono tedeschi e francesi i primi a pagare il conto delle stoltezze politico-amministrative degli altri popoli europei e che, dopo il caso greco, non vi sono garanzie di “salvataggio” per quei popoli che non avranno dimostrato di aver compreso e digerito la lezione greca.

Ed il modello leghista è l’unico modello italiano che si coniuga perfettamente con il nuovo modello europeo disegnato da Merkel e Sarkozy.

Il contrasto all’attacco democrafico e democratico da parte di modelli culturali migrati nei paesi europei ed assolutamente incompatibili con il nostro stile di vita.

Ecco l’altro versante politico che investe i governi europei.

In Italia, se non fosse stato per il deciso intervento della Lega Nord di Umberto Bossi, questa “via” politica non avrebbe percorso nemmeno un centimetro.

Fortissime le resistenze sia interne che esterne alla risposta in termini di sicurezza che la Lega propone e governa in contrasto al fenomeno della clandestinità, della gestione dei flussi migratori, della micro come della macro criminalità e del più grande e concentrato contrasto che lo stato abbia mai opposto alle organizzazioni criminali mafiose.

L’unificazione dei corpi di polizia in Italia è ancora agli albori e incontra notevoli impedimenti.

Pensate che le forze di polizia che a vario titolo e grado rispondono alla sicurezza dei cittadini italiani, del territorio italiano e del patrimonio pubblico e privato degli italiani sono le seguenti:

Polizia di Stato
alle dipendenze dirette del Ministro dell’Interno

Arma dei Carabinieri
è la quarta forza armata italiana con collocazione autonoma nell’ambito del Ministero della Difesa

Corpo della Guardia di Finanza
alle dipendenze dirette del Ministro dell’Economia e delle Finanze

Polizia Penitenziaria
dipendente dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della giustizia.

Corpo dei Vigili del Fuoco
dipendente dal Dipartimento dei vigili del fuoco, del soccorso pubblico e della difesa civile del Ministero dell’Interno

Corpo Forestale dello Stato
alle dirette dipendenze del titolare del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali

Polizia Locale
servizio di polizia dipendente dagli Enti Locali

Polizia Provinciale
servizio di polizia dipendente dagli Enti Provincia

Polizia Municipale
corpi o Servizi dipendenti direttamente dai Comuni

Tenendo conto che ogni responsabilità politica e di governo della sicurezza in senso lato e in senso stretto viene addebitata al solo ministro dell’Interno, appare un vero miracolo che, nonostante l’articolazione e la sovrapposizione di responsabilità, fini, intenti e servizi, si assista ad un contrasto al mondo delle illegalità diffuse, della clandestinità, delle mafie e del terrorismo così costante e potente.

Va notato che molti corpi di polizia su indicati sono strutturati in maniera autonoma, comprendendo a loro volta corpi speciali, servizi e strutturazioni territoriali differenti (si pensi al caso dell’Arma dei Carabinieri, che dispone del più capillare servizio di polizia territoriale – una stazione dei Carabieri è presente ovunque sul territorio – e del nucleo operativo di radiomobile di pronto intervento).

Governare la sicurezza oggi in Italia in queste condizioni, equivale certamente al merito che assegna un premio Nobel, visto il dedalo di competenze di sovrapposizioni verticali, orizzonatali, trasversali, per settore e per territorio che abbiamo oggi a disposizione.

Tutto questo rappresenta oggi una ricchezza, ovviamente, ma il pensiero che induce ad una unificazione delle forze di polizia è un pensiero che offre molti punti positivi alla garanzia della sicurezza nel nostro paese.

Per non parlare della cenerentola della sicurezza italiana:
la vigilanza privata.

Essa non assurge al rango di forza di polizia, ne pubblica, ne privata, non gode della dignità del nome di comparto della sicurezza privata, non viene sorretta in alcun modo da finanziamenti pubblici corrispondenti alla sempre maggiore esposizione che le Guardie Particolari Giurate intepretano nel sempre più avanzato e complesso ruolo della vigilanza moderna, pur offrendo comunque un forte contrasto al mondo delle illegalità in una posizione che si può definire di “prima linea”, mancando però, delle adeguate garanzie e di quei riconscimenti che le consentirebbero di svolgere un ruolo di partecipazione attiva al servizio pubblico che garantisce la nostra sicurezza.

Detto questo, al solo fine di dare una visione minima delle difficoltà del governo della cosa pubblica in Italia, in un settore strategico e determinante come quello della sicurezza.

In questa ottica, prende maggiore consistenza e valore la frase del cancelliere tedesco Angela Merkel, che tenta di imprimere al nuovo modello politico europeo una spinta che sia più legata ad “adottare la cultura e i valori tedeschi”, che, parafrasando, indica un punto di riferimento orizzontale di un rinnovato governo dei paesi europei:
più efficace, più efficente e federalista.

D’altronde, è notorio che in Italia, allorquando ci si indigni di fronte ad una inefficenza del servizio pubblico, si ponga da sempre come riferimento il relativo modello tedesco.

E’ ormai un luogo comune.

E’ ormai un nuovo modello umano e politico, di stile di vita, direi.

Un nuovo modello che cerca condivisione e offre garanzie per un futuro migliore di quei paesi europei che lo volessero condividere e governare.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il potere, i potenti e la terza via italiana

domenica, 17 ottobre 2010

Vi sono molte domande nella storia moderna e contemporanea del nostro paese che non hanno risposte, che non sono scritte sui libri ufficiali di storia, che alcuni giornali lasciano solo trasparire, senza mai dichiarare apertamente, senza mai avere il coraggio di rendere pubbliche, al fine di rendere comprensibile il passato come il presente ed il futuro del nostro paese.

Scuserete se sembrerò un po’ disordinato nella esposizione:

non so da dove cominciare, non so come spiegare.

