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Federalismo Fiscale

sabato, 3 aprile 2010

Ho navigato un po’ fra alcuni blog che pretendevano di dare giudizi sommari e pregiudizialmente negativi nel tema scottante e quanto mai attuale del varo delle riforme ed in particolare della applicazione del federalismo fiscale al modello statale attualmente in uso in Italia.
Ho letto un cumulo di sciocchezze.
Ho quindi scritto in risposta ad un post di un blog queste note, che pubblico qui di seguito.

Quante inesattezze, pregiudizi, preconcetti ideologici dietro questa visione del federalismo fiscale.
Andiamo per ordine a smontare questo cumulo di sciocchezze.

Punto Primo

Il federalismo fiscale è già una realtà in questo paese, in regioni come la Sicilia per esempio, che dispongono quinidi di maggiore autonomia rispetto alle altre regioni.
Si tratta solo di riequilibrare una sperequazione oggi in atto fra la gestione di regioni cosiddette a statuto ordinario e di quelle a statuto speciale.

Punto Secondo

Non è affatto vero che vi sarà una maggiore imposizione ed un relativo aumento della pressione fiscale, poichè, per le stesse competenze allargate in senso autonomista, i contributi erariali attualmente destinati allo stato centrale e che vengono successivamente redistribuiti alle regioni ovvero usati direttamente dallo stato, passano semplicemnete di mano: dallo stato alle regioni, appunto.
Anzi è prevedibile un buon risultato di riduzione del prelievo fiscale in quanto, allo stato attuale, con i perversi meccanismi di prelievo e di redistribuzione attualmente in uso, processo in cui manca una corrispondenza fra quanto versato e quanto ritornato in loco, si disperde una buona parte di questa tassazione, “svanita” in questo andirivieni dei danari pagati in tasse e destinati alla erogazione di servizi essenziali ai cittadini.
Un risparmio quindi, non un aggravio di spese: è ineludibile.

Punto Terzo

Il cittadino-contribuente avrà maggiormente vicino a se il soggetto che preleva le tasse ed eroga i servizi, potendo esercitare nei suoi confronti un maggiore controllo della spesa come del prelievo ed ottenere così una maggiore forza contrattuale nella destinazione di tali danari, anche nel senso della scelta dei servizi, della loro quantità e qualità, come del loro cattivo uso od abuso.

Punto Quarto

In questa ottica è chiaro che tutti ci guadagneranno.
Verrà inoltre inserito nel sistema della erogazione dei servizi e della gestione e del contollo del danaro come della spesa
pubblica una competizione positiva, una inusitata (per l’Italia) concorrenza fra le regioni al virtuosismo gestionale, migliorando grandemente l’efficenza delle macchine burocratiche e del governo delle genti e dei territori.
Non è secondario inoltre il convncimento che questo sistema aumenterà grandemente la diretta partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica, rompendo quel “difetto di partecipazione” che spesso e volentieri, viene chiamato in causa per identificare lo strano rapporto stato-cittadino entro cui, il cittadino paga le tasse e poi si disinteressa assolutamente di come i danari prelevati fiscalmente, vengano utilizzati, grazie anche alla melina oscura che avvolge i passaggi di mano della spesa pubblica italiana negli andirivieni fra soggetto contribuente e soggetto destinatario dei servizi, che poi sono la stessa persona.

Ultimo punto

Ma dove è scritto, nel regno delle democrazie occidentali civili ed avanzate cui l’Italia pretende di appartenere, che le riforme varate in questo paese, devono essere condivise oltre la maggioranza dei consensi del parlamento?
Le riforme devono risponde a criteri di giustizia sociale ed economica, efficenza nella erogazione dei servizi, diminuzione della pressione fiscale su cittadini, aziende e famiglie e garanzia nel diretto controllo da parte di contribuisce alla spesa e nel governo della spesa stessa.
Questo è il miglior criterio di condivisione e di consenso rispetto alle riforme di cui stiamo trattando.
Il resto è vecchiume antagonistico senza arte ne parte che impedisce da decenni l’adeguamento del sistema stato al paese reale.
Maggiore efficenza nel prelievo e nella spesa, controllo diretto, disgiunzione del governo delle variegata realtà di cui è composto il nostro paese.
Mi spiego meglio.
Attualmente, nel regime di spesa e della fiscalità, come nel governo delle finanze pubbliche in generale, il governo emana provvedimenti esecutivi unici, che possono avere invece impatti multipli e profondamente differenti, proprio in virtù delle notevoli differenze che insistono nei territori e fra i territori italiani.
Quello stesso provvedimento governativo, teso alla gestione delle finenze e della spesa pubblica, attualmente può avere un effetto in Veneto, un effetto diverso nel Lazio e addirittura l’effetto opposto in Sicilia.
Come è possibile non comprendere queste semplici verità?
Il nostro è un paese ricco di differenze, e sono queste stesse differenze a fare la ricchezza dell’Italia, quella stessa ricchezza che gli altri paesi ci invidiano e che apprezzano, a seconda dei casi.
Ma queste differenze vanno governate in modo differente, se si vuole rendere un servizio degno di tale nome ai cittadini-contribuenti.
E l’unica risposta a questa realtà, è il federalismo.
Ma come si fa a non capirlo?