Diciamo che l’indirizzo di questo scritto lo può descrivere bene questa frase:

“I giornali la storia la possono anche raccontare ma la storia non puo’ essere scritta basandosi sui giornali”
Renzo De Felice (Rieti, 8 aprile 1929 – Roma, 25 maggio 1996)

Una storia che potrebbero raccontare e che forse non racconteranno mai i giornali ed i libri, quella storia che possono raccontare “tre borse di cuoio marrone”.

Tento una ricostruzione, non storica, ovviamente, ma umana ed economica, inseguendo gli interessi ed i poteri.

Già, poichè sono sempre le scelte economiche a condizionare fortemente l’agire dei grandi uomini ed i popoli da loro guidati in tutti i tempi, uomini che hanno pagato dolorosamente la loro grandezza “incompresa”.

In tutti i tempi, compreso il nostro, il più (in)comprensibile di tutti.

Forse perchè l’abbiamo già vissuto, ma nessuno ci ha insegnato a riconoscere.

Benito Amilcare Andrea Mussolini – Predappio 29 luglio 1883 – Giulino di mezzegra – 28 aprile 1945,
L’uomo della Provvidenza (o “inviato della Provvidenza” 14 febbraio 1929 – Papa Pio XI).

Quello che univocamente viene ricordato come “il Duce”, non fu però il primo ad essere appellato così.

Prima di lui, il Duce era Pietro Nenni, il socialista Pietro Nenni.

Perché questa digressione che ha l’apparenza di essere una digressione meramente formale?

Perché la storia di questo pianeta degli ultimi due secoli è la storia del socialismo:

la più tormentata, la più osannata, la più lapidata, anche a suon di monetine, come nel caso del socialista italiano Benedetto Craxi detto Bettino (Milano, 24 febbraio 1934 – Hammamet, 19 gennaio 2000).

Socialisti e sindacalisti nascono infatti Adolf Hitler (Braunau am Inn, 20 aprile 1889 – Berlino, 30 aprile 1945) e Benito Mussolini che agganciarono l’ispirazione socialista al concetto di nazione, piuttosto di altri “socialisti rivoluzionari” come Vladimir Ilyich Ulyanov o Vladimir Ilich Uljanov detto Lenin (Simbirsk, 22 aprile 1870 – Gorki Leninskie, 21 gennaio 1924), Iosif Vissarionovic Džugašvili detto Stalin – da un termine russo che significa “d’acciaio” – (Gori, 6 dicembre 1878[1] – Mosca, 5 marzo 1953).

Come potete vedere, l’epoca degli uomini forti, fu l’epoca dei socialisti, legati al concetto di popolo o di nazione, come dichiarò Benito Mussolini in un discorso al parlamento, indicando così la medesima matrice politica fra fascismo e comunismo (all’epoca era conosciuto meglio come socialismo).

E socialiste furono le riforme fasciste, a cominciare dall’unica riuscita riforma agraria realizzata che il mondo conosca, quella riforma che toglieva i terreni agricoli al latifondo per consegnarli ai reduci e al popolo affamato.

Ma tutto questo ci porta lontano dalla considerazione ultima che ognuno di noi fa del fascismo:

perché Mussolini si alleò con Hitler, trascinando l’Italia e tutto il mondo in una guerra totale?

La storia che ci raccontano i libri non può dare una risposta a questo quesito.

Dobbiamo cercare un’altra via, una strada che è sotto gli occhi di tutti noi e che segna ancor oggi il nostro limite maggiore:
la povertà di risorse energetiche (gas, petrolio) italiane.

Da dove partiamo?

Dall’Iraq, naturalmente, e più precisamente da Ninive, la capitale Assira citata nella Bibbia cristiana, oggi conosciuta come Mossul (e non Mosul o Mossoul, come comunemente ed erroneamente viene tradotto).

Come vedete, siamo nel passato e nel presente, siamo sempre nel teatro della contesa internazionale sulle risorse strategiche energetiche:

il petrolio.

Benito Mussolini comprendeva chiaramente che l’italia non sarebbe mai divenuto un paese ricco e potente e non avrebbe mai ricevuto il riconoscimento e la dignità di grande potenza mondiale senza il petrolio, e si prodigò grandemente per sottrarre alla tutela britannica ed alla triplice alleanza egemonica del petrolio planetario – anglo-francese-americana – il giacimento petrolifero di Mossul.

E vi riuscì.

Verso la metà degli anni trenta l’Agip deteneva (ricordate questo nome, sarà ricorrente in questa narrazione insieme a quello dell’Iraq) la concessione per lo sfruttamento dei pozzi petroliferi iracheni.

Ben trentaduemila barili al giorno, corrispondenti a 1.750.000 tonnellate annue consentivano all’italia la piena autonomia petrolifera e, in breve tempo, ne avrebbe fatto un paese esportatore.

Malauguratamente, l’avventura etiopica ed il conseguente isolamento internazionale, costrinse Mussolini a dare mandato all’ Agip di vendere la quota maggioritaria nella Mosul Oil Fields.

L’errore italiano fu quello della imitazione di un modello colonialista che Francia, Inghilterra e America stavano invece abbandonando, proseguendo sulla strada di un diretto e meno costoso controllo delle risorse energetiche piuttosto dell’effettivo e costosissimo controllo dei territori che ne erano ricchi.

Il “sacro egoismo” italiano di territori ci privò sfortunatamente del petrolio che quei territori nascondevano.
Qui inizia il percorso che portò Mussolini a scegliere di entrare in guerra al fianco di Hitler piuttosto che al fianco di Churchill.

Mussolini tenterà inutilmente ancora due carte successivamente per ottenere l’indipendenza petrolifera:

– il sostegno agli indipendentisti iracheni nel 1941, che fallirono nella sollevazione e furono sconfitti dagli inglesi, sostegno che avrebbe portato allo sfruttamento dei pozzi petroliferi di Quayara, nella regione di Mossul.

– il sostegno all’organizzazione “Tetri Giorgi” (Georgia bianca, finanziata e sostenuta da Mussolini) che era una organizzazione politica formata nel 1924 da emigranti georgiani che aveva come principale scopo la liberazione della Georgia dall’occupazione societica e che interessava all’Italia per il controllo del porto di Batumi, scalo strategico sul Mar Nero dei flussi di petrolio che venivano estratti dal Mar Caspio e dell’ Iraq.

Dopo questo rapido quanto inesauriente escursus, torniamo alla domanda fatale:

perché Mussolini si alleò con Hitler, trascinando l’Italia e tutto il mondo in una guerra totale?

Perché nonostante il grande lavoro di “salvatore della pace” di Mussolini, l’italia restava comunque esclusa dal giro delle grandi potenze che gestivano il petrolio nel mondo e perché Hitler, propose l’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania come prezzo di questa indipendenza:

il petrolio a condizione di una guerra.

Se Churchill avesse garantito un accesso privilegiato all’Italia al petrolio invece di Hitler, noi non avremmo perso una dolorosa e sanguinosa guerra.

Non cercate riscontri a questa frase nei libri di storia e nei giornali: non ne troverete.

Forse Churchill non si fidava completamente della lealtà italiana o forse Hitler fu semplicemente più furbo di tutti.

Ma è la garanzia tedesca all’Italia fascista di una indipendenza energetica la goccia che fece traboccare e rompere il vaso italiano, fu la speranza italiana di sostituire Francia e Inghilterra nella gestione globale delle risorse petrolifere, il vero motivo della infelice scelta italiana.

Mussolini pensò alla egemonia italiana in europa senza un intervento americano nel conflitto.

Ma le speranze di Mussolini si infransero sui sogni onirici ed ormai folli di Adolf Hitler, che rispose a muso duro alle critiche avanzate da Mussolini sulla ripresa delle ostilità tedesche nel gennaio 1940:

“O con noi, o sarete relegato a un ruolo subalterno”.

Il sogno fascista della crescita di una Italia che fosse un grande potenza mondiale si infrange sulla scelta:

o subalterni a Francia, Inghilterra e America ovvero subalterni alla egemonia tedesca.

In ogni caso, subalterni.

Mussolini inseguì ancora il suo sogno e scelse chi garantiva di più, senza pensare al prezzo da pagare ed accettò l’offerta di Hitler:

l’Italia ha un debito enorme con la Romania (a causa del petrolio acquistato dall’Italia in una delle più importanti zone di produzione petrolifera dell’epoca, Ploiești), ebbene, la Germania invaderà la Romania e cancellerà quel debito se l’Italia entrerà in guerra con la Germania.

Ecco la goccia che fece traboccare il vaso di Mussolini nel vaso di Hitler invece che in quello di Sir Winston Leonard Spencer Churchill.

Ancora e come sempre, una goccia di petrolio in un mare di assetati.

Ma la storia non finisce qui.

Ecco l’epopea italiana dell’Agip di Enrico Mattei (Acqualagna, 29 aprile 1906 – Bascapè, 27 ottobre 1962).

L’Agip raccolta da Mattei è un involucro vuoto, improduttivo, con nessuna influenza nel mercato degli idrocarburi, mercato controllato dalle cosidette “sette sorelle”, termine “inventato” da Mattei per definire le sette società petrolifere più ricche del mondo che ne detenevano un sostanziale monopolio mondiale.

Esse erano:

1.Standard Oil of New Jersey, successivamente trasformatasi in Esso (poi Exxon negli USA) e in seguito fusa con la Mobil per diventare ExxonMobil – Americana;
2.Royal Dutch Shell – Anglo-Olandese;
3.Anglo-Persian Oil Company, successivamente trasformatasi in British Petroleum e ora nota come BP – Britannica;
4.Standard Oil of New York, successivamente trasformatasi in Mobil e in seguito fusa con la Exxon per diventare ExxonMobil – Americana;
5.Texaco, successivamente fusa con la Chevron per diventare ChevronTexaco – Americana;
6.Standard Oil of California (Socal), successivamente trasformatasi in Chevron, ora ChevronTexaco – Americana;
7.Gulf Oil, in buona parte confluita nella Chevron – Americana.

Notate che, in pratica, si tratta dello stesso cartello che dovette affrontare l’Italia fascista, lo stesso cartello che impedì all’Italia di ottenere una indipendenza energetica, il cartello dei vincitori.

E l’Agip comincia ad estrarre petrolio (poco) e metano in Val Padana.

Le sette sorelle sono attratte da questi ritrovamenti, che come nel caso del petrolio, vengono abilmente utilizzati da Mattei come specchietto per le allodole e prontamente difese e tutelate.

Mattei usa metodi spicci e crea un gruppo di lavoro formato da fedeli collaboratori di Matelica, ex appartenenti alla resistenza ed ex appartenenti alle forze dell’ordine.

Dirà lui stesso di aver violato almeno 8.000 fra leggi, leggine e ordinanze per ossequiare il suo:

“fare prima, discutere poi” (un decisionismo che ritroviamo nel passato mussoliniano e nel presente berlusconiano).

Ed è un successo.

Costruisce metanodotti, una distribuzione di benzina di prima qualità associata a servizi igenici associati sempre puliti, con pompe all’avanguardia e servizi gratuiti come la pulitura dei vetri, il controllo dei liquidi del motore e della pressione dei pneumatici.

Avvia una politica di prezzi bassi per la benzina e produce fertilizzanti prodotti dal metano con un ribasso del 70% del prezzo d’acquisto.

Fonda l’Ente Nazionale Idrocarburi (E.N.I.) di cui diviene presidente nel 1952.

L’11 gennaio 1957 riesce a far approvare una legge che dona ampia autonomia d’azione all’ENI, sia dentro che fuori dal paese.

Il successo continua.

Mattei attacca frontalmente il cartello delle sette sorelle nel suo core business:

l’estrazione petrolifera.

Offre ai paesi produttori di petrolio joint venture societarie che prevedono una partecipazione dell’Agip al 49% e al 51% del paese che gode dei giacimenti petroliferi, contro il contratto capestro offerto dalle sette sorelle che prevede una partecipazione agli utili dell’1% al paese produttore (che generalmente finisce nelle tasche dei loro governanti e non del popolo) e del 99% per loro.

Inoltre Mattei aumenta la cooperazione offrendo una partecipazione occupazionale del lavoro meno qualificato al paese produttore ed un contributo di know how specializzato da parte italiana.

E funziona, eccome se funziona.

L’Italia diviene il maggior produttore di sonde ad alta qualità per l’estrazione petrolifera.

Ma l’azione di Mattei non è solo imprenditoriale, va oltre gli affari, e punta alla promozione di una federazione fra Marocco, Algeria, Tunisia e Libia.

E non è solo un settore ad interessarlo:

l’ENI acquista la Lanerossi ed invade il settore tessile e del vetro, oltre che della meccanica di qualità.

Mentre i metanodotti italiani si snodano fra:

Costa d’Avorio, Etiopia, Marocco, Senegal, Ghana, Somalia, Tunisia, Sudan, Libano, Giordania, India, Iran, Iraq, Pakistan, Argentina.

Stringe accordi con la Cina per la consegna di fertilizzanti e con la Russia dove scambia petrolio con gomma sintetica, tubi e apparecchiature elettroniche a tecnologia avanzata per la ricerca e l’estrazione.

Anche la stessa nascita dell’OPEC in quegli anni, non può essere definita “estranea” all’azione di Mattei.

Nel 1961 sbarca a Bari la prima petroliera con petrolio prodotto in Iran.

Ormai Mattei governa interessi in tutto il mondo, da lavoro ad oltre 55.000 persone, possiede 15 petroliere ed investe in termini di centinaia di miliardi e procura utili che vanno molto oltre le cifre isciritte a piè del bilancio ENI.

Il 27 ottobre 1962, Enrico Mattei perde la vita in un incidente che non pare affatto un incidente e che puzza di mafia siciliana e di tutela di interessi affatto italiani.

E’ la fine di una epopea che porta l’Italia a soddisfare completamente il suo fabbisogno petrolifero e di gas e che ne fa addirittura un esportatore.

E’ la realizzazione, drammaticamente interrotta del sogno di Benito Mussolini.

Nelle dichiarazioni di Benito Livigni, Assistente personale di Enrico Mattei, leggiamo lo smembramento di questa enorme risorsa creata da Mattei, assistiamo inermi alla follia suicida che ucciderà l’autonomia e la indipendenza italiana nel settore degli idrocarburi e dei suoi derivati.

Nel 1994 viene privatizzata l’ENI, società con struttura anglosassone, integrata con il tessile, il minerario, la tecnologia avanzata, le telecomunicazione.

Viene smembrato l’ENI, chiusa la chimica di base dell’ENI, disgregato il tessile, snaturata la Nuovo Pignone.

Il 70% del pacchetto ENI è in mano ai fondi americani.

Il resto di questo scempio, di questa carneficina, fa perdere in un sol colpo il 36% del PIL italiano.

100.000.000.000.000 di patrimonio ENI (due centri turistici, 2.600 palazzi, il palazzo di vetro dell’ENI, etc) viene ceduto ad un fondo gestito dalla Goldman Sachs, operazione condotta dal governo Amato e dal suo ministro dell’economia Ciampi (che diverrà immediatamente dopo presidente della repubblica) e dal presidente del comitato per le privatizzazioni Mario Draghi, che verrà successivamente chiamato alla carica di Vicepresidente Goldman Sachs prima, Governatore della Banca d’Italia poi ed in seguito, alla guida della Banca Centrale Europea.

La banca d’affari Goldman Sachs è una delle prime al mondo e incontra spesso e volentieri i destini della casta politica, e non solo di quella italiana.

Ecco alcuni esempi:

Romano Prodi, da consulente Goldman Sachs a Presidente del Consiglio in Italia
Mario Draghi, da Vicepresidente Goldman Sachs a Governatore della Banca d’Italia
Mario Monti, dalla Commissione Europea sulla concorrenza alla Goldman Sachs
Massimo Tononi, dalla Goldman Sachs di Londra a sottosegretario all’Economia nel governo Prodi del 2006
Gianni Letta, membro dell’Advisory Board di GS è nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del governo Berlusconi (2008)
Robert Rubin, da dirigente Goldman Sachs a segretario al Tesoro presidenza Clinton
Henry M. Paulson, da vice Presidente di Goldman Sachs a Segretario al Tesoro sotto presidenza G.W. Bush
Robert Zoellich, da dirigente Goldman Sachs a vicesegretario U.S.A.
William Dudley, da dirigente della Goldman Sachs a capo della Federal Reserve Bank di New York, il distretto principale azionista della Federal Reserve
Paul Thain, da Presidente Goldman Sachs nel 2003 a capo del New York Stock Exchange
Philip D. Murphy, da presidente Goldman Sachs in Asia a Responsabile per la raccolta fondi per il Partito Democratico U.S.A.
Joshua Bolten, da dirigente Goldman Sachs, a capo del gabinetto dell Casa Bianca
Gary Gensler, sottosegretario al tesoro
Jon Corzine, da ex presidente Goldman Sachs a Governatore del New Jersey

Una cosa è certa:

se esistessero veramente i cerchi sovrastrutturali di cui si narra spesso, questi cerchi non potrebbero fare a meno di una struttura come questa banca d’affari per influenzare la politica mondiale.

E viceversa.

L’epopea berlusconiana.

Nasce un nuovo imprenditore italiano, è intelligente e punta tutto sul mezzo di comunicazione di massa:

la televisione.

Intraprende una lotta imprenditoriale simile a quella di Mattei, i cui risvolti, non possono essere meramente limitati al normale svolgimento di una impresa d’affari.

Silvio Berlusconi va oltre gli affari e regala agli italiani la prima televisione commerciale nazionale, Canale 5, spezzando così il monopolio dello stato ( e della casta politica) nel settore mediatico, fatto che certi poteri, non gli hanno mai perdonato.

Berlusconi va avanti, diviene il primo imprenditore televisivo italiano ed intraprende la scalata europea approfittando della concessione di due nuove licenze gratuite nella Francia di Mitterand.

Nasce “La Cinq” con l’obiettivo dichiarato di esportare il modello vincente del canale 5 italiano.

Ma viene fermato.

L’avventura francese durerà poco (dal 20 febbraio 1986 al 12 aprile 1992).

Nonostante la copertura dell’80% del territorio francese, la scalata sino alla terza posizione nazionale con il 10,9% degli ascolti e l’avvio di originali format informativi (“Le journal permanent” l’antesignano del “Prima Pagina” italiano, con notizie ogni 15 minuti, la conduzione uomo-donna, il faccia a faccia (“Face à France”) domenicale fra un politico e comuni cittadini scelti dalla società di sondaggi Ipsos, ed il “duello”, che chiudeva le notizie delle 12.45, e a cui prese parte Nicolas Sarkozy) La Cinq, dopo notevoli vicissitudini ed un bilancio in forte perdita, chiuderà i battenti.

Sarà Bourret (il socio francese de La Cinq) ad annunciare che il canale televisivo morirà, parlando poi di pressioni politiche ed economiche volte a “uccidere” il canale.

E torna ancora una volta il mito dei cerchi sovrastrutturali, le banche, il mondo finanziario.

Berlusconi capisce che il contrasto al suo gruppo non si fermerà qui e dopo la caduta verticale della terza via socialista craxiana, fonda un partito politico, scende in campo.

E’ l’era del riformismo, quello vero, è l’era del federalismo fiscale, è l’era di un ritorno al successo internazionale dell’Italia.

Oggi Berlusconi può contare su patti politici che garantiscono l’Italia a livello europeo (il duopolio franco-tedesco), ma fa di più, ed insegue il sogno mussoliniano e matteiano:

l’indipendenza del paese dal fabbisogno energetico e del petrolio.

Ed ecco il patto con la Russia di Vladimir Vladimirovic Putin, con la Libia del Mu’ammar Abu Minyar al-Qadhdhafi, con il Brasile di Luiz Inácio Lula da Silva, tutti leader di paesi produttori ed esportatori di petrolio e di gas.

Ma, esistono ancora le sette sorelle?

Certo che esistono, ma sono cambiate nel frattempo, ed eccole nella classifica del 2007 redatta dal Financial Times:

1.Saudi Aramco ( Arabia Saudita)
2.JSC Gazprom ( Russia)
3.China National Petroleum Corporation ( Cina)
4.National Iranian Oil Company ( Iran)
5.Petróleos de Venezuela S.A. ( Venezuela)
6.Petrobras ( Brasile)
7.Petronas ( Malesia)

Come vedete, il fronte anglo-americano è scomparso e spuntano i nomi di produttori mondiali con cui il cavalier Berlusconi ha sapientemente coltivato patti di amicizia.

Ma restano in mano a questo fronte, le maggiori banche d’affari mondiali, quelle banche che porteranno disgraziatamente alla più grande e grave crisi finanziaria mondiale, banche d’affari, che continuano a condizionare le scelte dei governi mondiali.

E’ il secondo atto della trasformazione di questi poteri sovrastrutturali:

dapprima abbandonano il colonialismo dei territori in virtù del mero controllo delle risorse dei territori mondiali, ed ora abbandonano il diretto controllo delle fonti energetiche in virtù del controllo finanziario globale, condizionante ogni momento ed ogni settore strategico del mercato mondiale, ivi comprese, le scalate politiche e le scelte dei governi, considerati amici o nemici che siano.

Ma per l’italia, è ancor oggi la necessità di indipendenza energetica a tenere banco, compresa la fonte nucleare che il Berlusconi tenta di inserire come fattore energetico determinante nel disperato bisogno energetico italiano.

La storia è quella dei nostri giorni:

lo scissionismo politico finiano, lo scandalismo alla D’addario, il dossieraggio e, ancora una volta, i cerchi sovrastrutturali, quei poteri che contrastano da sempre l’emersione dell’Italia nel firmamento delle grandi potenze mondiali, a pieno titolo, in piena dignità.

Il percorso del movimento politico della Lega Nord nella storia italiana di questi anni, non è affatto secondario, anzi.

E’ un percorso fatto di nuovo metodo politico meno formalista e più sostanziale, è la testimonianza politica comportamentale che negli ultimi venti anni ha modificato e riformato il paese come mai prima e che ha consentito al decisionismo berlusconiano (figlio di quel “fare prima, discutere poi” di Enrico Mattei che da tanto fastidio ai finiani della restaurazione dei poteri slegati dal consenso popolare) di adeguare il paese reale allo stato di diritto, agganciando come non mai, il metodo democratico del consenso popolare con le scelte dell’esecutivo.

Ed è proprio “popolare” il termine più indicato per identificare il movimento della Lega Nord.

Eppure, poteri mai pubblici, tentano di contastare questa nuova quanto antica via che conduce al riscatto italiano.

Ma, chi e cosa sono questi poteri che sovrastano gli interessi del popolo italiano e del suo governo?

Non si sa, ma a me va di fare un piccolo elenco di potenziali interessi.

Forse coincidono con quei famigerati “cerchi sovrastrutturali”, forse no, non lo sappiamo.

Ma rileviamo una serie di analoghe coincidenze.

Pare che si muovano interessi americani in questi giorni, contro Berlusconi.

Io li definirei ovvi ed evidenti, visto che il padre padrone delle televisioni americane (e non solo quelle) che tenta l’invasione del mercato italiano si chiama Rupert Dylan Murdoch, imprenditore e produttore televisivo australiano naturalizzato americano, che con la News Corporation, monopolizza il mercato dei mezzi di comunicazione di massa mondiale.

Così torna un interesse americano a pesare sulle vicende di casa nostra, interesse che non è confutabile, in quanto l’elenco dei finanziatori della campagna elettorale del 2008 che condusse Barack Hussein Obama II alla poltrona di presidente degli Stati Uniti d’America, non è mai stato reso pubblico.

Anche l’interesse negli states mostrato da gruppi imprenditoriali italiani da sempre avversi alla epopea berlusconiana offre il fianco a considerazioni e domande:

– perchè il gruppo Fiat (guidato dall’AD Marchionne e precedentemente dal dirigente d’azienda Luca Cordero di Montezemolo – dal 2004 al 2010 -) investe e conseguentemente ottiene finanziamenti dalla presidenza Obama per salvare il gruppo automobilistico Chrysler, quando il gruppo che conta quasi 50.000 dipendenti è in enormi difficoltà in Italia?

– perchè allorquando la Fiat decide di avviare un rinnovamento gestionale profondo nel settore automobilistico italian, il suo alfiere Montezemolo lascia la guida Fiat e nasce il “pugile” Marchionne?

Forse nel futuro di Montezemolo si aspira alla premiership italiana?

Forse le scelte impopolari di Fiat in Italia non dovevano ricadere su chi la popolarità la desidera “ripulita” dall’altra faccia della medaglia del riformismo?

Forse l’avventura della Fiat di Montezemolo nell’America di Barak Obama si connette a poteri sovrastrutturali che tentano di condizionare e di piegare il governo italiano sino alle dimissioni del premier Berlusconi?

E’ come sempre, una storia fatta di potere e di interessi quella umana, certamente.

Ma una cosa è certa:

quella linea, quel filo che collega i momenti storici di un “certo socialismo” che va dal fascismo di Mussolini a quella famosa “terza via” sognata e realizzata da De Gasperi e Mattei, che va da quel socialismo che diviene “terza via” politica che sblocca il sistema della democrazia bloccata e sdogana la nuova destra del tradimento storico finiano e la nuova sinistra del’incapacità di perseguire gli interessi di quel “popolo” che pretendeva di rappresentare, quel filo che lega “un certo modo di difendere e tutelare gli interessi italiani” e che conduce alla storia contemporanea dell’uomo imprenditore e dell’uomo politico Berlusconi, ebbene, quel filo, quella storia, quella aspirazione di tutela degli interessi italiani, si scontra spesso e volentieri con “certo modo di fare politica” che in qualche modo è collegato (se mi chiedete come, non so spiegarlo) a quei poteri sovrastrutturali che hanno sempre negato all’Italia la piena dignità e l’indipenenza energetica, economica e soprattutto, politica.

Non è scritto che in alcuni libri di storici contemporanei che quel filo esiste, che quel filo che collega gli interessi del popolo a quelli della nazione, traccia il percorso di personalità storiche il cui destino è sempre più cristiano, poiché essi finiscono tutti “crocifissi” alla difesa e alla tutela degli interessi del popolo.

Ed è scritto qui, in questo lungo e un po’ folle ripercorrere la storia italiana che, questi uomini, questi grandi uomini, trovano un contrasto forte e potente in quella famiglia che di sorelle ne ha tante, sorelle che da ricche petroliere, si sono trasformate in ricche banchiere, senza perdere il pessimo vizio di influire sulla storia e sugli interessi di questo paese.

Ed è scritto nella storia degli ultimi lustri che la difesa degli interessi italiani passa solo nella difesa di quel nuovo principio politico della “territorialità”, di quella identità territoriale qualcuno tenta di far passare come elemento di divisione del paese, ma che invece è esso stesso, l’unica salvezza della integrità di questo paese.

Ma guai a dirlo.

Guai a dire che gli americani sono dei razzisti perchè controllano i flussi migratori dal Messico e da tutti i paesi mondiali con un metodo molto deciso e perentorio.

I “razzisti” per certi poteri, sono sempre gli altri.

Con buona pace di quei traditori e di quei venduti agli interessi non italiani.

E andiamo avanti, sempre avanti.

Avanti!

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il futuro del pianeta

martedì, 12 ottobre 2010

Il nostro pianeta mostra evidenti sintomi di malessere.

Sono in moto meccanismi di auto distruzione potenti.

Alla base di questi meccanismi, vi è singolarmente la stessa causa, in un suo eccesso e nell’altro:

la sovrappopolazione e il decremento demografico.

La sovrappopolazione

Il nostro pianeta ha visto raddoppiare la sua popolazione umana in soli 40 anni.

Questo aumento incontrollato, vede però un dato uguale e contrario, il decremento demografico dei paesi sviluppati a democrazia avanzata.

Tale decremento viene compensato dall’ingresso continuo di immigrati provenienti da quei paesi che continuano invece a crescere demograficamente.

L’analisi di questo dato fornisce due aspetti da considerare:

1 – il declino e la crisi dei popoli avanzati
2 – il continuo proliferare dei popoli sottosviluppati o in via di rapido sviluppo.

Analizziamo ulteriormente i due dati presi singolarmente.

1 – il declino e la crisi dei popoli avanzati

Dopo il boom economico e demografico degli anni del dopoguerra, la società europea vive un momento di crisi profonda, instaurato dalla crisi finanziaria piratesca dei stistemi finanziari e bancari globali e continuato dagli eccessi ingiustificati nella spesa pubblica (vedi il caso del tracollo greco) e dalla crisi strutturale del mondo produttivo, piegato dalla concorrenza delle produzioni industriali dei cosiddetti paesi emergenti: Cina e India.

La crisi economico-finanziaria ha prodotto una crisi psicologica grave, che si basa su due “visioni” umane:
la mancanza di speranza e l’incertezza nel futuro.

Da queste speranze fallite e dalla civile consapevolezza che il pianeta ed il territorio in cui si vive non hanno risorse illimitate per far fronte ad una popolazione in crescita illimitata, deriva una consapevolezza che induce i popoli avanzati a diminuire il tasso di incremento demografico.

Tale decremento però, al contrario di quanto avviene negli Stati uniti d’America, ha prodotto una vera e propria invasione di flussi migratori dai paesi sottosviluppati, migrazione che sino a qualche anno fa, non veniva adeguatamente contrastata in nome di due fattori:

a – la compensazione del fattore umano nel sistema produttivo con lavoratori immigrati
b – una cattiva interpretazione della libera circolazione nei paesi europei associata ad una politica scriteriata che vede nella limitazione degli ingressi in Ue, non una naturale difesa socio-economica e identitaria, ma un risveglio di sentimenti di tipo razziale.

Negli States, al contrario, la tradizionale politica di sbarramento agli ingressi di flussi migratori, ha consentito al paese ed al territorio americano, di difendersi meglio da una aggressione demografica eccessiva.

Infatti i ritmi di crescita delle popolazioni fra USA e UE sono differenti, soprattutto se si guarda al rapporto fra numero di abitanti e relativa disponibilità di risorse e di territorio.

Tale relazione nei paesi europei è letterelmente saltata, a causa delle politiche di accoglienza indiscriminata, provocando all’interno dei paesi europei, una crescente tensione fra popolazioni indigene e immigrati.

2 – il continuo proliferare dei popoli sottosviluppati o in via di rapido sviluppo.

Il fallimento delle politiche sovranazionali che tentavano di comprimere e limitare l’inarrestabile crescita demografica nei paesi sottosviluppati od in via di sviluppo, ha prodotto un risultato globale agghiacciante e pericoloso:

il raggiungimento ed il superamento del limite di sostenibilità della vita da parte del pianeta.

L’analisi deve concetrarsi su due fattori:

a – l’incremento demografico in quanto tale
b – l’incremento del consumo di risorse e di territorio derivante dall’aumento demografico.

Questi due fattori sono all’origine delle rilevanti modifiche ambientali del pianeta.

Fra i gas responsabili dell’effetto serra vi è infatti l’anidride carbonica che, in assenza di attività antropica, risulta sempre in pareggio nell’atmosfera.

L’aumento della popolazione umana e delle sue attività antropiche influisce pesantemente su questo equilbrio trasformando un effetto serra naturale in una catastrofe che mette in forse la sopravvivenza della vita umana su questo pianeta.

La respirazione umana infatti, come quella degli animali allevati al fine di nutrire gli esseri umani, non è fattore secondario rispetto alle attività antropiche industriali e dei trasporti, che sono, in ogni caso, relativi alla crescita della popolazione stessa.

L’effetto serra naturale viene così alterato da una popolazione terrestre eccessiva, influendo negativamente sugli equilibri oceani-atmosfera, e favorendo in tal modo, un aumento delle temperature e la conseguente cessione di ulteriori quantità di anidride carbonica da parte degli oceani (contengono il 78% del totale dell’anidride carbonica terrestre).

L’aumento della popolazione umana quindi, come causa primaria degli sconvolgimenti climatici in corso.

Inoltre, va rilevato come le risorse energetiche e di acqua del nostro pianeta non sono illimitate, e che un tale aumento indiscriminato delle popolazioni e delle attività antropiche, aumenta grandemente il rischio di collasso di quegli equilibri utili alla stessa sopravvivenza della vita su questo pianeta.

La religione poligamica come fattore di rischio

All’interno di questo quadro complessivo, si muovono differenti fattori di rischio, di cui, il più importante, è certamente quello della rilevante presenza in termini di numeri e di volontà espansiva ed egemonizzante di soggetti aderenti a religioni che consentono e favoriscono una
pluralità di matrimoni al soggetto maschile (ponendo l’elemento femminile in una condizione di inferiorità pesante, pari a quella derivante da una mentalità sessista e razzista) e promuovendo in tal modo, una proliferazione eccessiva sia nei paesi di origine che nei paesi ospitanti, paesi nei quali è invece generalmente proibita la poligamia.

Non è secondario il pensiero che, tali soggetti possano interagire con i sistemi democratici dei paesi ospitanti al fine di modificarne le normative riguardanti questo aspetto del matrimonio, al fine di affermare come principio giuridico, oltre che come norma religiosa, la poligamia.
In un certo qual senso è lo stesso sistema democratico che offre un motivo in più di aumento demografico per questo tipo di immigrati, promettendo il raggiungimento del potere democratico a mezzo della regola democratica dei numeri e delle maggioranze.

Conclusioni

L’ignoranza e l’arretratezza culturale e civile di parti del pianeta mettono in forse la stessa sopravvivenza della vita umana e di ogni altra forma di vita su questo pianeta.

Di contro, il decremento demografico dei cosidetti paesi civili a democrazia avanzata, offre il fianco alla espansione di stili di vita che non possono far altro che aggravare questa situazione.
Il pianeta, da canto suo, ha messo in moto meccanismi di auto-difesa importanti e forse, irreversibili, per respingere l’eccessivo incremento demografico ed antropico.

Non sarà venuta forse l’ora di un mea culpa da parte dell’ONU per il fallimento di tutte le politiche messe in campo sinora a contrasto del boom demografico che rischia di ucciderci tutti?

Non sarà venuta forse l’ora di una gestione differente delle politiche demografiche su questo pianeta?

Ovvero dovremo dar ragione a quegli storici che vedono nella ciclicità delle guerre mondiali un fattore “naturale” di contenimento demografico, con tutto quel che ne consegue nella corsa alla fonte nucleare che talune dittature perseguono ossessivamente?

Sarà la debole politica della “mano tesa” a convincere ignoranza e arretratezza culturale su temi come l’incremento demografico?

O vi sarà un forte ritorno al contrasto di quegli stili di vita che mettono in forse libertà e sopravvivenza nel mondo?

A giudicare dalla evoluzione del consenso nei paesi europei e nella loro conseguente scelta strategica nella gestione dei flussi migratori, possiamo dire che di “mani tese” non ne vedremo più per almeno un ventennio.

Con buona pace di coloro i quali non sanno come gestire l’incremento demografico nel pianeta pur avendone il potere contrattuale e di coloro i quali continuano a confondere la difesa del principio della territorialità con un riverbero del sentimento razziale.

Nonostante l’11 settembre 2001 abbia messo nero su bianco quale sia la posta in gioco.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X

Il potere sovrastrutturale e il Primato della Politica

domenica, 10 ottobre 2010

In questo paese, spesso si narra di leggende oniriche, di poteri occulti, di gruppi di (pre)potere più o meno visibili, di poteri trasversali o addirittura sovrastrutturali ai poteri statali ed istituzionali, ai poteri corporativi e sindacali, al primato della politica ed alla sovranità popolare.

Questa leggenda appare a noi comuni mortali, a noi cittadini qualunque, nelle pieghe delle lotte di potere, dei conflitti di interessi.

Nel caso che porto ad esempio, questo potere sovrastrutturale viene finalmente pronunciato, anche se non definito, non descritto.

Si tratta di uno stralcio che mi sono permesso di pubblicare che è tratto dalle intercettazioni alla base di indagini della magistratura nei confronti de Il Giornale, su possibili pressioni e presunti condizionamenti che un eventuale dossier (giornalistico?) in preparazione potrebbe avere sulla presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia.

Tali intercettazioni sono di pubblico dominio (purtroppo o per fortuna) e sono rintracciabili nel web, nel sito Youtube e nei siti web dei quotidiani italiani, oltre che richiamati in molti blog.

Intercettazioni interessantissime.

In particolare, dice cose molto interessanti Rinaldo Arpisella, portavoce di Emma Marcegaglia presidente di Confindustria, in una telefonata intercettata con Nicola Porro vice-direttore de Il Giornale.

Traggo uno stralcio molto interessante.

Rinaldo Arpisella:
“ma tu non sai che c…o c’è altro in giro dai, cioè, secondo me, davvero eh, scusami eh, ti parlo da amico, cioè è un’ottica corta, cioè ehhh, mh, eh, allora, il cerchio sovrastrutturale, va oltre me, va oltre Feltri, va oltre Berlusconi, va oltre … ci sono logiche che non riguardano il Fini, il Casini, il Buttiglione, questo e quell’altro, sono altri, miei cari”

Nicola Porro: “(comunicazione distrubata) devo dirti la verità, non capisco, non capisco”

Rinaldo Arpisella: “beh, secondo te, chi c’è dietro Fini?”

Nicola Porro: “Chi c’è dietro Fini? Tu lo sai? Io no”

Rinaldo Arpisella: “Son quelli che c’eran dietro la D’addario, dai, su”.

Domande intelligenti:

1 – esiste un potere sovrastrutturale che gravita sopra i poteri del governo del paese e del governo del sindacato degli industriali, la più potente organizzazione sindacale italiana?

2 – può questa sovrastruttura influire in modo determinante sui sistemi decisionali istituzionali e corporativi italiani, sopra i massimi sistemi di potere italiani?

3 – quali sono le logiche che muovono questa sovrastruttura?

4 – quali sono gli interessi che persegue questa sovrastruttura?

5 – quali poteri, quali gruppi, quali settori, quali persone coinvolge, influisce e determina questa sovrastruttura?

6 – quali sono le forze che compongono questa sovrastruttura?

Basta così.

Sarebbe già molto interessante dare delle risposte a queste domande.

Ultima notazione.

Questi poteri sembrano avere un comune denominatore, che sembrerebbe ridursi, seguendo le parole di Arpisella, ad un forte contrasto al governo italiano ed al suo premier Silvio Berlusconi.

Se è vero, come dice sempre Arpisella, che dietro la pirateria politica che da qualche mese mette in crisi il sistema politico-istituzionale, vi sarebbero gli stessi interessi che vi erano dietro lo scandalo della escort D’addario.

Entrambe le questioni, sono infatti avverse alla medesima persona:

Silvio Berlusconi.

Sarebbe interessante dare un nome ed un cognome a quegli “altri” che Arpisella cita.

Chi sono quegli altri?

Alle indagini della magistratura ed alle inchieste giornalistiche l’arduo compito di chiarire a noi cttadini qualunque, una verita giudiziaria ed una verità mediatica, che sia più vicina possibile alla verità reale.

Attendiamo che le risposte ale nostre domande si materializzino, attendiamo di sapere, chi ha un tale potere da poter sovrastare i massimi poteri democratici e rappresentativi nel nostro paese.

Poichè, l’esistenza di gruppi di potere e di pressione, non rappresenta certo una novità.

La novità, tutta italiana, è che tali lobby non siano pubbliche, che i loro interessi – non ideologici – non siano pubblici, che tali organizzzioni, tali gruppi, tali individui legati tra loro dal comune interesse di incidere sulle istituzioni legislative, non abbiano nel nostro paese la dignità che viene loro concessa in altri paesi europei ed occidentali, non abbiano soprattutto, la medesima trasparenza, la medesima tracciabilità.

Ben vengano le lobby, ma che siano emerse e pubbliche, che non agiscano all’ombra dei palazzi del potere.

Poichè, una tale condizione di clandestinità delle lobby nel nostro paese, potrebbe indurre ad azioni non condivisibili, visto che non se ne conosce nemmeno l’esistenza.

E che venga dunque l’alba per le lobby italiane, che il sole dissipi ombre e dubbi molesti, malizie e furbizie nascoste all’ombra del buio di un tunnel, che non sembra mai trovare una uscita, una fine.

Sia fatta la luce.

Fiat lux.

Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X